di Carlo Laurenzi
[dal “Corriere della Sera”, martedì 12 agosto 1969]
Trovo in Quine la discussione di un « paradosso » di Bertrand Russell. Non si trat ta del Grande Paradosso, che risale al 1901 e che più pro priamente potrebbe definirsi la Grande Antinomia (a cau sa della Grande Antinomia il matematico Gottlob Frege im pallidì mormorando: « L’arit metica vacilla »), ma del Pic colo Paradosso, la cui fonte è anonima se dobbiamo crede re a Russell.
Senza dubbio è un paradosso amabile: esclude ogni im plicazione cifrata e sottinten de un paesaggio rurale â— la buona, vecchia campagna in glese â— oltre che « sociale »: una minuscola e improbabile comunità. Ricorda i garbugli di Lewis Carroll. Ipotizza un villaggio e, nel villaggio, l’esi stenza di un barbiere. Ovvia mente non c’è che un barbie re. Costui rade « tutti, e sol tanto, quegli uomini che non si sanno sbarbare da soli ». Quesito: il barbiere rade se stesso? La risposta (pensate ci un poco) non trova sboc chi: se solo gli uomini inca paci di radersi vengono rasi dal barbiere del villaggio, è ovvio che il barbiere si rade soltanto se non è capace di radersi. Allora: si rade? Non si rade? O è necessario che parafrasando Gottlob Frege sussurriamo: « La logica va cilla »?
Pragmatisticamente, Quine conclude che non è necessa rio. Procede alla sua brava reductio ad absurdum: un bar biere siffatto non esiste; l’ipo tesi non ha fondamento. Rus sell, come usa da settant’anni, ha ghignato alle nostre spalle. Nessuno come lui for se, per un così lungo periodo di tempo, ha pungolato i let tori insegnando la fecondità del dubbio. Nessuno, come Russell, è stato « irriverente » in modo tanto appassionato, con pari fiducia nel razioci nio della felicità. Tutti gli dobbiamo gratitudine. Dopo le confutazioni di Quine, ri leggo (nell’antologia di Alber to Pasquinelli II neoempiri smo, UTET, 1969) l’« auto biografìa intellettuale » di Rus sell, la cui lezione di chiarezza, quindi di eleganza, sem bra tollerare pochi confronti. E anche questo vanto non è privo di peso.
Certo, non è lecito ignora re alcuni difetti di Russell. Non mi soffermerei sul «sem plicismo » del quale ho accu sato molti nostri professori di filosofia (in buona parte, an cora, di derivazione hegelia na). Ma le impuntature di Russell, le sue schematizzazio ni etico-politiche! Non c’è nul la da obbiettare sulla sinceri tà guerriera del suo pacifismo. C’è qualcosa da obbiettare in vece â— e proprio sul piano lo gico, in un grande logico co me Russell â— a proposito di quel suo tribunale per i cri mini di guerra americani nel Vietnam, prima costituito a Londra e poi, come in nuova Norimberga, a Stoccolma. Da circa un anno, è vero, non se ne parla quasi più; tuttavia il garbuglio rimane. Non si loderà la rozza replica di Dean Rusk quando, invitato a no minare un avvocato difensore degli Stati Uniti, disse: « Non ho tempo per giocare con un bambino di novant’anni ». Il bambino di novant’anni, piuttosto, venne punito da un giornalista inglese, memore di quei maestro di nonsensi che fu appunto Lewis Carroll ama to da Bertrand Russell: « Co me in Alice nel paese delle meraviglie, c’è la condanna prima e il processo dopo ». (Russell giudice è assimilabi le al barbiere del villaggio: la reductio ad absurdum del paradosso esige che sia decre tata l’inesistenza di Russell. Un altro giudice della nuova Norimberga era Jean-Paul Sar tre, ma gli strali della logica non hanno presa su lui).
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Dalla logica alla poesia il passo non è breve; ed è do lente. Qui potrebbe aprirsi una lamentazione privata â— i libri di versi che approdano alla mia scrivania e a chi sa mai quante scrivanie, e si am mucchiano in questa stagione di premi â— ma potrebbe an che sorgere un inno tutto in teriore, giacché non debbo re censirli. Alcuni, pochi, sono tuttavia degni di essere am mirati. Vorrei citare subito La prigione di Neri Pozza, versi « resistenziali » di una commozione riscoperta. Lode volmente, l’autore « desidera essere lasciato fuori da tutte le gare poetiche, tamquam in carminibus hospes ».
Dopo di che, vorrei accen nare a una signora che scrive versi; il suo libro, che appare nelle Nuovedizioni di Enrico Vallecchi, si intitola Calenda rio ed è in pratica la sua ope ra prima, pur se «raccoglie una selezione di 114 poesie da una produzione di 25 anni ».
L’autrice è Mirella Bentivoglio. Anche per lei, su un piano e a fini diversi che per Ber trand Russell, si dovrebbe parlare di elegante chiarezza: il che forse, agli orecchi di un poeta, non suona come un elogio. Così, forse, non pia cerà alla signora Bentivoglio che la sua poesiola « Disge lo », dedicata a Medardo Ros so, mi sia sembrata mossa e rotta, direi, dal medesimo im pressionismo che fu proprio di quello scultore nel secolo passato: quasi omaggio in sin tonia a un artista coevo. E poi ci sono, in Mirella Bentivo glio, calcolate o rapite luci dità; i suoi paesaggi (penso soprattutto alla Toscana, agli stagni di Ganzirri dove si col tivano mitili, a Taormina, al l’Etna, luoghi che conosco be ne) hanno anche, in sintesi, l’esattezza desiderabile in un buon baedecker. Ciò, per me, non costituisce una limitazio ne: il libretto mi piace, ma veniamo al dunque: « Dal 1967 », informa Mirella Ben tivoglio, « il mio interesse si è rivolto alla poesia speri mentale… Non sono inclusi nel presente volume testi di poesia sperimentale, poiché es sa appartiene a un mondo che non ha calendario ».
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La poesia sperimentale â— dichiara uno dei suoi profeti in Italia â— « tende a essere non più esercizio letterario (sui sintagmi e il linguaggio usato) ma azione, anzi gesto, a divenire sempre più scrittura-oggetto, a stabilire relazioni fra oggetto e oggetto ». In quale modo? Nei modi più vari: ci sono molte scuole, o gruppi, o proposte. Alcuni poeti disegnano, altri incolla no. Talaltri scrivono, con ri gorosa esclusione della pun teggiatura. Una « proposta », non fra le più insensate, constata (o esclama): « teseoscacco fìlovirulento â— pittografando minotauri pianse â— etero-castelli nominando ansando â— vecchio paese insorge oh fe sta di luci â— baracca labirin to scoppia fuori â— a riannagrassa dentro dietro fuori » ec cetera. Certi significati, lo confesso, mi sfuggono: l’autore è Aldo Braibanti.
Talvolta, in altri autori trovo un’aura malinconicamente familiare: «in hoc asSigno l.N.C.I.S. », « il Tito in bocca ». E’ l’aura delle freddure da avanspetta colo. Il terreno si fa meno sci voloso; la Sfinge, forse, sta per rivelare se stessa, tutta intera.
Mi sono chiesto come si muovesse la signora Bentivo glio in questo mondo di gesti che non ha calendario; final mente ho visto una sua poe sia sperimentale. Non ha ti tolo. La poetessa ha procedu to come segue. Preso un fo glio, lo ha inserito nella mac china da scrivere o per scri vere come dicono i puristi: in alto, all’estremo margine sinistro, ha battuto la parola fol (che di per sé non ha senso); poi, per tutta la lun ghezza e la larghezza del fo glio, ha battuto numerosissi me volte la lettera l con so vrapposizioni e affiancamenti assai fitti talché ne risultasse un intrico; infine, nel margi ne destro della pagina, in bas so, ha battuto la sillaba la.
Nessun enigma, dunque: la poetessa ha scritto, in manie ra ridondante e inconsueta ma perspicua, la parola folla. La selva di elle, è palese, ha lo scopo di denotare (o visualizzare, o gestualizzare) un af follamento. Io non sono qualificato a giudicare tale affollamento secondo un’estetica specifica; ma registro che l’autrice di « Disgelo » è legata alla chiarezza â— e me ne rallegro â— come a una catena.