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LETTERATURA: I MAESTRI: Cecchi. Non si stancava di passare la pomice

4 Ottobre 2016

di Giorgio Zampa
[da “La fiera letteraria”, numero 39, giovedì 28 settembre 1967]

Non sono in grado di ricordare con precisione quando vidi Cecchi per l’ultima volta: dovĂ© essere, sebbene non abbia preso nota del fatto, il 15 gennaio del ’66. Nel solito saluto di commiato: asciutto, rapido, appena elusivo, non avvertii nessun presentimento; molto malato mesi prima, ora, in apparenza, si era ripreso. Smagrito, il volto gli era tornato lungo e sottile come quando era giovane; ma nel giubbone di lana, grigio, che gli arrivava alle ginocchia, seduto nella poltrona coperta di stoffa color mattone, contro la finestra della cameretta in cui, da anni, da quando s’era ammalata la figlia Ditta, lavorava e dormiva, m’era parso quello di sempre. Si stancava se parlava a lungo; insieme con un lieve affanno, la voce gli veniva fioca, mentre le guance si colorivano di un rossore innaturale. Cercavo di abbreviare i nostri incontri, lui insisteva perchĂ© restassi; rimanevamo a discorrere una mattina, un intero pomeriggio. PerchĂ© avrei dovuto temere? Tornavo a Roma spesso, l’avrei rivisto dopo qualche settimana. Non fu così. Una sciocca, inutile incombenza, alla quale credevo di non potermi sottrarre, mi tenne legato per mesi a Milano. Nel luglio ero al Forte dei Marmi, quando seppi dai giornali della morte di Ditta. Scrissi subito all’indirizzo di corso d’Italia. Dalle righe che ricevetti, con la data del 22, su un biglietto da visita, ebbi chiara la sensazione che qualcosa, di colpo, era franato. Per la prima volta la scrittura rimasta intatta per piĂą di mezzo secolo (ho lettere di Cecchi del 1912): così nitida, ferma, elegante, segno meravigliosamente tangibile del carattere di una prosa, mi appariva alterata. Quelle dieci righe esprimevano, in maniera assai piĂą evidente del loro contenuto, non rassegnazione ma rifiuto. Di proposito, non ondai a Roma. Sapevo che cosa significava la scomparsa di Ditta: ma come prevedere che il commiato sarebbe stato tanto rapido.

Poco piĂą di un mese dopo, il 5 settembre, lunedì, verso le otto di sera, un amico, al telefono, mi disse che Cecchi era morto. Uscii per comperare il giornale. C’era la sua fotografia in prima pagina. Mi resi conto che questo era nell’ordine delle cose, che doveva essere così. Aveva legato la sua vita all’amore per la sua creatura, e ora l’aveva sciolta alla sua maniera, cercando di dare nell’occhio il meno possibile.

 

Gennaio ’54 – Sono le sei di sera, Cecchi è solo in casa, non c’è neppure la donna di servizio. Enorme, tigrato, con una testa che pare una boccia, Muflone gira per lo studio con l’aria di una guardia di notte. A un tratto salta sulla scrivania, su cui arde il lume con la campana di vetro verde, si sdraia sul punto in cui Cecchi posa i fogli quando scrive (mezzi fogli, di solito rovesci di bozze, tagliati accuratamente, coperti a matita, dalla sua scrittura inclinata, pieni di cancellature), arrotonda le zampe sotto il petto, socchiude gli occhi e non si muove piĂą.

M’è capitato vederlo in quella posizione di giorno, appena piĂą in lĂ , per lasciare posto ai foglietti; una volta, con uno zampino poggiato sull’angolo d’una carta, come per tenerla ferma. In un momento in cui alzo appena la voce (cerco sempre di parlare in tono molto basso, a me inconsueto, per accordarmi con Cecchi, che non va piĂą in lĂ  del mormorio), il gatto spalanca gli occhi e mostra lo sguardo allarmato, mobile, vivido del padrone. Per tutto il tempo che parliamo, i due ogni tanto si fissano, sempre allo stesso modo. Cecchi mi strizza l’occhio, accennando verso l’animale.

Al solito, si comincia col dire male dei giornali; gli imbrogli, le asinate che combinano, le ultime sentite sul conto del direttore, gli spostamenti di alleanze, le congiure, le probabilitĂ  di successione, sia a Milano, sia a Roma. Mi stupisco come sempre per l’interesse che prende a queste faccende: quando ha la fortuna di esserne fuori, di non subirne nessuna conseguenza. Deve divertirlo il loro carattere, l’aria di commedia che vi circola, insieme con lo stupore, dopo cinquantanni di attivitĂ  di servizio, che le cose continuino a quel modo, anzi peggiorino.

 

Aggiungerei la Bibbia del Diodati

 

Poi il discorso passa su Faulkner, venuto a trovarlo la mattina prima. Non racconta molto, non capisco bene quale impressione l’uomo gli abbia fatto; forse perchĂ© Faulkner, in un incontro così, non deve farne nessuna. Accenno alle debolezze che ho notato rileggendo alcuni racconti: A rose for Emily, per esempio. Mi dĂ  ragione piegando la testa: “Con quel finale facile! Letto a spizzico, ad apertura di libro, non regge. Ma ci sono pezzi da sbalordire, per la capacitĂ  di creare atmosfere”. Pausa. “Dopo tutto, è uno storico. L’attacco di Requiem for a noon, le prime venti pagine, è un portento: con quella prosa polifonica, di cui nessuno oggi ha l’uguale. Solo che a leggerla non se ne cava nulla, non ci si impara. Ma perchĂ© perdiamo tempo a leggere letterature straniere? Forse è la noia, Dio mio”.

Gli chiedo quale opera di autore nostro si può tenere sul tavolo, da aprire di tanto in tanto. Non risponde. Metto avanti i Promessi Sposi, consente subito: l’unico libro. Non per il lessico, acquisito e non troppo vario, ma per le legature, il respiro e la pace che dĂ , la disposizione in cui pone. Per me, aggiungerei la Bibbia del Diodati; anche qui si dice d’accordo, ma ho l’impressione che tale lettura non gli sia familiare. Nomina Cattaneo. Poi ha un lungo sfogo contro D’Annunzio; gli ultimi libri, insopportabili. Presunzione, vuoto, falsitĂ ; ma di quando in quando, meraviglie. Non è mai riuscito a leggere le Faville di seguito; ha dovuto procedere a balzelloni. Le due poesie pornografiche delle Cento e cento pagine, tecnicamente perfette. “Il fatto è che mancava di raziocinio; non aveva nervatura intellettuale”.

Parla di due giorni trascorsi a Firenze, la settimana passata; la cittĂ , nella pioggia e nel freddo, gli parve tanto triste, che non si mosse dall’albergo. Se ne stava seduto in poltrona, nel salone. “Ora posso rimanerci anche quattro ore, senza annoiarmi. Ma che tristezza, che sgomento”. Dico che anche per me, questi, sono giorni difficili, cerco di andare a letto quanto piĂą presto posso. Mi interrompe: “Ma a letto non si dorme, non si dorme! E se ci si addormenta, dopo ci si risveglia!”. Ä– la prima volta che avverto, espresse così chiaramente, la disperazione, il tedio, la nausea della vita e del mestiere. «Tutto quello che posso fare è sedermi lì dietro” (accenna alla piccola scrivania di noce, lucida in un modo che m’è sempre parso particolare; sarĂ  perchĂ©, mentre discorriamo, ama passare continuamente il palmo della destra sul piano che di solito è sgombro), “è tripoter la matière. Ma poi ci si rende conto che la faccenda non può mai avere fine, allora…” Mi guarda con gli occhi mobilissimi, dietro le lenti tonde. E sento ancora una volta quanto difficile, minacciato, precario, sia il suo equilibrio. (Mi torna in mente di quando ebbe il tic alla gamba e si fece visitare dal professor Tanzi, il padre della moglie di Montale; gli era venuto a seguito della fatica dello sgombero da Firenze a Roma).

Una volta, accennando col pollice, dietro le spalle, al piano della scrivania: “La galera!”, disse ridacchiando. Per correggere le bozze di un libro, impiega, d’ordinario, mesi; ma ci sono due giri di bozze, pressati tra cartoni rifilati per benino, tra grossi elastici, che tiene nel cassetto da due anni. Ha avuto la “scrittura”. L’ha cercata e voluta disperatamente, con una frenesia, un senso di assoluto di cui si può avere un’idea solo da certi suoi sguardi, a volte (quando dietro le lenti l’occhio gli diventa mobile, lucente e buio come caffè. Avevo notato questa immagine da un pezzo, quando, non so dove, lessi che lo sguardo di Baudelaire faceva lo stesso effetto, anche per lui erano ricorsi alla metafora del caffè). L’ha avuta come si può avere una donna, senza averla veramente, perchĂ© l’azione di conquista deve essere ripetuta all’infinito. (“Che pazzia rimanere lì dietro a tripoter, tripoter la matière!”). Quasi sempre parole “coniate”; attacchi, saldature, snodi e finali magistrali. Convergente invece di ausstrahlend; cauto, omette in senso espressivo: egli può capitare di rimanere irretito al punto da credere di avere detto una cosa: e appare, magari, il contrario.

Tessere, tasselli, blocchi; tarsie: e quel suo gesto, col braccio ripiegato e il pugno chiuso, di fregare circolarmente: “Tutto sta nel non stancarsi di passare la pomice”. L’artigianato, in senso baudelairiano; ma che non sia evidente. In Mann questo lavoro avviene (sembra) nell’inconscio, ho l’impressione che la stesura debba essere abbastanza rapida, almeno nei punti essenziali (coi poncifs deve essere un’altra cosa). Seguendo Cecchi per questa strada, due nostre scrittrici che considero fenomeni di assimilazione, sono arrivate dove si sa: a essere illeggibili, con le doti che pure hanno. L’altro giorno, Cecchi s’arrabbiò perchĂ© Contini aveva considerato una delle due donne come uno stadio successivo, dopo D’Annunzio e lui. Torna a ripicchiare su D’Annunzio, parla del saggio che scrisse nel 1909 (mi pare) sul Forse che sì. Le curiose, allarmanti incertezze che ha sulla sostanza di certe questioni. Il Forse è illeggibile: ma da un punto di vista di mestiere, fa rimanere con gli occhi di fuori. (Come se il contrasto fosse possibile. Cecchi, come l’ha risolto?). Lo stile veloce, saldo, secco di certi francesi: l’unico che consenta insieme il movimento narrativo e quello ideativo. Oppure la semplicitĂ  definitiva di certe soluzioni degli americani. Conclude: bisogna leggere i latini per corroborarsi, i francesi per sveltirsi; gli inglesi non servono a nulla.

Per quei trapassi così naturali quando si conversa con lui, il discorso cade (forse perchĂ© il quartiere del Tanzi, dove abitavano anche i Cecchi, era in via San Gallo) a parlare del Piovano Arlotto, dell’articolo fatto pochi giorni prima per l’edizione curata da Gianfranco Folena. E racconta due episodi che non potĂ© citare nello scritto, relativi a un pretacchione grande e grosso, conosciutissimo quando lui era ragazzo, (mi chiede, due o tre volte, per quegli annullamenti di livello temporale che in questi tempi noto in lui abbastanza frequenti, se lo conobbi anch’io). Questo prete aveva un ventre così enorme che la gente, per strada, gli chiedeva: “Oh quant’è che un te lo vedi?”. Una volta, in chiesa, faceva baciare una reliquiuzza dentro un quadretto dal vetro traballante. Le donne erano inginocchiate lungo la balaustra, lui, nel passare dall’una all’altra, con un cencio dava una strofinata al vetro. Ed ecco che una poverina, nel premere le labbra contro il quadretto, lo fa cadere a terra. Il prete, senza scomporsi, si rigira, alza la cotta e, accennando al deretano: “Toh”, le dice, “bacia questo!”.

 

Il Villari lo buttò fuori

 

12 marzo ’54 – Arrivo in corso d’Italia la mattina verso le 9. Telefono dall’albergo: “O dove sei?”. “Son qui”. “E vieni subito, allora”. In casa fa freddino, nello studiolo c’è accesa una stufa elettrica, Cecchi siede nella poltrona accanto alla finestra, col sole alle spalle. Si mette a parlare con vivacitĂ  straordinaria e minuzia di particolari, quasi si trattasse di cose accadute un mese fa, di episodi della sua vita universitaria. Si ricorda di come una volta Pasquale Villari lo “buttasse fuori”. (Non dice così, allora l’espressione non si usava “Lo invitasse a ritirarsi”). Il corso era sulla Scienza Nuova, lui l’aveva letto, riletto, studiato, s’era presentato tranquillo; l’esame era importante, perchĂ© dal suo esito dipendeva la conservazione o meno di una borsa di studio. Dunque Villari lo invita a ritirarsi e lui, senza obiettare, infila la porta; ma aspetta il professore in corridoio. Quando esce, “con una voglia matta di dargli un paio di cazzotti sulle lonze”, gli dice che s’era preparato e che non capisce come mai non lo avesse neppure voluto ascoltare. Alla scena assiste Slataper, che se la gode.

Slataper lo fa scatenare in una maniera divertentissima contro quelli della “Voce”. Rammenta una scena rimasta famosa, tra lui, Papini e Slataper, perchĂ© sembrava avessero riferito a Papini che Cecchi aveva parlato di lui con poco riguardo: “con quella mano molliccia”. Lo misero con le spalle al muro e lo costrinsero a ripetere le parole pari pari. Slataper non era un prodigio d’intelligenza e, in fondo “mica faceva sul serio: crisi del cavolo! Romanticismo da legare i denti: non c’era da fidarsi, lo facevi entrare in casa e quello, magari, capace di c…

la sorella. Ché, ché”.

Jahier. Si capisce che la letteratura si fa con degli ingredienti. Ma lui è come se, invece di bruciare la carta di Smirne, mettesse sul carbone cacio pecorino.

Soffici. A proposito di suoi articoli recenti: parla della Firenze dei suoi tempi, come se fosse chi sa che. Invece s’andava con tre soldi al music-hall, tra fetore di piedi e di piscio; consumazione compresa.

 

Macché, macché nulla

 

Viene il discorso sui Racconti romani. Mi riferisce che Moravia, appena letto l’articolo, gli telefonò e che poi passò a ringraziarlo. Era rimasto molto contento. Solita commedia tra me e lui, quando gli dico che l’articolo a me era parso, invece, negativo. Lui ammette la cosa come ovvia. I personaggi del libro sono come pupazzi di gesso senza calore. A un certo momento, mentre parla di un altro, afferma però che Moravia è l’unico a sapere costruire un racconto.

Quando gli chiedo se oltre agli articoli non ci sarebbero altre possibilitĂ  di guadagno, reagisce con vivacitĂ  sorprendente. “MacchĂ© macchĂ©, nulla!”. Come se avessi alluso a qualcosa di sconveniente, di indelicato, che l’avesse toccato sul vivo. Ä– così eccitato che si mette a sedere di traverso sulla poltrona, scavalcando con le gambe un bracciolo.

Mi parla di un documentario sul Messico, fatto da Magnani. Gli è piaciuto molto. Continua a insistere sulla bellezza dei cavalli di laggiĂą. Dice che vorrebbe tornare ancora una volta. Gli propongo di andare insieme; l’idea gli va, mi pare di capire che non consente solo per farmi piacere. Ä– un uomo così vivo, fisicamente intatto, può affrontare un viaggio anche faticoso. “Era un pasticcio, un po’, con il mangiare, a motivo della manteca. Le frutta sanno di petrolio. Me la cavavo con latte e uova”.

Gli riferisco sull’incontro che pochi giorni prima, a Firenze, ho avuto con Thomas Mann. La signora Mann mi aveva detto che avevano bevuto del vino molto buono dai Cecchi, un vino di casa. E Mann aveva aggiunto: “Ma sì, sì… deve conoscerlo anche lei, il professor Cecchi…”. “Non sapevo che tu avessi un podere”, gli dico. Mi guarda in silenzio, poi succhiando la cannuccia della pipa, che è spenta, dice ridendo con le labbra a pinza, come sa fare solo lui: “Non fui io a invitarlo, fu Tecchi”, e si applica a raschiare il fornello con un’attenzione eccessiva, senza aggiungere una parola.

 


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Bart