Le leggendarie isole maltesi

di Paolo Monelli
[dal “Corriere della Sera”, martedì 25 agosto 1970]

DAL NOSTRO INVIATO SPECIALE

il Gozo, agosto.

Il nome Malta designa da secoli l’isola maggiore del pic ­colo arcipelago che sta nel mezzo del Mediterraneo, a novanta chilometri dalla Sici ­lia (Capo Passero) e trecen ­totrenta da Tripoli: ed oggi lo Stato indipendente (dirò in un altro articolo come va ­da inteso questo attributo), composto delle isole di Mal ­ta e Gozo, dell’isolotto di Comino, delle disabitate isolet ­te di Cominotto â— che un canale separa da Comino â— e della Fìlfola che sta per conto suo, tre miglia al largo della costa sud-ovest di Mal ­ta. Così sola ed erta, la sua roccia a picco del colore del mare che l’avvolge, potrebbe essere una Capri minore: fu certo abitata in tempi anti ­chissimi perché vi si sono tro ­vati frammenti di ceramica preistorica, e possiede an ­ch’essa, come Capri la famo ­sa lucertola azzurra dei Fa ­raglioni, una sua esclusiva specie di lucertola, di color verde screziato di rosso. Ma chissà se sopravvive ancora questa lacerta filfolensis, da ­to che l’isoletta è da molti anni il bersaglio delle eserci ­tazioni di tiro delle artiglie ­rie britanniche, e sta andan ­do a pezzi; dev’essere già scomparso un uccello che non si ritrova in nessun’altra par ­te del mondo e di cui mi han ­no parlato anni fa quando venni a Malta per la prima volta, così domestico che ve ­niva sulle spalle e sulle mani dell’uomo.

Mi trovo in queste isole da una dozzina di giorni, sopraffatto da esperienze mol ­te e contrastanti che non so ­no ancora riuscito ad ordi ­nare; perché dico subito che hanno un’attrattiva irresisti ­bile, e sono diverse da ogni descrizione che se ne sia fat ­ta da quando vi approdarono i Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme. Recano le testimonianze di una preisto ­ria che risale a cinquemila anni fa. Vi giunsero per pri ­mi i siciliani portando con sé le famiglie, le sementi, gli animali domestici; e dopo centinaia di anni i loro discendenti svilupparono una raffinata cultura che aveva il culto degli antenati e teme ­va gli dèi. Quei primi mal ­tesi erano industriosi e paci ­fici: non avevano armi, igno ­ravano l’uso dei metalli, ma cuocevano ceramiche dipinte con disegni sontuosi e bizzar ­ri: vivevano in tende o in la ­bili capanne; non conosce ­vano la scrittura, ma sapeva ­no costruire templi e scolpi ­re e incidere sui muri imma ­gini e figure fantastiche.

Si cerca di immaginarne la vita dai loro templi neolitici dissotterrati a cominciare dal secolo scorso a Malta e al Gozo. Opere colossali e per ­fettamente finite, con mura ­glie fatte di enormi monoliti ben levigati, con atri ed are e camere chiuse che comuni ­cavano con l’esterno da un buco tondo nella parete da cui usciva la paurosa voce dell’oracolo: dalla semplice e solenne porta d’ingresso si va meravigliando per atri, per corti, fino alle aule dei sa ­crifici ed al sacrario nell’ab ­side, si salgono gradini fine ­mente intagliati, si decifrano intagli sui muri, bovi, una scrofa che allatta tredici por ­cellini. Non esistono in alcu ­na altra parte del Mediter ­raneo, di un’epoca così re ­mota, opere simili a queste.

A furia di whisky

Poi quella civiltà misterio ­samente scomparve, come mi ­steriosamente era sorta. Ven ­nero, nei tempi storici, colo ­ni o invasori, amici o nemici, altre genti. I fenici, e fra questi i cartaginesi: i romani, i greci, gli arabi di Spagna, i normanni, gli svevi, gli an ­gioini, gli aragonesi, predoni e razziatori di Barbaria e di Turchia: nel 1530 i Cavalieri gerosolimitani, e dall’ inizio dell’ ‘800 fino a sei anni fa, gli inglesi. Quale meraviglia se dopo tante vicende questi isolani non sanno spesso di ­re che cosa siano, se europei o africani, se fenici o arabi o italiani; o britannici, da ­to che sono sudditi fedelis ­simi di Sua Maestà Elisabet ­ta II, regina del Regno Uni ­to e di Malta?

E’ una storia gremita e ir ­requieta, con personaggi illu ­stri, con momenti epici o drammatici; vi fa naufragio sugli scogli di Selmunett al ­la bocca della baia di Mellieha San Paolo di Tarso, e fa miracoli, e predica il Vangelo agli abitanti; nei cinque mesi dal maggio al settembre del 1565 Solimano il magni ­fico attacca le ancora precarie difese dei Cavalieri con una flotta di duecento galeoni e quarantamila uomini e dopo 113 giorni, disfatto per terra e per mare, deve rinunciare all’impresa; regnano splendi ­damente i Cavalieri per 268 anni finché sbarca al Gozo e a Malta Napoleone con cin ­quantamila uomini, impac ­chetta e spedisce via nel ter ­mine di tre giorni il Gran Maestro e i suoi Cavalieri; ma si ribellano gozitani e maltesi al governo dei fran ­cesi, esoso e predatorio, la guarnigione francese stretta d’assedio da terra e dal ma ­re lascia Malta il settembre del 1800. E’ in mente a tutti il terzo assedio subito dai maltesi, durato tre anni, nel corso del secondo conflitto mondiale.

Traversie e vicende clamo ­rose, e cronache curiose e quasi inedite; come fu, per esempio, che gli inglesi fece ­ro piazza pulita degli avanzi della città di Milita, capitale romana dell’isola, bevendoseli tutti. Non è una metafora, se li sono trangugiati davvero, a furia di bicchieri di whisky. La storia l’ho già raccontata, ma è così poco nota agli stes ­si maltesi che mette il conto di ripeterla; e lo farò ripor ­tando le parole dell’illustre archeologo Roberto Paribeni. « …Non solo per le poderose opere di fortificazione erette dai Cavalieri marmi e pietre erano andate a far calce; ma nel secolo scorso gli inglesi con esempio che credo unico nella storia delle devastazio ­ni delle cose antiche si sono bevuti la città romana. Un bravo inglese infatti piantava intorno al 1880 non lungi dal ­la Notabile una fabbrica di quelle acque gasose che so ­no ad un inglese necessarie per ingurgitare whisky e sherry, e otteneva l’acido car ­bonico gettando acido solforico sui marmi di Mélita spezzati a piccoli frammenti

Ombelico del mare

Questa mia prima corri ­spondenza è datata dall’iso ­la di Gozo, che generalmente appare poco di più o di di ­verso da un « and Company » dopo il nome di Malta. Per due ottime ragioni. La pri ­ma, che il Gozo ha una su ­perficie che è pressapoco la quarta parte di quella di Mal ­ta, una settantina di chilo ­metri quadrati, mentre l’isola principale ne ha circa 250, e 26.000 abitanti rispetto ai 300.000 in cifra tonda di Mal ­ta. E quindi ho già potuto visitarmela tutta; prima di tutto l’alta capitale Rabat (ribattezzata Vittoria dagli inglesi) assai più antica del ­la Valletta di Malta, risalen ­do al tempo di Roma, e l’ar ­caica cittadella che l’incorona; e i templi neolitici detti dei Giganti, e il grotta tà Calypso, la grotta di Calipso. E qui sottentra la seconda ragione; che al tempo di Omero la ditta era capovol ­ta, Gozo e C.; anzi Omero Malta non la nomina mai, parla soltanto di Ogigia che è il nome antico di Gozo: « giace l’isola Ogigia remota nel mare salato » (Odissea, VII, 244); e vi colloca la di ­mora della diva Calipso che accolse Ulisse naufrago e lo trattenne presso di sé sette anni, « in un’isola d’acqua cinta, dov’è l’ombilico del ma ­re » (Odissea, I, 50). I gozi ­tani per antichissima tradi ­zione indicano come abitazio ­ne della diva una grotta sulla costa marina di nord-est che domina la rossa spiaggia del ­la baia di Ramla. E alla leg ­genda conviene credere, sfido storici e geografi a trovare nel Mediterraneo un’altra iso ­la che possa essere definita meglio di questa l’ombilico del mare, collocata fra la Si ­cilia, la Tunisia e la Tripolitania e ad uguale distanza dallo stretto di Gibilterra e dalle coste del Libano.

I turisti, che cominciano ad arrivare a schiere anche qui, si affacciano ad una vertiginosa ringhiera per cercar di scorgere fra la fitta vegetazione e una caduta di rocce l’ombra nera dell’antro, ascol ­tano distrattamente le paro ­le della guida che indica lo ­ro un mucchio di massi sulla spiaggia color dell’oro â— il tetto della grotta rovinato se ­coli fa â—; si distaccano im ­pazienti dall’osservatorio e fanno ressa cinquanta metri più addietro intorno a certi ragazzini che offrono loro, tagliato dal frutto con un coltellino, il midollo dei fichi ­dindia, la pianta più diffusa dell’isola; fichidindia sostitui ­scono spesso i muretti a sec ­co che delimitano i minuscoli campicelli, e ne custodiscono la preziosa zolla contesa alla roccia (dicono che i gozitani per secoli siano andati con le barche a prendersi la terra in Sicilia).

Per rispetto ad Omero, e perché l’isola del Gozo non mi darà più sorprese, comin ­cio quindi da essa queste mie corrispondenze; e anche per una terza ragione. E’ celebra ­ta in tutto il mondo la vit ­toriosa difesa dell’isola di Malta contro i turchi, l’an ­no 1565; ma ben pochi san ­no che l’attacco di Solimano e la sua sconfitta è soltanto un episodio, sia pure meri ­tatamente definito il più im ­portante e decisivo nella sto ­ria del Mediterraneo, di una guerra che durò più di ven ­t’anni, della quale i gozitani furono le prime vittime. Nel 1551 i turchi, respinti dalla Valletta, attaccarono con 150 galee il Gozo dopo aver fat ­to guasto rovina di gran par ­te dell’isola, s’impadronirono della Cittadella, ne trassero tutta la popolazione, seimila persone, in cattività come schiavi. Esiste ancora presso la Cittadella la casa di un nobile siciliano, Bernardo Dopuo. che quando i difensori stavano per essere sopraffatti dai turchi uccise la moglie e le due figlie perché non ne cadessero preda, e combatté poi a lungo contro di essi, due ne uccise, molti ferì fin ­ché cadde colpito a morte sulla soglia della sua casa; ed è ricordato nel nome di un’antica viuzza dentro la Cittadella, Triq (strada) tà Milite Bernardo.

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