di Giambattista Vicari
[da “La fiera letteraria”, numero 16, giovedì 20 aprile 1967]
Una mattina di novembre apro il giornale e leg go che Piero Jahier è morto. Ero in viaggio. Arri vo a casa, e cl trovo una let tera di Massimo Jahier, il nipote dello scrittore. Data: 17 novembre: « Caro G.B.V., ri spondo io per incarico del nonno. Il nostro gran vecchio ne, pur lucido di mente, è im mobilizzato da più di un anno, paralizzato agli arti, incapace perfino di parlare ».
Non lo sapevo. Gli avevo scritto nei giorni dell’alluvione. « Pur non avendo direttamente sofferto durante i re centi tragici giorni », dice il nipote, « ne ha seguito con au tentica drammatica apprensio ne il corso, scoppiando spesso in irrefrenabili crisi di pian to alle notizie che la radio e io, spalatore volontario, gli portavamo ».
E’ morto subito dopo. Le sue notizie della fine e della malattia, giuntemi così rove sciate, mi lasciano confuso. Mi ero fatto l’idea di un Jahier eterno.
L’avevo lasciato da poco, vivo e vitale, e da quell’im magine non riesco a distorglierlo. Del resto, il famoso silenzio di Jahier, per me (ma non solo per me) era stato un colloquio fitto, fino all’ulti mo, anche durante il letargo â— un anno â— che ha preceduto la fine. Andavo infatti conti nuando ad annunciare la ripresa del « Gino Bianchi », che egli mi aveva ripetutamente promesso e a cui penso che si sia dedicato a lungo (trovere mo forse i suoi appunti), e gli avevo pubblicato alcuni testi nuovissimi, Quartiere d’oltr’Arno nel 1961, un poemetto, e poi, l’anno dopo, una allegra prosa, Istanza del sindacato cani al guinzaglio onde ottenere ritirate W.C. Facevo i conti: che cosa sono ottanta, ottantadue anni per Jahier? Se n’è risparmiati più di quaranta (dal ’19, più o meno). E’ gio vane, fresco, pieno di progetti.
Quattro anni fa vidi nella sua casa fiorentina presso il Campo di Marte uno di questi progetti. Lo scrittore stava riprendendo dalla fine il suo Con me e con gli alpini. L’apoteosi di Cesare Battisti. Appeso a uno scaffale di libri ora un grande foglio scritto con la sua grafia minuta che si intrecciava in tre direzioni: i suoi appunti, un’agenda di lavoro, come la « scaletta » di un racconto. Sotto il foglio, un pesante cartone che regge va una fotografia: un gruppo li funzionari della polizia austriaca di Trento in divisa, benemeriti di quell’attività che portò all’impiccagione di Cesare Battisti. Di fianco, puntato, un giornaletto trenti no, del 1916, che elencava i nomi di quegli italici sbirri dell’ir. governo in fedine alla Cecco Beppe.
Jahier stava preparando la sua requisitoria. Aveva radu nato accanto a sé, nello studio, i testimoni, i garanti di quella sua ripresa d’azione: la statua lignea del soldato Sommacal, i quadretti dipinti dagli alpi ni nelle trincee della prima guerra, trofei e autografi rac colti durante il lunghissimo viaggio, oggetti acquisiti al l’istruttoria di un processo continuo e mai concluso.
« Lei sta dunque rielaboran do le sue opere? », gli chiesi.
« Non è esatto. Io sono fe dele ai nuclei centrali delle mie opere. I loro percorsi non sono affatto finiti. Continuano a vivere dentro di me e mi obbligano a portarli avanti. Sono come il filone di una mi niera; è inutile cercare altro ve ciò che è qui, e respira an cora. Sono vertici mai sepol ti che vogliono assorbire l’aria nuova, che pretendono di ag giornarsi, e che vogliono en trare in fusione con le nuove prospettive ».
« Infatti, mi risulta che lei sta continuando la storia del suo famoso Gino Bianchi ».
« Direi che il bello viene adesso. Gino Bianchi si era fermato alla vigilia dell’altra guerra. Avrà pur fatto qualco sa, mentre io ero in trincea, e negli anni che seguirono ».
« Sicuro. Penso che lei, in quegli anni, non era proprio nelle condizioni di seguire i fasti del suo glorioso perso naggio ».
« E’ vero. Lui si adeguava, io no. Direi quasi che lui mi ha confermato, col suo zelo, nel mio scarso spirito di alli neamento al regime, e nei guai che me ne sono venuti ».
« Insomma, si è comportato come il figlio degenere di un padre tanto fiero ».
« Gino Bianchi », mi spiega va Jahier, « non aveva il mi dollo del leone. Seguiva i tem pi lungo la corrente più faci le. Questa nuova fase della sua vicenda lo avrebbe dovu to presentare in una veste, in un certo senso, più universa le. Doveva pure fare carriera. Così, a un certo punto, aveva seguito il facile itinerario delle benemerenze per “meriti fascisti”. Aveva fatto la sua brava marcia su Roma. E nel marciare su Roma non aveva scordato di mettere nella bor sa le pratiche d’ufficio. Così, giunto nella capitale per con quistare lo Stato, ne profittò e si fece ricevere dal suo diret tore generale, per Serti proble mi di cui aveva nella valigia gli incartamenti, assieme alla camicia nera ».
« Un genio realistico ».
« Ma certamente, si tratta sempre di conciliare la neces sità con l’ideale. Gino Bian chi fece la marcia su Roma e riuscì a incassare dal ministe ro anche l’indennità di tra sferta ».
« Come mai, lei che ha in teressi così localizzati, così “storici”, non ha mai scritto un romanzo vero e proprio? ».
« Direi che la liricità mi prende la mano. La narrativa esige una disciplina e una ob bedienza agli schemi. Io colti vo un genere libero, ma la ri cerca continua delle soluzioni espressive non mi porta cer tamente a distanziare gli og getti. Con me e con gli alpini è un’opera lirica, ma bisogna anche ricordare che è stata scritta proprio durante l’azio ne. Il vero realismo è di fon do ».
« So bene che lei appoggia su questo fondo realistico. Ri cordo però che molti anni fa disse: “Non credo ai valori as soluti della critica, non credo alla critica dei valori assolu ti”. Come si può essere così certi e così impegnati, quando si dubita dei princìpi? ».
« Il dubbio rende più ardua una condotta d’impegno, ma questo riscontro continuo è necessario per tentare di av vicinare il proprio impegno all’assoluto ».
« Lei disse anche: ”0h noi, titolari della forma!”. E nello stesso tempo disse che la poe sia ha bisogno di ben altro che di fantasìa, ha bisogno di ve rità. Come conciliare verità e fantasia? ».
« Feci la prima osservazio ne un po’ ironicamente. La mia era, poi, una reazione al la retorica, all’accademia e al l’estetismo. In quegli anni ve devo Gabriele d’Annunzio, e ne sentivo una naturale anti patia, come quella dei bambi ni per i cibi sofisticati. Lo ve devo galoppare alle Cascine, incaramellato e con gli schi nieri, a fianco di vistose amaz zoni. Che verità poteva mai venir fuori di lì? Avrebbe do vuto piuttosto osservare una fusione nel reparto dell’offici na in cui io allora lavoravo, tra gli operai. Invece chiama va alla Capponcina un profes sore di ginnasio e si faceva cor reggere la terminologia greca delle sue opere. Tingeva i ca valli, per montare oggi un baio e domani un sauro. E i cavalli sudando grondavano colore. Queste erano le sue verità ».
« Lei che ha partecipato al la Voce pur non essendo pro prio vociano, sentì attrazione per quella rivista allo scopo di realizzarvi la sua attività di scrittore in proprio, o in vece non la interessò di più l’idea di partecipare a un mo vimento di creazione di cul tura? ».
« Io scrissi a Prezzolini per offrirgli di dare una mano nel lavoro, proprio il lavoro or ganizzativo. Allora ero addet to a compiti amministrativi nel reparto fonditori delle fer rovie. E alla Voce mi assun si proprio compiti ammini strativi. Soffici gridava: ”Ma è uno spreco! Non vedi che egli è uno scrittore nato?”. E Prez zolini: “Lasciatelo lavorare! Non distraetelo nella lettera tura!” ».
« Non pensa che il parteci pare a un movimento che si serviva della letteratura e del la poesia come mezzi per su scitare interessi di cultura, ab bia potuto ridurre le sue fa coltà creative? ».
« Non avevo proprio tempo per le facoltà creative. Era un lavoro massacrante. Non riu scivo neppure a rientrare per il pranzo a casa, dove c’era già il mio primo bambino. Mangiavo, a mezzogiorno, un piatto di fagioli dal fagiolaio di Porta Rossa. Non miravo neppure al guadagno. Volevo che mi bastasse lo stipendio. Nelle attività letterarie non ho mai badato al guadagno, mi è sufficiente l’indispensabile. Ho sempre applicato la legge dei Poverelli di Lione. Il mio sentimento è stato costantemente vicino agli avi, che era no francescani e non calvini sti ».
« Quando, mi pare nell’ ’11, ci fu la rottura del gruppo del la Voce, con Salvemini, Amen dola, Prezzolini, cioè i politi ci da una parte, e Papini, Slataper, lei, Boine ecc. dall’altra, ebbe perplessità nella scelta? ».
« Ho sempre venerato Sal vemini. Ma non potevo seguir lo: non ero un politico. Per me, avrei desiderato che con tinuasse la “concordia discors”, aperta e senza dogma tismi, la quale rappresentava la totalità della nuova sensi bilità Italiana che si apriva. D’altra parte, certi personag gi vociani mi parevano un po’ dei moschettieri, e a un certo punto mi parve che sarebbe anche stato opportuno disgre gare per ricostruire. Bisogna ricordare che tra i politici c’erano quelli autentici come Amendola e Salvemini per l’appunto, mossi da una sorta di fede religiosa, una religio ne laica, e dei politici dilet tanti, come Corradini ».
« Lei rimproverò a Soffici l’idea che, per essere poeta, bisognerebbe aver fatto rinun cia della propria coscienza so ciale. Ritiene quindi che la letteratura d’oggi, così impe gnata, sia più cosciente e quin di più valida di quella dei suoi anni giovanili? ».
« Certamente. Nonostante tutto, mi pareva che allora mancasse una chiara volontà di accostare il mondo delle necessità. Una netta cognizio ne in questo campo pareva repugnare loro. Prezzolini e Papini si lasciavano chiama re dal tipografo rispettiva mente professore e dottore ».
« Tuttavia, che cosa pensa di questo continuo problema ticismo suscitato dai protago nisti della letteratura d’og gi? ».
« Anche nell’impegno e nel l’intervento è necessaria una certa castità ».
« Ci sono molte perplessità, oggi, a proposito del valore e della schiettezza di certo stra ripante culturismo effimero e volubile attuale. Qual è il suo parere? ».
« Bisogna guardarsi da certe forme d’adesione esterna alla cultura. Un eccesso di petizio ni di principio e, per l’appun to, di problematicità, può sug gerire il sospetto che ci si vo glia drogare per sottrarsi pro prio a una verifica del pro prio pensiero, la verifica pro fonda e ampia che è nel lavo ro di scrittore. La realtà va agganciata fuori dalle sue for mule e dagli slogans correnti. Bisogna darle una durata. Si potrebbe dire che il problema è sempre quello di fondere poesia e prosa ».
E’ morto troppo all’improv viso. Quant’era che se ne sta va seduto a riflettere? Sempre intento a ricominciare la pro pria vita da povero, per im parare a essere giusto. Tutta via, in disparte mai. « Ma era questa la condizione assoluta alla sua permanenza nel tem po (della poesia), alla sua eternità e divinità ». Che cosa contano, intanto, gli anni? Bi sognava anzitutto assoggettar si alla propria « fatica di Ada mo », anche a costo del coatto silenzio.
« Vorrei soltanto », aveva di chiarato una diecina d’anni fa, « che mi rimanessero abba stanza tempo e freschezza per riprendere il dialogo interrot to ». Ne aveva diritto come nessun altro mai, e ci erava mo così convinti del miraco lo da pensare che quasi avreb be saputo vincere le leggi del la natura.