Montale: Le prose di viaggio del poeta

di Geno Pampaloni
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 29 maggio 1969]

Forse lo stesso Montale è tentato qualche volta di consentire con quel soldato tedesco, quel « letterario » di Stoccarda che gli capita in casa una sera del cupo inverno del ’44 per consegnar ­gli una copia dattiloscritta delle liriche di Hölderlin (il racconto si può leggere nella terza edizione Mondadori de La farfalla di Dinard, pp. 248, L. 2200); il quale afferma che « la poesia non esiste; quando è antica non possiamo identificarci con   lei, quando è nuova ripugna come tutte le cose nuove… Eppoi, eppoi… una poesia perfetta sarebbe come un sistema filosofico che quadrasse, sarebbe la fine della vita, un’esplosione, un crollo, e una poesia imperfetta non è una poesia ».

Nella sua opera la coscien ­za di una siffatta «imperfe ­zione » si può cogliere nel mirabile equilibrio tra la pre ­senza (baluginante ma fer ­ma, accorata ma inesorabile) degli assoluti e della fe ­de in essi; e il riserbo, la golosa «privacy », la mi ­sura di gelosia con cui egli trascrive un’esperienza di vi ­ta che non pretende in al ­cun modo esemplare. Nel suo mondo poetico la realtà in ­combe massiccia e irta, dila ­niante, ma il suo urto ca ­priccioso e irripetibile: il poeta vi si riconosce per un attimo, ma poi attorno a lui il carosello continua, tra crolli di oscuri simulacri inattinti, di simboli smozzi ­cati che misteriosamente si incrociano. La sua più alta poesia vive nella resistenza al vortice dell’assurdo, nel coincidere della disperazione con la fede, nel trasferirsi sulle rive dell’assoluto del povero e nobilissimo baga ­glio del tempo (sentimenti e « persone »).

David e Golia

Ma tale tensione religiosa aborre da ogni tipo di de ­magogia poetica, di massi ­malismo, e addirittura di «lirica »; e trae invece la sua forza da un’umanità tan ­to più agguerrita e soffer ­ta quanto meno è ostenta ­ta. Alla violenza tentatrice e romantica della vita il poe ­ta oppone il self-control, si cautela dai riverberi del ro ­go tragico con l’ironia, sor ­prende il metafisico dell’esi ­stenza con lo scoccare di « aneddoti » icastici (le occa ­sioni); e così vince, quasi un astuto David contro lo strapotente Golìa.

Per introdursi nel labora ­torio del poeta, le prose di Fuori di casa (ed. Ricciar ­di, pp. 342, L. 3500) aiutano almeno altrettanto, e forse di più, de La farfalla di Dinard, perché in esse è più scoperta la qualità, che gli amici sanno squisita, della sua conversazione, del tempe ­ramento.

Fuori di casa si presta a due modi di lettura. Il primo che importa di più ai letto ­ri e probabilmente all’auto ­re, è quello di leggerlo com’è, il libro di un grande gior ­nalista in viaggio per l’Eu ­ropa (con puntate alle qua ­si natie Cinque Terre e a una «prima » di Stravinsky). La prosa è straordinariamen ­te moderna; cí³lta senza esi ­bizione, fitta di rapide e ta ­lora rare associazioni tra vi ­ta e arte, non ha mai nulla dì prezioso, di esoterico, di « estetico ». La lingua, pur così personale e variegata di trasparenze autobiografi ­che, « comunica » più che evocare o alludere. Non cer ­ca effetti, né di aura poeti ­ca né di estenuate sottigliez ­ze intellettuali.

L’ingegno critico del Monta ­le non ha bisogno, su questo giornale, di illustrazione: (egli è certamente il maggior cri ­tico letterario che operi in Italia e in questo libro scri ­ve giudizi illuminanti sulla pittura europea dell’800); ma alla sua prosa si attaglia più la svelta crudeltà del nar ­ratore che gli eleganti in ­dugi, le assaporazioni del saggista. Il commento si in ­terna nel racconto, e trova limpido esito nel giudizio. La scrittura ha il timbro asciutto, il passo spedito del resoconto. Naturalmente lo scrittore racconta sempre se stesso, con la ricchezza del ­le sue motivazioni; il suo vero oggetto è il confronto di sé con la realtà; e proprio questo dà alle sue pagine il movimento di uno spettaco ­lo, di una rappresentazione « con figure ». Nel Montale giornalista c’è il personaggio che nei suoi versi, arsi e tre ­mendi, era nascosto dietro una voce recitante, solenne e testamentaria. Ed è un per ­sonaggio affabile, anche se difficile, compito e impieto ­so, disincantato e fedele, nel quale l’acuto senso di humour di timbro anglosassone non prevarica sul rispetto dovuto alla realtà. Al pari di tutti gli scrittori autentici, il Mon ­tale fa il giornalista con im ­pegno e naturalezza, senza complessi.

Come ritrattista è felicis ­simo. Il falso inglese a St. Moritz, il colonnello di Edim ­burgo che spiega, Bibbia alla mano, che « Dio non è qui » (non per niente queste pagi ­ne si ritrovano nella Farfalla) il vecchissimo signor Del Par ­do che aspetta la morte spet ­tegolando nella hall del gran ­de albergo parigino, o l’auto ­re medesimo che nell’antica ­mera dell’Accademico cerca di far pallottole, per nasconder ­le nel caminetto, delle foglie che l’acquazzone improvviso ha incrostato sulle sue scar ­pe, sono alcuni tra gli indi ­menticabili. Ma ve ne sono a decine, anche tra quelli più legati all’incarico del giorna ­le, più professionali (Malraux, Mauriac, Pompidou, Paolo VI). E talora basta una pennellata sola a fare ritratto, o (che è ancora di più) a suscitare una presen ­za, come nel caso della gio ­vane principessa Pacelli, «una romagnola che se salisse su una barricata rossa destereb ­be l’entusiasmo di tutti i pistoleros del mondo ». Del pae ­saggista diremo dopo.

Come relatore di fatti e problemi culturali il Montale giornalista è di esemplare chiarezza. Semplifica senza volgarizzare, morde senza ab ­baiare. Egli porta vivo il se ­gno della temperie positivi ­stica in cui si è formato (an ­che se abbia poi assimilato co ­me pochi l’essenziale del pen ­siero del Croce). E questo dà agio al suo naturale empiri ­smo, alla sua curiosità vòlta alle cose, al costume, al mi ­nuto accadere piuttosto che alle astratte idee generali. La sua cronaca sa essere signo ­rilmente svagata e indiscre ­ta, ricrea il gusto di un am ­biente o di un personaggio attraverso un tic, la composi ­zione di un menu, la disarmo ­nia di un arredo. Grandi al ­berghi, lussuosi luoghi di vil ­leggiatura, miliardari strava ­ganti, raffinata gastronomia per inappetenti, capitali e ae ­roporti: in questo inusitato décor egli ritrova, povero co ­me sono i poeti, un po’ ironi ­co un po’ fanciullo, i fanta ­smi della belle epoque, il terminus a quo della sua memoria. L’Incontro è sempre fa ­voloso, l’ammiccamento strug ­gente.

Sul piano più direttamente culturale, da codesta sua source positivistica, corretta ma non cancellata dai succes ­sivi, più moderni orientamen ­ti in fatto di estetica, il Mon ­tale si è trovato nelle condi ­zioni ideali per cogliere con precisione il momento (che egli fa coincidere con la « di ­sintegrazione impressionisti ­ca ») in cui l’arte cessa di ave ­re come fine la creazione di un « oggetto artistico », ra ­zionalmente intelligibile e giu ­dicabile, per avviarsi all’«oscuro cafarnao » del non for ­male. Non si può dire onesta ­mente che egli sia un conser ­vatore: certe bellissime pagi ­ne, qui, sul Braque, sul Brancusi, sul Fautrier mostrano una sincera partecipazione in ­tellettuale agli sperimentali ­smi. Ma è certo che quel pas ­saggio di frontiera, quel sal ­to di valori dal « comprende ­re » al « sentire », dall’oggettualità al soggettivismo senza barriere, rimane per lui un fondamentale punto di rife ­rimento. Non nel passato, in un «prima », ma nella seve ­ra moralità di un’arte che presuppone la solida, dram ­matica presenza del reale si annida il nucleo più resisten ­te della «fedeltà » che amia ­mo nella sua voce.

Continuità

In che rapporto si pone (ecco il secondo modo di let ­tura) questo eccezionale gior ­nalista nei confronti del poe ­ta? Il Cecchi vedeva nelle pro ­se della Farfalla i « rosticci di combustibili ed avanzi di fu ­sione » passati attraverso le « altissime temperature » del ­l’ispirazione lirica. L’immagi ­ne è avvincente, ma, alme ­no per questo libro, impro ­pria. Il Cahier montaliano, ri ­spetto alla poesia, non è ciò che residua ma ciò che pre ­para. C’è una ideale continui ­tà « ascendente » tra questa dizione conversativa, tra que ­sto spiluccamento della real ­tà compiuto con superiore nonchalance, tra questo sco ­prirsi confidenziale alle av ­venture degli umori quotidia ­ni, e il momento della poe ­sia, quel suo afferrare peren ­torio, fulmineo, la realtà, co ­me di falco sulla preda.

Nei momenti più intensi di queste corrispondenze giorna ­listiche, figure e cose non si adagiano nella cronaca, ma rompono come apparizioni, su un fondo stregato, febbrile, già tutto « montaliano ». E i picchi verdi, i cormorani, le rondini di mare sulle spiagge di Normandia, i piccoli pelli ­cani lungo lo stagno della Camargue, il mare livido ver ­so Cascais, il rientro dei tori nell’arena sulla strada di Arles (« Poi si levò un vento ostinato, il cielo accese di col ­po le sue luci sanguigne, lo stagno di Vaccarés si punteg ­giò di guizzi, gli alberi scon ­volti iniziarono la loro dan ­za… ») suonano qui come an ­nunci: siamo proprio vicini alla poesia, negli «immediati dintorni ».

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