La morte dei cipressi

di Roberto Ridolfi
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì 9 aprile 1969]

Francesco Guicciardini, an ­dando ambasciatore in Spa ­gna, dopo aver cavalcato per cinque giornate in luoghi in ­culti e selvatici « da non ve ­dere che vi possino stare le capre », notò in un suo dia ­rio di essere arrivato sul ve ­spro a Le Buis e di avervi riveduto gli ulivi. La notazio ­ne potrebbe parere insignifi ­cante a un lettore non trop ­po sensibile, e forse lo è; ma fa un certo effetto a trovarla in un così chiuso scrittore e in una così scarna scrit ­tura. O almeno a me questo effetto lo fece, la prima volta che la lessi, quand’ebbi la for ­tuna di scoprire quel diario con altre maggiori opere guicciardiniane. Al grande fioren ­tino gli ulivi dovettero ricor ­dare, proprio nell’ora dante ­sca, « che volge il desio », i suoi poggi nativi. Forse ho sentito e sento il chiuso strug ­gimento di quelle parole per ­ché, con gli ulivi, a me è ca ­pitato tante volte lo stesso.

Ma molto più m’è capitato e mi capita coi cipressi: una pianta che ancor meglio rac ­chiude in sé, e non solamente nel suo aspetto, l’essenza della terra toscana. Avete mai re ­spirato, d’estate, l’aria d’una cipressaia? Avete mai con ­frontato fra loro gli aromi de ­gli abeti e dei cipressi, quelli che emanano dal legno vivo? E quelli che esalano dal legno arso, allorché, simile ad un incenso, fumicando rende il suo spirito? Romantico l’aro ­ma degli abeti, che sa di fiabe boreali; classico l’aroma dei cipressi: un aroma amaro co ­me quello della mia terra, co ­me quello della vita umana e della morte.

Mi ricordo di avere letto che questa pianta è originaria d’altre sponde mediterranee. Pare che anche gli Etruschi lo fossero. Ma certi alberi, co ­me certi popoli, trapiantati dalla terra di origine, hanno finalmente trovato la loro ve ­ra patria in una terra stranie ­ra: quella li ha generati, que ­sta rigenerati, e ne è stata ri ­generata a sua volta. Essi han ­no a sé conformato la loro terra fatale, ed essa a sé li ha fatti conformi.

Così i cipressi. Se ho bene appreso (e per un poeta, del resto, la verità è quella che la sua fantasia gli presenta), allo stato selvaggio, nei loro paesi di origine, avevano i rami orizzontali come le no ­stre cipresse, come gli abeti: soltanto qui si sono fatti asciutti e sottili, non altrimenti che ogni altra cosa ge ­nerata da questa terra etrusca.

Ragguagliar la Toscana alla Grecia, come Firenze ad Ate ­ne, è cosa tanto comune e usuale da esser passata quasi in proverbio: terre che hanno nutrito, fra i cipressi, due civiltà somiglianti, state ai loro giorni il sale del mondo: civiltà cipressine. Una Tosca ­na senza ulivi sarebbe una To ­scana spopolata; senza cipres ­si, non sarebbe più Toscana.

Quante volte, spaesato in qualche paese settentrionale, m’è accaduto di riscuotermi e di rallegrarmi tutto ad un tratto, ingannato dalle appa ­renze di un pioppo cipressino; quante volte, tornandone, mi sono intenerito nel vedere sul ­le coste o sulle vette dei poggi, contro la chiarità del cielo, quelle pennellate scure, dritte, sottili, così bene d’accordo con la secca asciuttezza delle li ­nee, con la sobrietà dei colori. Era il primo incontro con la terra della quale Iddio m’ha impastato, l’antica terra dei miei: quei cipressi, balzando ­mi incontro, mi davano il suo primo saluto. E quante altre volte m’hanno dato il suo ad ­dio: soli o in processioni lun ­ghe sui crinali delle colline, neri e schietti contro l’azzur ­ro, o il pallido oro, o la san ­guigna porpora dell’orizzonte! Li vedevo fuggire attraverso i finestrini e rimaneva meco sol ­tanto un’amorosa malinconia.

*

Ora i cipressi muoiono. Un male misterioso, uno dopo l’al ­tro, li uccide. Muoiono come sono morti, per altre cause prodotte dalla inumanità de ­gli uomini, i pini della Versi ­lia. Scompaiono anch’essi, co ­me vanno scomparendo le far ­falle, le cicale, gli uccelli dell’aria e tante altre creature, nostre delizie dell’età felice. Mi sembra che al genere umano stia capitando quello che càpita ad ogni uomo nella vec ­chiezza, quando le persone care gli vengono meno ad una ad una, e anche le cose: tutto ciò che egli ha amato e che l’ha accompagnato nella vita lo abbandona, tutto intorno a lui si dissolve, a fare ogni giorno più smarrita e più sola la sua solitudine.

Muoiono i cipressi. Prima ne secca qua e là qualche cioc ­ca bassa, che pare cosa da nulla, poi altre, su su, ed altre ancora, poi la punta. E allora incomincia la fine. E quando il morbo, si sarà pro ­pagato a tutte le piante, co ­me si va propagando, quando la morìa diverrà generale, sa ­rà anche la fine del paesaggio toscano.

Al male non si conoscono rimedi che siano alla portata di tutti: pare che una medi ­cina sia stata trovata, non so quanto migliore di quelle per cui gli uomini, prendendole, muoiono peggio di prima. Ma poi chi potrà cospargere tutti, da cima a fondo, questi gi ­ganti? Chi, il mio caro cipres ­so di Marignolle, grande e grosso come un torrione? Sembra che sia, con quello di Somma, il maggiore d’Ita ­lia. Forse i viali monumentalissimi di qualche villa monu ­mentale potranno esser salva ­ti, spargendo il farmaco dall’alto, o irrorandolo dal basso con pompe potenti: sempre che i proprietari, su questi poggi dove il progresso indu ­striale fece deserto, abbiano tanti denari che bastino. E le cipressaie? E le piante sparse per le campagne, per grottoni e costoni impervi? I cipressi morranno.

*

Tutto questo poggio n’è pieno. Crescono perfino nel duro cuor del macigno: quali sot ­tili e aguzzi come spade, quali più grassocci e paffuti. Certi, sparsi nei campi, sembrano nati a caso o piantati a ca ­priccio, e segnano invece an ­tichi confini: altri ombreggia ­no viottole; altri rafforzano balze e ciglioni; altri fanno il giro tondo dove fu già un’uccellaia. Io ne ho due che mi stanno di sentinella davanti alla casa, uno di qua e uno di là.

Quello di sinistra, più sot ­tile ed aguzzo è seccato da qualche anno: è stato, da que ­ste parti, quando non se ne aveva ancora notizia, la prima vittima della morìa. Non ho avuto il coraggio di farlo ta ­gliare, come avrei dovuto; n’è rimasto lo scheletro, che l’ede ­ra pietosa troppo lentamente ricopre. Quello di destra è la prima cosa che io vedo ogni mattina, appena apro gli oc ­chi, da una finestra della mia camera. Sembra ancor sano e forte; ma da un po’ di tempo, se ci batte il sole, vedo delle ciocche qua e là biondeggiare nella sua chioma bruna: e sempre par che ce ne sia qual ­cuna di più.

Sono i segni del male, cer ­tissimi. Per quanto cerchi di farmi delle speranze, pensan ­do a guasti fatti da roditori o da insetti o a impallinate di cacciatori, il cipresso incomincia a morire. E io chiedo a Dio di farmi morire prima di lui: che io non veda ische ­letrire anche questo, il più caro, il più vicino, rimasto ve ­dovo, rimasto solo ad assistermi nei miei risvegli con un vedovo ippocastano. Morire: ma anche la morte, sen ­za l’ombra dei cipressi, che n’è pur essa confortatrice nel divino carme del Foscolo, mi sembra ora più dura.

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