Amnistiare l’incoerenza

di Davide Giacalone
(da “Libero”, 25 agosto 2013)

Non solo l’amnistia non è un provvedimento improponibile, ma il Pd, il Pdl e i montiani hanno appoggiato due governi in cui due differenti ministri della giustizia se ne sono detti favorevoli. Siccome nessuno dei partiti delle due maggioranze ha mai minacciato di far cadere i due governi se quei ministri non avessero immediatamente taciuto, o si fossero rimangiati le loro stesse parole, se ne dovrebbe dedurre che sia il Pd, sia il Pdl, sia i montiani (poi divenuti Scelta civica), considerano non improponibile l’amnistia.

Ove così non fosse, allora, ne discenderebbe che il loro appoggio a quei governi era mendace. Né si può obiettare che le cose sono oggettivamente cambiate dopo la condanna di Silvio Berlusconi, perché l’amnistia è un provvedimento generale e, comunque, lo avrebbe riguardato anche prima della condanna. Anzi, prima, ovvero quando ne parlavano Severino e Cancellieri, gli sarebbe stata assai più utile, estinguendo il reato, quindi il procedimento, ed evitando la condanna.

Posto, allora, che chi oggi, fra quegli esponenti politici, rigetta con sdegno quel che ieri appoggiava è da considerarsi un incoerente, o un imbroglione o, più probabilmente, un disperato, la domanda collettivamente interessante è: l’amnistia può essere considerata utile e necessaria? Credo di sì. Lo scriviamo da anni. Ma bisogna intendersi.

Il riferimento all’amnistia patrocinata da Palmiro Togliatti, nel 1946 ministro della giustizia, mi pare improprio. E anche improvvido. Allora si usciva da una guerra civile armata (ma guarda la fantasia della storia: alla fine ci si dovette arrivare ad ammetterlo, che fu guerra civile armata!) e la clemenza generale serviva a non trascinarla oltre, dato che si poneva un doppio problema: a. la salvezza dei perdenti; b. l’implicito riconoscimento che i fascisti protagonisti della guerra civile erano una minoranza, ma i fascisti coinvolti con il regime erano quasi tutti gli italiani. Mi sfugge il gusto di volersi identificare con i perdenti. E che perdenti. Se si cercano precedenti storici si deve andare assai meno indietro nel tempo, bastando il 1989: quando il Parlamento, con l’entusiasta consenso del Partito comunista, quindi degli stessi che ancora oggi guidano il partito della sinistra, amnistiarono reati di finanziamento della politica e di relativi arricchimenti personali. In quel 1989 nessuno volle dirsi “diverso”, dato che non lo era, come non lo è.

Oggi l’amnistia ha due versioni. La prima è quella difesa, con coerenza e perseveranza, dai radicali. Gli unici che possono, sul tema, dar lezioni e non prenderne. Per questi l’amnistia serve a decongestionare le carceri, cancellando le pene. E’ una ragione più che fondata, ma che non condivido. La seconda è sostenuta solo da pochi garantisti, smarriti in una selva di giustizialisti che detestano la giustizia, e sostiene che l’amnistia è necessaria perché senza si finirebbe con il soffocare ogni riforma della giustizia, stritolandola sotto il peso di un arretrato spaventoso e scandaloso. E’ una tesi che punta a cancellare i procedimenti, ma che presuppone una radicale e profonda riforma. Mentre la prima tesi non necessariamente soddisfa anche la seconda, quest’ultima risolve anche il problema posto dalla prima: si salva la giustizia e si svuotano le carceri. E credo che sia giusto, necessario, urgente.

Qui si torna al tema della coerenza. Visto che il Pd ha sostenuto e sostiene governi i cui ministri della giustizia appoggiano l’amnistia, volendo escludere che cambino opinione solo a seconda di come si possa ingabbiare meglio un avversario politico, essi aderiscono alla prima o alla seconda versione? Sapete qual è il bello? Che per Berlusconi non cambia nulla, vanno bene entrambe. Mentre per noi (pochini) che amiamo la giustizia cambia, eccome.

Sicché, concludendo in bruttezza quest’orrido agosto politico, propongo un giochino finale: la condanna c’è, l’esecuzione è imminente, via d’uscita non ce ne sono; il condannato esclude la fuga, sicché s’acconcia al pagare, nelle forme previste dalla legge; stabilito questo, il Pd è favorevole alla riforma della giustizia, inserendovi tempi certi, terzietà del giudice, separazione delle carriere e certezza delle pene? Se sì, evviva. Ci si arrivò per vie torte, ma ci si arrivò. Si voti immediatamente un indirizzo collettivo, per poi passare a legiferare. Se no, come sono certo, se fra loro il partito giustizialista ha cancellato il senso stesso del termine “diritto”, se per loro la sudditanza alla corporazione togata è totale, se hanno smarrito il senso dello stato di diritto, quindi della separazione (e tutela) dei poteri, allora ecco un motivo chiaro, serio, lampante per dire che con roba simile non si può governare. Che a votare immediatamente è meglio siano gli italiani. Chiudiamo, con i sigilli, questa stagione. Che peggiore e più nociva non poteva essere.


Il pericolo è che vincano i manettari
di Giuliano Ferrara
(da (il Giornale”, 25 agosto 2013)

Nella coscienza pubblica c’è un’Italia diversa da quella dei republicones, i militanti dell’antiberlusconismo indignato, e dei manettari duri e puri. Solo che fino a ora non ha avuto una voce, o la sua voce è risultata timida.

Faccio qualche nome. Il professor Giovanni Orsina, cattolico liberale, docente, non sarà contento se la mannaia cadrà sulla testa del reo di frode fiscale, cioè il maggiore contribuente italiano condannato in via definitiva da un giudice che si chiama Esposito e non brilla a quanto pare per impersonalità e imparzialità, se stiamo a certe testimonianze vernacolari dei suoi commensali. La sua teoria è che Berlusconi è combattuto con assurdo accanimento perché la sinistra e le caste non elette non sopportano l’Italia che egli rappresenta, più ancora che lui.
Piero Ostellino, liberale da una vita, ha avuto tanto coraggio civile da unirsi a noi del Foglio quando facemmo del nostro essere restati in mutande, nudi di fronte alla furia vendicatrice della Boccassini, una bandiera contro i violatori della privacy e i banditori della caccia alle streghe, figuriamoci una soluzione finale contro il centrodestra guidata dalla sentenza Esposito. Non può piacergli.

Angelo Panebianco spiega da anni le sue ragioni, da gran signore: i magistrati hanno assunto un prepotere che fa di loro, in modo illiberale, gli arbitri e i signori della politica. Non va bene. Sergio Romano e Antonio Polito, o Pierluigi Battista e qualche altro, ragionano di politica e giustizia in modo diverso dai manettari semplici e da quelli di risulta, non la dicono né la scrivono come Mauro, Zagrebelsky, Travaglio. Nessuno di loro, che la pensano ciascuno a suo modo sui rimedi possibili, sottoscriverebbe la cinica sciocchezza dei republicones: la sentenza è legale e dunque legittima, non c’è ombra di sospetto su un eventuale fumus persecutionis, non c’è problema se non quello di applicare il dispositivo integralmente, possibilmente mandando Berlusconi in galera per espiare la sua colpa di diritto comune.

Anche Mario Monti, senatore a vita ed ex presidente del Consiglio, non ha mai partecipato alla festa della forca intorno a Berlusconi. Luciano Violante da anni dubita che il controllo di legalità, inteso come prepotere della magistratura sulla politica, sia una buona soluzione per la Repubblica. La sinistra è piena di testimoni, da Renzi a De Gregori, del fatto che vincere con lo scalpo giudiziario di Berlusconi in mano è fonte di imbarazzo, non di gloria. Lo stesso capo dello Stato può essere criticato per non aver fatto abbastanza di quanto era ed è nei suoi poteri, ma non di aver operato nella direzione del giustizialismo manettaro, via, siamo seri.

I nomi che ho fatto sono nomi che a diverso titolo contano. Hanno influenza in molti ambienti, sono credibili in Parlamento, nelle redazioni dei giornali e delle televisioni, fra i facitori di opinione. Perché hanno più appeal giochini verbali violenti e retorici del partito degli indignati permanenti? Perché le tifoserie prevalgono su un pubblico civilizzato, disponibile a ragionare, che pure avrebbe in molti di coloro che ho menzionato una rappresentanza non banale? Credo dipenda dal fatto che Repubblica e il suo gruppo fanno in modo appena dissimulato una guerra civile permanente, trasformano in mostri i nemici, in opportunisti e traditori coloro che alla mostrificazione sono riluttanti, agitano bandiere ideologiche capaci di sostituire, per interessi di gruppo e golosità di copie e di glamour mondano, l’insulto al dialogo («servi! », «venduti! ») e una bande déssinée, un fumetto, al racconto delle cose e delle idee. In poche parole: mettono paura, minacciano ostracismo, e in questo sono campioni. È un guaio. Se prevalesse questa Italia indignata e pasticciona, che finge eleganza morale ma esercita solo un pietoso snobismo, non solo la giustizia e la politica ne risentirebbero. È tutto un clima di civiltà, di pluralismo e di buona educazione istituzionale che sarebbe dissolto nella fog of war, nella nebbiosa e opaca luce di una guerra senza significato e onore.


Silvio decade? Letta cade!
Ugo Magri per La Stampa
(da “Dagospia”, 25 agosto 2013)

Berlusconi spinge la sfida verso il punto di non ritorno. Si rivolge al Pd, a Letta e a Napolitano con modi così ultimativi, talmente provocatori, che sembra averli scelti apposta per farsi sbattere la porta in faccia. La crisi incombe.
Neppure è detto che il governo arrivi in carica al 9 settembre, quando la Giunta delle elezioni si pronuncerà sulla decadenza del Cavaliere.

Le dimissioni dei ministri berlusconiani sono nell’aria. Decisiva la riunione di governo che mercoledì si occuperà dell’Imu. Il comunicato del «Gran Consiglio » Pdl tenuto ad Arcore parla chiarissimo, urgono risposte immediate, basta tergiversare… Ma quelle poche righe, suggerite dai più scalmanati, e fatte proprie da Alfano con qualche ritocco, non sono nulla a confronto di quanto è uscito tra le quattro mura dalla bocca del Cavaliere.

Un attacco frontale al Capo dello Stato, da cui Silvio si sente preso bellamente in giro. «Per dare retta a lui, mi sono dimesso due anni fa da premier senza nemmeno essere stato sfiduciato. Per ascoltare Napolitano abbiamo appoggiato prima Monti e poi addirittura il governo guidato da un esponente Pd. E che cosa ne abbiamo ricavato, in cambio? Zero. Io sono stato responsabile, eppure questo senso di responsabilità non è stato ripagato con eguale moneta, anzi ».

Dunque, adesso basta. Qualcuno ha udito la Santanché paragonarlo a un Cristo in croce, «come lui anche tu Presidente hai voluto porgere l’altra guancia ». Al che Silvio l’ha subito interrotta: «Sì, sì, io ho dato entrambe le guance, ma adesso questi da me vogliono ben altro… ». E pare sia stato l’unico sprazzo giocoso in un pomeriggio da tregenda, con la pioggia a scrosci sui finestroni di Villa San Martino.

«Non ci daranno niente. Non il Pd, non Letta, non certo Napolitano », è tornato subito cupo il Cavaliere, il tono di voce teso, le labbra imbronciate. Bacchettata a tutti quanti, da Lupi a Cicchitto, da Schifani a Quagliariello, erano intervenuti nella discussione sostenendo che nulla andrebbe lasciato di intentato, pur di risparmiare all’Italia lo stress della crisi.

«Sarebbe tempo perso. Non possiamo contare sul loro aiuto, pensiamo semmai a salvarci con le nostre forze », ha proseguito apocalittico Berlusconi. Vistosi cenni di assenso col capo quando la «Pitonessa » ha scandito: «Se Napolitano si dimetterà per impedirci di tornare alle urne, saranno affari suoi… Si dimetta pure, noi andremo avanti lo stesso, faremo l’opposizione ».

La grazia non è più un obiettivo, forse non lo è mai stato. Di sicuro, spiega a un certo punto l’avvocato Ghedini lasciando attonite le «colombe », l’atto di clemenza non verrebbe a capo del problema numero uno, cioè l’ineleggibilità. Quindi inutile scomodare il Presidente della Repubblica per un gesto poco produttivo. Semmai bisognerebbe mettere mano di gran corsa alla legge Severino, chiarendo che non può essere retroattiva, quello sì che aiuterebbe… «Non se ne parla proprio », ha chiuso ogni speranza Alfano, «il Pd ci dice che un intervento del genere loro non lo farebbero nemmeno morti ».

Tira le somme il segretario Pdl, il quale mai ha dato l’impressione ieri di remare controcorrente: «Siamo dinanzi a un bivio. O crediamo ancora nella trattativa, pur sapendo che le probabilità di successo sono lo zero virgola zero zero uno. Oppure andiamo senza paura alle elezioni. Se questo hai deciso, Presidente Berlusconi, sappi che siamo tutti quanti uniti e compatti con te ». Alle armi, alle armi. Angelino chiederà udienza a Napolitano e poi, tempo 3-4 giorni, si tireranno le somme.

È il trionfo dei super-falchi, Verdini e Capezzone in testa. L’agibilità politica per le «colombe » si fa sempre più precaria. Segnali di intolleranza nei confronti dei «cacadubbi ». Boato di insofferenza quando Brunetta ha osato dire che sull’Imu, forse, ci si potrebbe anche accordare. Interrotti con poca creanza Cicchitto e Schifani quando hanno espresso dubbi.

Prima di congedarsi, la battagliera Gelmini s’è sentita soavemente apostrofare dalla Santanché: «Ormai avrete capito anche voi qual è la posizione vera di Berlusconi… ». Già, impossibile non capire. Eppure, si racconta che l’uomo non fosse alla fine così baldanzoso. Forse provato dalla tensione, l’hanno visto accasciarsi affranto e disperato su una poltrona. Non esattamente il piglio del condottiero che già pregusta la vittoria.


La sfida finale
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 25 agosto 2013)

È andata come era ovvio che andasse. Nessuna resa, nessun cedimento, nes ­sun sotterfugio. Al termine del super vertice di ieri ad Arcore il Pdl ha ufficia ­lizzato che senza Silvio Berlusconi in politica non si va avanti, né col governo né probabilmen ­te con la legislatura.
Se poi mercoledì in Consi ­gl ­io di ministri non dovesse essere varata l’aboli ­zione dell’Imu, la caduta di Enrico Letta potreb ­be addirittura essere contestuale. Ma il risultato più importante del vertice di ieri è il fallimento del piano subdolo e mai dichiarato di scindere il destino del Pdl da quello di Silvio Berlusconi. Ci avrebbero provato, negli ultimi giorni, i soliti maneggioni della politica facendo balenare nel ­la testa di alcuni notabili del Pdl, come all’epoca del governo Monti, la sirena di un nuovo partito di centro Berlusconi indipendente. Il condizio ­nale è d’obbligo perché in questo campo le leg ­gende metropolitane, il gossip politico e le mez ­ze verità si fondono in un magma indecifrabile. Certo, l’accoglienza entusiasta che i ministri ciellini Lupi e Mauro hanno riservato al messag ­gio di Napolitano e al premier Letta tre giorni fa al Meeting di Rimini ha fatto alzare le antenne a più d’uno e forse sognare i nostalgici di una nuo ­va Democrazia cristiana 2.0, come va di moda di ­re di questi tempi. Già, Napolitano e Letta, i due uomini che po ­trebbero risolvere in un secondo il problema dell’agibilità politica di Berlusconi e che invece prendono tempo, alzano la voce e minacciano chi le dimissioni e chi il crollo del Paese. Entram ­bi ci hanno sperato, probabilmente, in una im ­plosione del Pdl per disfarsi una volta per tutte di Silvio Berlusconi. Ma hanno fatto male i conti, così come li fece pessimi a suo tempo il senatore a vita (non si capisce a che titolo) Mario Monti, sostenuto, per ragioni diverse, da la Repubblica e dal Corriere della Sera .

Saranno anche professori, di economia e di giornalismo, ma non hanno mai capito una maz ­za. Soprattutto che il Pdl è Silvio Berlusconi e che nessuno delle colombe furbette ha attributi sufficienti per staccarsi dal capo e prendersi la responsabilità di una scissione.
Detto che la soluzione non è quindi quella di spaccare il Pdl, non resta che la via maestra di ri ­dare a Berlusconi l’agibilità fisica e politica che gli spetta. Oppure affrontare senza tante mena ­te una nuova tornata elettorale e vedere da che parte sta la maggioranza degli italiani. E io scom ­metto che non starà da quella dei giudici imbro ­glioni.


L’amnistia? E’ tabù Se salva il Cavaliere
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 25 agosto 2013)

La sinistra odia l’amnistia anche solo come ipotesi. Da quando? Da quando non le serve più e potrebbe inve ­ce essere utile a Silvio Berlusco ­ni per liberarsi dalle grane giu ­diziarie, inclusa l’imminente galera o roba simile: arresti do ­miciliari e affidamento ai servi ­zi sociali. L’ostilità dei compa ­gni all’ ­azzeramento di certi rea ­ti non è una questione di princi ­pio.Figurarsi. Se c’è qualcuno che in passato ha abusato dei colpi di spugna, questi sono proprio loro, comunisti ed ere ­di. Nel 1989, con la fattiva com ­plicità dei democristiani di sini ­stra, essi si adoperarono con grande vigore per approvare una sanatoria che nel giro di cin ­que minuti cancellò ­tutte le por ­cherie commesse dalla nomen ­clatura rossa: una serie di reati concernenti le organizzazioni legate al Pci e alle cooperative, per non parlare dei rubli piovu ­ti su Botteghe Oscure dall’Urss.

La storia, si sa, viene spesso accantonata, spe ­cialmente se fa comodo, ma ri ­mane scritta. Invito a rileggerse ­la tutti coloro che oggi si scanda ­lizzano anche solo all’udire la parola «amnistia ». Basta che pi ­gino un tasto su Internet. Sco ­priranno che, non paghi della festa del perdono del 1989, i compagni ne organizzarono una seconda nel 1991, buona per depennare altri atti crimina ­li sfuggiti alla misericordia del legislatore due anni prima. So ­no fatti arcinoti a chi, alcuni lu ­stri orsono, si occupava di poli ­tica, tranne che al mio amico Gad Lerner,il quale ieri sulla Re ­pu ­bblica si è lanciato in un’inte ­merata contro coloro che osa ­no pensare alla suddetta amni ­stia come a una soluzione accet ­tabile dei problemi ­ gravissimi delle patrie galere, la cui popo ­lazione vive peggio che nei «de ­mocratici » gulag tanto amati dai tifosi della dittatura del pro ­letariato.

La proposta di essere clemen ­ti, ora, verso i detenuti pigiati nelle celle come sardine in spre ­gio ai più elementari diritti umani, è stata avanzata da Mar ­co Pannella e ha trovato l’ap ­poggio del ministro della Giusti ­zia, Anna Maria Cancellieri, gente al di sopra di ogni sospet ­to. Ciò nonostante, fa ribrezzo non solo a Lerner, amico di quel Romano Prodi che del ­l’ ­amnistia beneficiò per azzera ­re qualche peccatuccio, ma an ­ch ­e alla massa di sedicenti pro ­gressisti ormai asserviti al giu ­stizialismo più vieto, e dimenti ­chi perfino dell’operazione di Palmiro Togliatti tesa a oblitera ­re condanne d’ogni specie emesse per punire delitti perpe ­trati in «zona » fascista.

Per quale motivo i compa ­gnucci osteggiano l’iniziativa meritoria del leader radicale e dell’ex prefetto cooptata nel go ­verno? Sentite il loro ragiona ­mento. È vero che i carcerati su ­biscono torture criminali nelle prigioni di Stato, talché esso stesso si macchia quotidiana ­mente di intollerabili infamità, tuttavia un’amnistia, sacrosan ­ta onde ripristinare la legalità dietro le sbarre, non è praticabi ­le in quanto finirebbe per favori ­re il Cavaliere.
Effettivamente un provvedi ­mento del genere, che interes ­sa almeno 30mila carcerati e che solleverebbe la magistratu ­ra dall’obbligo di celebrare un milioncino di processi arretra ­ti, mettendola quindi in condi ­zione di lavorare su imputati di maggiore pericolosità sociale, agevolerebbe anche Berlusco ­ni. Non sia mai. Piuttosto che da ­re una mano, indirettamente, a costui, è preferibile per gli ex pci sacrificare tutti gli altri disgra ­ziati e lasciarli marcire in topaie impropriamente definite stabi ­limenti di pena.

Capito, i progressisti illumi ­nati? Pur di evitare il rischio che l’ex premier rimanga a piede li ­bero, bloccano una legge essen ­ziale per ridare dignità umana a 30mila detenuti trattati colpe ­volmente dallo Stato quali polli d’allevamento. Altro che legge ad personam. Questo è mene ­freghismo contra personas, mi ­gliaia e migliaia, che pagano sul ­la loro pelle l’infingardaggine di politici dalla coscienza dor ­miente. Ciò dimostra che la sini ­stra non dà peso agli affanni di chi patisce in cella sofferenze supplementari rispetto a quelle previste dal codice; le preme sol ­tanto che Berlusconi sparisca dalla circolazione. Come e con quali conseguenze per il siste ­ma carcerario più sgangherato del mondo, non le importa.


La corda si sta spezzando
di Pierluigi Battista
(dal “Corriere della Sera”, 25 agosto 2013)

Una pietra dopo l’altra, inesorabilmente, i proclami del Pdl annunciano la valanga finale che potrebbe spazzare via il governo delle larghe intese. Formalmente, dopo il vertice di Arcore, non c’è nulla di definitivo. Si pongono ancora condizioni, l’ultimatum è ancora privo di quella inappellabile perentorietà che lo renderebbe ineludibile, ma una pietra dopo l’altra, una dichiarazione dopo l’altra, il partito di Silvio Berlusconi sta decidendo di mettere fine, assieme all’eventuale decadenza del suo leader da senatore in seguito alla sentenza della Cassazione, all’esperienza del governo Letta.

Quando Angelino Alfano, segretario del Pdl ma anche vicepresidente del Consiglio, include il suo stesso primo ministro nella lista di quelli a cui ci si rivolge per evitare la crisi finale, vuol dire che un’altra barriera è stata disintegrata. Il governo non deve temere, disse lo stesso Berlusconi all’indomani del verdetto della Cassazione. Oggi invece il governo deve temere moltissimo, e viene addirittura messo sulla graticola come possibile corresponsabile di una decisione bollata a priori come «costituzionalmente inaccettabile ». Ma il governo non ha nessun potere «costituzionale » per orientare il voto del Pd quando si dovrà decidere della decadenza di Berlusconi sulla base della legge Severino. E se viene menzionato così esplicitamente in una dichiarazione che prelude alla lacerazione di un patto di governo nato quattro mesi fa, e dallo stesso vicepresidente del Consiglio, vuol dire che la via che conduce allo strappo si fa sempre più breve.

Una scelta sbagliata, quella del Pdl. Che giocherebbe sullo sfacelo di un governo che ha sì bisogno di spinte per realizzare il suo programma, ma che oggi svolge una funzione preziosa di equilibrio. Lo stesso equilibrio fortemente voluto da Napolitano, il vero artefice di un governo nato in condizioni di emergenza. Lo stesso equilibrio che si richiede quando l’Italia è ancora paralizzata da una crisi interminabile e avrebbe bisogno di riforme, non di ricatti da consumare nel cielo della politica, con esiti incomprensibili per tutti, anche per l’elettorato di centrodestra sempre più frastornato. La scelta della rottura azzererebbe tutto questo.

E se è legittima la richiesta di ulteriori approfondimenti «costituzionali » sulla legge Severino, lo è decisamente meno il tono ricattatorio con cui si chiede al Pd di capitolare senza condizioni, cancellando così ogni possibile mediazione. Una mediazione politica, in ogni caso. Non una mediazione che possa essere promossa da un governo. Una mediazione che parta dal riconoscimento del ruolo di Berlusconi e del Pdl nella vita democratica italiana formulato dal capo dello Stato nel suo messaggio di Ferragosto. Ma non il frutto di un ultimatum dettato da senso di irresponsabilità e dalla chiusura dell’intero centrodestra nel fortino in cui ha voluto serrarsi Berlusconi. Prima che sia troppo tardi.


Pdl, il retroscena da Arcore: spaccatura totale tra falchi e colombe
di Barbara Romano
(da “Libero”, 25 agosto 2013)

La spaccatura nel Pdl è totale. Bastava sentire i resoconti del consiglio di guerra riunito ieri ad Arcore. Un superfalco, intercettato all’uscita di Villa San Martino sotto l’acquazzone torrenziale che verso le 18 si è rovesciato su Arcore, ha confidato: «Dopo quello che ha detto Berlusconi, fossi un ministro, io mi dimetterei ». Mentre una colomba, beccata sull’aereo di ritorno a Roma un attimo prima che spegnesse il telefonino, ha giurato: «Abbiamo vinto noi, abbiamo ricondotto Berlusconi alla ragione ». Sotto i riflettori marciano come un sol uomo facendo quadrato intorno al capo. Dietro le quinte, vanno in ordine sparso e se le danno di santa ragione. Come hanno fatto il coordinatore nazionale, Denis Verdini, e l’ex capogruppo alla Camera, Fabrizio Cicchitto: immagine plastica della dicotomia del Pdl. Il vertice di Arcore, allargato alle seconde file (in tutto erano una ventina), ha dimostrato che, al di là delle dichiarazioni preventive di unità, esiste eccome una spaccatura tra moderati e oltranzisti. E ieri, giorno del redde rationem tra falchi e colombe, ha vinto la linea dura.

Che alla corte di Re Silvio sarebbero volati gli stracci, si è capito sin dal mattino, dal comunicato congiunto dei ministri Lupi e Quagliariello: «Ad ausilio preventivo di cronache e retroscena, oggi dal presidente Berlusconi non andrà in onda un match tra la squadra parlamentare del Pdl e la sua delegazione governativa in versione “pseudo-sindacale”. Oggi si riunirà un partito determinato a perseguire la strada migliore per il bene del nostro Paese, del nostro leader e del nostro movimento politico ». Dichiarazione che aveva tutto il sapore di un’excusatio non petita. Il vertice, infatti, ha ribaltato il pronostico istituzionale. Alla fine del consiglio di guerra, il Cavaliere non ha preso nessuna decisione, ma la sua linea in questo momento pende più dalla parte dei pasdaran. È stato l’intervento di Verdini quello che il leader ha apprezzato di più. Quando il coordinatore nazionale ha dichiarato: «Non c’è da aspettarsi niente, non possiamo governare con questa gente, non c’è più nessun margine di trattativa, basta », Berlusconi, annuendo vistosamente, ha esclamato: «Condivido tutto quello che dici, parola per parola ». «Massì, rompiamo, andiamo a elezioni e vinciamole, cos’aspettiamo? », ha rincarato Daniela Santanchè.

A tarpare le ali ai falchi è intervenuto Cicchitto: «Occhio, che le categorie sono veramente molto preoccupate di un’eventuale caduta del governo, daranno la colpa a noi, sarà un’emorragia di voti ». «Ma chi cazzo se ne frega », è sbottato Verdini. Da lì la situazione è degenerata. Anche Quagliariello, che oltre a essere ministro è senatore, ha messo in guardia Berlusconi dal provocare la crisi: «Attento, perché Letta ha già venti senatori, soprattutto grillini, pronti a passare con lui se noi del Pdl ci sfiliamo », ha avvertito, perorando la via del ricorso alla Corte Costituzionale per bloccare la decadenza del Cav in Giunta immunità. Proposta che non ha scaldato gli animi. Era questo il clima respirato dalle colombe, che si sentivano «in trappola » ieri ad Arcore. Tant’è che, fiutata l’aria, Alfano ha mutato piume, diventando il più falco di tutti: «Presidente, siamo pronti a staccare la spina al governo », ha giurato, «dicci quello che dobbiamo fare e noi eseguiamo, a un tuo segnale noi ci dimettiamo ».

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