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A settant’anni, la rabbia

15 Gennaio 2012

Ieri ho compiuto settant’anni. Nacqui in un paese del Sud, in provincia di Caserta, San Prisco, dove mia madre, già residente a Lucca, andò a partorire dai miei nonni. Era il 1942, tempo di guerra. Restai a San Prisco i 40 giorni previsti per la quarantena delle partorienti, poi facemmo tutti ritorno a Lucca, dove mio padre risiedeva dal 1930, avendone preso la cittadinanza il 29 ottobre di quello stesso anno.

Nelle cronache, si legge che quel giorno a Lucca faceva freddo, e ci fu una nevicata memorabile. Me la scansai per miracolo.
Il Sud mi è rimasto sempre nel cuore, e il sangue non è acqua quando porta dentro di sé la storia dei miei genitori che in quel paese, un tempo baciato dal sole e dalla vita semplice, trascorsero gli anni della loro gioventù.

Dopo pranzo sono andato a godermi la solita quotidiana pennichella. Ma ho voluto fare di più, ho preso le canzoni napoletane interpretate da uno dei miei cantanti preferiti, Peppino di Capri, e me le sono ascoltate tutte.
Quando è cominciata l’aria di “I’ te vurria vasa’” la memoria è andata a quei giorni lontani, e la fantasia ha oltrepassato gli anni della mia adolescenza, quando a San Prisco trascorrevo le vacanze estive,   per risalire ai tempi in cui quelle immortali canzoni furono scritte.
Ho immaginato il mare e la natura di allora. Già negli anni ’50 tutto era ancora meraviglioso e semplice. Chi sa addirittura quali bellezze irradiavano nei primi anni del 1900!

È a questo punto che mi ha preso la rabbia. La rabbia per un patrimonio naturale, eternato dai poeti, andato distrutto per l’incuria degli uomini.
Noi italiani, al contrario di altri europei, come gli inglesi, i tedeschi e i francesi, ci facciamo male con le nostre mani.
Partiamo avvantaggiati da tutto ciò che una Provvidenza generosa ha voluto elargirci e, storditi forse da tanta bellezza, non avvertiamo il dovere di preservarla per l’avvenire.

Nel ‘700 e nell’ ‘800 si muovevano da lontano per arrivare fino a noi. Le nostre bellezze non avevano l’eguale.
I tedeschi, i francesi, gli inglesi, che oggi ci danno lezione su tutto, valicavano le Alpi per conoscere che cosa sia davvero la bellezza del creato. Chi non era stato in Italia, si portava dietro per tutta la vita l’handicap di non aver visto il meglio che la natura aveva seminato sulla terra.

Proteso dentro un mare chiuso, il nostro Paese ha visto il fiorire delle civiltà che hanno   formato la storia umana.
Egitto, Grecia e Italia si sono passati il testimone in questa gara superba. E quando è arrivato il turno dell’Italia, è sorta Roma, la grande Roma repubblicana e imperiale, che ha forgiato tutto il mondo allora conosciuto.
Come è potuto succedere che oggi siamo ridotti a questo infimo livello? Come è potuto succedere che il mondo ci consideri quasi “spazzatura”?

La mia rabbia si tramuta in violenta collera. Se non mi frenasse quel barlume di saggezza offertami dall’età, maledirei quel lembo di terra calcato da coloro che, avendo esercitato un potere cieco, vile e corrotto, sono i responsabili di un tale rovinoso declino.

www.i.miei.libri.it

Altri articoli

“Quel che Monti dovrebbe dire” di Bill Emmot. Qui.

“Così andiamo dritti al Fondo” di Mario Sechi. Qui. Da cui estraggo:

“Di fronte a questo scenario, al posto di Monti non avrei perso un minuto ad inseguire il taxi di giorno e andare al market la notte, ma mi sarei dedicato alla soluzione del problema della riduzione del debito pubblico e alla correzione delle scelte di leadership incerte e confuse come quelle di Merkel e Sarkozy. Si è fatto altro e comincio a pensare che i tecnici siano dei politici improvvisati. Se è così, ridateci i politici.”

“Bersani: “Sulla consulta Di Pietro come Berlusconi”. Qui.

“E ora chi ci salverà dal salvatore?” di Vittorio Feltri. Qui.


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Bart