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LETTERATURA: I MAESTRI: Il piccolo paradosso

13 Giugno 2017

di Carlo Laurenzi
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, marted√¨ 12 agosto 1969]

Trovo in Quine la discussione di un ¬ę paradosso ¬Ľ di Bertrand Russell. Non si trat ¬≠ta del Grande Paradosso, che risale al 1901 e che pi√Ļ pro ¬≠priamente potrebbe definirsi la Grande Antinomia (a cau ¬≠sa della Grande Antinomia il matematico Gottlob Frege im ¬≠pallid√¨ mormorando: ¬ę L’arit ¬≠metica vacilla ¬Ľ), ma del Pic ¬≠colo Paradosso, la cui fonte √® anonima se dobbiamo crede ¬≠re a Russell.

Senza dubbio √® un paradosso amabile: esclude ogni im ¬≠plicazione cifrata e sottinten ¬≠de un paesaggio rurale √Ę‚ÄĒ la buona, vecchia campagna in ¬≠glese √Ę‚ÄĒ oltre che ¬ę sociale ¬Ľ: una minuscola e improbabile comunit√†. Ricorda i garbugli di Lewis Carroll. Ipotizza un villaggio e, nel villaggio, l’esi ¬≠stenza di un barbiere. Ovvia ¬≠mente non c’√® che un barbie ¬≠re. Costui rade ¬ę tutti, e sol ¬≠tanto, quegli uomini che non si sanno sbarbare da soli ¬Ľ. Quesito: il barbiere rade se stesso? La risposta (pensate ¬≠ci un poco) non trova sboc ¬≠chi: se solo gli uomini inca ¬≠paci di radersi vengono rasi dal barbiere del villaggio, √® ovvio che il barbiere si rade soltanto se non √® capace di radersi. Allora: si rade? Non si rade? O √® necessario che parafrasando Gottlob Frege sussurriamo: ¬ę La logica va ¬≠cilla ¬Ľ?

Pragmatisticamente, Quine conclude che non √® necessa ¬≠rio. Procede alla sua brava reductio ad absurdum: un bar ¬≠biere siffatto non esiste; l’ipo ¬≠tesi non ha fondamento. Rus ¬≠sell, come usa da settant’anni, ha ghignato alle nostre spalle. Nessuno come lui for ¬≠se, per un cos√¨ lungo periodo di tempo, ha pungolato i let ¬≠tori insegnando la fecondit√† del dubbio. Nessuno, come Russell, √® stato ¬ę irriverente ¬Ľ in modo tanto appassionato, con pari fiducia nel razioci ¬≠nio della felicit√†. Tutti gli dobbiamo gratitudine. Dopo le confutazioni di Quine, ri ¬≠leggo (nell’antologia di Alber ¬≠to Pasquinelli II neoempiri ¬≠smo, UTET, 1969) l’¬ę auto ¬≠biograf√¨a intellettuale ¬Ľ di Rus ¬≠sell, la cui lezione di chiarezza, quindi di eleganza, sem ¬≠bra tollerare pochi confronti. E anche questo vanto non √® privo di peso.

Certo, non √® lecito ignora ¬≠re alcuni difetti di Russell. Non mi soffermerei sul ¬ęsem ¬≠plicismo ¬Ľ del quale ho accu ¬≠sato molti nostri professori di filosofia (in buona parte, an ¬≠cora, di derivazione hegelia ¬≠na). Ma le impuntature di Russell, le sue schematizzazio ¬≠ni etico-politiche! Non c’√® nul ¬≠la da obbiettare sulla sinceri ¬≠t√† guerriera del suo pacifismo. C’√® qualcosa da obbiettare in ¬≠vece √Ę‚ÄĒ e proprio sul piano lo ¬≠gico, in un grande logico co ¬≠me Russell √Ę‚ÄĒ a proposito di quel suo tribunale per i cri ¬≠mini di guerra americani nel Vietnam, prima costituito a Londra e poi, come in nuova Norimberga, a Stoccolma. Da circa un anno, √® vero, non se ne parla quasi pi√Ļ; tuttavia il garbuglio rimane. Non si loder√† la rozza replica di Dean Rusk quando, invitato a no ¬≠minare un avvocato difensore degli Stati Uniti, disse: ¬ę Non ho tempo per giocare con un bambino di novant’anni ¬Ľ. Il bambino di novant’anni, piuttosto, venne punito da un giornalista inglese, memore di quei maestro di nonsensi che fu appunto Lewis Carroll ama ¬≠to da Bertrand Russell: ¬ę Co ¬≠me in Alice nel paese delle meraviglie, c’√® la condanna prima e il processo dopo ¬Ľ. (Russell giudice √® assimilabi ¬≠le al barbiere del villaggio: la reductio ad absurdum del paradosso esige che sia decre ¬≠tata l’inesistenza di Russell. Un altro giudice della nuova Norimberga era Jean-Paul Sar ¬≠tre, ma gli strali della logica non hanno presa su lui).

*

Dalla logica alla poesia il passo non √® breve; ed √® do ¬≠lente. Qui potrebbe aprirsi una lamentazione privata √Ę‚ÄĒ i libri di versi che approdano alla mia scrivania e a chi sa mai quante scrivanie, e si am ¬≠mucchiano in questa stagione di premi √Ę‚ÄĒ ma potrebbe an ¬≠che sorgere un inno tutto in ¬≠teriore, giacch√© non debbo re ¬≠censirli. Alcuni, pochi, sono tuttavia degni di essere am ¬≠mirati. Vorrei citare subito La prigione di Neri Pozza, versi ¬ę resistenziali ¬Ľ di una commozione riscoperta. Lode ¬≠volmente, l’autore ¬ę desidera essere lasciato fuori da tutte le gare poetiche, tamquam in carminibus hospes ¬Ľ.

Dopo di che, vorrei accen ¬≠nare a una signora che scrive versi; il suo libro, che appare nelle Nuovedizioni di Enrico Vallecchi, si intitola Calenda ¬≠rio ed √® in pratica la sua ope ¬≠ra prima, pur se ¬ęraccoglie una selezione di 114 poesie da una produzione di 25 anni ¬Ľ.

L’autrice √® Mirella Bentivoglio. Anche per lei, su un piano e a fini diversi che per Ber ¬≠trand Russell, si dovrebbe parlare di elegante chiarezza: il che forse, agli orecchi di un poeta, non suona come un elogio. Cos√¨, forse, non pia ¬≠cer√† alla signora Bentivoglio che la sua poesiola ¬ę Disge ¬≠lo ¬Ľ, dedicata a Medardo Ros ¬≠so, mi sia sembrata mossa e rotta, direi, dal medesimo im ¬≠pressionismo che fu proprio di quello scultore nel secolo passato: quasi omaggio in sin ¬≠tonia a un artista coevo. E poi ci sono, in Mirella Bentivo ¬≠glio, calcolate o rapite luci ¬≠dit√†; i suoi paesaggi (penso soprattutto alla Toscana, agli stagni di Ganzirri dove si col ¬≠tivano mitili, a Taormina, al ¬≠l’Etna, luoghi che conosco be ¬≠ne) hanno anche, in sintesi, l’esattezza desiderabile in un buon baedecker. Ci√≤, per me, non costituisce una limitazio ¬≠ne: il libretto mi piace, ma veniamo al dunque: ¬ę Dal 1967 ¬Ľ, informa Mirella Ben ¬≠tivoglio, ¬ę il mio interesse si √® rivolto alla poesia speri ¬≠mentale… Non sono inclusi nel presente volume testi di poesia sperimentale, poich√© es ¬≠sa appartiene a un mondo che non ha calendario ¬Ľ.

*

La poesia sperimentale √Ę‚ÄĒ dichiara uno dei suoi profeti in Italia √Ę‚ÄĒ ¬ę tende a essere non pi√Ļ esercizio letterario (sui sintagmi e il linguaggio usato) ma azione, anzi gesto, a divenire sempre pi√Ļ scrittura-oggetto, a stabilire relazioni fra oggetto e oggetto ¬Ľ. In quale modo? Nei modi pi√Ļ vari: ci sono molte scuole, o gruppi, o proposte. Alcuni poeti disegnano, altri incolla ¬≠no. Talaltri scrivono, con ri ¬≠gorosa esclusione della pun ¬≠teggiatura. Una ¬ę proposta ¬Ľ, non fra le pi√Ļ insensate, constata (o esclama): ¬ę teseoscacco f√¨lovirulento √Ę‚ÄĒ pittografando minotauri pianse √Ę‚ÄĒ etero-castelli nominando ansando √Ę‚ÄĒ vecchio paese insorge oh fe ¬≠sta di luci √Ę‚ÄĒ baracca labirin ¬≠to scoppia fuori √Ę‚ÄĒ a riannagrassa dentro dietro fuori ¬Ľ ec ¬≠cetera. Certi significati, lo confesso, mi sfuggono: l’autore √® Aldo Braibanti.

Talvolta, in altri autori trovo un’aura malinconicamente familiare: ¬ęin hoc asSigno l.N.C.I.S. ¬Ľ, ¬ę il Tito in bocca ¬Ľ. E’ l’aura delle freddure da avanspetta ¬≠colo. Il terreno si fa meno sci ¬≠voloso; la Sfinge, forse, sta per rivelare se stessa, tutta intera.

Mi sono chiesto come si muovesse la signora Bentivo ¬≠glio in questo mondo di gesti che non ha calendario; final ¬≠mente ho visto una sua poe ¬≠sia sperimentale. Non ha ti ¬≠tolo. La poetessa ha procedu ¬≠to come segue. Preso un fo ¬≠glio, lo ha inserito nella mac ¬≠china da scrivere o per scri ¬≠vere come dicono i puristi: in alto, all’estremo margine sinistro, ha battuto la parola fol (che di per s√© non ha senso); poi, per tutta la lun ¬≠ghezza e la larghezza del fo ¬≠glio, ha battuto numerosissi ¬≠me volte la lettera l con so ¬≠vrapposizioni e affiancamenti assai fitti talch√© ne risultasse un intrico; infine, nel margi ¬≠ne destro della pagina, in bas ¬≠so, ha battuto la sillaba la.

Nessun enigma, dunque: la poetessa ha scritto, in manie ¬≠ra ridondante e inconsueta ma perspicua, la parola folla. La selva di elle, √® palese, ha lo scopo di denotare (o visualizzare, o gestualizzare) un af ¬≠follamento. Io non sono qualificato a giudicare tale affollamento secondo un’estetica specifica; ma registro che l’autrice di ¬ę Disgelo ¬Ľ √® legata alla chiarezza √Ę‚ÄĒ e me ne rallegro √Ę‚ÄĒ come a una catena.


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ÔĽŅ

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Bart