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Altro che moderati. Via alla Rivoluzione

5 Agosto 2013

di Paolo Guzzanti
(da “il Giornale”, 5 agosto 2013)

Dal momento più basso si può raggiungere l’obiettivo più alto: ora Silvio Berlusconi si metta a fare la Rivoluzione Liberale cancellando anni di attese, freni, traverse sui binari, accomodamenti sempre troppo moderati. Lo guardavo ieri sera sul palco e pensavo quel che pensavano tutti, anche tutti quelli di sinistra: «Quest’uomo è un leader perché ha un’idea in testa e sa parlare col cuore ».

Poi, tutto il travaglismo-leninismo può sfoderare i suoi effetti speciali e abituali, ma il fatto è che quello lì non molla, non molla la sua gente e dunque si può, proprio ora nel momento peggiore, guardare dove non si è mai arrivati a guardare. Il fisico Amaldi tormentava gli studenti più bravi con domande difficilissime e spiegava: «Biada alta per i cavalli di razza ». I purosangue devono allargare il torace fino a scoppiare se vogliono mangiare. Così l’idea della Rivoluzione Liberale che è il cavallo di razza delle grandi idee, che è stata chiamata ed evocata per due decenni, ma di cui non si è visto ancora nulla. Voglio dire anche che le parole di Silvio Berlusconi che non molla il governo, non molla gli impegni, non molla la responsabilità verso il Paese, ma che non molla neanche la sua posizione politica perché non appartiene a lui come un oggetto, ma appartiene a milioni di italiani come aspirazione, mi spinge a dire di più: basta, basta dirsi «moderati ». Si deve essere responsabili, si deve essere intelligenti, si deve essere onesti, si deve respingere le follie degli estremisti, ma la moderazione in sé non è una virtù se serve soltanto ad azzoppare gli ideali. Volere una Rivoluzione Liberale significa prima di tutto immaginare una Costituzione che garantisca al primo punto il rispetto totale per la dignità singola del singolo cittadino e della sua libertà. Attenzione: questa non è un’idea «moderata ». Questa è un’idea rivoluzionaria. Due grandi Paesi nati da una Rivoluzione, gli Stati Uniti e la Francia, hanno Liberty e Liberté come primo o secondo diritto, dopo la vita, insieme all’eguaglianza di fronte ai diritti e ai doveri.
È ora di riscrivere la Costituzione. Non si farà in un anno o due, ma bisogna farlo senza la pudica dizione secondo cui soltanto alcuni tecnicismi della seconda parte della Carta vanno ritoccati. Quel che accade nel nostro Paese non da oggi, ma fin dalla nascita della Repubblica dopo una guerra civile devastante che ha seguito una guerra sanguinosa, criminale e demenziale, deve essere dichiarato concluso, archiviato e si deve passare al dopo. Ma attenzione: si chiudano pure il libro del passato, ma soltanto dopo averne letto ogni pagina.

Berlusconi ieri era avvolgente e suscitava l’intero ventaglio delle consuete reazioni sia in chi lo ama sia in chi lo detesta. I denigratori diranno come sempre che mentiva e barava, quel bel tomo del Financial Times seguiterà a chiamarlo buffone, seguito da tutti i direttori di giornali stranieri che non hanno capito mai un accidente della storia italiana negli ultimi cento anni, ma il fatto politico è che Berlusconi sa fare di un discorso emotivo e sentimentale un discorso politico. I dittatori o i leader conservatori usano parole taglienti e perentorie, spesso ridicole. Quest’uomo che abbiamo visto ieri pomeriggio porta ormai sulle sue spalle un’esperienza tutta italiana e assolutamente unica. Mentre ripeteva dal palco su via del Plebiscito che la magistratura in Italia non può essere considerata un potere, ma un ordine, visto che in una democrazia tutto il potere appartiene soltanto al popolo e in seconda battuta a coloro che dal popolo sono stati eletti, il fondatore di Repubblica ripeteva quasi nelle stesse ore a Capalbio che i «poteri » sono tre – esecutivo, legislativo e giudiziario – come se fossimo ai tempi di Montesquieu, quando l’esecutivo era rappresentato dal re assolutista, il cui assolutismo richiedeva il bilanciamento con poteri estranei alla corona. I messicani dicono con orgoglio agli spagnoli: «Noi discendiamo dagli Aztechi, voi discendete da una barca ». Ogni eletto del popolo in Italia ha diritto di dire, con la massima gentilezza e con il dovuto rispetto, a qualsiasi magistrato: «Io discendo dalle urne, lei discende da un concorso ». Chiunque discenda da un concorso è un funzionario, un nobile – o meno nobile – servitore dello Stato, ma non è e non rappresenta alcun «potere », perché – lo abbiamo già detto ma ci proviamo un particolare gusto a ripeterci – in democrazia tutto il potere deriva soltanto dal popolo e quindi tutto ciò che non deriva dal popolo è una funzione, un compito, un nobile compito come quello del professore e del colonnello, del bidello e del medico condotto, ma non – in nome di Dio – un potere di alcunché. Ecco perché bisogna riscrivere la Costituzione famosa per tutelare enfaticamente e ipocritamente il paesaggio maciullato e distrutto in barba alle enfatiche dichiarazioni. Si tuteli piuttosto la libertà del minimo, singolo individuo, della persona sacra perché è piccola, perché unica, perché non ha difesa, è sola e tuttavia è e deve restare libera. Lo si ponga all’articolo uno, che diamine, e di lì si riparta.
Si dica che chi con il proprio lavoro ed ingegno e sacrificio e creatività e umiltà crea la ricchezza e la diffonde, non è esattamente identico a chi la ricchezza altrui la brucia come un parassita o senza fare nulla di vigoroso neanche per se stesso. Questo Paese ha bisogno di una rivoluzione culturale liberale, di una cultura liberale che sia multipla ed ospitale, questo Paese ha bisogno di gioia, di prospettive positive proprio ora che è al suo momento più basso. Benissimo ha fatto Berlusconi a gridare con quanto fiato aveva in corpo che sostiene il governo Letta, che il governo deve andare avanti, che il governo deve servire gli italiani e attuare il programma. Tutti ci auguriamo che questa sia pure l’intenzione della parte più responsabile del Pd, che non si faccia ricattare dallo scalpitante Renzi che sta dovunque come il prezzemolo, né dalle cupe riflessioni apocalittiche di chi ha sempre fatto dell’apocalisse una religione, una linea politica, una finzione morale.

Ieri il Berlusconi che parlava al suo popolo arrivato in massa e pacificamente sotto le sue finestre era al suo momento più basso. Il momento più basso è la posizione della molla quando si carica. L’emozione c’era, la volontà politica anche, adesso si tratta di dare un seguito, anzi un inizio a tutto. Se Berlusconi darà un segnale forte di voler servire comunque il Paese in questa contingenza tremenda per gli italiani, mettendo allo stesso tempo in cantiere riforme liberali che non siano affatto moderate, rischia alle prossime elezioni di fare il pieno.


Pd-Pdl, il cammino è in salita
di Elisabetta Gualmini
(da “La Stampa”, 5 agosto 2013)

Non c’è nulla di cui stupirsi nella manifestazione di ieri del Popolo della Libertà.

Il partito si è stretto intorno al leader azzoppato, sulla via dell’esilio, e ha celebrato insieme a lui una liturgia che contiene tutti gli elementi del mito fondativo. Gli slogan, le bandiere, le grida «Silvio Silvio », l’inno nazionale, molto azzurro mescolato al tricolore.

Un popolo non giovane né immenso (come lo aveva dipinto Gasparri), ma certamente motivato, in una giornata di caldo insopportabile. In cui il curiale Bondi si conferma guerrafondaio e Cicchitto dà del cretino al sindaco di Roma.

Mancava solo la nave da crociera delle regionali del 2000, che si fermava in ogni porto accolta da bande, majorette, mongolfiere, aerei e autobus-poster con su scritto Forza Italia Uguale Libertà. Ma erano altri tempi.

Berlusconi ribadisce la sua innocenza e racconta per l’ennesima volta la «sua » storia, che è anche quella del «suo » popolo. Una narrazione che non cambia da 20 anni. Una narrazione che è anche identità. E senza racconto condiviso, non c’è identità. E senza identità non c’è nemmeno il partito.

Il regime e la vittima. Berlusconi è la vittima di un golpe giudiziario messo a punto da una magistratura irresponsabile. Un gruppuscolo di impiegati che hanno fatto il compitino e si sono messi sotto i tacchi altri poteri dello Stato. La condanna passata in giudicato è l’atto finale di una persecuzione fuori dall’ordinario. Il suo essere vittima tra le vittime delle vessazioni di uno Stato arcigno e soffocante è un nodo centrale dell’ideologia berlusconiana (come ci racconta Orsina ne «Il Berlusconismo nella storia d’Italia »). Le inchieste giudiziarie sono la prova dell’opera di sopraffazione degli apparati pubblici sui cittadini. Nella «convinzione – dice Orsina – che una parte almeno della magistratura, trasformatasi nell’ennesimo clan italiano, corporativo e autoreferenziale, e stretta un’alleanza competitiva col “clan dei comunisti” abbia subordinato regole e istituzioni ai propri intenti particolaristici con lo scopo di far fuori i gruppi rivali ».

I buoni e i cattivi. Berlusconi rispolvera nell’occasione il populismo della discesa in campo. La sovranità appartiene al popolo e non alla magistratura. Un popolo che Berlusconi ama così com’è. Fatto di persone per bene, con la testa sulle spalle, abituate a fare. Senza troppe balle. Tutto il contrario dei professionisti della politica. Le fabbrichette al posto delle parolette. La dedizione al lavoro, continuamente frustrata dalla calunnia continuata senza costrutto dei politicanti. La missione è sempre questa. «Consacrare » la propria vita per diffondere il benessere. E frenare le derive anti-democratiche delle sinistre (al plurale). «Come quando stai partendo per un bel viaggio ma incontri qualcuno che ha bisogno e devi per forza fermarti ». Anche dopo una rivoluzione liberale mancata, dopo promesse non mantenute ed elettori che si prosciugano da una elezione all’altra…

E così, il partito si ritrova. Il popolo (che è rimasto) si galvanizza. D’altro canto al cuore non si comanda (Biancofiore) e il cuore viene prima della poltrona. Non c’è proprio nulla di cui stupirsi nella passione del Pdl per il suo leader. Perché il Pdl è il partito di Berlusconi. E non c’è da stupirsi che i dirigenti abbiano interiorizzato e comunque rilancino la stessa storia del capo-agnello-sacrificale-vittima delle toghe. Irritarsi o chiedere al Pdl di rinnegare Berlusconi non ha molto senso. Sarebbe come si fosse chiesto a un militante del Pci degli Anni 50 di rinnegare il marxismo-leninismo e la funzione guida del Pcus. Quando poi lo fanno i discepoli di Grillo c’è da sorridere. Pensare che le larghe intese e la pacificazione avrebbero cambiato tutto è una ingenuità.

C’è da chiedersi semmai come facciano narrazioni così diverse della stessa storia, quella fondativa per il Pdl del leader vittima delle sinistre e quella altrettanto ovvia per il Pd dell’evasore fiscale conclamato, a stare insieme, nella stessa maggioranza di Governo, oltre all’esigenza di realizzare obiettivi davvero minimali. O come si possa pensare di mettere in piedi una riforma della giustizia, nel momento esatto in cui Berlusconi è tornato in guerra contro il regime. È questo quello che stupisce.


Democratici all’attacco: “Discorso ambiguo, inaccettabile sulle toghe”
di Paolo Bracalini
(da “il Giornale”, 5 agosto 2013)

Roma – Grandi manovre in corso tra i partiti dopo la bomba Cassazione. Epifani fa la voce dura con Berlusconi. «È un condannato. Non faccia la vittima. Ha messo in scena la solita doppiezza, da una parte rassicura, dall’altra usa toni inaccettabili verso la magistratura e inquina i pozzi ».
Queste frasi il segretario del Pd non le ha detto in pubblico, ma – come dicono le agenzie – sono state riportate dai suoi uomini.

Di fatto l’equilibrio politico italiano si fa sempre più incerto. Si aspetta la fine dell’estate. Se dal centro arrivano improvvisi corteggiamenti al Pdl (Montezemolo: «Berlusconi lavori al futuro dei moderati »; Monti: «Il suo contributo politico può essere ancora rilevante »; Casini: «L’accanimento giudiziario contro di lui è indubitabile »), nell’altro campo Pd e M5S tornano ad annusarsi. Una mail inviata dal capogruppo M5S alla Camera, Nuti, poneva alcune questioni per la fase successiva ad una condanna di Berlusconi. Scenario 1: «Il Pd dovrebbe chiudere con il governo, fare una legge elettorale con noi e andare a votare ». Scenario 2: «Se Napolitano non volesse sciogliere le Camere allora toccherebbe a noi, dopo questo fallimento. Un governo su cinque punti: legge elettorale, reddito di cittadinanza, misure per le Pmi ».
Un’apparente apertura al Pd per una nuova maggioranza, sulle ceneri delle larghe intese, subito salutata con favore da pezzi del Pd, a partire dal viceministro Stefano Fassina («un ripensamento di grande interesse politico »). Una parte dei parlamentari M5S è favorevole ad un’intesa politica col centrosinistra, Pd più Vendola, che tifa per questa soluzione («Il M5S esca dall’ibernazione e si metta a disposizione » dice il leader di Sel). Grillo, dalle spiagge sarde, valuta la situazione con più realismo di quanto traspaia dal suo blog, che ospita invece le smentite del capogruppo Nuti alle «balle dei giornali » su un’apertura grillina al Pd: «Lo abbiamo detto più volte: il Pd menoelle è il Pdl e con il Pd menoelle mai ».

Eppure il capogruppo al Senato dei Cinque stelle, Morra, prima della condanna del Cav, non escludeva un’intesa col Pd: «La fiducia ad un governo con il Pd? Non posso escluderla – ha detto in una intervista -. Naturalmente passando sempre da un momento assembleare ». Anche il candidato al Quirinale del M5S, il prof. Rodotà, torna a esortare il Pd perché «un’altra maggioranza è possibile ». Nei sondaggi della Swg stanno emergendo due aree, negli elettorati di Pd e M5S, favorevoli ad un possibile accordo, due aree non maggioritarie ma «non piccole ».
Però, se una parte del Pd e del M5S è d’accordo, e se Grillo medita, c’è Casaleggio, ideologo del Movimento Cinque stelle, che ha chiuso ogni spiraglio a trattative: «Se ci fosse un’alleanza col Pd uscirei dal Movimento ». Tutto è in movimento, e dipende dalle mosse del Pdl e soprattutto di Silvio Berlusconi (che però dal palco dice: «Il governo va avanti »), alleato del Pd. Che non è solo alle prese con la tenuta del governo Letta, ma anche con la guerra per la leadership interna, e una sfida congressuale incandescente. L’oligarchia piddina, pur di non vedersi espugnata la segreteria da Renzi, punta a lanciare il sindaco come candidato premier. Scenari che presuppongono una fine traumatica della legislatura, contro la volontà di Napolitano, di Letta e di parte del Pd. L’attendismo dei vertici Pd si scontra con i renziani, che temono un congelamento all’infinito del congresso e chiedono la convocazione di una direzione Pd. E intanto, dopodomani, Renzi torna a parlare…


Giustizia, sì al progetto del Colle per metter fine a 20 anni di lotta
di Renato Brunetta
(da “il Giornale”, 5 agosto 2013)

Ex malo bonum. Il presidente Berlusconi non avrebbe potuto indicare meglio la bussola per queste ore così concitate. Una lezione di equilibrio e speranza. Soprattutto di fronte all’arido e disperato cinismo dei tanti talebani assetati di sangue che esultano per la condanna.
L’evocazione della massima di Sant’Agostino nel suo dolente messaggio televisivo, del quale solo la cecità ottusa dei professionisti del giustizialismo può ignorare l’umanità e l’autenticità, non ha però solo una valenza personale.

Essa indica un preciso percorso politico e istituzionale, la cui occasione è la vicenda giudiziaria del Presidente Berlusconi, ma il cui punto di caduta è una diagnosi (e soprattutto una terapia) della questione giustizia in Italia.
Solo la certosina acribia dei radicali ha sinora impedito che i tanti casi di mala giustizia venissero risucchiati dall’oblio, come nel caso di quel cittadino italiano intervistato un paio di sere fa a Radio radicale, accusato di reati infamanti a sfondo sessuale, e prosciolto solo in appello dopo 16 mesi di carcerazione preventiva che nessuno mai gli risarcirà.
La questione giustizia esiste in Italia a prescindere da Berlusconi. Ma l’accanimento ventennale nei suoi confronti è la punta di un iceberg che tutti conoscono, anche quando voltano la faccia dall’altra parte.
Per questo la sua battaglia ha un significato politico ben più importante del fatto che egli guida un partito sostenuto da milioni di persone. Per questo la questione della giustizia rappresenta la pietra d’inciampo di ogni tentativo di pacificazione nazionale e di ogni rinascita del paese.
Il programma iniziale di questa maggioranza prevedeva una riforma delle istituzioni che rafforzasse il potere politico, per poi procedere con una rinnovata autorevolezza alla riforma della giustizia. Forse è stato un errore separare il percorso delle riforme istituzionali dalla riforma della giustizia: oggi la connessione tra i due ambiti è tornata infatti prepotentemente ad affermarsi.
Ma nulla vieta che attraverso un binario parallelo si possa intervenire. La questione giustizia ha infatti un significato di sistema perché investe direttamente le due direttrici sulle quali si fonda l’organizzazione dello Stato: il rapporto tra autorità e libertà e il rapporto tra i poteri che quella autorità legittima incarnano.

Queste due direttrici danno l’impronta della forma di Stato, da esse dipende la qualificazione in termini autoritari o liberali, democratici o autoritari, equilibrati o squilibrati. In Italia lo squilibrio si è andato progressivamente affermando, ma ha avuto certamente il suo punto di rottura con l’abrogazione della norma costituzionale sull’autorizzazione a procedere nel 1993.
Mi fanno sorridere le tante vestali della Costituzione più bella del mondo, quelli che si stracciano le vesti ad ogni proposta di modifica della Carta, venerata come sacra reliquia. Non ho mai sentito nessuno di loro scandalizzarsi per la modifica dell’immunità. Sembra quasi che in tutta questa perfezione costituente l’articolo 68 fosse l’unico neo, l’unico ostacolo al dispiegamento paradisiaco di tutta quella perfezione.
Il discorso invece è molto serio. A torto o a ragione quella scelta fu fatta. All’inizio degli anni ’90 le forze politiche stesse decisero di modificare profondamente l’equilibrio costituzionale, fondato sulla previsione di particolari garanzie e immunità per gli esponenti del potere politico.
Dopo la modifica della disciplina dei procedimenti per i reati commessi dai membri del governo nell’esercizio delle funzioni (prima sottoposti alla giurisdizione speciale della Corte costituzionale in composizione integrata), si decise, com’è noto di abrogare l’istituto dell’autorizzazione a procedere per i parlamentari (articolo 68 della Costituzione).

Non si tratta qui di giudicare se quella sia stata in sé una scelta buona o cattiva, si tratta di osservarne gli effetti di sistema. L’abrogazione dell’autorizzazione a procedere sancì infatti la fine di un rapporto tra politica e magistratura strutturato intorno all’insegna della separazione netta delle sfere di azione. La politica ai politici, la magistratura ai giudici. Non a caso il costituente previde anche quella norma, sempre dimenticata, ma tuttora vigente (articolo 98 della Costituzione), secondo cui «si possono con legge stabilire limitazioni al diritto d’iscriversi ai partiti politici per i magistrati ». Se pensiamo che da noi i magistrati i partiti addirittura li fondano!
L’idea della separazione netta si fondava sul timore che altrimenti si sarebbero determinate sovrapposizioni, interferenze e corto-circuiti. Purtroppo la storia ci ha insegnato che quei timori erano assolutamente fondati. Eliminato il tassello, l’intero ingranaggio è impazzito.

Cos’è mancato per evitare la degenerazione? È mancato che alla parte «distruttiva » (abrogativa) se ne affiancasse una «ri-costruttiva », che cioè al posto della rigida separazione ormai abbandonata, si introducessero dei meccanismi di maggior coordinamento tra le sfere di potere. È mancata la creazione di più forti meccanismi di garanzia «interna » al circuito giudiziario, a cominciare da una più netta separazione tra l’attività requirente e l’attività giudicante, da meccanismi disciplinari più imparziali, da una maggiore garanzia di responsabilità dei giudici.
Insomma, l’abolizione dell’autorizzazione a procedere eliminò il filtro costituito dal fumus persecutionis. Non fu considerato però che il suo posto potesse venire occupato da un non meno preoccupante fumus ambitionis, di quei magistrati che vanno alla ricerca di protagonismo e sensazionalismo o si sentono i cavalieri della giustizia
E così, alla fine, quella membrana impermeabile tra politica e giustizia, eretta dai costituenti, è diventata una membrana «semipermeabile », che funziona solo in una direzione. Mentre l’ordinamento giudiziario è un tabù intoccabile, i magistrati scorrazzano sulla politica.
Questo squilibrio non può continuare. E il caso Berlusconi è un paradigma. Una persecuzione durata vent’anni nel contesto che ho appena descritto è oggettivamente una questione politica, indipendente da qualsiasi merito giudiziario.

Cosa fare dunque? Come trarre ex malo bonum? Come cittadino, ciascuno di noi, ha certamente a disposizione le possibilità offerte dall’iniziativa radicale di referendum abrogativi su vari profili della mala giustizia. Ma serve un’iniziativa anche della politica. Un’assunzione di responsabilità. E questa iniziativa, ancora una volta, ce l’ha indicata il Capo dello Stato. Allorché, con le dichiarazioni a seguito della sentenza della Cassazione, ha evocato il lavoro dei saggi da lui incaricati nell’aprile scorso per studiare i termini di una riforma dello Stato e della giustizia.
Il presidente Napolitano ha ragione, le proposte dei saggi sono un ottimo punto di partenza. Sono il viatico per l’inizio di quella pacificazione di cui l’Italia ha bisogno e di cui il presidente si è fatto garante all’inizio del proprio secondo mandato.
Piuttosto che reagire scompostamente con dichiarazioni provocatorie che hanno l’unico effetto di confermare le difficoltà interne, i leader del Pd dovrebbero prendere sul serio le dichiarazioni del presidente della Repubblica. Diamo veste normativa alle proposte dei saggi. Ripristiniamo l’equilibrio costituzionale. Chiudiamo questi vent’anni di guerra ideologica.
Ex malo bonum.

L’alternativa è continuare con un logoramento che finirà per travolgere tutti, minare la stabilità del governo del paese, nel momento in cui più grande è il bisogno di stabilità per raccogliere le opportunità offerte dalla timida ripresa.
Un’opportunità è offerta già dalle prossime ore. La giunta per le elezioni del Senato è chiamata a pronunziarsi sulla decadenza di Berlusconi a seguito della condanna e in applicazione della legge Severino-Monti. Ma quella legge, come messo in luce anche dalla dottrina, presenta forti dubbi di costituzionalità. Perché si tratterebbe di applicare la sanzione dell’ineleggibilità a fatti precedenti all’entrata in vigore della legge. Un’applicazione retroattiva di una legge sugli effetti di una condanna penale. La Convenzione europea dei diritti dell’uomo lo vieta. E la Costituzione italiana impone che quella convenzione sia rispettata.
Evitiamo una guerra per bande anche su questo punto. Dimostriamo tutti senso di responsabilità. Cogliamo l’occasione: ex malo, bonum.


La macchina del fango
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 5 agosto 2013)

La Repubblica, per definizione moralmente e culturalmente superiore a (quasi) tutti gli altri giornali, anche ieri si è distinta con un’operazione che lascia sbigottiti, volendo usare una espressione gentile.
Ecco l’antefatto. Sabato, Il Giornale aveva pubblicato un servizio in cui si raccontava, sulla base di testimonianze, che il presidente della Cassazione, Antonio Esposito, alcuni anni orsono partecipò, in occasione della consegna di un premio, a una cena organizzata da un Lions di Verona.
Nella circostanza egli si sarebbe lasciato andare a considerazioni negative su Silvio Berlusconi (arricchito da gossip circa le sue performance sessuali) e avrebbe annunciato a due commensali (con un paio di giorni d’anticipo) la sentenza di condanna che avrebbe emesso contro Vanna Marchi.

L’articolo, firmato da Stefano Lorenzetto, già vicedirettore vicario del Giornale a metà degli anni Novanta, forniva vari altri particolari che inquadravano la vicenda in modo tale da renderla assai interessante. Tra l’altro Lorenzetto è unanimemente considerato un giornalista serio e molto scrupoloso, distante anni luce dagli ambienti frequentati dai berlusconiani, cosicché il direttore di questa testata non ha esitato a ospitarne il pezzo con l’evidenza che meritava, data la sua attualità.
Si dà infatti il caso che Esposito sia il giudice che ha recentemente letto in aula il verdetto che inchioda il fondatore del Pdl. Un dettaglio rilevante. Davanti alle rivelazioni da noi pubblicate, come ha reagito La Repubblica? Si è guardata bene dall’accertare se le notizie fossero o no esatte, magari telefonando all’autore oppure interpellando lo stesso magistrato, ma ha caricato il fucile a pallettoni e ha sparato sul Giornale, dando per scontato che quanto da esso riportato fosse una colossale bufala. Peggio, cavalcando un luogo comune scaduto e desemantizzato, ha accusato la redazione di aver rimesso in moto la cosiddetta «macchina del fango » diretta dallo stesso Berlusconi.
La cronista del quotidiano debenedettiano, Liana Milella, per sostenere la propria tesi cita alcuni precedenti che a suo dire dimostrerebbero la nostra vocazione a inventare e/o ingigantire episodi marginali allo scopo di diffamare presunti avversari politici. Per esempio, i calzini color turchese esibiti dal giudice Francesco Mesiano (sentenza Mondadori) in un servizio televisivo di Canale 5 – e non del Giornale (si limitò a riprenderlo) – che costò a Claudio Brachino, responsabile di averlo mandato in onda, due mesi di sospensione dall’Ordine professionale; le dimissioni di Dino Boffo da direttore dell’Avvenire causate dal Giornale, allora diretto da me (fui punito con tre mesi di sospensione); la foto di Ilda Boccassini (ritratta mentre getta a terra un mozzicone di sigaretta), apparsa sulla rivista Chi e non commissionata da noi; infine, le critiche ad Alessandra Galli, magistrato che si occupò di altro processo al Cavaliere.
Il gioco di Liana Milella è scoperto: poiché Il Giornale è di proprietà di Paolo Berlusconi, fratello di Silvio, tutto ciò che mette in pagina è finalizzato a compiacere la «sacra famiglia ». Come se noi dubitassimo della veridicità degli articoli della Repubblica solo perché l’editore si chiama Carlo De Benedetti. Ragionamento puerile che, se esteso ai libri, gran parte dei quali editi da Mondadori, costringerebbe a concludere che gli autori dei medesimi (in maggioranza di sinistra) sono domestici di Villa San Martino. Un’idiozia.

L’articolo di Lorenzetto, come tutto ciò che si stampa, può essere sì contestato ma solo dopo averne verificato l’eventuale infondatezza. Il che la signora Milella non si è neanche sognata di fare, forte della convinzione che le toghe abbiano sempre ragione, a prescindere, e che i giornalisti, tranne gli amici suoi, abbiano sempre torto. Un metodo di lavoro inaccettabile e affine a quello della «macchina del fango », che nella fattispecie non è il nostro ma – sottolineiamo – il suo.
Quanto a Lorenzetto, posto che anche lui non è infallibile benché non risulti che sia mai caduto in errore, non è lecito dire fino a prova contraria che abbia sbagliato. La Repubblica questa prova decisiva non solo non l’ha fornita, ma neppure cercata.


Esposito si difende (male) sul Fatto
di Stefano Lorenzetto
(da “il Giornale”, 5 agosto 2013)

Per dovere di coscienza, sabato scorso ho rivelato sul Giornale due fatti di cui sono stato diretto testimone il 2 marzo 2009 a Verona, durante un ricevimento all’hotel Due Torri: 1) il giudice Antonio Esposito, presidente della seconda sezione penale della Corte suprema di Cassazione che ha confermato la condanna definitiva a carico di Silvio Berlusconi nel processo Mediaset, mi parlò malissimo dell’ex premier, soffermandosi sul contenuto pecoreccio di presunte intercettazioni telefoniche nelle quali il Cavaliere avrebbe assegnato un punteggio alle prestazioni erotiche di due deputate del Pdl sue amanti; 2) lo stesso dottor Esposito mi anticipò lì a cena, fra una portata e l’altra, quale sarebbe stato il verdetto di colpevolezza che avrebbe emesso contro Vanna Marchi, puntualmente confermato meno di 48 ore dopo dall’agenzia Ansa.

Ho anche precisato che quest’ultimo episodio l’avevo già riportato a pagina 52 del mio libro Visti da lontano, edito da Marsilio nel settembre 2011, dunque in tempi non sospetti, quando ancora nessuno poteva sapere che il giudice Esposito sarebbe stato chiamato a occuparsi del processo Mediaset.

Anziché chiedersi se queste due notizie fossero vere oppure no, per 24 ore sono rimasti tutti zitti. Non un fax di smentita dall’interessato o dal suo legale. Non una nota dalla Cassazione. Non una dichiarazione di solidarietà al collega Esposito da parte dell’Associazione nazionale magistrati. Non un lancio dell’Ansa. Non un sottopancia scorrevole su Sky Tg24. Non un cenno nei siti dei principali quotidiani. Un fragoroso, sepolcrale silenzio. Interrotto alle 19.23 di sabato solo dalla home page di Dagospia.
Ieri, finalmente, il giudice Esposito ha affidato la sua replica al Fatto quotidiano, anziché al ben più diffuso Corriere della Sera. Scelta oculata: meglio non allargare troppo la frittata. Al posto suo, confesso che avrei fatto lo stesso, se non altro perché il giorno precedente quell’organo di stampa aveva tessuto le lodi della «Corte impermeabile del giudice Esposito » (titolo a pagina 6) e Gianni Barbacetto aveva definito il presidente della seconda sezione penale «un amante degli scacchi » e gli altri quattro componenti del collegio «moderati, moderatissimi, mai schierati politicamente e lontani dalle correnti della magistratura associata ».
Il titolo di prima pagina del Fatto recitava: «Ora manganellano il giudice Esposito ». Occhiello esplicativo preceduto dalla testatina «Fango »: « “Metodo Mesiano ” contro il presidente della Cassazione ». All’interno, si precisava che l’alto magistrato «non intende replicare “se non nelle sedi competenti ” a quelle che ritiene calunnie e falsità ». Subito dopo, però, con l’autore del pezzo Barbacetto, lo stesso che l’aveva asfissiato d’incenso il giorno prima, «accetta di spiegare che cosa non quadra nella ricostruzione del Giornale ». Vediamo.

CENE ALLEGRE

«Intanto le sbandierate (in prima pagina) “cene allegre ” si sono risolte in un’unica cena dopo la premiazione ». Ho appunto raccontato di un’unica cena svoltasi nel ristorante dell’hotel Due Torri, seguita alla consegna del premio Fair play del Lions club al suo amico Ferdinando Imposimato, presidente onorario aggiunto della Cassazione, che poco prima avevamo presentato insieme al pubblico in tutt’altra sede. Al banchetto il mio posto era fra i due, Imposimato ed Esposito. Alla sinistra di quest’ultimo sedeva uno stimato funzionario dello Stato, che ha udito come me le esternazioni del giudice della Cassazione e che sarà chiamato a confermarle «nelle sedi competenti » care a entrambi (a Esposito e a me). Quanto all’occhiello di prima pagina declinato al plurale, non l’ho fatto io. E siccome «è il giornalista Stefano Lorenzetto ad allineare le presunte scorrettezze del magistrato », scrive Barbacetto, vorrei che si parlasse solo di quelle.

ABBIGLIAMENTO

Ho scritto nel 2011 in Visti da lontano, mai smentito, che il magistrato da me conosciuto era «sommariamente abbigliato (cravatta impataccata, scarpe da jogging, camicia sbottonata sul ventre che lasciava intravedere la canottiera) ». Esposito nega: «Quanto all’abbigliamento, basta guardare le numerose foto scattate quel giorno e controllare le riprese televisive per constatare che era impeccabile ». Le uniche riprese televisive esistenti le ho controllate tutte, fotogramma per fotogramma: non possono certo documentare in modo così ravvicinato i particolari da me elencati. Ma si dà il caso che io lavori sui dettagli da 40 anni, da quando faccio questo mestiere. Sono un maniaco dei dettagli, come sa chiunque mi legga (ed Esposito confessa d’avermi letto spesso). Ci mantengo la famiglia, con i dettagli. Ebbene: le riprese non possono certo mostrare i piedi del giudice, nascosti dal banco dei relatori. Però prima della cerimonia io e lui siamo stati anche seduti per una buona mezz’ora nell’atrio della sala convegni di Unicredit, mentre il suo amico Imposimato rilasciava interviste e firmava autografi. Eravamo sprofondati a gambe accavallate in due poltrone, a conversare amabilmente. E, nonostante lui affermi che «una cosa è comunque certa: io in vita mia non ho mai posseduto, né calzato (e dico mai senza tema di smentita) scarpe da jogging, attività che non ho mai praticato », riconfermo che a sfiorare le mie ginocchia erano le sue scarpe sportive, da jogging, da tennis, da running, le chiami come vuole. E aggiungo un altro dettaglio: bianche. Sì, bianche. Ma non lo aggiungo solo io: quelle scarpe se le ricordano anche Francesco Giovannucci, già prefetto di Verona, e sua moglie Enrica, che quella sera erano seduti in prima fila. Al loro occhio – allenato dalla lunghissima consuetudine con le regole del cerimoniale – la stravagante tenuta non poteva passare inosservata.
Le foto le sto cercando. Non è impresa facile, con i colleghi in ferie o che hanno smarrito una parte del loro archivio (è il caso di Giorgio Marchiori, fotoreporter del quotidiano locale L’Arena). E poi di solito i giornali prediligono le immagini a mezzobusto. Solo i feticisti scattano foto ai piedi.
Mi fa specie che un magistrato di Cassazione cerchi di svicolare adducendo come prova decisiva della mia inattendibilità un paio di scarpe. Non è di questo che si sta trattando. Io, comunque, non mi sono mai occupato del colore azzurro dei calzini del suo collega Francesco Mesiano (lo dico ai titolisti del Fatto). Quindi non tentate d’impiccarmi a un paio di scarpe. Con me cascate male: sono figlio di calzolaio.

INTERCETTAZIONI

Esposito nega d’aver detto quello che invece ha detto su Berlusconi. Vuole forse costringermi a pubblicare il testo stenografico delle telefonate che ho avuto con due illustri testimoni presenti a quella cena? Lo avverto: potrebbe restarci di sale. Sappia solo che il 24 luglio scorso ho interpellato il funzionario dello Stato che quella sera sedeva alla sua sinistra. A costui ho chiesto se si ricordasse: a) della cena; b) delle intercettazioni svelate da Esposito con la «pagella » sulle capacità erotiche delle due deputate del Pdl stilata da Berlusconi; c) della sentenza su Vanna Marchi che il giudice ci anticipò durante il banchetto. Nonostante siano passati quasi quattro anni, mi ha risposto per tre volte: «Sì che mi ricordo! ». Dopodiché gli ho anche chiesto se sapesse chi fosse quel magistrato. Risposta: «Non lo so, io, me lo sono trovato lì… ». Quando gli ho spiegato che si trattava del giudice che di lì a pochi giorni avrebbe deciso il destino di Berlusconi, ha esclamato, sbigottito: «Ma va’ lààà! Ma va’ lààà! Dìmene altre! ». Che in dialetto veronese sta per «dimmene altre », cioè non posso crederci.

AMARONE

Il Fatto ricorda che «Lorenzetto comunque concede al giudice una “misericordiosa attenuante ”: “Forse era un po’ brillo ”, aveva “ecceduto con l’Amarone ” ». E che altro avrei dovuto pensare all’udire gli sconcertanti pettegolezzi di un eminente magistrato della Repubblica? «Ma il giornalista non poteva non notare che io non ero “un po’ brillo ” perché sono, da una vita, completamente astemio. Non c’è persona al mondo che possa testimoniare di avermi visto bere vino o altre bevande », afferma il magistrato.
Mi perdoni, dottor Esposito, questo è un clamoroso autogol: ci sta dicendo che lei era sobrio mentre malignava su Berlusconi, s’intratteneva su intercettazioni coperte da segreto istruttorio e anticipava una sentenza su Vanna Marchi che avrebbe dovuto formarsi nel chiuso di una camera di consiglio e non a tavola. Voglia rammentare che l’«attenuante misericordiosa » gliela concessi in forma dubitativa nel libro: sabato scorso gliel’ho revocata, scrivendo che «da giovedì sera mi sono invece convinto che, mentre a cena sproloquiava su Silvio Berlusconi e Vanna Marchi, era assolutamente lucido nei suoi propositi. Fin troppo ».

GENIO DEL MALE

«C’è di peggio: Lorenzetto racconta che il giudice, prima della consegna del premio, secondo un testimone avrebbe fatto affermazioni pesanti su Berlusconi, reputato “un grande corruttore ” e “il genio del male ” ». Si difende Esposito: «Quelle parole non le ho mai dette: ma le pare che avrei potuto pronunciare giudizi di quel tipo, mentre ero al tavolo ove si presentava un libro e si consegnava un premio, innanzi a 500 persone? ». E chi ha mai scritto che le ha pronunciate davanti a 500 persone? Lei le ha profferite in varie occasioni davanti a uno stimato professionista, un testimone presente a quella serata, che me le ha confermate più e più volte, anche di recente, in una registrazione piuttosto lunga: dura 29 minuti e 30 secondi. Ed è un testimone degno di fede.

CHI SONO

Riferendosi a me, Esposito spiega al Fatto: «Dice anche che io mi sarei lasciato andare perché non ero a conoscenza per quale testata lavorasse: invece lo sapevo, sia perché avevo letto più volte articoli a sua firma, sia perché gli organizzatori ci avevano segnalato il moderatore della serata ». A parte che io mi sono limitato a formulare una mera ipotesi («Presumo che ignorasse per quale testata lavorassi »), mi rallegra, dottor Esposito, annoverarla fra i miei lettori. Ma pure qui si sta facendo del male da solo: la circostanza di conoscermi e di sapere per quale testata lavorassi avrebbe dovuto indurla a raddoppiare la prudenza e il riserbo che le sono imposti dall’alto ufficio affidatole.
A questo punto vorrei dirle poche cose sul mio conto. Mi sono dimesso dalla vicedirezione vicaria del Giornale nel 1998, rinunciando ai cinque sesti dello stipendio. Da allora vado in cerca di italiani qualunque. Ne ho intervistati finora 660. Da parecchio tempo non mi occupo né di politica né di giustizia. Non aspiro a dirigere Il Giornale, né Panorama (l’altro mio datore di lavoro, dove sono attualmente cassintegrato), né il Tg5, né null’altro. Faccio il giornalista col massimo scrupolo, come sono certo faccia lei, dottor Esposito, nella sua delicata professione, e ciò mi ha guadagnato la stima di varie personalità, fra cui l’attuale presidente del Consiglio, Enrico Letta, Sergio Zavoli, Enzo Biagi, Ferruccio de Bortoli, Giovanni Minoli, Vittorio Messori, Aldo Busi e Marina Orlandi, vedova del professor Marco Biagi assassinato dalle Nuove Br. E persino di Marco Travaglio, vicedirettore del Fatto quotidiano.

CONCLUSIONE

A me pare che il thema decidendum non sia il paio di scarpe sportive che lei indossava, bensì il fatto (non quotidiano) che il presidente di una sezione penale della Corte suprema di Cassazione fosse talmente prevenuto in senso sfavorevole a un imputato da dovergli consigliare di astenersi. Io so d’aver detto tutta la verità, nient’altro che la verità, giudice Esposito. Le confesso che temo molto il suo giudizio e quello che ne deriverà nelle aule a ciò preposte. Ma temo molto di più il verdetto di un Giudice che sta sopra di lei e sopra di me. Quello sì definitivo.


Decostruzione e ricostruzione di un verdetto che condanna il governo alle riforme (quelle vere)
di Mario Sechi
(da “Il Foglio”, 5 agosto 2013)

C’era una volta un Cavaliere e c’era una sentenza che ora non c’è più…”. Favole, penso. Le undici stanno per scoccare, è il primo venerdì d’agosto, 35 gradi surriscaldano anche le foglie di Villa Borghese. Non sarebbe l’ora giusta, ma nel day after dell’amaro calice per Berlusconi, parte l’ordine al barman. “Birra?”. Il novellatore di cose di stato al mio fianco mi blocca: “No, mi ricorda quello che smacchia giaguari. Un Martini, secco”. Sbircia lo shaker e domanda: “Come si costruisce una sentenza?”. Dopo l’incipit da Fratelli Grimm, la domanda mi viene sparata in faccia a bruciapelo come in un racconto di Dashiel Hammett. Risposta: “Era già scritta, copione depositato in tipografia da anni”. Sguardo pieno di compassione per il cronista: “Si sbaglia, era un’opera in fieri, con buone premesse, un rumore lieto durante la seduta e un esito burrascoso imprevisto. Torni a consultare l’agenda del Quirinale, 11 giugno”.

Eccola, l’agenda del Colle quel giorno, intervento del presidente Napolitano all’incontro con i magistrati in tirocinio. Due pagine, 955 parole di Giorgio Napolitano che disse: “Indipendenza, imparzialità ed equilibrio nell’amministrare giustizia sono più che mai indispensabili in un contesto di persistenti tensioni e difficili equilibri sul piano sia politico sia istituzionale”. E ancora: “Occorre che ogni singolo magistrato sia pienamente consapevole della portata degli effetti, talora assai rilevanti, che un suo atto può produrre anche al di là delle parti processuali”. E infine: “Il paese ha oggi grande bisogno di punti di solido riferimento nella capacità di vigilanza e di intervento della magistratura in nome e a tutela della legalità, così come nel rapporto corretto tra i poteri dello stato, in spirito di reciproco rispetto e di leale collaborazione”. Ottimo manuale di manutenzione della giustizia giusta e con i piedi sulla terra. Ignorato nel caso Berlusconi. La Cassazione ha deciso, quella storia processuale è finita, la sentenza è depositata, ma non finisce il romanzo del Cav. e l’opera resta incompiuta. C’è una traccia per il dopo. “Si concentri sui documenti. Legga il comunicato del Quirinale dopo la sentenza…”. Giorno del giudizio, mancano tre minuti alle venti e trenta, arriva come un fulmine una nota dal Colle: “Ritengo e auspico che possano ora aprirsi condizioni più favorevoli per l’esame, in Parlamento, di quei problemi relativi all’amministrazione della giustizia, già efficacemente prospettati nella relazione del gruppo di lavoro da me istituito il 30 marzo scorso”. Passaggio a sorpresa. Come un clown che sbuca a molla dalla scatola magica. Capitolo di lavoro non previsto nel programma del prudente Gaetano Quagliariello, il ministro-sherpa di Berlusconi e Napolitano. Scudato, tenuto al riparo dalla tempesta politica, dal flip flop parlamentare, dal diritto e dal rovescio della battaglia tra fazioni, il titolo IV della seconda parte della Costituzione era considerato intoccabile. Ora quel “non possomus” è sparito. C’è il timbro del Quirinale. Porta aperta. Entra lesto il capogruppo del Pdl alla Camera, Renato Brunetta: “Il presidente Napolitano nella prima parte del suo comunicato parlava di rispetto della magistratura, delle sentenze, eccetera. Nella seconda parte, poteva anche non dirlo, invocava la riforma della giustizia – le condizioni ci sarebbero, a sua opinione, in Parlamento, per fare la riforma della giustizia – evidenziando un problema della giustizia in Italia. Ecco, sintonia da questo punto di vista”. Napolitano poteva non dirlo. Ma l’ha detto. E Magistratura democratica ha alzato il ponte levatoio del castello: “Negativo parlare di riforma della giustizia”. Anche il Colle è avvisato. Cosa è successo? “Non troverà il conforto di documenti ufficiali, ma esiste agli atti di questa storia un’immagine che racconta tutto il pensoso e penoso finale di partita. Ripassi il video della lettura della sentenza…”. Torniamo indietro, ma solo per schiacciare il tasto “play” e andare avanti nella decostruzione e ricostruzione. Rivediamola, la scena del verdetto.

Palazzaccio di Piazza Cavour, un ventilatore gira a destra e a sinistra, a destra e a sinistra. Quasi come il pendolo di un racconto di Edgar Allan Poe. Fiato sospeso. Ore 19 e 40, il cigolio di una porta e l’annuncio: “La Corte”. Entra nell’aula Brancaccio il presidente Antonio Esposito con un paio di fogli in mano. Legge la sentenza. In piedi. A testa china. “In nome del popolo italiano…”. Per quattro volte il presidente si interrompe con un grugnito, quasi un’intrusione in gola. Un segno di disagio. E’ il corpo del giudice che dice l’indicibile. E’ la storia di un verdetto tanto “pacifico” e cristallino da dover essere dibattuto in camera di consiglio per sette ore. Quarantasette “no” alle eccezioni sollevate da un fine giurista come Franco Coppi. Troppi.
La regia è passata di nuovo nelle mani di Napolitano. Il suo invito a riformare la giustizia diventerà il banco di prova del governo. Quello che tiene tutto o fa saltare tutto. Altro che Imu. Altro che Iva. C’è la toga di mezzo. Riuscirà il prode Epifani a tenere a bada l’ala giustizialista del partito? Con D’Alema sarebbe stata un’altra storia, ma incontrando per caso il cronista l’ex segretario e premier dice con ironia: “Io sono un esodato”. E poi c’è Renzi, ora è il suo momento: deve dimostrare di essere un leader e non il sindaco di Firenze ispirato dalla Repubblica delle idee. Crescerà? Certezze in campo. Se Berlusconi è un prigioniero libero, il Pd è un ostaggio. Di se stesso.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart