Gli usignoli assoluti

di Carlo Laurenzi
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì 9 settembre 1970]

Ormai accolgo rassegnato le persecuzioni del disordine, cioè quelle che l’io nascosto, l’io vero, infligge ai miei buo ­ni propositi. Parlo del disor ­dine che regna nelle mie car ­te, negli oggetti, nei libri, nei medicinali, nelle cravatte, ne ­gli appunti; debbo proprio soggiungere che questo disor ­dine è il riflesso di una più sostanziale mancanza d’armo ­nia? O un alibi segreto della volontà, attraverso il quale evito di confessarmi vinto?

La massima parte degli ap ­punti che smarrisco sono mnemonici; si manifestano come guizzi o folgorazioni e subito, subito scompaiono. Per un attimo ho la sensa ­zione di capire. Immediata ­mente dopo, non so più nean ­che che cosa, in quale domi ­nio, in quale direzione avessi (tanto illusoriamente) « capi ­to ». Giacché il mio mestiere è scrivere, la testimonianza delle folgorazioni perdute si affida tristemente alle pagine, da riempire con fatica e rim ­pianto. Bisognerebbe comuni ­care qualcosa di non caduco a chi legge; la mia « comu ­nicazione », attraverso la fa ­tica, è il rimpianto. Alcuni forse intendono la natura di questo rovello, che forse ac ­comuna molte persone in un limbo.

Certo, bisognerebbe giunge ­re a una spoliazione quasi totale nell’esprimersi. Gli ag ­gettivi dovrebbero sparire per ­ché sono vani; ma essi sono vani a patto che la comuni ­cazione riproduca una visione senza smarrimenti. Gli agget ­tivi tendono a recuperare i barlumi della sostanza che stava dietro le cose e dentro i ricordi: bisogna definire per escludere il superfluo, limita ­re perché l’informe non ci so ­praffaccia, osare per tenere d’occhio un bersaglio pur ­chessia, magari la chiarezza accademica. Tutto ciò conta poco; può nascerne una va ­cua eleganza. Inutile ripetere che il bersaglio vero, il recu ­pero dell’assoluto, è precluso. A volte sorgono le illusioni luciferine, ma le delusioni sopravvengono presto. Darei molto perché mi fosse con ­sentito scrivere (o leggere) un libro completamente « sin ­cero ».

*

Non m’interessano le pro ­spettive o le gerarchie; forse ho sott’occhio â— lo recupero dopo molto tempo â— un li ­bro sincero. Ne ho visto sbia ­dire la copertina celeste, set ­tembre dopo settembre, nella vetrina di una cartoleria di paese abbacinata dal sole; è un libro paesano, stampato forse venticinque anni fa, sen ­za indicazioni editoriali. L’ho riletto in questi giorni. L’au ­tore si chiama Federico Apuz ­zo (suole firmarsi Apuzzo Fe ­derico) ed è presentato da Esposito Umberto nella prefa ­zione a pagina cinque con una frase misteriosa: « Seb ­bene artefice del legno, trae da questo il suo vivo giorna ­liero ».

Aggiunge l’Esposito che l’Apuzzo è « cantore rinoma ­to, la cui voce fu già affi ­data ai dischi fonetici. Rima ­tore satirico e sarcastico, sem ­pre sognante, sempre inna ­morato. Pittore dal felice e nobile tratto la cui mano fu guidata dal grande Cardile. La sua statura è normale, ro ­busto quanto basta. Ama por ­tare dei baffetti e una zazze ­ra che rammenta gli antichi grandi maestri ». Quest’ulti ­ma informazione è senz’altro esatta: una fotografia di Apuz ­zo Federico, riprodotta a pa ­gina quattro, testimonia i baf ­fetti e la zazzera dell’autore, illustrandoci altresì la sua consuetudine di indossare di ­rettamente la giacca sulla ca ­nottiera.

Ebbene: ho potuto perfino pensare che Apuzzo Federico, pur non sottraendosi alla ti ­rannia della Cultura fosse in un’occasione il più libero de ­gli scrittori moderni, il solo che giungesse non dico a es ­sere spontaneo (molti pur ­troppo sono spontanei) ma, si badi bene, a mantenersi elementare, nel senso che le sue brame, la sua umanità, la sua essenza mi sono apparse non tradite dal Logos. E’ sta ­to a causa della sua descrizio ­ne di una sala e di una tavola pronte per un banchetto spa ­smodicamente agognato, po ­tenza dei cataloghi:

« Le più belle tappezzerie e arazzi di Smirne furono im ­piegati per l’addobbo con can ­delabri di vetro di Murano ornamentali. Festoni di dama ­sco alle porte di comunica ­zione, tappeti di pelliccia e cuscini di seta sparsi per ter ­ra. sulle poltrone, sui sommier, sui letti. Biancherie delle più rinomate case italiane, argenterie Wellimer e ceramiche Richard Ginori. Le dispense erano stracariche delle vivande più prelibate e ricercate. Cacciagione assortita. Un intero vitello mattato espressamente. Frutti di mare e pesce. Polli, tacchini e oca in ghiacciaia. Grande assortimento di pasticceria. Torte in smisurata grandezza che a stento potevano passare per ­le porte. Vini del Chianti, della Rufina, della cantina di Casoli, Lambrusco, Morellino, Moscato, Lacrima Christi, Malvasia, Acandia, vini dei cavalieri di Rodi, whisky in contrasto con i vini delle Pu ­glie e del Piemonte. Liquori assortiti dei migliori lambic ­chi italiani. Accessori per la cucina in vivande e manica ­retti. Sei giovani cuoche belle e famose. Il maggiordomo, lindo nella sua livrea, dichia ­rò aperta la festa ».

Ahimè. Tale festa, splendi ­damente annunciata, si chiu ­de in un modo vile: essa è offerta dalla miliardaria Olga in onore del giovane Nello Sao, tenore, invalido di guer ­ra e capitano per meriti di guerra (« una pallottola dum- dum gli aveva squarciato la gamba sinistra e l’arto infe ­riore spappolando i tessuti carnosi compreso la scar ­pa »), il quale Nello Sao, al ­lorché la miliardaria Olga gli dichiara il suo amore duran ­te il pranzo, fugge inorridito giacché « ama un’altra ». Ama un’altra! Egli non si cibe ­rà dell’intero vitello mattato espressamente, immagine de ­gna di Omero. Si terrà la sua fame, i suoi violini, le sue cornette, i suoi gorgheggi, la sua sciocca fidanzata: temo che Apuzzo Federico si riconosca in Nello Sao. Apuzzo Federico è intriso di letteratura come noi. Ha intitolate il suo romanzo Amor… più che milioni, soggetto cinematografico; Apuzzo Federico non è migliore di noi.

*

Quando si parla di libertà dell’arte si allude a un mito: in senso proprio non esiste che una schiavitù dell’arte qualunque ne sia la manifestazione. Ogni linguaggio è schematico e retorico. La regola degli astrattisti è legnosa come quella dei caravaggeschi; Brecht si è dibattuto invano, nella stessa prigione che fu di Petrarca. Ogni voce la più pura, è convenzionale, anche la voce di Saffo, anche quella di Mozart: gli usignoli assoluti cantano in gabbia; direi che questa è la sanzione di un dio.

Ci si esprime attraverso strumenti grossolani: il cosiddetto mondo dello spirito consiste in un cerimoniale e in un repertorio cui diamo adesso il nome ecumenico di cultura. Non si sfugge mai alla cultura, il dominio della quale ha una perentorietà fisiologica. La condizione umana è davvero triste se consideriamo che dentro di noi, nell’anima che non dà parole, l’uomo è un dio caduco condannato al silenzio. Ciò che chiamiamo Verbo o Logos (Parola) è il segno della finitezza umana; le cose stando così, possiamo configurare Babele come la sola verità della Storia.

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