Il poeta Salviati

di Carlo Laurenzi
[dal “Corriere della Sera”, martedì 8 luglio 1969]

D’estate i platani di Roma sembrano azzurri: è azzurra la loro immensa ombra sui lungotevere. E poi, siccome le stagioni suscitano la nostal ­gia delle stagioni opposte, noterò anche questo: in certi pomeriggi invernali, tersissimi, quando i platani sono quasi del tutto nudi, « dolci ancor essi i cumuli di foglie, â— rosa, oro vecchio, che la tramontana â— carreggia tra un brillare di cristalli ». Dol ­ci ancor essi, sicuro; i lungo ­tevere, anzi, non hanno ai miei occhi e orecchi, torpidi per il freddo di gennaio, un maggior fascino del fascino di quella musica, in quelle tinte sonore.

Gennaio, adesso, è lontano; sono lontani i versi che non ho dimenticato. Quei versi so ­no talvolta i lungotevere romani, per me, come talvolta un sonetto di Petrarca è il culmine della primavera. A differenza del Petrarca, l’au ­tore del sonetto Nessuno o grandi platani chiomati è malnoto, o dovrei dire fitti ­zio. Si tratta di un sonetto che qualcuno mi declamò, durante una delle passeggiate che ci erano abituali: io al ­lievo, lui maestro. La terzina che ho citato mi parve (non può non parere) degna di un orafo; il declamatore, Pietro Paolo Trompeo, assentì alla mia ovvia definizione. Chiesi chi fosse quell’orafo, e Trom ­peo alluse a un poeta scono ­sciuto. Qualche tempo dopo, nel 1945, uscì La Scala del sole, raccolta di saggi di Trompeo. Il sonetto vi era riportato per intero con que ­sta fugace notizia sull’autore: « Un letterato fra Ottocento e Novecento, morto giovane alla vigilia dell’altra guerra mondiale: Antonio Salviati ».

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Da allora, e sono passati venticinque anni e Trompeo è morto giusto da undici, al ­meno una volta all’anno, in qualche favoloso giorno di tramontana, ho ripensato al Salviati. Oggi, nello sfogliare un libro nuovo, apprendo da una noticina a piè di pagina che Antonio Salviati non è mai esistito: era « in realtà lo stesso Trompeo, come ci ha gentilmente comunicato la sorella dell’A., signorina Vit ­toria ». Naturalmente. Fossi stato più psicologo, o più propenso alla ricerca, o meno chiuso con la signorina Vit ­toria, avrei potuto (e dovuto) arrivarci da me.

Il libro nuovo è nuovo per modo di dire. Racchiude in un volume le tre scelte di saggi vari che Trompeo de ­dicò esplicitamente a Roma: Piazza Morgana, del 1942; La scala del sole; Tempo ri ­trovato, che è del 1947. Nul ­la vi è tolto né aggiunto; pe ­rò l’edizione può ritenersi cri ­tica giacché i curatori Massi ­mo Colesanti e Giovanni Orioli hanno tenuto conto del ­le variazioni, minime, che il medesimo Trompeo segnò nei margini degli esemplari in suo possesso. Si aggiungerà che la stampa del libro, nel ­l’edizione di Mario Bulzoni in Roma, è assai fastosa, con parecchie fotografie di genere, « tutte dovute a quell’impa ­reggiabile fotografo della Ro ­ma di fine Ottocento che fu Giuseppe Primoli ». (Dall’Al ­bum romano di Silvio Negro in poi si nota una certa in ­flazione di simili impareggia ­bili fotografie, che sono per forza di cose, più o meno, sempre le stesse). Al libro è dato il titolo della più antica raccolta, Piazza Morgana. La rilegatura è in tela color pa ­glierino con cornici dorate, cosicché il bel volume ha l’aspetto di un libro pio e desueto, o di una « strenna », vagamente umbertina. Penso che a P.P.T. sarebbe piaciuto.

Sui temi e sulle virtù di Trompeo romanista (quella penetrazione puntigliosa ed effusa; quella conquista di paesaggi, di persone, di stati d’animo; quella felicità, quel rigore) non vale ripetersi. Ma c’è una domanda che da mol ­to tempo, giacché torno spesso ai suoi testi, mi pongo su lui, e anche su altri che gli sono affini, ma soprattutto su lui. L’erudizione è uno strumento all’arte, o è una remora? E’ giusto abdicare alla « poesia » in nome di un’abitudine pro ­fessorale? Oppure (se inten ­diamo come « poesia » l’ab ­bandono a un’avventura tutta propria) l’avventura erudita di Trompeo, alata di postille, era la sua insostituibile ma ­niera di fare poesia?

E’ difficile rispondere. Alla base, su questo non esistono dubbi, c’è il pudore degli eru ­diti, quando gli eruditi sono anche poeti, non dissimile da quello che Stendhal chiama ­va il pudore dell’intenerirsi. L’emozione, in loro, vuol es ­sere sempre mutuata, mediata, appoggiata a una citazione o a un’ipotesi.

Vedete la storia dei platani: nessun poeta (tranne lui stes ­so, Trompeo) aveva colto lo splendore, l’esattezza di una particolare immagine, in un determinato luogo e in una determinata stagione di questa città: non osa proporla come sua; evoca l’inesistente Sal ­viati. Trompeo ha in cuore una sua magica Roma dai pla ­tani azzurri; eppure, trascritti i versi di Antonio Salviati, prosegue citando Valéry, Platone, Holderlin tradotto dal Carducci, il De oratore di Ci ­cerone, Virgilio, Properzio, Pe ­tronio, Orazio, l’oscuro Pentadio, Rabelais, M.me de Sévigné, il settecentesco prin ­cipe di Ligne, un trattatello anonimo sull’« effetto morale dei giardini » stampato a Mi ­lano nel 1821, Jacopo Vittorelli, Gabriele d’Annunzio, un pentametro del Pindemonte da una poesiola latina sui pesci rossi, e infine (come chiu ­dendo un segno di sfera) al ­cune « note di diario », tutte consacrate ai platani di Ro ­ma, del medesimo Antonio Salviati: il suo personale sug ­gello.

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La mia impressione è che Trompeo amasse, sì, i propri autori, le sue rarità e curiosità, le sue ghiottonerie, i suoi «ponti » e paralleli, la sua dot ­trina: tutto questo era illumi ­nato in lui da una sorta di grazia, talché Trompeo non fu che raramente « ingegnoso ». Ma tutto questo, temo, con ­trastò anche il suo empito, e in qualche maniera la sua più intima verità. Forse la sua più intima verità consisteva (sa ­rebbe consistita) nell’impulso a recuperare solo se stesso â— la sua infanzia, e poi forse il suo dolore intero, e certamen ­te la propria solitudine â— in un luogo chiamato Roma dove erano accaduti e accadevano ancora portenti nessuno dei quali fu paragonabile per Pie ­tro Paolo Trompeo al por ­tento di viverci, proprio lui, e di prepararvisi un giorno a morire. L’eleganza, una ve ­na di accademismo, il pudore, il timore di concedersi a un dilettantismo, la probità intel ­lettuale lo frenarono. I roma ­nisti e i professori non sa ­ranno d’accordo. Rivendicheranno l’Ape Romana.

E penso altresì che lui, il mio caro maestro, si adoprerebbe a smentirmi. Gli op ­porrei che un sonetto di An ­tonio Salviati, poeta spurio, è custodito in me da moltis ­simi anni. Aggiungerei che al ­tre dolci e durevoli cose, or ­mai, sospetto spurie nelle sue pagine: come quella frase di una sua vecchia parente, la quale, rimpiangendo la casa insalubre che aveva dovuto abbandonare nel centro di Ro ­ma, diceva: « C’erano le pa ­lombelle che rompevano l’a ­ria, quando si andavano a posare sul cornicione di San Stanislao ».

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