di Franí§ois-Albert Viallet
[da “La fiera letteraria”, numero 12, giovedì 23 marzo 1967]
I miei primi contatti con l’opera di padre Teilhard de Chardin risalgono al tempo dell’ultima guerra. Evaso dal le carceri di Berlino e dal campo nazista di Wuhlheide, rientrato clandestinamente in Francia e rifugiato a Lione durante l’occupazione tedesca, fra cacce all’uomo e fucilazio ni all’alba al Forte Montluc, venni coraggiosamente accol to dai Padri gesuiti di Parigi del periodico Etudes e dell‘Action Sociale. In seguito, nel corso di alcuni colloqui, il padre Destauquois e il padre de Lestapis mi sottoposero delle pagine grige, ciclostilate SU Scadente carta di guerra: erano gli scritti di padre Tei lhard, allora in Estremo Orien te dove era stato onorevol mente « esiliato » da circa vent’anni.
Da quei modesti quaderni, dai titoli insoliti come Abboz zo di un universo personale, Cristologia ed Evoluzione, Co me io credo, scaturiva per me una fiamma liberatrice che non mancò di modificare in qualche modo la mia con cezione del mondo e quindi il mio atteggiamento verso la vita, allora gravemente com promesso dalle esperienze di prigionia e di guerra. Ancor oggi penso che il motivo prin cipale dell’immenso successo riportato in seguito dalla vague teilhardiana (a parte lo snobismo che riduceva Tei lhard a una specie di Franí§oise Sagan della metafisica) sia stata questa vampata libera trice avvertita soprattutto dai cristiani insoddisfatti del l’espressione dogmatica di una Chiesa che sembrava bloccata in una insostenibile rigidezza. Un padre gesuita che viveva sempre nella Chie sa, un paleontologo conosciu to per le sue opere, un intel lettuale globe-trotter, osava negare il peccato originale, esaltava l’amore sessuale del la coppia, insorgeva contro la Scolastica, predicava una fe de ardente nella Vita e nel Progresso…
Per apprezzare fino in fondo il valore catalizzatore rap presentato da Teilhard, è as solutamente necessario avere le proprie radici in una con cezione cattolica o strettamen te cristiana. L’ho ripetuto molte volte: Teilhard de Char din non ha inventato un sistema, non ha voluto far « esplodere » la Chiesa; il suo contributo è un’ottica nuova, un’apertura sul reale mai pen sata prima di lui.
Una gran parte degli scritti di Teilhard de Chardin, bloccati e interdetti quand’era in vita, sono oggi accessibili ai lettori di tutto il mondo; ma una parte resta ancora (fino a quando? ) nei cassetti della « prudenza ». Una vera onda ta poliglotta di letteratura, bio grafie, commenti, esegesi su Teilhard, si alza negli scaffali delle biblioteche. Il fenomeno umano, grazie all’intervento di Roger Garaudy, filosofo uffi ciale del comunismo francese, è stato pubblicato a Mo sca. E’ di moda a Parigi cita re Teilhard a casaccio e no minarlo in ogni articolo di ri vista che si rispetti. « In nome di Teilhard » si organizzano un po’ dappertutto riunioni, giornate, settimane di studio dove distinti signori rumina ne i soliti discorsi e ostentano quel dubbio ecumenismo ca pace di cancellare con qual che piroetta ogni contraddi zione… Conosciamo già la mu sica; non molto tempo fa essa aveva trovato l’espressione più volgare e più falsa in un libro qualunquistico.
Dovunque, poi, in Francia e all’estero, spuntano degli «ami ci intimi » del Padre che smer ciano i loro incontrollabili ri cordi. Come se non bastasse, due «sorelle nemiche »: il « Comitato Teilhard » di Pari gi e la « Società Teilhard de Chardin » di Bruxelles vigila no con zelo sull’eredità spiri tuale del Padre.
E’ noto che, in vita, Tei lhard de Chardin rischiò di vedere la propria voce soffo cata dalle proibizioni della censura romana; oggi, ad ol tre dieci anni dalla morte (av venuta nel 1955, a New York) Teilhard corre un pericolo al trettanto grande: quello cioè di essere accettato e assimila to nel cielo dei santi sansulpiziani come un « buon catto lico », un moderno Tommaso d’Aquino, precursore di un nuovo tipo di santità.
Per fortuna esiste anche una controcorrente che si op pone a questo funerale di pri ma classe del pensiero di Tei lhard; in Francia, Germania, Inghilterra vi sono dei con traddittori scientifici, filosofi ci e teologici: i pastori protestanti Crespy e Hugedé, un Premio Nobel per la chimica, il professore inglese Medawar, Karl Löwith (dell’Università di Heidelberg) e molti altri che, con lucidità, analizzano e correggono Teilhard de Char din. E’ inutile dire che, all’in terno delle « parrocchie » Tei lhard, non è ammessa nessuna critica dell’idolo e che il « Comitato Teilhard » e i suoi esecutori vigilano con una sorprendente gelosia su tutto ciò che chiamano « deforma zione » del pensiero del Mae stro per richiamare all’ordine chi osi avanzare un’interpre tazione diversa da quella uf ficiale, secondo la quale il Pa dre è un eccellente pensatore ortodosso.
Cercheremo dunque, in que sta sede, di chiarire e di giu stificare altre possibilità, quel le che non si limitano al « sì » o al « no », analizzando l’atteg giamento di padre Teilhard de Chardin nel corso di diver se conversazioni, di lettere e di rapporti di terzi degni di fede. La psicologia del profon do ci insegna la prudenza: non ci si può più permettere di giudicare un uomo e il suo pensiero come un tutto indivisibile: gli « strata » di uno psichismo individuale posso no coesistere pur essendo con traddittori, incrociarsi in pun ti drammatici, oppure armo nizzarsi a certe condizioni, cioè omogeneizzarsi, dissol versi, almeno teoricamente, in un punto zero che tuttavia non può segnare che un arre sto momentaneo. Perché ogni Materia, ogni Vita, ogni Pen siero, crediamo ora di saperlo, non è possibile se non attra verso correnti antagoniste; senza tensione non esiste la vita, il pensiero, l’Evoluzione.
Non è affatto mia intenzio ne scrivere su Teilhard in modo esauriente o delineare un quadro d’insieme come ho fatto nelle mie precedenti biografie e critiche dell’opera teilhardiana. Intendo fare qui solamente una testimonianza molto personale che si potreb be intitolare: Esperienze con Teilhard. Come le telecrona che che ci conducono all’in terno di uno studio, di un la boratorio, o di una sala d’ope razione, cercherò di mostrare l’immagine del pensatore co me mi è apparsa, con le sue luci e le sue zone d’ombra, il suo coraggio e le sue esitazio ni la sua gloria e la sua scon fitta. Parlerò dei miei contatti con Teilhard e della sua cre scente partecipazione ai miei scritti intorno al suo pensie ro; perché Teilhard ha attiva mente cooperato al libro che, dopo la sua morte, doveva formare la sua prima biogra fia.
Il lettore sarà invitato, per così dire, a essere il diretto testimone del dialogo di un notevole pensatore con uno scrittore che è stato degnato della sua paterna amicizia; amicizia, vedremo, che com porterà urti e contraddizioni. Tali discussioni, a volte anche aspre, hanno recentemente spinto alcuni biografi confor misti come Claude Cuénot a scrivere che Teilhard si era allontanato dal proprio bio grafo e che la testimonianza di quest’ultimo non aveva va lore. Su questi particolari ri torneremo più avanti per ret tificare in modo utile le in formazioni incomplete di Cuénot e per dimostrare il preci so comportamento di Tei lhard all’uscita del mio volu me L’avenir de Dieu (Pari gi, 1950) .
In questo senso, il presente saggio persegue anche un fine apologetico per cui è necessa ria l’utilizzazione di fonti im portanti. D’altro canto cerche remo di raggruppare intorno ad alcuni soggetti importanti il dialogo Teilhard-Viallet: con versazioni orali e scritte che non hanno niente di sistema tico.
Il lettore esperto non si aspetterà delle rivelazioni sen sazionali: nel suo insieme, il pensiero di Teilhard, frugato da mani amiche e nemiche, competenti e incompetenti, è ormai di dominio pubblico: davanti a noi si stende un gi gantesco mosaico composto di testi autentici, di lettere, di testimonianze oculari. Parten do da questo presupposto la ambizione di queste pagine si limita a voler fornire un con tributo limitato, modesto ma vissuto e, per questo, veritie ro del « fenomeno » Teilhard, senza idolatria e senza ironia. Perché in questo gesuita tra gicamente conteso tra molti linguaggi (quello della Scola stica e della scienza evoluzio nistica, quello della Chiesa di Trento e delle nuove aspira zioni dello spirito), fra peren neità e relatività, fra il Male e la speranza radicale, vi è qualcosa che supera l’indivi dualità dell’uomo Pierre Tei lhard. In lui si riflette la sen sibilità di tutta un’epoca; è per questo che Teilhard de Chardin rappresenta per mol ti uomini una parte della loro stessa coscienza, della loro in certezza o certezza. E per que sto possiamo anche esprime re la speranza che « qualcosa resterà », anche quando la marea teilhardiana, oggi al suo massimo livello, avrà lasciato il posto a un apprezzamento più sfumato e a una critica più giusta.
Primo contatto
Nel giugno 1946 il padre Teilhard fu autorizzato a rien trare dalla Cina in Francia do ve si sistemò in una cella del la comunità dei confratelli gesuiti in via Monsieur 15, a Parigi. Senza conoscerlo, senza nessuna presentazione bus sai alla sua porta per dirgli… Sarei molto imbarazzato se dovessi ricordare l’inizio del nostro primo colloquio. Ricor do solo la sua calda presenza,’ il dialogo incisivo che entra va subito nel cuore delle co se, l’espressione giovanile e spesso ironica della bocca, lo sguardo luminoso.
Avevo portato a Teilhard, come presentazione, una co pia del mio libro La cuisine du diable, in cui riferivo le mie esperienze di deportato politico della Gestapo. Feci delle domande, esitante all’ini zio, poi via via rassicurato. Teilhard prendeva sempre e immediatamente contatto con
i suoi interlocutori, per lo me no con quelli che lo interessa vano. Più di un quarto di se colo ci divideva e, inoltre, da parte sua, un oceano di sape re e di esperienza. Cosa signi ficava per lui, uomo di scien za e teologo, un semplice pro fano che, come tanti altri, ar rivava spinto dal desiderio di sapere di più e di vedere l’au tore del quale conosceva al cuni scritti? Ma avvenne il miracolo, e nel corso di quel colloquio, molto più lungo del previsto, Teilhard mi invitò a ritornare quando volevo.
Il contatto era stato avvia to e in seguito doveva raffor zarsi. Più di una volta ritor navo da quelle visite con dei quaderni ciclostilati, opera del Padre, corredati da una ami chevole parole di dedica: « Al mio amico Viallet », o qual cosa di simile. L’interesse che Teilhard mostrava per i miei lavori, per le mie domande, perfino per i miei problemi professionali e personali, era del tutto naturale e nasceva da quello spontaneo atteggiamento di apertura che gli era familiare e di cui alcuni abu savano.
A quell’epoca, a partire cioè dall’autunno 1946, cominciai a parlare pubblicamente di Teilhard. Già nel 1945, proprio alla fine della guerra, avevo avuto l’occasione di esporre le idee dell’« Universo persona le » a un gruppo di marxisti e di vecchi partigiani, nel corso di una riunione privata in Boulevard Montmartre, a Pa rigi. Mi resi conto allora che l’interpretazione teilhardiana del mondo, della storia e del fenomeno cristiano produce va un effetto sconvolgente sul pubblico. Continuai dunque a diffondere con i miei mezzi li mitati, e soprattutto con la mia penna, quella che mi ap pariva come la « Buona No vella » del nostro tempo.
All’inizio del giugno 1947, il Padre venne colpito da un at tacco cardiaco, che lo inchio dò su un letto d’ospedale. Ver so la fine di luglio cominciò una lunga convalescenza in una clinica di Germain-en-Laye, alla periferia di Pari gi. E là ricevette una mia let tera accompagnata da un arti colo, « Il Cristo dell’Evoluzione », che avevo pubblicato in Germania. Il Padre mi rispo se subito con una lettera scrit ta di suo pugno in cui diceva:
« Caro amico,
grazie della vostra lettera e del vostro ”audace” articolo Christus der Evolution, di cui vi ringrazio. Ma, come vi rac conterò, è necessario che, per qualche tempo, io lavori più in ombra. Il mio Ordine ha paura che mi cada addosso qualche fulmine. E mi si rac comanda severamente eli non provocare nulla.
Questo non mi impedisce di pensare che, nell’insieme, il varco è stato aperto… ».
Quel che soprattutto ci col pisce è la posizione di Tei lhard di fronte alla propaga zione delle sue idee.
Avete dato le migliori armi proprio a quelli che cercano di « attaccar briga » con me
Da una parte, dunque, un co raggio intellettuale senza di fetto, una vera audacia (nel caso presente è meno audace l’esposto giornalistico che non le idee a cui si ispira. L’auto re: un laico, scrittore indi- pendente, non rischiava mol to, mentre il vero promotore era un padre gesuita costan temente minacciato di severi provvedimenti. E si intuisce la gioia segreta di Teilhard ogni volta che vedeva le sue idee venire a galla…). Ma in sieme vi si scorge anche la preoccupazione per le possibi li conseguenze. Più volte il Pa dre si lasciava sfuggire frasi come: « Voi avete la fortuna di poter parlare e scrivere li beramente… se fossi al vostro posto… ». Nella sua lettera, d’altronde, egli fa una netta distinzione fra il suo Ordine e l’autorità ecclesiastica roma na. A Roma, al tempo di Tei lhard, regna Pio XII, l’auto re della Humani generis. Fra il suo « universo » e quello di Teilhard non vi è contraddi zione, ma incompatibilità. L’Ordine invece, più aperto, cerca di preservare il figlio turbolento e di proteggerlo. Un atteggiamento che non muterà neanche alla morte del Padre. Dopo la pubblica zione postuma del Fenomeno umano, La civiltà Cattolica pubblicò un articolo di critica violenta firmato dal padre Bosio; quando chiesi a un mem bro della redazione, il padre T., perché la rivista aveva am messo un linguaggio così vio lento, il confratello di Teilhard mi rispose con un leggero sor riso: « Per salvarlo dall’indi ce ».
In questa risposta vi è tut to il clima dell’epoca (siamo ancora prima del Vaticano II!): una sorda minaccia, sem pre presente, sorveglia ogni parola, ogni gesto di Teilhard; la Santa Gestapo romana, diremmo. Una certa zona psichi ca del Padre, che per sé è un uomo ottimista, allegro, perfi no violento (l’abbiamo altra volta caratterizzato come un « nomade aggressivo » in ter mini psicoanalitici) è stata traumatizzata. Come spiegare altrimenti il suo comporta mento in certe occasioni â— contraddittorio, senza corag gio, infedele alle proprie pa role e agli amici â— se non col fatto che Teilhard era inte riormente straziato, che agiva anzitutto non come uomo ma come uomo-di-Chiesa, condi zionato e incapace di supera re le proprie inibizioni? Cite remo due casi tipici per capi re e far capire alcune contrad dizioni caratteriali insormon tabili: la reazione di Teilhard di fronte a un articolo da noi pubblicato su La Gazette des Lettres e, prima ancora, la questione del saggio L’avenir de Dieu.
Uno dei miei primi articoli apparsi in Francia su padre Teilhard de Chardin fu pub blicato da La Gazette des Let tres a Parigi, nell’autunno 1950. Il redattore capo, Robert Kanters, aveva, in buona fede, aggiunto al nome del Padre che figurava nel titolo l’anno tazione: « un teologo clande stino ».
Alcuni giorni dopo la pub blicazione ricevetti da Tei lhard una lettera di protesta piuttosto esplosiva. Eccola:
26 ottobre, 50
Caro amico,
In tutta amicizia, consenti temi di stupirmi dell’articolo che avete appena pubblicato su La Gazette des Lettres.
L’intonazione, il tono, sono molto gentili. La cosa è molto ben pensata.
Ma come avete fatto a non accorgervi che: 1) trattarmi da teologo e da clandestino; 2) e ancor più allegare una bibliografia, e perfino la data dei miei ultimi saggi, signifi cava dare a quelli che cerca no dì « attaccar briga » con me proprio le armi di cui han bisogno!
Finora nessuna reazione. Ma se succede una grana, sie te voi che l’avete provocata.
Aspettiamo. Non c’è niente da fare ora per rimediare. Ma non ricominciate!
Molto cordialmente lo stes so. Vedo la buona intenzione, non dubitate.
Teilhard de Chardin
Pubblichiamo questo testo perché è significativo. Da un lato ci troviamo di fronte a un uomo che instancabilmente prende la parola in riunioni e incontri, che nella sua cella di via Monsieur redige testi in cendiari, che â— sia personal mente sia tramite la segreta ria, Jeanne Mortier â— diffon de i suoi quaderni « clandesti ni », dove non mancano affer mazioni del tipo: « Basta che una sola volta la luce si faccia strada, che non potrà più spe gnersi… ». D’altro lato, invece, un brusco retrocedere, un ti mor panico di fronte alle ine vitabili conseguenze, la pau ra che l’attività di questa « Chiesa nella Chiesa » fosse conosciuta e che ciò compor tasse per l’istigatore delle mi sure disciplinari…
Ho avuto un giorno la fran chezza di dire al Padre: « Voi aprite una finestra e poi avete paura della corrente d’aria… ». Oggi, a distanza di tempo, e tuttavia senza mini mizzare la gravità della cosa, possiamo meglio spiegare quel gesto di difesa; non solo con il condizionamento di cui ab biamo parlato, ma anche con una curiosa incoscienza e in genuità proprie a Teilhard. Uno dei suoi confratelli rac conta a questo proposito delle storie incredibili (Pierre Le roy, Pierre Teilhard de Char din tel que je l’ai connu, Plon, Parigi 1958). Pare che il no stro pensatore non si rendes se sempre conto delle reazio ni a catena che la sua dottrina poteva suscitare sull’insieme della sua Chiesa. Un giorno, glielo feci notare: « Padre mio, avete riflettuto al fatto che le vostre idee, una vol ta ammesse, significherebbe ro un cambiamento radicale della struttura della religione, della funzione della Chiesa, dei riti, di tutto insomma? ».
La risposta, data con una sincera intonazione di sorpre sa, fu:
« Finora non ci ho mai pen sato ».
(Traduzione di Silvana Carpi)