La baionetta su Cairoli

di Carlo Laurenzi
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 10 aprile 1969]

Villa Glori è il parco pub ­blico del mio quartiere; tal ­volta, in certi mattini grigi, ci vado a passeggio o meglio mi inerpico per i viali e i sen ­tieri di quel cocuzzolo bosco ­so che scoscende sul Tevere. Le memorie sono esplicita ­mente « sacre », un po’ tedio ­se. Però amo il piazzale del Mandorlo, la radura asfaltata che si apre prima della vetta. Qui, con una rassegnata sere ­nità, continuo a pormi la do ­manda per la quale nessuno ci aiuta.

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Che cosa capì, cosa « sciol ­se » Enrico Cairoli quel gior ­no d’ottobre del 1867? Secondo la testimonianza di suo fratello Giovanni, dentro di lui fu la luce. Il mandorlo cui Enrico si appoggiò è oggi ridotto a un troncone, forse bruciato dal fulmine, tenuto su dal cemento, cintato da una ringhiera. Come per pietà, nella poca terra, sono cre ­sciuti fiori di campo. Enrico era stato colpito da due pallottole: agonizzava al piede dell’albero quando â— chi non ha in mente la tela di Gero ­lamo Induno? â— vide l’uni ­forme turchina dello zuavo, le uose bianche, il cinturone bianco, il kepi rosso, e la baionetta. Il fratello Giovan ­ni, ferito, si trascinava sul ­l’erba, tendendo una mano supplice: prima che lo zuavo trafiggesse Enrico, in quell’at ­timo, Giovanni udì Enrico parlare. La frase è riferita nei manuali di storia. Disse con chiarezza Enrico Cairoli: « Il problema è sciolto ».

Mai, nelle oleografie del sentimento, le « ultime paro ­le » dei caduti per l’Idea so ­migliano a queste. E queste parole di Enrico sono vere. Giovanni, che gli sopravvisse due anni, in tempo per redigere e pubblicare la cronaca della spedizione, avrebbe preferito che la vita del fratello fuggisse con un altro grido â— Roma, Italia, Gari ­baldi â—, poiché Giovanni Cairoli restava immerso nel ­la passione risorgimentale. Tuttavia, da probo, rispettò quella frase non risorgimentale ma fredda e perenne. Per di più non ne forzò il senso probabile: paragonò la fine del fratello alla fine del «gran ­de Tebano » (è il meno che si possa concedere alla furia mi ­tologica di un cronista gari ­baldino) ma, illustrando la frase di commiato, opinò: « Alludeva all’enimma della vita ».

Non poté essere che così; e ciò appare straziante, o con ­solante, a seconda dei punti di vista. Per me, straziante. Enrico Cairoli aveva venti ­sette anni: dall’adolescenza, quartogenito tra cinque pro ­di, aveva cospirato, combat ­tuto e vinto, amato la patria, gioiosamente odiato i nemici della patria. Cadere trafitto da uno zuavo pontificio, a pochi chilometri dal Campidoglio e dal Foro, avrebbe dovuto rap ­presentare il suo premio, sen ­za ombra di meditative ama ­rezze. Sarebbe stato giusto che Enrico Cairoli fosse mor ­to non solo « pugnando », co ­me gli avvenne, ma pugnan ­do ignaro. Quella spedizione sgangherata e audacissima, con quei settanta che avevano sce ­so clandestini il corso del Te ­vere per arroccarsi in una casa di vignaioli alle porte di Ro ­ma, l’impresa di Villa Glori era stata capeggiata da lui. Lui, Enrico Cairoli, aveva de ­ciso la sortita all’alba, desti ­nato a una sconfitta senza problemi: per gli zuavi si trattò di un’operazione di po ­lizia, nemmeno troppo cruen ­ta. Non più di due garibaldini caddero, ma uno dei caduti era lui, Enrico, e questa era infine la gloria. La gloria di chi muore in battaglia, però, non è qualcosa di virgineo che la lucidità del dubbio deflora? Enrico morendo avrebbe do ­vuto gridare: « Italia », o «  Roma » o « Libertà »; la morte gli sarebbe stata lieve. Invece « capì ». Morì da filo ­sofo prima che da eroe: da filosofo, cioè da uomo che s’interroga se la condizione degli uomini non sia, dopo tutto, l’inutilità.

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Confesso di non sapere dove Enrico Cairoli sia stato se ­polto; uno scheletro d’albero mi parla di lui. Villa Glori, che fu georgica, è mutata. E’ mutata perfino nelle ultime settimane: all’improvviso, una mattina, si sono visti pioli al ­l’imbocco delle vie, cosicché l’ingresso alle automobili è ora impedito. Per anni, la vil ­la era stata essenzialmente un parcheggio, e ogni automobi ­le un parlatorio, a seconda della confidenza delle coppie a bordo, o un’alcova. Senza dubbio i limiti della decenza erano stati violati.

Il parco è artificioso e si ­lenzioso, con quel suo carat ­tere mesto. Ci sono bambini, ma tranquilli. Si incontrano uomini meditabondi o distrat ­ti, qualche prete, qualche marciatore che si allena, i soldati la domenica, i cani. La pace è turbata, ma di rado, da mo ­torette. Questo è il giardino pubblico di un quartiere ricco e pigro. E’ un giardino fron ­zuto, esposto non felicemen ­te, con pendii che ci sembra ­no troppo ripidi. La sua fun ­zione di « parco della rimem ­branza » lo aduggia. Enfatici belvedere, dai quali poi si ve ­de soprattutto il villaggio Olimpico, e are votive per tutti i romani morti in tutte le guerre comunicano una pe ­culiare tristezza; la cupola di San Pietro, all’orizzonte, è un miraggio nella foschia.

La villa in sé, che dà il nome al parco ed è chiusa al pubblico e alla quale nessuno si spinge, è piuttosto un casale di campagna, simile a una torre, di linee settecentesche. Cairoli e i suoi vi passarono la notte che precedé la scaramuccia. Ora ospita suore, le quali accudiscono a una scuola comunale: la badessa mi ha mostrato una copia del libro “Ricordi e aneddoti dell’autunno 1867” di Pio Vittorio Ferrari (che fu uno dei settanta), con una calorosa, recentissima dedica di Celso Ferrari, figlio dell’autore. I vecchi odi sono davvero spenti: la badessa ammonisce che « siamo tutti fratelli » ed esalta, col pronto zelo delle monache, lo spirito del Concilio.

Torbidamente, ecco di nuo ­vo la primavera, stagione che moltiplica le domande e le an ­sie. Il casale è invisibile dietro l’ultima fila degli alberi che rinverdiscono; il parco è tutto cipressi, pini, lauri, lec ­ci, steli commemorative, tar ­ghe marmoree. Nessuna tar ­ga, in questo cimitero dove l’erba torna lucente, comme ­mora (non ho capito perché) il secondo dei garibaldini uccisi nella scaramuccia, quel Mantovani che Pio Vittorio Ferrari definisce « l’infelice Mantovani » e di cui non ci si tramanda neppure il nome di battesimo.

Non voglio dire che l’omissione abbia importanza. Po ­che cose hanno importanza; ogni problema si scioglie. Penso a un’odiosa e persuasiva conclusione di Sartre: « Se confino l’impossibile Salvezza nel ripostiglio, che cosa avanza di me? Tutto un uomo, fat ­to di tutti gli uomini: li vale tutti, chiunque lo vale ». (For ­se Enrico Cairoli pensò que ­sta medesima certezza quando la luce fu dentro di lui, ma è consentito sperare di no. Forse Enrico Cairoli si conob ­be inutile ma irripetibile, mentre la baionetta brillava su lui).

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