Lettori che scrivono

di Roberto Ridolfi
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 20 novembre 1969]

Scrivere solamente per i po ­steri, dopo che per se stesso, senza comunicare pagina scrit ­ta ad anima viva: c’è chi l’ha fatto, anche tra i grandi; oggi non so quanti più lo farebbe ­ro: seminare senza raccoglie ­re, grano o zizzania che sia. I posteri, una folla lontana, senza nomi e senza volti: chi scrive non sa quali saranno i loro gusti, non conoscerà i loro giudizi.

Ma una folla senza nomi e senza volti paiono a chi scri ­ve anche i lettori del proprio tempo. I lettori non sono co ­me spettatori in teatro: lo scrittore non ne riceve i con ­sensi o i dissensi; manca fra lui e loro una comunicazione diretta, se i lettori non scri ­vono allo scrittore. Lo fece quel tale che, dopo la lettura delle Odi barbare, mandò al Carducci quattro versiccioli parodianti certe trasposizioni care al poeta: Cinque m’hai fatto spendere, / caro Car ­ducci, lire: / cinque mi devi rendere / che m’hai rubato li ­re. Consensi e dissensi, perfi ­no quelli espressi in modo così poco esemplare, è bene che non manchino a chi scri ­ve: serviranno, se non altro, a popolare la sua solitudine.

*

Scrivere a chi scrive è ap ­punto il titolo di un’inchiesta che Giulio Nascimbeni pub ­blicò sul Corriere l’anno pas ­sato. Sette scrittori nostri, fra i più noti, affrontarono que ­sta materia dei rapporti epi ­stolari coi loro lettori, facen ­doci sapere « di che lettere si tratta, quante sono, chi le scri ­ve ». Ne vennero fuori delle confessioni singolari, nelle quali, naturalmente, ciascuno di essi infuse molto dei pro ­pri umori. Uno, per esempio, il più famoso di tutti, disse di ricevere « pochissime lettere, forse una ventina all’anno o anche meno. Scrivono: lettori che chiedono soldi (…); let ­tori che mi odiano, con let ­tere piene di parolacce ».

A me, per fortuna, soldi non ne hanno mai chiesti: forse hanno fiutato che nelle tasche mie sono di passo ed è molto difficile che ve ne al ­berghi qualcuno; ciò confer ­ma una volta di più l’intelli ­genza e la sensibilità dei let ­tori. Né ho mai ricevuto pa ­role d’odio, non essendo tan ­ta la mia statura da suscitare sentimenti del genere: tutt’al più, antipatia. Parolacce, eh sì, o per dir meglio parole ingiuriose: ne ho ricevute due volte.

La prima mi toccò proprio per il primo elzeviro man ­dato al Corriere, or sono undici anni. Quella prosa inaugurale s’intitolava Il Sa ­vonarola e gli altari e, per ­ché in essa dicevo (cosa piut ­tosto nota) che il Frate era stato bruciato, un anonimo mi scrisse: « Per sua regola, il martire non è stato bruciato, ma arso: vivo. Lei è un im ­becille ». Confesso che ci ri ­masi male: lì per lì, non gu ­stai forse a dovere la sottile differenza fra i due sinonimi; d’altra parte, la notizia inedi ­ta mi folgorò: arso vivo. Ca ­pirete, proprio io, specialista, ricevere una simile lezione dal primo venuto! E confesso che m’affrettai a nascondere la let ­tera più profondamente che seppi, per via di quel com ­plimento poco onorifico. Non mi parve di buon augurio: qui si comincia male, pensai.

La seconda volta fu un paio d’anni dopo. In un elzeviro, Come le foglie, accennavo per la medesimezza del titolo alla « appassita commedia del po ­vero Giacosa ». Non l’avessi mai fatto! Un altro anonimo (se poi non era lo stesso) mi scrisse inferocito: «Si vergo ­gni! Per sua regola, Giacosa è uno dei più grandi scrittori italiani. Lei è un imbecille ». E due.

Si dice che non c’è due sen ­za tre; ma in verità (facendo gli scongiuri del caso) il ter ­zo imbecille non s’è ancora fatto avanti. E se venisse fuo ­ri ora, dopo tanti anni, così evocato o provocato, pazien ­za. Con le parolacce, dunque, sono a questo punto. Parole agre o agrodolci ne ricevo, ma poche: diciamo due o tre volte l’anno, fra le centinaia di lettere che mi vengono in ­dirizzate a casa, al giornale e presso gli editori; parole di dissenso garbato, su questo o su quello. L’ultima volta è sta ­to perché avevo detto « stu ­pende » due gambe femminili « lunghe, sottili ». Be’, que ­stione di gusti: si vede che i miei sono pervertiti. E così via. Qualcuno moraleggia; al ­tri prende sul serio cose dette per burla; altri, per oro cola ­to certi miei rabeschi e ghi ­rigori fantastici.

Ci sono poi lettere, a dir poco, bizzarre: tanto bizzar ­re che, a prima vista, vien fatto di prenderle per corbel ­lature. Per esempio uno, dalla Riviera ligure, testualmente scriveva: « Sono un assiduo lettore della terza pagina del Corriere, specie degli elzeviri. M’è entrata nella testa l’idea che qualcuna delle seguenti firme sia uno pseudonimo e che si tratti in verità di una sola persona: Carlo Laurenzi, Indro Montanelli, Roberto Ridolfi. Se è così, non sarebbe meglio che gli articoli portas ­sero tutti la stessa firma? ». Mah, per ciò che mi riguarda, posso anche starci; bisogna vedere se ci stanno i colleghi: temo proprio che no.

Un po’ dello stesso genere quest’altra da Varese: « Sba ­glierò, ma è probabile che la firma posta sotto il dialoghetto II libro e il lettore sia un lapsus. Mi sembra piuttosto un discorsetto fattomi da IN ­DRO. Io mi chiamo IUNIO. Tre lettere che formano il mio nome, I, N, O, sono in co ­mune con quello di Monta ­nelli: dunque collimiamo per tre quinti. Siccome ho poca salute, mi sarebbe gradito che Lei, cioè il Montanelli se la mia ipotesi sia esatta, mi ve ­nisse a trovare ». Seguivano saluti, firma, indirizzo e per ­fino il numero del telefono. Sulla busta c’era il mio nome e l’indirizzo del giornale. Il mittente credeva di fare al presunto vero autore una sor ­presa, ammiccandogli furbe ­scamente: ti conosco, masche ­rina.

*

Per me, le lettere dei let ­tori sono boccate d’aria buo ­na: quando scarseggiano, mi pare appunto che l’aria mi venga a mancare. Se dopo uno di questi elzeviri ne rice ­vo meno del solito, mi ven ­gono le ideacce: comincio a pensare che non sono più quello, che invecchio, che so ­no venuto a noia. E, almeno come scrittore, mi par di morire.

Al contrario, mi sento rina ­scere quando i lettori che mi scrivono passano il solito fatal numero di venticinque. An ­che questa medaglia ha però il suo rovescio: dopo le prime allegrezze sopravvien lo sgomento. Non rispondere ripugna alla buona creanza e può far perdere proprio i lettori migliori, quelli che scrivono, o far perdere a loro il gusto di scrivere: che sarebbe poi come averli perduti. D’altra parte, se dovessi rispondere a tutti, non mi resterebbe il tem ­po di scrivere altro e i lettori li perderei lo stesso, facendo mancar loro che leggere. Non potendo a ciascuno, vorrei con queste parole rispondere a tutti.

Ho detto che, per chi scri ­ve, i lettori non hanno nomi né volti; ed è, almeno per me, un’emozione che si ripete ogni volta quando un fascio di que ­ste lettere rinnova il miraco ­lo: dalla folla, muta confusa indistinta, si levano delle voci, si palesano dei nomi, si af ­facciano dei volti. Rivedo uscir da una busta, il visino grazioso di una studentessa contestatri ­ce, che invece di contestar le mie prose se ne compiaceva. Mi raccontava i mille casi di progetti piuttosto confusi di ri ­forme didattiche e di « contro ­corsi ». Aveva un nome bellis ­simo: si chiamava Aura; non s’è più fatta viva, come molte altre, dopo quel mio elzeviro intitolato Settanta.

E altri volti, altri nomi. Due lettrici mi mandarono un di ­segnino acquerellato: due bim ­be sgambettanti, sollevate in alto da un volo di palloncini; e su ciascuno era il titolo di un mio elzeviro o di un libro. Un noto scrittore mi spedisce un telegramma in versi per ogni prosa che pubblico. Un lettore fervoroso vorrebbe, po ­vero lui, aumentare lo smer ­cio dei miei prodotti letterari applicandovi la sua esperien ­za commerciale e la sua vul ­canica efficienza di meridio ­nale milanesizzato. Una signo ­ra bolognese mi fa le predi ­che perché risparmi occhi e salute; e me le fa a nome di uno dei miei personaggi, la signora Benedettini, fingendo ­si una sua reincarnazione.

Le donne sono le più cu ­riose: tempestano di doman ­de, vogliono sapere questo e quello, come scrivo, come vi ­vo. Sono sensibili ed espan ­sive; spesso, materne: anche quelle che potrebbero essermi figliole o addirittura nipoti. Tra gli uomini, mi stupiscono piacevolmente certi giovani, studiosi e pensosi, che espri ­mono in modo meno poetico concetti non molto dissimili da quello raffigurato dai pallon ­cini. Leggo nella lettera d’un milanese: « Lei è il mio più grande amico »; forse è vero: me, almeno, non mi conosce.

E poi, lettere in lode delle pagine semplici e chiare, do ­po tante macchinose ed oscure che oggi si leggono; lettere che chiedono contravveleni contro i veleni che inquinano la vita, l’arte, la letteratura e perfino la poesia: lettere che ringraziano, lettere che bene ­dicono. Benedicono ogni scrittore che non opprima i loro animi oppressi, che non affa ­tichi anche le ore del loro ri ­poso, che non intorbidi quel poco che ci resta di limpido. E allora, dico io, siano bene ­detti a loro volta quei lettori che scrivono per dare a chi scrive il coraggio e la forza di andare contro la corrente della grande cloaca.

Visto 9 volte, 1 visite odierne.