Giugno 1940: L’Italia dichiara guerra alla Francia

di Emilio Poesio
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 2 ottobre 1969]

Gli ambasciatori di Francia e d’Inghilterra sono con ­vocati dal conte Ciano. Il gio ­vane ministro degli esteri, in divisa d’ufficiale d’aviazione, consegna con gesto formale una breve nota. È il pome ­riggio del 10 giugno 1940, l’Italia scende in guerra. Sir Percy Loraine accoglie senza battere ciglio l’annunzio, Franí§ois-Poncet, pur molto emozionato, trova lo spirito per una battuta premonitrice: « I tedeschi sono padroni duri. Ve ne accorgerete anche voi ».

Fino a pochi giorni prima l’ambasciatore francese era convinto che la guerra fra le due nazioni sorelle non ci sarebbe stata. L’aveva assicu ­rato lo stesso maresciallo Ba ­doglio all’addetto militare generale Parisot, suo amico per ­sonale. Ma Mussolini, sull’on ­da del travolgente e, sembra, definitivo blitz con il quale i tedeschi stanno mettendo in ginocchio la Francia, ha cam ­biato idea, ha passato il Ru ­bicone. Gli servono, dice, soltanto duemila morti da get ­tare sul tappeto del tavolo della pace. Trascina il paese in guerra con venti divisioni pronte al settanta per cento e con altre venti pronte sol ­tanto al cinquanta. Senza carri armati che non siano le « scatole di sardine » da tre tonnellate; con un’aviazione i cui aerei, per la metà, non possono levarsi in volo; con una marina di gran lunga in ­feriore alle due flotte nemiche riunite, francesi e inglesi, nel Mediterraneo. Tanto, fra pochi giorni, o al massimo fra poche settimane, tutto sarà finito.

Sulla frontiera alpina, l’e ­sercito allinea il meglio del ­le sue forze: il gruppo di ar ­mate Ovest, agli ordini di Umberto di Savoia, con oltre trecentomila uomini: la pri ­ma armata del generale Pintor a Sud, la quarta del ge ­nerale Guzzoni a Nord, dal Granero al Monte Rosa. Dal ­l’altra parte, l’armata fran ­cese delle Alpi, depauperata dai salassi con i quali l’alto comando tenta di tamponare l’attacco delle divisioni pan ­zer, schiera meno di cento ­mila uomini.

È qui che Mussolini scate ­nerà il suo blitz sulla via per l’Alta Savoia e su quella per Marsiglia, per uguagliare i fasti del suo allievo dittato ­re tedesco? È qui che vuole avere i duemila morti che gli servono”? Non sembra, al ­meno in principio. I francesi suppliscono alla deficienza numerica, e di mezzi, con la potenza delle fortificazioni fis ­se. Hanno un velo d’avampo ­sti lungo la frontiera, ma die ­tro c’è la linea principale di resistenza, appoggiata dal ­le artiglierie di grosso calibro piazzate a battere i punti-chiave. In campo terrestre, « difesa attiva », è l’ordine di Mussolini al gruppo Ovest, attivismo stemperato dal di ­vieto di passare la frontiera e di aprire il fuoco, eccetto che per rispondere a un at ­tacco avversario.

Cosi, i due eserciti si fron ­teggiano con le armi al piede, mentre i destini della Francia si decidono al Nord, dove i tedeschi, dopo lo sfondamen ­to sulla Mosa e dopo Dunkerque, stanno prendendo sul rovescio la Maginot. Ha ini ­zio, sul fronte alpino, quella strana guerra, « la guerra di ­menticata » come dice il tito ­lo del libro che l’avvocato e giornalista francese Henri Azeau le ha dedicato (La guerra dimenticata, ed Mon ­dadori, pp. 360, L. 3500). Per una settimana soldati italiani e soldati francesi si guardano negli occhi, scambiano insulti o saluti, a seconda dei casi, ma non sparano. Poi, improv ­visamente, tutto cambia, i cannoni cominciano a tuona ­re, le colonne in grigioverde si mettono in marcia: proprio mentre il nuovo capo del go ­verno, il maresciallo Pétain, eroe di Verdun, sta trattan ­do la resa con gli invasori.

Resa di fronte ai tedeschi, che hanno combattuto, e agli italiani, giunti all’ultimo mo ­mento, davvero quando tutto è finito. Il gioco politico sì è inserito nel quadro delle considerazioni e degli inte ­ressi puramente militari e strategici. Hitler vuole una Francia che non gli sia trop ­po ostile nel « Nuovo ordi ­ne »; teme che la flotta di Darlan possa passare agli in ­glesi, seguendo l’esempio dell’ancora semi-sconosciuto ge ­nerale di brigata de Gaulle. E l’alleato di Roma? Prenda ciò che avrà ottenuto al mo ­mento in cui sarà siglato l’armistizio: con la forza delle armi. « La mano armata di pugnale s’è levata a colpire la schiena del vicino », ha detto Roosevelt dell’interven ­to italiano, ma finora il pu ­gnale è stato brandito soltan ­to metaforicamente. Adesso la parola è al cannone.

Per l’esercito italiano si apre la prima delle tante, tra ­giche pagine di sangue. Il bluff non ha retto e l’armata di terra mostra subito la cor ­da della sua impreparazione, della sua inefficienza, della stantia mentalità dei suoi capi. Altro che blitz su Tolo ­ne e Marsiglia. Buttati allo scoperto contro le possenti fortificazioni nemiche, i bat ­taglioni italiani riescono a superare la linea degli avam ­posti, poi debbono fermarsi. Una serie di scontri brevi e micidiali, dalle vallate d’alta montagna al mare, dei quali l’autore de La guerra dimen ­ticata dà una colorita e mi ­nuziosa descrizione da parte francese. Sulla costiera viene occupata Mentone, ma il for ­te di San Luigi, al confine, resiste fino al giorno dell’ar ­mistizio, il 25 giugno.

Bottino dei vincitori: otto ­cento chilometri quadrati per lo più di montagna, 13 comu ­ni, cinque villaggi, con ventunmila abitanti. Al prezzo di seicento morti, di duemila ­cinquecento feriti, di quasi altrettanti congelati. Il pri ­mo, inutile, bagno di sangue dell’esercito italiano. Appena un’avvisaglia di ciò che av ­verrà dopo. Si avvicina l’ora della Libia e quella della Gre ­cia. Con le stesse premesse, con gli stessi, tragici risultati.

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