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Napolitano, la via per uscire dall’impasse

5 Marzo 2013

di Marzio Breda
(dal “Corriere della Sera”, 5 marzo 2013)

«Faccio appello alle mie energie e ovviamente cerco di mobilitarle », aveva confidato a Berlino Giorgio Napolitano, a poche ore dal rientro in Italia. Sapendo che avrebbe trovato una situazione difficilissima, si preparava ad assumere la regia del dopo-voto. Un compito per qualcuno «proibitivo » e di sicuro faticoso. Lo dimostrano le prime e frustranti prove di dialogo tra i partiti, ancora fondate più sulle sfide e sulle provocazioni reciproche che su un’autentica disponibilità a cercare qualche intesa. Tuttavia, mentre ci si concentra sulle ipotesi di governo, incombe già l’incognita delle elezioni dei presidenti di Camera e Senato, adempimenti preliminari per dare funzionalità al nuovo Parlamento. Ora, posto che il Pd dispone a Montecitorio di una maggioranza sicura e ampia e lì è dunque in grado di «chiudere la pratica » subito, per Palazzo Madama il discorso è più complesso. Perché senza un accordo si rischia che non passi nessuno e si sa che, dalla quarta votazione, si andrebbe al ballottaggio, con esiti molto incerti.

Ecco un nodo da sciogliere in fretta, individuando per la seconda carica dello Stato un indiscutibile nome di garanzia che non permetta a qualcuno – cioè al Movimento 5 Stelle – di gridare al compromesso di basso profilo, all’inciucio. A margine c’è l’altra trattativa, la più importante, sulle alleanze politiche possibili e sulle formule del prossimo esecutivo. E qui ci sono alcuni punti fermi su quello che Napolitano, alla cui «saggezza » ci si appella, potrebbe fare.

Il governo di minoranza (o «di cambiamento ») evocato da Pier Luigi Bersani, ad esempio, resta una possibilità problematica. Durante le consultazioni, infatti, il presidente della Repubblica avrà bisogno di mettere a verbale risposte convincenti a un paio di questioni. In primo luogo dovrà avere la ragionevole certezza che l’aspirante premier possa assicurare il numero legale di 160 senatori, considerando che, se alcuni uscissero dall’aula per far passare la fiducia, altri potrebbero uscire per farla mancare. Servirà poi che i «sì » prevalgano sulla somma di «no » e di astensioni, calcolando che alcuni rientrino per garantire il numero legale votando «no » o astenendosi e che in quella fase potrebbero rientrare anche altri per mettere il «sì » in minoranza. Due subordinate che il capo dello Stato – e prima di lui il segretario del Partito democratico, com’è ovvio – deve cercare di risolvere in modo convincente lungo il proprio percorso.

Ma se pure Bersani non fosse del tutto sicuro dei numeri di cui dispone, poiché il suo partito ha la maggioranza alla Camera, ramo di maggiore rappresentatività del Parlamento, Napolitano potrebbe comunque concedergli un tentativo. Magari con un incarico «esplorativo », così che l’eventuale fallimento sia attutito e risulti meno compromettente e traumatico. Anche l’ipotesi di una proroga a oltranza di Mario Monti a Palazzo Chigi non sembra praticabile, dal punto di vista costituzionale e quindi dello stesso presidente. Non a caso il professore oggi dispone solo di poteri di «ordinaria amministrazione », nulla che valga pleno jure . Pensare di farlo sopravvivere addirittura per qualche mese (ciò che richiederebbe un reinsediamento, attraverso un voto di fiducia delle Camere politicamente da escludere), sarebbe una forzatura.

In questo quadro lo sbocco che ha forse maggiori probabilità per uscire dall’impasse ed evitare un rapido ritorno alle urne, sarebbe quello in un certo senso quasi disperato. Ossia un governo di scopo, o comunque lo si battezzi, per il quale il capo dello Stato incarichi una figura di profilo istituzionale (e i nomi non sono moltissimi, ma quello del ministro dell’Interno ed ex prefetto, Anna Maria Cancellieri, vi rientra), cui affidare una missione limitata, dopo una fiducia tecnica, andando di volta in volta a cercarsi i voti in Parlamento e confidando nel buon senso dei partiti: riformare la legge elettorale e approntare qualche misura in campo economico che le performance dello spread e dei mercati rendessero indispensabile e urgente.

Scenari ai quali se ne aggiunge un altro, estremo, che citiamo per liquidarlo: quello di dimissioni anticipate dello stesso Napolitano, in modo che la gestione della nuova fase politica vada al successore. È un’ipotesi – circolata forse come wishful thinking di qualcuno a Montecitorio – dell’irrealtà, perché una simile scelta aumenterebbe i rischi di sfascio ed equivarrebbe ad una caduta di responsabilità inimmaginabile, da parte del capo dello Stato. Il quale tra l’altro, prima che il Parlamento elegga chi sarà destinato a sostituirlo, a norma di Costituzione dovrebbe passare la mano al suo naturale «supplente »: l’attuale presidente del Senato, Renato Schifani.

Mentre tutto è caoticamente in movimento, Napolitano si limita a seguire a distanza gli approcci tra i partiti. «Nessun contatto e nessun consulto né formale nè informale », precisa il Colle, smentendo con fastidio quanto alcuni insistono a scrivere. L’unico confronto che finora il presidente si è concesso è un faccia a faccia con Mario Monti, ieri, per parlare di «questioni di governo in vista del Consiglio Europeo del 14 marzo ». A lui, come aveva anticipato la settimana scorsa in Germania, ha suggerito di consultarsi subito con le forze politiche (tutte, non solo quelle della «strana maggioranza » che lo ha sostenuto per 13 mesi), così da poter presentare a Bruxelles una posizione italiana coerente e affidabile. In grado insomma di dimostrare che il nostro «non è un Paese allo sbando ».


Le radici del libero pensiero
di Ugo Magri
(da “La Stampa”, 5 marzo 2013)

Mancano 36 anni e 9 mesi al 2050 quando, scommette il profeta grillino Casaleggio, «l’intelligenza sociale collettiva permetterà di risolvere i problemi complicati del mondo ». Quel giorno basterà un clic per decidere, facile come dire su Facebook «mi piace ». Non servirà più eleggere rappresentanti, provvederà la «web-democrazia ». Ma già oggi, che siamo nel 2013, al Movimento 5 stelle questo Parlamento appare giurassico.

E obsoleta la Costituzione che autorizza gli eletti a decidere di testa loro. Secondo Grillo è una «circonvenzione di elettore », poiché l’onorevole può fare quanto gli aggrada, perfino «votare una legge contraria al programma ». Per cinque anni, il fortunato se la spassa e nessuno gli chiede conto. Viceversa il voto, protesta Grillo, dovrebbe essere «un contratto tra elettore ed eletto ». Non è l’unico a pensarla così.

Berlusconi ha fatto firmare ai candidati un contratto, appunto, dove gli promettono di «non tradire il mandato ». E di astenersi dai cambi di casacca. «Voltagabbana », «opportunisti », «saltafossi »… Quanti epiteti vennero lanciati da destra contro Fini, dopo il celebre «mi cacci ». Come in altri campi, il berlusconismo ha stravolto costume e politica, cosicché adesso sembra scontato che il deputato sia messo lì a pigiare i bottoni.

Invece per la Costituzione tanto normale non è. L’articolo 67 stabilisce che «ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione », con la maiuscola, «ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato ». I padri della patria repubblicana ebbero zero dubbi in proposito. All’Assemblea costituente, la norma fu approvata in tre minuti, Terracini la lesse e nessuno si alzò per obiettare. Eravamo nel marzo 1947. Qualche mese prima se n’era discusso in commissione. Anche lì, tutti d’accordo con l’eccezione del comunista Grieco, ostilissimo alla formula «senza vincoli di mandato » in quanto i deputati «sono tutti vincolati: si presentano infatti alle elezioni sostenendo un programma »… Proprio gli argomenti odierni di Grillo (e di Berlusconi). Aggiunse l’uomo di Mosca: «Sorgerà il malcostume politico ». Ma nemmeno il suo partito gli diede retta, sebbene il «mandato imperativo » fosse la regola all’Est nelle cosiddette democrazie popolari, canonizzato dalla Costituzione sovietica e perpetuato in Ucraina perfino dopo la caduta del Muro: lo rispolverò nel 2007 il presidente Yushenko per far sciogliere il Parlamento, dopo che un gruppo di deputati l’aveva piantato in asso.

Meglio la disciplina o meglio il libero pensiero? Nobile diatriba, che risale all’epoca dei Lumi. Fu primo il britannico Burke a teorizzare che chi viene eletto rappresenta l’intera nazione e non soltanto i propri sostenitori. Dunque conserva il sacrosanto diritto di mutare idea, di cercare compromessi con gli avversari senza per questo essere disprezzato, anzi. Rousseau, il filosofo, la vedeva esattamente al rovescio. L’Ancien Régime ammetteva solo il mandato «imperativo », invece i rivoluzionari francesi lo vollero libero, e così pure lo Statuto Albertino. Ci sono Paesi dove chi delude può essere sostituito con nuove elezioni, e forse proprio questo congegno ha in mente Grillo, sul suo blog se n’è molto discusso. Negli Usa si chiama «recall », permette di mandare a casa perfino i governatori degli Stati (è accaduto due volte). Stessa storia in sei cantoni svizzeri. In Venezuela ci hanno provato per scalzare Chavez, ma senza successo. Nella vecchia Europa è diverso. Regna la democrazia rappresentativa, l’autonomia di giudizio è considerata un bene prezioso, il dissenso viene tutelato in ogni Parlamento, da noi perfino troppo come fa osservare il costituzionalista Ceccanti: al punto che si scade nel trasformismo o peggio (vedi De Gregorio).

Eppure fu grazie ai casi di coscienza di Calamandrei, di Codignola e di altri 7 deputati che nel 1953 venne infilata una zeppa dentro l’ingranaggio della «legge truffa ». Dal Patto Atlantico al divorzio, dalla Guerra del Golfo agli euromissili, l’articolo 67 ha rappresenato sempre l’antidoto al pensiero unico, la ragione vera e forse unica per tenere aperto un Parlamento. Laddove abbiamo oggi un sistema che permette ai leader di scegliersi i rappresentanti del popolo, a uno a uno… E se il nostro dramma stesse proprio qui?


Vincolo di mandato, una nuova ipotesi per Grillo
(da “Lettera 43”, 5 marzo 2013)

Buongiorno,

siamo una classe di studenti liceali che nelle ultime settimane ha approfondito, nell’ambito del programma di storia ed educazione civica, alcuni temi della nostra Costituzione, in particolare quello della rappresentanza.
CAMBIARE PARTITO. Ciò ci ha stimolato a intervenire sulle affermazioni fatte da Beppe Grillo proprio su questo stesso tema. Grillo ha dichiarato (la Repubblica 04.03.2013) che, in base all’articolo 67 della Costituzione: «L’eletto può fare, usando un eufemismo, il c… che gli pare, senza rispondere a nessuno ». E ha aggiunto che, nel caso in cui qualcuno dei neoeletti decida di tradire gli elettori e cambiare partito, si dovrebbe «prenderlo a calci ».
Per quanto ci riguarda, vorremmo discutere la questione pacatamente richiamando innanzitutto l’attenzione sul significato che ha la distinzione tra «mandato imperativo » – in cui il rappresentante è vincolato alla volontà del rappresentato – e «mandato libero », in cui il rappresentante non deve sottostare a nessun vincolo.
IL MANDATO È LIBERO. Nel pensiero politico moderno, a partire da Thomas Hobbes, il sovrano, che il popolo fa nascere attraverso il patto politico, esercita il suo potere in modo indipendente, assoluto, senza dover essere autorizzato da altri.
Il sovrano decide in modo incondizionato sulla base del presupposto che esso solo incarna l’interesse generale identificandosi con l’universalità della ragione, sciolta dagli interessi particolari, dai privilegi e dalle convenienze di questo o quel ceto sociale. Mandato libero, nella teoria e nella prassi politica moderna, non significa pertanto mandato arbitrario, ma soltanto non asservito a una parte qualsiasi, imparziale, in quanto istituito per tutelare i diritti di tutti gli individui indistintamente.
Nel passaggio dall’assolutismo al liberalismo il principio del mandato libero non è stato scalfito. Il sovrano è divenuto il Parlamento, nel quale ciascun membro è chiamato a rappresentare l’insieme della Nazione. Ciò che è cambiato è che il mandato è, sì, libero ma revocabile, in quanto temporaneo (dura da un’elezione all’altra).
ASSENZA DI VINCOLO. L’assenza di vincolo di mandato, che è principio sostanzialmente liberale, è prevista dalla nostra Costituzione all’art. 67 – «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato » – ed è un presidio irrinunciabile in tutte le Costituzioni liberaldemocratiche.
Con il passaggio dal liberalismo alla democrazia, e con l’estensione universale del diritto di voto, abbiamo assistito a un’ulteriore evoluzione politica che ha prodotto un pluralismo di visioni politiche e la formazione di diversi partiti politici, che hanno contribuito a rendere la vita politica più articolata e più dialettica. Tutto ciò ha comportato il riconoscimento del preminente ruolo dei partiti nella vita politica come risulta, per quanto ci riguarda, dall’art. 49 della nostra Costituzione: «Tutti i cittadini hanno il diritto di associarsi liberamente ai partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale ».
DOPPIA LEALTí€. Ma, anche in questa nuova cornice, il mandato dei rappresentanti del popolo non è stato sottoposto ad alcun vincolo formale. È certamente vero che il deputato, in un sistema democratico maturo, si trova di fronte a una doppia lealtà (e a una doppia rappresentanza): da un lato quella, tradizionale e formale, nei confronti dell’intera popolazione e, dall’altro, quella assunta nei confronti della parte politica a cui ha aderito, condividendone programmi e finalità politiche.
Noi crediamo che non si possa eliminare la prima lealtà senza correre il rischio di trasformare i partiti in istanze autoritarie, sacrali, a cui sarebbe dovuta un’obbedienza cieca e finendo per concepirli come un tutto che non ammette alternative legittime.
Ma, d’altra parte, riteniamo che anche la lealtà alla parte politica, a cui si è scelto liberamente di aderire, sia un valore da tutelare, contro i trasformismi e le scelte di convenienza. Tanto più se ciascun partito svolge la sua azione rispettando, al proprio interno, la trasparenza e il metodo democratico (ciò a cui i partiti dovrebbero essere obbligati).
Detto questo ci sembrerebbe utile discutere della possibilità che il rappresentante, pur restando libero di dissentire dal suo partito o, al limite, di staccarsi da esso per aderire a un’altra parte politica, possa fare ciò pagando qualche prezzo in modo da non alimentare dubbi sulle motivazioni ideali e politiche delle sue scelte (per esempio perdendo il diritto a candidarsi nelle elezioni successive).

Gli alunni della II D del Liceo classico “G. Leopardi” di Pordenone
Martedì, 05 Marzo 2013

(Ritengo questa ipotesi una buona soluzione che dovrebbe conciliare le opposte posizioni. bdm)


Zero Tituli
di Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”, 5 marzo 2013)

C’è una sola corporazione più refrattaria della casta politica al cambiamento: quella dei giornalisti. Ieri ci siamo muniti di microscopio elettronico alla ricerca di una qualche traccia della notizia pubblicata sabato dal Fatto: la denuncia, precisa e circostanziata, del procuratore del Trentino Alto Adige della Corte dei Conti Robert Schulmers sulle pres ­sioni ricevute dal Pg Nottola e dal presidente Giampaolino per salvare le chiappe al gover ­natore della Provincia autonoma di Bolzano, Luis Durnwalder della Sudtiroler Volkspartei. Costui, a leggere le indagini dei magistrati contabili, ma anche varie inchieste giornali ­stiche, è un incrocio fra Matusalemme e Sardanapalo: al potere ininterrottamente dal 1989 (prima del crollo del Muro di Berlino), è ac ­cusato di sperperare il denaro pubblico in re ­gali all’ex moglie e all’ex fidanzata e in spese folli col solito trucco dei “rimborsi”. Ma è an ­che un alleato storico del centrosinistra: alle ultime elezioni i 145 mila voti di Svp sono stati decisivi per assicurare a Bersani il primo po ­sto. Così, narra Schulmers, nel giugno 2012 Durnwalder va in visita pastorale al Quirinale e subito dopo, come per incanto, partono i calorosi inviti al procuratore perché archivi le indagini sul governatore e usi il guanto di vel ­luto con la giunta altoatesina, altrimenti “ci/ti distruggono”. Il tutto accompagnato da mi ­nacce di dossier sul suo conto: roba che, se ci fosse di mezzo B., si griderebbe alla “macchina del fango”. Invece tutti zitti e mosca. E dire che i riferimenti alle pressioni del Quirinale si sprecano, nero su bianco. Del resto, è un co ­pione già tristemente visto. Non è un mistero che Napolitano si sia messo in testa di essere il capo della magistratura, mentre è soltanto il capo dell’organo di autogoverno che dovrebbe difendere i magistrati dalle pressioni esterne. Non esercitarle. Quando il pm Woodcock ter ­remotò Potenza con le sue indagini, il Colle chiese informazioni su di lui. Quando la Pro ­cura di Salerno scoprì gli insabbiamenti delle indagini di De Magistris a Catanzaro e andò a sequestrare gli atti negati dagli insabbiatori, Napolitano chiese addirittura le carte dell’in ­dagine. E quando la Procura di Palermo in ­dagò sui politici implicati nella trattativa Stato-mafia, Napolitano e il consigliere D’Am ­brosio si attivarono su richiesta di Mancino (indagato per falsa testimonianza) per otte ­nere dal procuratore nazionale antimafia Grasso e dal Pg della Cassazione (prima Espo ­sito, poi Ciani) l’avocazione dell’indagine o almeno il salvataggio di Mancino. Ora non un passante o un quacquaracquà, ma il capo della Procura della Corte dei Conti del Trentino-Alto Adige denuncia l’“interferenza inde ­bita del Quirinale” nelle sue indagini su Dur ­nwalder. Ma nessun giornale ritiene che sia una notizia. Non una riga su Repubblica, Stam ­pa, Messaggero, e neanche sul Giornale e su Libero (meglio tenersi buono Napolitano per il governissimo salva-Nano). Le uniche tracce della notizia si rinvengono, per i lettori dotati di strumenti di rilevazione ad alta precisione, in una breve di 25 righe sul Corriere. Ma, be ­ninteso, senz’alcun cenno al ruolo del Qui ­rinale, se non per smentirlo senza spiegarlo. Il tutto sotto un titolo fatto apposta per non far capire nulla: ‘“Pressioni pro-Durnwalder’. Giampaolino: tutto falso”. Chissà oggi come farà la libera stampa a occultare ancora la no ­tizia, visto che ieri il Quirinale ha emesso un comunicato. Intanto, in prima pagina, Beppe Severgnini definisce “umiliante sapere le in ­tenzioni di M5S leggendo le anticipazioni di un’intervista di Grillo alla rivista tedesca Fo ­cus”. Più o meno come apprendere le inten ­zioni del Pd da un’intervista di Bersani a Che tempo che fa. Ma mai così umiliante come la stampa italiana che censura le notizie sgradite al Quirinale a edicole unificate. Poi dice che uno parla con Focus.


Denuncia pressioni del Colle: procuratore Corte conti Trentino messo sotto inchiesta
di Valeria Pacelli
(da “il Fatto Quotidiano“, 5 marzo 2013)

Iscrizione “lampo” nel registro degli indagati per il procuratore regionale della Corte dei Conti in Trentino Alto Adige, Robert Schulmers. La procura di Roma, dopo la notizia rivelata da Il Fatto di una serie di pressioni del Colle sui vertici della Corte dei Conti a favore del presidente della Provincia autonoma di Bolzano, il leader del partito Südtiroler Volkspartei, Luis Durnwalder, ha indagato Schulmers per calunnia e offesa al Capo dello Stato.

Contemporaneamente è stato aperto anche un secondo fascicolo, per adesso contro ignoti, in cui si indaga per abuso d’ufficio e di cui è titolare Alberto Caporale. La procura vuole chiarire se ci siano state o meno pressioni da parte dei procuratori Salvatore Nottola e Luigi Giampaolino, lasciando tuttavia la posizione del Colle assolutamente marginale.

La Procura della capitale ha preso questa decisione in seguito all’incontro di ieri tra il procuratore generale della Corte dei Conti, anche lui destinatario di una serie di mail, Salvatore Nottola e il procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone. Ieri, secondo indiscrezioni, i due avrebbe parlato proprio di questo caso, e Nottola avrebbe espresso la propria indignazione per la notizia finita sui giornali. Stamattina invece in procura è stato sentito il presidente della Corte dei Conti Luigi Giampaolino, il quale, nella mailing list generale, avrebbe chiesto al procuratore Schulmers di darsi una calmata con i politici.

Giampaolino ha respinto ogni accusa, anche se in una delle tante lettere, quella del 26 febbraio, Schulmers scrive: “Giampaolino, mi ha chiesto – nelle mie funzioni di Procuratore regionale – di stare più tranquillo nei confronti dei vertici politico-istituzionali della Provincia autonoma di Bolzano, ‘altrimenti questi ci distruggono’”.

Il presidente della Provincia autonoma di Bolzano, in realtà,  ha ammesso di aver consegnato al Quirinale un promemoria “riguardante alcune inchieste della Corte dei conti che non mi riguardano personalmente”. Il Colle nega di essersi interessato al caso. Per ora c’è una sola certezza: il procuratore regionale della magistratura contabile autore della denuncia è finito sotto inchiesta della procura di Roma.


Qui anche il Corriere della Sera”.


«Agnelli, tesoro off-shore ai danni della Fiat »
di Igor Greganti
(da “Lettera 43”, 4 marzo 2013)

Gianni Agnelli avrebbe avuto a disposizione un patrimonio off-shore, «stimato in circa 2,5 miliardi » di euro dal consulente contabile della figlia Margherita, e che sarebbe stato creato «in danno della Fiat », attraverso la «sottrazione di capitali ai danni delle società e dei soci del gruppo industriale ».
GIALLO SULL’EREDITí€. È su questa ipotesi d’accusa che ha lavorato la procura di Milano, convinta di essere riuscita a intravedere parte dell’«immenso » tesoro all’estero dell’Avvocato, nell’ambito dell’inchiesta con al centro una serie di accuse e contro-accuse attorno all’eredità del Senatore e che si è da poco conclusa con una richiesta di archiviazione.
Le indagini dei pm Eugenio Fusco e Gaetano Ruta, infatti, come emerso anche dai sei faldoni di atti appena depositati alle parti, si sono dovute fermare di fronte al diniego, da parte delle autorità giudiziarie di Svizzera e Liechtenstein, di dare seguito alle rogatorie nelle quali si chiedeva di accedere alla documentazione di conti e trust «riconducibili » all’Avvocato.
UN NUOVO QUADRO EMERSO. Tutto questo ‘spaccato’ di presunte società off-shore e conti esteri era saltato fuori con la richiesta di archiviazione notificata, tra gli altri, a Margherita Agnelli (difesa da Filippo Sgubbi), all’avvocato svizzero Charles Poncet (difeso da Francesco Arata e Carlo Tremolada) e al legale Emanuele Gamna.

Nell’atto i pm facevano notare, tra l’altro, come Margherita avesse «titolo a conoscere l’ammontare » del patrimonio del padre. In una richiesta di rogatoria, sempre ‘bocciata’, del dicembre 2009 alle autorità svizzere, i pm segnalarono che Margherita «aveva richiesto » alla filiale di Zurigo di Morgan Stanley «senza ottenere risposta, chi fosse il beneficiario economico del conto » dal quale aveva ricevuto 109 milioni di euro «quale asset ereditario ».
«DENARO OCCULTATO ». Tuttavia, hanno scritto i pm, «la linea di condotta mantenuta dalla banca, che ha sempre negato l’esistenza di conti riferibili a Giovanni Agnelli, era dettata (…) dalla volontà di occultare denaro che costituiva il provento di appropriazioni indebite in danno di società e soci del gruppo industriale facente capo alla famiglia Agnelli ».
UN ALTRO TESTIMONE CHIAVE. La volontà di occultamento, secondo i pm, «si appalesa dalla documentazione prodotta dalla difesa » della figlia dell’Avvocato, nel dicembre 2009, «e in parte anticipata in sede di interrogatorio ».
Oltre agli interrogatori di Margherita, poi, agli atti c’è anche il verbale Paolo Revelli, ex managing director di Morgan Stanley. È lui ad aver parlato di un conto riconducibile all’Avvocato nella filiale di Zurigo e con dentro «tra gli 800 milioni e 1 miliardo di euro ».

E di questo patrimonio, secondo i pm, se ne sarebbe occupato Siegfrid Maron, ‘storico’ consulente dell’Avvocato, che è stato indagato per riciclaggio e per cui poi è stata chiesta l’archiviazione.
I pm avevano chiesto alla Svizzera di poterlo interrogare, come di poter perquisire gli uffici della filiale di Morgan Stanley. Istanze tutte negate.
ALTRI NOMI FATTI DA MARGHERITA. In un interrogatorio del 30 marzo 2010, inoltre, Margherita Agnelli aveva anche fatto i «nomi dei gestori presso la Morgan Stanley di Zurigo di conti riferibili alla famiglia Agnelli », nomi che le sarebbero stati «riferiti da Ernst Boles, già manager di Morgan Stanley »: sei persone in tutto, tra cui anche «Adolf Brundler, già Ceo di Morgan Stanley ».
Agli atti c’è anche un testo di oltre 300 pagine intitolato ‘Gli usurpatori, la storia scandalosa della successione di Giovanni Agnelli’, scritto da Mark Hurner, consulente contabile di Margherita in un «esemplare unico destinato » al pm Fusco.
«DENARO REIMPIEGATO O RICICLATO ». In un’annotazione della guardia di finanza, poi, è spiegato che è «verosimile ritenere » come la «provvista » estera dell’Avvocato «sia stato oggetto di reimpiego e/o riciclaggio continuato, a far data quantomento dal 1998 a oggi, per il tramite di numerosi veicoli » off-shore.
Sul punto i finanzieri fanno riferimento anche alla «perizia » di Hurner «da cui è scaturito che Giovanni Agnelli si sarebbe indebitamente appropriato di un patrimonio off-shore stimato in circa 2,5 miliardi mediante una serie di operazioni finanziarie, quali l’opa lanciata su Exor Group nel ’98 ».
Secondo la finanza, «in questo contesto » si inserisce anche la Fondazione Alkyone costituita nel 2001 in Liechtenstein, nella quale avrebbero avuto «un ruolo di rilievo » oltre all’Avvocato anche «Gabetti, Grande Stevens e Maron ». Le ‘rimesse’ portate all’estero, secondo i pm, non hanno lasciato la minima traccia in contabilità ».

(Ansa)
Lunedì, 04 Marzo 2013


Grillo può mandare in pezzi il Pd
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 5 marzo 2013)

L’affannosa rincorsa ai “grillini” rischia di mandare in mille pezzi il Partito Democratico. Perché lo mette in rotta di collisione con il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che non può affidare a Pierluigi Bersani l’incarico pieno di formare il governo puntando sulla promessa del segretario del Pd di riuscire a racimolare un numero di transfughi del Movimenti Cinque Stelle tale da assicurargli la maggioranza anche al Senato. Perché accentua lo scontro già in atto tra i vecchi notabili del partito, da D’Alema a Veltroni, che predicano realismo ed i “giovani turchi” vicini alla segreteria che non si arrendono all’idea di non poter entrare nella stanza dei bottoni governativi ora che erano arrivati ad un passo dalla meta. Perché crea le condizioni per una clamorosa rivincita di Matteo Renzi che, non a caso, ha già chiarito che la propria linea è di non rincorrere in nessun caso il comico genovese.

Ma, soprattutto, perché cancella di colpo tutto il lavoro di recupero identitario fatto da Bersani in nome dei valori immodificabili della sinistra tradizionale italiana e rende evidente che il Pd è un partito privo di una precisa identità e dove convivono sempre più a fatica componenti che hanno come unico collante il potere e la sua occupazione. Bersani aveva aperto la campagna elettorale dicendo che il suo obbiettivo era quello di organizzare l’area progressista rendendo sempre più netto e chiaro che il Pd era l’erede diretto del Pci e del Pds e dell’intera sinistra italiana di antica estrazione marxista. Non a caso aveva voluto che le primarie fossero aperte a Sel di Nichi Vendola, considerato fratello separato da far rientrare a pieno titolo nella famiglia. E sul piano delle alleanze elettorali aveva escluso ogni rapporto con il Partito Radicale, considerato estraneo e nemico della tradizione, ed incluso il Psi di Nencini, ritenuto al contrario interno al filone post-marxista. Fedele a questa impostazione ha incentrato la sua campagna elettorale sul lavoro e sulla crescita, cioè sui valori-cardine di una tradizione politica che attribuisce alla classe lavoratrice il compito di incidere in maniera progressista all’interno di una società in cui l’industria è il principale settore produttivo.

Per molti l’impostazione di Bersani era apparsa vecchia, tipica di un funzionario post-comunista di rito emiliano convinto che solo riesumando lo spirito dell’antico frontismo sarebbe stato possibile tenere unita la sinistra ed entrare in un’area del potere la cui porta sembrava addirittura spalancata. I risultati elettorali non hanno premiato la linea di Bersani. Hanno invece dato il successo ad una forza, quella del M5S, che non solo non si pone nel solco della tradizione della sinistra post-marxista ma ne rappresenta l’antitesi più netta. Beppe Grillo non raccoglie solo la protesta e la rabbia popolare contro la casta politica ma è anche (e soprattutto) l’espressione di una visione che considera un pericolo la crescita nella società industrializzata e che punta apertamente ad una società in cui non sia più l’industria (e quindi la classe operaia) a svolgere la funzione propulsiva. Come possono Bersani ed i “giovani turchi” identitari fermi alle grande intese tra sindacati e Confindustria rincorrere chi vuole smantellare gli uni e l’altra perché punta al lavoro minimo assicurato dallo stato ed alla decrescita progressiva verso una società dove l’uguaglianza è assicurata dalla povertà generalizzata? Sbagliano quei dirigenti del Pd che sottovalutano questo contrasto. Perché non considerano che una parte della propria base è ormai contaminata dalla predicazione della decrescita verso il bello della deindustrializzazione. E che di questo passo il partito è destinato ad esplodere e finire in mille pezzi.


Chi non lo fa lavorare è peggio di Giannino
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 5 marzo 2013)

Oscar Giannino condannato alla disoccupazione dai colleghi: è una notizia che non può essere sepolta sotto uno strato di indifferenza. Per comprenderla, occorre darle un contorno.
Oscar Giannino, candidato premier di “Fare per fermare il declino”

Il giornalista, noto per la preparazione in campo economico e per l’abbigliamento eccentrico, prima di partecipare alla campagna elettorale, e per vari anni, aveva condotto un programma di successo (su Radio24, emittente collegata al quotidiano Il Sole 24 Ore) intitolato Nove in punto. Dal quale si era momentaneamente sospeso per impegni appunto politici.

Sappiamo come l’esperienza partitica di Giannino si sia conclusa con un nulla di fatto, poiché la lista Fare per fermare il declino non ha superato alla Camera lo sbarramento del 4 per cento. Per cui Oscar ha chiesto all’editore il reintegro in radio, pronto a riprendere la trasmissione che aveva consolidato la sua popolarità. Il quale editore, sentito il parere favorevole del direttore, ha risposto positivamente.

Ma c’è un ma. Appreso del ritorno al microfono del collega, i signori del Comitato di redazione (sindacato interno all’azienda) si sono opposti, scrivendo un comunicato per dire che l’iniziativa è da bocciare per motivi di opportunità. Qui bisogna interpretare e, quindi, ricordare la spiacevole vicenda del master e delle lauree millantate dal valente commentatore. In effetti, a questa roba allude il Cdr, e allora serve parlare chiaro.

Tutto ciò che si può rimproverare al millantatore è di non avere detto la verità a proposito del suo curriculum. Grave? Per un aspirante politico, sì. Gravissimo. Se un parlamentare in pectore comincia a mentire prim’ancora d’essere eletto, c’è il rischio che ci prenda gusto e seguiti a raccontare balle anche nell’esercizio delle funzioni pubbliche. Qualora polemizzasse con Silvio Berlusconi, non sarebbe credibile. Invece, un giornalista collaudato che ha ottenuto ascolti importanti, ha scritto centinaia di articoli (improntati ad autorevolezza), ha ricevuto applausi da esperti economisti, è stato giudicato abile e arruolato dai lettori di parecchie testate (per le opere, e non per i pezzi di carta) non merita ostracismo solo perché si è compiaciuto di attribuirsi titoli accademici mai conseguiti. Addirittura, bandirlo dalla categoria degli scribi, poi, è assurdo, crudele e controproducente: in fondo la bravata di Giannino, se valutata freddamente, e non sulla base dei soliti luoghi comuni moralistici, è un peccato veniale. Non è una tragedia, bensì una guasconata.

Impedire a quest’uomo geniale di lavorare e di guadagnarsi con onestà la pagnotta, come fa da decenni, è una mascalzonata sindacale. Se inoltre l’editore e il direttore si piegano alla volontà perfida del Cdr, le mascalzonate diventano due. D’altronde, se gli alberi si giudicano dai frutti, le persone si giudicano dalle opere: e quelle di Oscar sono di cospicuo spessore scientifico e culturale. Non buttiamole al macero. Sarebbe un’ingiustizia. Chissenefrega delle lauree.
Mi domando piuttosto perché Giannino tenesse tanto a dire che ne possedeva un paio. Anche se le avesse avute davvero, che cosa avrebbero aggiunto alla sua preparazione? Nulla. Come nulla gli toglie il fatto di non averne neanche mezza. Un tipo fuori dagli schemi banali del conformismo, quale lui è, non necessita di pergamene per essere se stesso, un personaggio. Forse lui non lo sa, eventualmente glielo dico io: gli autodidatti che hanno contribuito a migliorare l’umanità sono numerosi, specialmente in Italia, e spesso hanno mutato il corso della storia. Gli fornisco qualche esempio che lo solleverà da un gratuito senso di inferiorità, ammesso che ne soffra. Guglielmo Marconi, che ha cambiato il mondo, non era neanche diplomato. Benedetto Croce, l’ultimo (dopo Giovanni Gentile) filosofo di cui andiamo orgogliosi, l’università la vide col binocolo. Gabriele d’Annunzio, idem. Eugenio Montale, premio Nobel, era ragioniere, mai messo piede in facoltà. Salvatore Quasimodo, altro Nobel, perito, zero lauree. Grazia Deledda, Nobel anch’essa, terza media. Alberto Moravia, quinta ginnasio. Italo Svevo, l’unico scrittore di respiro internazionale (come Joyce e Proust), perito contabile: studiò in Austria.

Credo sia sufficiente per rincuorarti, caro Oscar, ma potrei proseguire nell’elencazione. Lo dico a te, ma lo dico soprattutto ai sindacalisti che ti osteggiano per inesistenti motivi di opportunità, e lo dico ai tuoi editore e direttore. Piantiamola lì con questa sciocchezza dei certificati di studio che interessano solo chi, non sapendo fare niente, li deve esibire per darsi arie di sapere tutto.


Maurizio Belpietro: “Prodi sul Colle, Berlusconi in cella”, qui.

Pier Francesco Borgia: “Il Colle smentisce pressioni sulla Corte dei conti”, qui.

Alessandro Campi: “Da rifondare il rapporto tra eletti ed elettori”, qui.

Giordano Mario: “Perché Amato è il re della Casta (e ha 7 motivi per cui vergognarsi)”, qui.

Mariateresa Conti: “De Gregorio negò in aula il mercato dei senatori”, qui.

Massimo Giannini: “Un colpo di spugna, tra bugie e ipocrisie”, qui.


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Bart