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Mi rivolgo alla Procura di Palermo: Berlusconi ha ucciso Falcone, ho fatto un sogno

25 Novembre 2009

Spatuzza, a me, non mi lega nemmeno le scarpe. Lui racconta sempre la stessa solfa: Ho sentito dire da un mafioso il quale ha sentito dire da un secondo mafioso che ha sentito dire da un terzo mafioso che ha sentito dire da un quarto mafioso che ha sentito dire da un quinto mafioso (e qui si perde, perché non sa contare più di cinque, costringendo la procura a ingaggiare in fretta e furia un’insegnante di matematica che in un corso accelerato dovrà insegnare a Spatuzza a contare almeno fino a dieci). Che barba, che noia, direbbe la Sandra Mondaini.

Lo stesso verbalizzante non ne può più. Sbadiglia, si addormenta, e ogni tanto bisogna dargli uno scappellotto per richiamarlo al suo dovere. Figuriamoci che cosa succederà quando il pentito saprà contare fino a dieci! E se poi l’insegnante arriverà ad insegnargli a contare fino a venti, quello a casa non ci torna più, stroncato da un colpo apoplettico.

Io invece posso fornire una prova ben più pregnante, non basata sulle chiacchiere di Spatuzza, ma sulla vista degli occhi, i miei. Sissignori! Ho visto il nemico pubblico n. 1, tal Silvio Berlusconi, confabulare nei giorni precedenti la strage di Capaci del 23 maggio 1992 con Giovanni Brusca. Ho visto nitidamente che gli metteva in mano dei soldi, una montagna di soldi, e il mafioso se li nascose nelle due tasche dei pantaloni, che si gonfiarono in una prominenza che somigliava tutta a una seconda pancia. Mi scappò una risata, ma per fortuna non se ne accorsero, impegnati com’erano a darsi pacche sulle spalle.

Quel 23 maggio, dunque, ormai spinto da una morbosa curiosità, mi recai sulla A29 nei pressi dello svincolo di Capaci, mi nascosi e attesi, finché non vidi giungere delle auto che scaricarono alcuni ceffi che non potevano che essere i mafiosi pagati da Berlusconi. Cominciarono a lavorare, piazzando gli ordigni che si erano portati già belli e confezionati, quando giunse un’altra auto. Non vi dico la mia meraviglia allorché riconobbi nella persona che scese e andò di corsa a raggiungere gli altri, Silvio Berlusconi, l’uomo che aveva dato a Brusca quella montagna di soldi.

Fu naturale pensare che lui fosse il capo. Ancor più lo pensai quando sentii che tra lui e Brusca era scoppiata una lite.
Pressappoco le parole furono queste:

Brusca: E’ compito mio.
Berlusconi: Ricordati chi ha ideato il piano.
Brusca: E’ una cosa seria. Bisogna essere capaci, proprio qui a Capaci, di calcolare esattamente i tempi. Basta una frazione di secondo e tutto va all’aria. Dopo avremo l’intera polizia di Palermo alle calcagna.
Berlusconi: Chi è il capo di questa operazione?
Brusca: Tu hai messo i soldi, tu hai avuto l’idea. Tu dunque sei il capo.
Berlusconi: A un capo si ubbidisce.
Brusca: Ma tu mi farai fallire l’operazione.
Berlusconi: Se fallisce, me ne assumerò la responsabilità.
Brusca: Ma cosa accidenti vuoi fare?
Berlusconi: Voglio essere io ad azionare il telecomando al momento del passaggio dell’auto blindata di Falcone.
Brusca: Sei proprio sicuro?
Berlusconi: Sì, lo voglio. Non vedo l’ora.

Capii che da un momento all’altro sarebbe arrivata l’auto di Falcone e che Brusca si era ormai convinto a lasciare a Berlusconi il compito di fare esplodere l’ordigno che avrebbe ridotto in mille pezzi l’auto di Falcone, con tutto il suo carico.

Ma stentavo ancora a crederci, finché qualcuno non venne a riferire tutto esagitato che l’auto del giudice era in arrivo accompagnata dalla scorta. Non c’era tempo da perdere, e così vidi Brusca farsi da parte e Berlusconi prendere in mano il fatale telecomando.
Sì fu lui, e non Brusca, ad azionarlo.

Posso testimoniarlo io, che vidi tutto. Sì, è vero l’ho visto in sogno, ma con questi miei occhi, non con le chiacchiere di Spatuzza. Lo giuro.

So bene che sarà questa la prova che schiaccerà ogni resistenza dell’infame, e mi sento orgoglioso di aver contribuito a ricostruire la verità. Non chiedo ricompense né in denaro né in medaglie. La ricompensa più grande è di aver dato ascolto alla mia coscienza. Ero incerto se fare questa deposizione, ma poi quando ho ascoltato quello che si racconta sulla ridicola testimonianza di Spatuzza, mi sono detto: Sì, è un sogno, ma i sogni sono i simboli della realtà, essi mostrano la realtà. Non per nulla li si gioca al lotto.
Perché allora non offrire il mio sogno, non alla Smorfia, ma alla giustizia?

(Del resto, sono in buona compagnia, mi sono detto. Non ebbe Prodi la rivelazione della prigione di Aldo Moro da una seduta spiritica?)

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4 Comments

  1. Commento by Giocatore d'Azzardo — 25 Novembre 2009 @ 22:38

    Bartolomeo, ridiamo subito o aspettiamo un secondo? Scaraventare i nostri soldi per strada rincorrendo queste teorie è assurdo, però fa tanto ridere :-)

    Blackjack.

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 25 Novembre 2009 @ 22:44

    Ormai, Blackjack,  sui comportamenti di alcune  procure sarà tempo di costruire delle barzellette, come per i carabinieri.

  3. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » Mi rivolgo alla Procura di Palermo … — 26 Novembre 2009 @ 10:14

    […] Per approfondire consulta articolo originale: Bartolomeo Di Monaco » Mi rivolgo alla Procura di Palermo … […]

  4. Commento by costello — 26 Novembre 2009 @ 10:24

    berlusconi e altra,non bisogno di armas,loro cervello sei un arma mentala,che fa molto il male mentala al popolo,e altra gentes!pauline

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