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A Berlusconi un consiglio

23 Luglio 2013

A mano a mano che si avvicina la data del 30 luglio, fissata dalla Cassazione per decidere della sorte di Silvio Berlusconi in relazione alla sentenza di condanna emessa in secondo grado dal tribunale di Milano, si intensificano gli articoli che legano a quella scadenza la caduta o meno del governo Letta.
Si fa strada, tuttavia, l’ipotesi che i conteggi relativi alla prescrizione siano sbagliati e che pertanto la Cassazione aggiornerà l’udienza ad altra data.

Comunque vadano le cose, suggerirei a Berlusconi di non interessarsi in nessun modo ai pasticciati calcoli della magistratura e lasciare che la Cassazione si acconci come meglio le aggrada. Che gli avvocati difensori lascino fare senza eccepire alcunché.
La magistratura ha dimostrato in questi ultimi tempi di non fare solo pasticci di natura aritmetica, ma di comminare condanne a capocchia, al punto che si fanno più anni di galera se si favorisce la prostituzione che se si è commesso un delitto.
Pensate bene a cosa state facendo se andrete a casa di un amico e gli presenterete una bella ragazza. Perché se quest’ultima, sia pure maggiorenne, come è accaduto a Emilio Fede, finisce a letto dell’amico, potreste trovarvi un pm che vi condannerà a 7 anni di galera e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici incolpandovi di favoreggiamento della prostituzione (si legga l’articolo di Filippo Facci, qui).

Non so se nel regime talebano si arrivi a tanto, ma probabilmente la nostra magistratura sta battendo al gran galoppo il record mondiale per sentenze emesse sulla sola base di un modello di etica personale del giudicante che niente ha a che vedere con la legge.
Come per Fede, come per Berlusconi, nel caso Ruby la magistratura si è comportata come fosse la Santa Inquisizione. Devi essere colpevole a prescindere. Come ha scritto qualche giorno fa Vittorio Feltri, per riconoscere l’innocenza sia dell’uno che dell’altro, sarebbe bastata la visita di un geriatra. Invece si sono spesi milioni di euro a vuoto, allo scopo di trovare uno straccio di prova che rendesse ineccepibile la condanna. La qualcosa non è riuscita, ma siccome la condanna era già scritta, la si è giustificata con arzigogoli mentali. Nessuna prova, nessuna pistola fumante.

È quasi certo, come teme l’avvocato Ghedini nell’intervista rilasciata ieri al Fatto Quotidiano, che la sentenza di condanna per i diritti Mediaset sia stata già scritta, e quindi nessuna argomentazione difensiva riuscirà a smontarla, e allora per la persona di Berlusconi poco cambierà se essa sarà ufficializzata il prossimo 30 luglio o a settembre. Potrà giovarsene per una manciata di settimane il governo Letta, ma a settembre il nodo circa la sorte giudiziaria di Berlusconi verrà al pettine.
Perciò Berlusconi non deve fare assolutamente niente (nemmeno rinunciare alla prescrizione come vorrebbero l’avvocato Coppi) e lasciare che la Cassazione cuocia nel suo stesso brodo. Deve far sì che la responsabilità di quanto accadrà sia tutta nel campo dell’iter processuale che porterà alla emissione della condanna definitiva.

Il fatto che ben due sentenze della Cassazione lo abbiano scagionato dall’accusa di essere il padrone di Mediaset a partire dal momento in cui è sceso nell’agone politico, e che solo i magistrati milanesi abbiano espresso la loro convinzione contraria confidando nella propria forza di persuasione nei confronti del massimo organo giudicante, la dice lunga delle lotte intestine che attraversano un organo così importante e delicato, sceso ai più bassi gradini della affidabilità in tutto il mondo.
Se la condanna sarà confermata, avvenga ciò il 30 luglio o a settembre, Berlusconi una sola cosa deve fare: prendere spazzolino e dentifricio e presentarsi al carcere milanese per scontare la pena.

Dovranno essere le più importanti istituzioni a vergognarsi di aver tollerato, per le più spregevoli ragioni di parte, che si sia arrivati a tanto. Vale a dire a mettere in galera il leader di uno dei due più importanti partiti italiani (quando al governo, quando all’opposizione) per effetto di condanne emesse sulla base di aria fritta e con valutazioni dei fatti divergenti e opposti a seconda della sede giudicante.

Alessandro Sallusti inconsapevolmente gli ha fatto da apripista, allorché si rifiutò di scontare ai domiciliari la condanna ricevuta per un articolo, peraltro non scritto da lui. Furono le istituzioni a vergognarsi della magistratura giudicante e Napolitano pensò bene di rimediare al guasto democratico concedendo la grazia al giornalista.
Berlusconi ne guadagnerà poi in consensi elettorali, che già ora stanno crescendo.


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Bart