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LETTERATURA: I MAESTRI: Piero Jahier. Stava preparando la marcia su Roma del suo Gino Bianchi

1 Ottobre 2016

di Giambattista Vicari
[da ‚ÄúLa fiera letteraria‚ÄĚ, numero 16, gioved√¨ 20 aprile 1967]

Una mattina di novembre apro il giornale e leg ¬≠go che Piero Jahier √® morto. Ero in viaggio. Arri ¬≠vo a casa, e cl trovo una let ¬≠tera di Massimo Jahier, il nipote dello scrittore. Data: 17 novembre: ¬ę Caro G.B.V., ri ¬≠spondo io per incarico del nonno. Il nostro gran vecchio ¬≠ne, pur lucido di mente, √® im ¬≠mobilizzato da pi√Ļ di un anno, paralizzato agli arti, incapace perfino di parlare ¬Ľ.

Non lo sapevo. Gli avevo scritto nei giorni dell’alluvione. ¬ę Pur non avendo direttamente sofferto durante i re ¬≠centi tragici giorni ¬Ľ, dice il nipote, ¬ę ne ha seguito con au ¬≠tentica drammatica apprensio ¬≠ne il corso, scoppiando spesso in irrefrenabili crisi di pian ¬≠to alle notizie che la radio e io, spalatore volontario, gli portavamo ¬Ľ.

E’ morto subito dopo. Le sue notizie della fine e della malattia, giuntemi cos√¨ rove ¬≠sciate, mi lasciano confuso. Mi ero fatto l’idea di un Jahier eterno.

L’avevo lasciato da poco, vivo e vitale, e da quell’im ¬≠magine non riesco a distorglierlo. Del resto, il famoso silenzio di Jahier, per me (ma non solo per me) era stato un colloquio fitto, fino all’ulti ¬≠mo, anche durante il letargo √Ę‚ÄĒ un anno √Ę‚ÄĒ che ha preceduto la fine. Andavo infatti conti ¬≠nuando ad annunciare la ripresa del ¬ę Gino Bianchi ¬Ľ, che egli mi aveva ripetutamente promesso e a cui penso che si sia dedicato a lungo (trovere ¬≠mo forse i suoi appunti), e gli avevo pubblicato alcuni testi nuovissimi, Quartiere d’oltr’Arno nel 1961, un poemetto, e poi, l’anno dopo, una allegra prosa, Istanza del sindacato cani al guinzaglio onde ottenere ritirate W.C. Facevo i conti: che cosa sono ottanta, ottantadue anni per Jahier? Se n’√® risparmiati pi√Ļ di quaranta (dal ’19, pi√Ļ o meno). E’ gio ¬≠vane, fresco, pieno di progetti.

Quattro anni fa vidi nella sua casa fiorentina presso il Campo di Marte uno di questi progetti. Lo scrittore stava riprendendo dalla fine il suo Con me e con gli alpini. L’apoteosi di Cesare Battisti. Appeso a uno scaffale di libri ora un grande foglio scritto con la sua grafia minuta che si intrecciava in tre direzioni: i suoi appunti, un’agenda di lavoro, come la ¬ę scaletta ¬Ľ di un racconto. Sotto il foglio, un pesante cartone che regge ¬≠va una fotografia: un gruppo li funzionari della polizia austriaca di Trento in divisa, benemeriti di quell’attivit√† che port√≤ all’impiccagione di Cesare Battisti. Di fianco, puntato, un giornaletto trenti ¬≠no, del 1916, che elencava i nomi di quegli italici sbirri dell’ir. governo in fedine alla Cecco Beppe.

Jahier stava preparando la sua requisitoria. Aveva radu ¬≠nato accanto a s√©, nello studio, i testimoni, i garanti di quella sua ripresa d’azione: la statua lignea del soldato Sommacal, i quadretti dipinti dagli alpi ¬≠ni nelle trincee della prima guerra, trofei e autografi rac ¬≠colti durante il lunghissimo viaggio, oggetti acquisiti al ¬≠l’istruttoria di un processo continuo e mai concluso.

¬ę Lei sta dunque rielaboran ¬≠do le sue opere? ¬Ľ, gli chiesi.

¬ę Non √® esatto. Io sono fe ¬≠dele ai nuclei centrali delle mie opere. I loro percorsi non sono affatto finiti. Continuano a vivere dentro di me e mi obbligano a portarli avanti. Sono come il filone di una mi ¬≠niera; √® inutile cercare altro ¬≠ve ci√≤ che √® qui, e respira an ¬≠cora. Sono vertici mai sepol ¬≠ti che vogliono assorbire l’aria nuova, che pretendono di ag ¬≠giornarsi, e che vogliono en ¬≠trare in fusione con le nuove prospettive ¬Ľ.

¬ę Infatti, mi risulta che lei sta continuando la storia del suo famoso Gino Bianchi ¬Ľ.

¬ę Direi che il bello viene adesso. Gino Bianchi si era fermato alla vigilia dell’altra guerra. Avr√† pur fatto qualco ¬≠sa, mentre io ero in trincea, e negli anni che seguirono ¬Ľ.

¬ę Sicuro. Penso che lei, in quegli anni, non era proprio nelle condizioni di seguire i fasti del suo glorioso perso ¬≠naggio ¬Ľ.

¬ę E’ vero. Lui si adeguava, io no. Direi quasi che lui mi ha confermato, col suo zelo, nel mio scarso spirito di alli ¬≠neamento al regime, e nei guai che me ne sono venuti ¬Ľ.

¬ę Insomma, si √® comportato come il figlio degenere di un padre tanto fiero ¬Ľ.

¬ę Gino Bianchi ¬Ľ, mi spiega ¬≠va Jahier, ¬ę non aveva il mi ¬≠dollo del leone. Seguiva i tem ¬≠pi lungo la corrente pi√Ļ faci ¬≠le. Questa nuova fase della sua vicenda lo avrebbe dovu ¬≠to presentare in una veste, in un certo senso, pi√Ļ universa ¬≠le. Doveva pure fare carriera. Cos√¨, a un certo punto, aveva seguito il facile itinerario delle benemerenze per ‚Äúmeriti fascisti‚ÄĚ. Aveva fatto la sua brava marcia su Roma. E nel marciare su Roma non aveva scordato di mettere nella bor ¬≠sa le pratiche d’ufficio. Cos√¨, giunto nella capitale per con ¬≠quistare lo Stato, ne profitt√≤ e si fece ricevere dal suo diret ¬≠tore generale, per Serti proble ¬≠mi di cui aveva nella valigia gli incartamenti, assieme alla camicia nera ¬Ľ.

¬ę Un genio realistico ¬Ľ.

¬ę Ma certamente, si tratta sempre di conciliare la neces ¬≠sit√† con l’ideale. Gino Bian ¬≠chi fece la marcia su Roma e riusc√¨ a incassare dal ministe ¬≠ro anche l’indennit√† di tra ¬≠sferta ¬Ľ.

¬ę Come mai, lei che ha in ¬≠teressi cos√¨ localizzati, cos√¨ “storici‚ÄĚ, non ha mai scritto un romanzo vero e proprio? ¬Ľ.

¬ę Direi che la liricit√† mi prende la mano. La narrativa esige una disciplina e una ob ¬≠bedienza agli schemi. Io colti ¬≠vo un genere libero, ma la ri ¬≠cerca continua delle soluzioni espressive non mi porta cer ¬≠tamente a distanziare gli og ¬≠getti. Con me e con gli alpini √® un’opera lirica, ma bisogna anche ricordare che √® stata scritta proprio durante l’azio ¬≠ne. Il vero realismo √® di fon ¬≠do ¬Ľ.

¬ę So bene che lei appoggia su questo fondo realistico. Ri ¬≠cordo per√≤ che molti anni fa disse: “Non credo ai valori as ¬≠soluti della critica, non credo alla critica dei valori assolu ¬≠ti‚ÄĚ. Come si pu√≤ essere cos√¨ certi e cos√¨ impegnati, quando si dubita dei princ√¨pi? ¬Ľ.

¬ę Il dubbio rende pi√Ļ ardua una condotta d’impegno, ma questo riscontro continuo √® necessario per tentare di av ¬≠vicinare il proprio impegno all’assoluto ¬Ľ.

¬ę Lei disse anche: ‚ÄĚ0h noi, titolari della forma!‚ÄĚ. E nello stesso tempo disse che la poe ¬≠sia ha bisogno di ben altro che di fantas√¨a, ha bisogno di ve ¬≠rit√†. Come conciliare verit√† e fantasia? ¬Ľ.

¬ę Feci la prima osservazio ¬≠ne un po’ ironicamente. La mia era, poi, una reazione al ¬≠la retorica, all’accademia e al ¬≠l’estetismo. In quegli anni ve ¬≠devo Gabriele d’Annunzio, e ne sentivo una naturale anti ¬≠patia, come quella dei bambi ¬≠ni per i cibi sofisticati. Lo ve ¬≠devo galoppare alle Cascine, incaramellato e con gli schi ¬≠nieri, a fianco di vistose amaz ¬≠zoni. Che verit√† poteva mai venir fuori di l√¨? Avrebbe do ¬≠vuto piuttosto osservare una fusione nel reparto dell’offici ¬≠na in cui io allora lavoravo, tra gli operai. Invece chiama ¬≠va alla Capponcina un profes ¬≠sore di ginnasio e si faceva cor ¬≠reggere la terminologia greca delle sue opere. Tingeva i ca ¬≠valli, per montare oggi un baio e domani un sauro. E i cavalli sudando grondavano colore. Queste erano le sue verit√† ¬Ľ.

¬ę Lei che ha partecipato al ¬≠la Voce pur non essendo pro ¬≠prio vociano, sent√¨ attrazione per quella rivista allo scopo di realizzarvi la sua attivit√† di scrittore in proprio, o in ¬≠vece non la interess√≤ di pi√Ļ l’idea di partecipare a un mo ¬≠vimento di creazione di cul ¬≠tura? ¬Ľ.

¬ę Io scrissi a Prezzolini per offrirgli di dare una mano nel lavoro, proprio il lavoro or ¬≠ganizzativo. Allora ero addet ¬≠to a compiti amministrativi nel reparto fonditori delle fer ¬≠rovie. E alla Voce mi assun ¬≠si proprio compiti ammini ¬≠strativi. Soffici gridava: ‚ÄĚMa √® uno spreco! Non vedi che egli √® uno scrittore nato?‚ÄĚ. E Prez ¬≠zolini: “Lasciatelo lavorare! Non distraetelo nella lettera ¬≠tura!‚ÄĚ ¬Ľ.

¬ę Non pensa che il parteci ¬≠pare a un movimento che si serviva della letteratura e del ¬≠la poesia come mezzi per su ¬≠scitare interessi di cultura, ab ¬≠bia potuto ridurre le sue fa ¬≠colt√† creative? ¬Ľ.

¬ę Non avevo proprio tempo per le facolt√† creative. Era un lavoro massacrante. Non riu ¬≠scivo neppure a rientrare per il pranzo a casa, dove c’era gi√† il mio primo bambino. Mangiavo, a mezzogiorno, un piatto di fagioli dal fagiolaio di Porta Rossa. Non miravo neppure al guadagno. Volevo che mi bastasse lo stipendio. Nelle attivit√† letterarie non ho mai badato al guadagno, mi √® sufficiente l’indispensabile. Ho sempre applicato la legge dei Poverelli di Lione. Il mio sentimento √® stato costantemente vicino agli avi, che era ¬≠no francescani e non calvini ¬≠sti ¬Ľ.

¬ę Quando, mi pare nell’ ’11, ci fu la rottura del gruppo del ¬≠la Voce, con Salvemini, Amen ¬≠dola, Prezzolini, cio√® i politi ¬≠ci da una parte, e Papini, Slataper, lei, Boine ecc. dall’altra, ebbe perplessit√† nella scelta? ¬Ľ.

¬ę Ho sempre venerato Sal ¬≠vemini. Ma non potevo seguir ¬≠lo: non ero un politico. Per me, avrei desiderato che con ¬≠tinuasse la “concordia discors‚ÄĚ, aperta e senza dogma ¬≠tismi, la quale rappresentava la totalit√† della nuova sensi ¬≠bilit√† Italiana che si apriva. D’altra parte, certi personag ¬≠gi vociani mi parevano un po’ dei moschettieri, e a un certo punto mi parve che sarebbe anche stato opportuno disgre ¬≠gare per ricostruire. Bisogna ricordare che tra i politici c’erano quelli autentici come Amendola e Salvemini per l’appunto, mossi da una sorta di fede religiosa, una religio ¬≠ne laica, e dei politici dilet ¬≠tanti, come Corradini ¬Ľ.

¬ę Lei rimprover√≤ a Soffici l’idea che, per essere poeta, bisognerebbe aver fatto rinun ¬≠cia della propria coscienza so ¬≠ciale. Ritiene quindi che la letteratura d’oggi, cos√¨ impe ¬≠gnata, sia pi√Ļ cosciente e quin ¬≠di pi√Ļ valida di quella dei suoi anni giovanili? ¬Ľ.

¬ę Certamente. Nonostante tutto, mi pareva che allora mancasse una chiara volont√† di accostare il mondo delle necessit√†. Una netta cognizio ¬≠ne in questo campo pareva repugnare loro. Prezzolini e Papini si lasciavano chiama ¬≠re dal tipografo rispettiva ¬≠mente professore e dottore ¬Ľ.

¬ę Tuttavia, che cosa pensa di questo continuo problema ¬≠ticismo suscitato dai protago ¬≠nisti della letteratura d’og ¬≠gi? ¬Ľ.

¬ę Anche nell’impegno e nel ¬≠l’intervento √® necessaria una certa castit√† ¬Ľ.

¬ę Ci sono molte perplessit√†, oggi, a proposito del valore e della schiettezza di certo stra ¬≠ripante culturismo effimero e volubile attuale. Qual √® il suo parere? ¬Ľ.

¬ę Bisogna guardarsi da certe forme d’adesione esterna alla cultura. Un eccesso di petizio ¬≠ni di principio e, per l’appun ¬≠to, di problematicit√†, pu√≤ sug ¬≠gerire il sospetto che ci si vo ¬≠glia drogare per sottrarsi pro ¬≠prio a una verifica del pro ¬≠prio pensiero, la verifica pro ¬≠fonda e ampia che √® nel lavo ¬≠ro di scrittore. La realt√† va agganciata fuori dalle sue for ¬≠mule e dagli slogans correnti. Bisogna darle una durata. Si potrebbe dire che il problema √® sempre quello di fondere poesia e prosa ¬Ľ.

E’ morto troppo all’improv ¬≠viso. Quant’era che se ne sta ¬≠va seduto a riflettere? Sempre intento a ricominciare la pro ¬≠pria vita da povero, per im ¬≠parare a essere giusto. Tutta ¬≠via, in disparte mai. ¬ę Ma era questa la condizione assoluta alla sua permanenza nel tem ¬≠po (della poesia), alla sua eternit√† e divinit√† ¬Ľ. Che cosa contano, intanto, gli anni? Bi ¬≠sognava anzitutto assoggettar ¬≠si alla propria ¬ę fatica di Ada ¬≠mo ¬Ľ, anche a costo del coatto silenzio.

¬ę Vorrei soltanto ¬Ľ, aveva di ¬≠chiarato una diecina d’anni fa, ¬ę che mi rimanessero abba ¬≠stanza tempo e freschezza per riprendere il dialogo interrot ¬≠to ¬Ľ. Ne aveva diritto come nessun altro mai, e ci erava ¬≠mo cos√¨ convinti del miraco ¬≠lo da pensare che quasi avreb ¬≠be saputo vincere le leggi del ¬≠la natura.


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ÔĽŅ

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Bart