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Armi democratiche

1 Settembre 2013

di Sergio Romano
(dal “Corriere della Sera”, 1 settembre 2013)

Barack Obama corre il rischio di passare alla storia come uno dei più tentennanti presidenti degli Stati Uniti. Nella sua ultima dichiarazione, sul prato della Casa Bianca, ha chiesto un voto del Congresso sull’opportunità di un intervento militare contro il regime siriano di Bashar Al Assad. Ma ancor prima di appellarsi ai rappresentanti del Paese aveva annunciato, in una recente intervista alla televisione Pbs, che la sua intenzione era quella di inviare uno shot across the bow , uno di quei colpi di cannone che vengono tirati di fronte alla prua di una nave per intimarle di fermarsi e tornare indietro.

Non sappiamo se con l’appello al Congresso il presidente americano chieda una formale autorizzazione o voglia più semplicemente metterlo di fronte alle proprie responsabilità. Ma sappiamo che una tale decisione, se adottata, avrebbe in ultima analisi l’inconveniente di non piacere a nessuno. Non ai pacifisti americani per cui sarebbe pur sempre un atto di guerra. Non ai paladini dell’ingerenza umanitaria e del dovere di proteggere le popolazioni civili, a cui sembrerebbe irrilevante. Non a quella fazione della destra repubblicana, erede dei «neocon », che accusa il presidente di essere debole, inetto, incapace di pestare il pugno sul tavolo nell’interesse dell’America. Non ai ribelli siriani, convinti che l’uso delle armi chimiche avrebbe fatto traboccare il vaso dell’indignazione occidentale e segnato la fine di Assad. Non agli alleati internazionali della Siria: Russia, Iran, Cina. Non, infine, alla maggioranza della sua opinione pubblica (una percentuale vicina, sembra, all’80%) per non parlare di quella delle altre maggiori democrazie occidentali. Sono contrari all’intervento persino coloro che in altri tempi avevano approvato le guerre di Bush e salutato con soddisfazione l’offensiva anglo-franco-americana contro la Libia di Gheddafi.

Non è sorprendente. Oggi, dopo l’esperienza degli ultimi tredici anni, nessuno può ignorare quali siano stati il costo e gli effetti di quelle guerre. L’operazione afghana parve giustificata dal patto che legava Al Qaeda e i suoi fedeli al regime talebano di Kabul. Sostenuti dalla Nato e persino dall’Iran, gli americani credettero di avere eliminato la maggiore base di Al Qaeda nel Medio Oriente. Ma nella caccia allo sceicco yemenita si perdettero, come altri eserciti occidentali, nel labirinto delle montagne che separano l’Afghanistan dal Pakistan; e di lì a poco lasciarono il Paese agli europei per concentrare ogni loro sforzo sull’Iraq di Saddam Hussein. Un’altra guerra, un’altra vittoria apparente.

Qualche mese dopo la conquista di Bagdad, Washington dovette constatare che quella dei talebani in Afghanistan era stata soltanto una ritirata strategica, che in Iraq non vi erano armi di distruzione di massa, che i sunniti iracheni non erano disposti ad accettare la sconfitta e che gli sciiti liberati dal giogo di Saddam amavano i confratelli iraniani più degli americani.
Comincia da allora la lunga sequenza dei rimedi falliti. In Afghanistan tornarono con forze più importanti e cercarono di sloggiare i talebani dalle regioni riconquistate. In Iraq cercarono di armare i sunniti contro il variegato fronte dell’integralismo islamico. Subentrato a George W. Bush, Barack Obama concepì un piano apparentemente razionale e un calendario inderogabile. In Afghanistan avrebbe lanciato un’ultima offensiva contro i talebani e offerto un negoziato a coloro che erano pronti a deporre le armi. In Iraq avrebbe assicurato la presenza militare americana soltanto sino alla fine del 2011.

Il risultato di quel piano, all’inizio del suo secondo mandato, è deprimente. I talebani non hanno alcuna intenzione di negoziare con una potenza che ha già, comunque, deciso di ritirare le proprie truppe nel 2014. L’uccisione di Osama bin Laden nel suo fortilizio pachistano è parsa uno straordinario successo della presidenza Obama (la vendetta è sempre, per un certo periodo, consolatoria) ma ha peggiorato i rapporti degli Stati Uniti con il Pakistan. In Iraq si muore, grazie alle bombe sunnite, molto più di quanto si morisse all’epoca di Saddam Hussein. In Libia, infine, Obama ha avuto il merito di comprendere prima dei suoi alleati i rischi di una operazione che era divenuta molto più lunga del previsto. Ma del caos in cui il Paese è precipitato dopo la vittoria dei ribelli Obama non è meno responsabile di Nicolas Sarkozy e David Cameron. È davvero sorprendente che dopo tre guerre non vinte, come la buona educazione internazionale preferisce chiamare quelle perdute, gli americani e le opinioni pubbliche occidentali non vogliano essere trascinati nella quarta?

Resta da capire, a questo punto, perché un uomo politico accorto e razionale come Barack Obama dovrebbe a tutti i costi prendere una iniziativa militare contro la Siria. Per non permettere che l’uso dei gas vada impunito? Per evitare che l’America, agli occhi del mondo, appaia inaffidabile? Credo che il criterio dell’affidabilità, in questo caso, concerna soprattutto il presidente degli Stati Uniti. Quando ha dichiarato, un anno fa, che l’uso dei gas sarebbe stato una «linea rossa » e che l’attraversamento di quella linea lo avrebbe costretto a rivedere la propria posizione, Obama è diventato prigioniero di se stesso. Ha usato la «linea rossa » per mascherare le proprie incertezze e allontanare per quanto possibile il momento delle decisioni. Ora quella «linea rossa » gli si è ritorta addosso come un boomerang e il presidente, privo di argomenti, è nudo di fronte al mondo come il re della favola di Andersen.

Vi è infine in questa vicenda un tragico paradosso. Le armi chimiche sono atroci, ignobili e suscitano una comprensibile condanna. Ma le vittime della periferia di Damasco rappresentano una minuscola percentuale di quelle provocate dalla guerra. Le armi letali in Siria sono i fucili mitragliatori, le mitragliatrici, i cannoni, le bombe, i mortai. Collegare il giudizio sull’opportunità dell’intervento all’uso delle armi chimiche ha l’assurdo effetto di rendere altre armi più legittime o meno deprecabili. Non è tutto. Mentre l’Occidente si scandalizza per l’uso dei gas, vi sono probabilmente altri popoli per cui i droni, i proiettili all’uranio impoverito, il napalm e le bombe a grappolo, per non parlare delle armi nucleari, non sono meno tossici dell’arsenale chimico di Assad. In questo scontro di culture e di civiltà è meglio evitare che l’Occidente venga accusato di considerare tossiche soltanto le armi degli altri.


La mossa del cavallo di Obama
di Lucia Annunziata
(da “L’Uffington Post”, 1 settembre 2013)

“Non sono stato eletto per evitare decisioni difficili”. È questa frase probabilmente la chiave per capire cosa passa nella testa di un uomo decisivo oggi per gli equilibri del mondo, quel Presidente Obama che ha annunciato di aver deciso l’attacco in Siria. Definendo così forse una nuova fase della sua leadership, sfidando l’isolamento in cui nei giorni scorsi è stato lasciato dai suoi alleati occidentali.

Un isolamento che – anticipiamo – ha rotto, facendo un discorso di guerra in cui ha rovesciato la sua solitudine in un esercizio di leadership, elevando le ragioni della sua decisione dall’intervento specifico su Damasco a una questione di principio più ampia: la sopravvivenza stessa dell’assetto legislativo mondiale.

Un brevissimo discorso (e ancora una volta va segnalato il rapporto inversamente proporzionale nel mondo politico anglosassone fra Potenza e Lunghezza della comunicazione) con la definizione di tre questioni.

La prima, quella del principio sotteso all’intervento. C’è certo una questione umanitaria, ha detto ricordando i morti e i bambini uccisi dal gas, ma al di là della difesa delle vite di innocenti, l’uso del gas pone domande più ampie, rinvia a scenari ben più catastrofici: “Qual è lo scopo del sistema internazionale che abbiamo costruito se il bando dell’uso delle armi chimiche firmato dal 98% delle nazioni del mondo poi non viene fatto rispettare? Non fatevi illusioni: questo atto ha implicazioni più grandi. Se non imponiamo il rispetto degli accordi di fronte ad atti cosi’ odiosi, cosa si penserà della nostra volontà e capacità di confrontare tutti coloro che rompono le regole internazionali? Ad esempio governi che scelgono di costruire armi nucleari? Terroristi che intendono usare armi biologiche? Eserciti che commettono genocidi?”. È chiaro in questo discorso l’accenno all’Iran, ad Al qaeda. L’esistenza di una minaccia all’Occidente che va ben oltre la Siria è un richiamo cui è difficile per le nazioni occidentali non rispondere .

In questo senso è importante che la seconda questione aperta da Obama sia stato proprio un severo rimprovero delle debolezze dei suoi alleati. L’arma retorica di questo rimprovero è, come si diceva, il ribaltamento della solitudine degli Stati Uniti in manifestazione di leadership. Sull’Onu in particolare Obama è stato molto duro: “Ho fiducia nelle prove che abbiamo senza dover aspettare i risultati degli ispettori Onu. E sono perfettamente a mio agio nel procedere senza l’approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che fin qui è stato completamente paralizzato”. Da anni non si sentivano in bocca di un presidente democratico critiche così pesanti – quelli repubblicani non hanno invece mai nascosto le loro impazienze nei confronti del Palazzo di Vetro. E in quella che appare come una aggiunta a braccio al discorso ufficiale (dove non ce n’è traccia) ha anche rivelato che molte nazioni che gli hanno detto no, “in privato ci hanno detto di procedere”.

La terza questione sollevata dal Presidente è quella della leadership vera e propria: la sua personale e quella degli Stati Uniti. La scelta di chiedere al Congresso di approvare (o meno) la sua decisione siriana, è stata fatta in quanto “Presidente della più antica democrazia costituzionale del mondo. Ho sempre creduto che il nostro potere è basato non solo sulla nostra forza militare, ma sull’esempio di un governo del popolo, fatto dal popolo, per il popolo.” Interessante che per sottolineare questa sua convinzione abbia anche fatto una seconda rivelazione, un piccolo gossip: “Come conseguenza del voto in Inghilterra, molti mi hanno consigliato di non portare la discussione in Congresso”, ma ” tutto ciò è troppo importante perché venga trattato come un affare corrente”.

Infine Obama ha affrontato la domanda che gli viene ripetuta da molte parti: non era stato nominato per finire le guerre dell’era Bush? “So che siete stanchi della guerra” ha detto rivolgendosi direttamente ai cittadini, “ma tutti sappiamo che non ci sono facili vie d’uscita. E io non sono stato eletto per evitare decisioni difficili”. È questa la frase di cui parlavamo all’inizio.

L’intervento è dunque una classica mossa del cavallo che mostra, al di là dell’essere o meno d’accordo con la sua decisione, che il Presidente democratico ha ancora capacità e voglia di essere un leader e di difendere il ruolo degli Stati Uniti.

Da questo discorso in poi, tuttavia, ci sono infinte incognite.

La prima e’ quella del congresso: voterà a favore della posizione presidenziale, visto che negli Stati Uniti il consenso a questo intervento militare è bassissimo?

La seconda è quella delle prove. Obama dice di aver fiducia nel dossier del suo governo, ma dove sono le sue prove, e sono davvero convincenti? Il passaggio e’ essenziale.

La terza ha a che fare con l’intervento in sé. La Siria è l’alveare di tutti in conflitti del medioriente, il vaso di Pandora (come spesso viene chiamato) in cui si ritrovano tutte le lacerazioni della regione. Assad è difeso da Iran e da Hezbollah in Libano. È attaccato dalle monarchie Sunnite del Golfo, che hanno buona responsabilità anche nel chiudere gli occhi su un forte filone quaedista nelle file di coloro che si ribellano a Damasco. La Siria, infine, è confinante con Israele, con cui da anni va avanti una Guerra a bassissima intensità.

Toccare questo alveare, sia pur con solo un piccolo fuoco, un bombardamento limitato nel tempo e nei modi, come Obama promette, può facilmente tramutarsi nella esplosione dello scontro in mille pezzi, un contagio del conflitto di un’area più vasta, inclusa la nostra, sotto forma di terrorismo.

L’obiezione (fatta anche da alcuni ambienti militari americani) a questo intervento Usa ha a che fare con la sua efficacia, con il rapporto fra risposta alle atrocità e pericolo di una accelerazione delle dimensioni stesse della guerra.


Un nuovo partito per la destra italiana
di Eugenio Scalfari
(da “la Repubblica”, 1 settembre 2013)

Due notizie meritano una breve anteprima. La prima è la volatilità di Berlusconi che l’altro ieri ha dato per certa la caduta del governo Letta se gli sarà tolto lo scranno di senatore, ma ieri ha detto esattamente il contrario affermando l’incrollabile fiducia nel suddetto governo indipendentemente dalle sue vicende giudiziarie. La seconda notizia è la nomina di quattro senatori a vita da parte di Napolitano alle persone di Abbado, Piano, Rubbia ed Elena Cattaneo.

La volatilità mentale è a volte un dono di natura, altre volte è una sciagura. Quando può influire sui destini di un Paese può arrecare gravi danni e questo è il caso. Resta da capire se nel caso specifico si tratti d’un elemento caratteriale o d’un sopravvenuto disturbo mentale. L’unico rimedio è di non dargli alcuna importanza.

La scelta dei quattro senatori è in perfetta linea con i requisiti previsti dalla Costituzione. Le reazioni del centrodestra, dei giornali berlusconiani e della Lega sono state di motivare quella scelta con ragioni politiche volte a rafforzare al Senato il centrosinistra. La stessa reazione ha manifestato Travaglio. La comunanza non è casuale: si tratta di fango che imbratta le mani di chi lo maneggia.

Fine dell’anteprima.

In un mondo sempre più interdipendente gli elementi negativi e quelli positivi si intrecciano senza posa e il termometro che ne misura l’andamento ne registra ogni giorno l’intensità e le aspettative che ne derivano.

Nella settimana appena trascorsa l’alternarsi degli eventi e gli effetti che hanno prodotto hanno toccato il culmine della confusione tra timori e speranze, ottimismo e pessimismo. Pensate all’Egitto, ai venti di guerra in Siria che potrebbero incendiare tutto il Medio Oriente, ai sintomi di crisi nell’economia dei Paesi emergenti, ma anche alle buone notizie sulla ripresa dell’economia americana e ai segnali – timidi ma visibili – d’un miglioramento dell’economia europea.

I mercati, sempre molto sensibili a queste diverse sollecitazioni, hanno registrato fedelmente quanto accadeva. Alla fine il bilancio della settimana è moderatamente positivo anche se il circuito mediatico tende a mettere in evidenza le cattive notizie che producono più sensazione delle buone.

Per quanto riguarda l’Italia i temi che hanno tenuto banco sono stati: la sorte politica e giudiziaria di Berlusconi, le conseguenze sul suo partito e sul governo, la questione dell’Imu, dell’Iva, dei rapporti con l’Europa, le attese prevalenti dell’opinione pubblica. Senza dimenticare l’imminenza delle elezioni politiche tedesche che avranno influenza su tutto il continente e anche fuori di esso.

Dalla settimana che ora comincia le agenzie di sondaggio riprenderanno il loro lavoro ma fin d’ora sappiamo che l’opinione più diffusa, al di là delle diverse posizioni politiche, è in favore della stabilità. L’ipotesi di imminenti elezioni politiche o di crisi di governo prive di alternative credibili, creano timore e rifiuto. Questo sentimento è comune al 70-80 per cento dei cittadini e rappresenta quindi una condizione che determina l’intera nostra situazione politica ed economica.

La cosiddetta abolizione dell’Imu è un effetto di quella condizione determinante. La stabilità ne è uscita rafforzata ed è destinata a reggere nonostante le bizze, le rivalità e la faziosità del piccolo mondo politico che stenta a recuperare consapevolezza e dignità di comportamenti.

* * *
Berlusconi si sente perso e fa di tutto per non abbandonare il proscenio dove da vent’anni e più recita la parte del protagonista. Voleva e vuole dominare il governo, logorarlo, ricattandolo e ingraziandosi il favore del pubblico con proposte che possono riscuotere favore popolare. L’abolizione dell’Imu era una di queste. In realtà a lui e ai suoi fedeli importa assai poco dell’Imu. Del resto fu lui a introdurre l’Ici, poi ad abolirla, poi a ripresentarla sotto altra forma. Ma oggi lo slogan di abolirla definitivamente gli avrebbe fatto gioco, era il modo per puntellare la sua presenza sul proscenio nonostante la sentenza di condanna definitiva. “Se io resto l’Imu sarà cancellata”: questo è stato lo spot dell’ultimo mese. Adesso questo spot è caduto e resta in piedi la sola questione che veramente interessa il protagonista: non uscire di scena. Si direbbe che, risolta la questione Imu, il re è nudo. Inutile dire che quel nudo offende al tempo stesso la morale e l’estetica, non dei moralisti e giustizialisti ma dei milioni di persone perbene che hanno assistito con indignazione e disgusto alla corruzione dilagante, al prevalere degli interessi privati, al degrado della società e della dignità del Paese.

Il re è nudo e un regime è finito. Questo tema diventerà in un prossimo futuro dominante per tutti i moderati italiani che dovranno trovare nuove forme di rappresentanza, lontane dal populismo e dall’uomo della Provvidenza. È un tema che non interessa soltanto i moderati ma anche la sinistra democratica e riformatrice. Va dunque discusso con consapevole responsabilità.

Il tema dell’Imu merita tuttavia ancora qualche parola per chiarirne la portata che a mio avviso non è stata spiegata secondo realtà.

Nel suo discorso di investitura di qualche mese fa in Parlamento Enrico Letta aveva detto che l’Imu sarebbe stata “rimodulata”. In che modo? Sostituendola con un’altra imposta comunale sugli immobili, come esiste in tutti i Paesi europei.

Ci volevano alcuni mesi di tempo per effettuare questa rimodulazione; nel frattempo il pagamento delle rate dell’Imu sarebbe stato sospeso. Così è ora avvenuto. L’Imu 2012 (già pagata) non è stata rimborsata come aveva promesso Berlusconi, ma la prima rata 2013 è stata cancellata con decreto e una copertura certa e approvata dalla Ragioneria dello Stato. L’abolizione del saldo è un impegno politico che prenderà forma di decreto a metà ottobre insieme alla legge finanziaria e al disegno della nuova “service tax” che sostituirà l’Imu rimodulandola.

Questo è avvenuto e avverrà e non si vede in che cosa tradisca gli impegni presi da Letta quando ottenne la fiducia. Le poche risorse disponibili potevano essere utilizzate per altri e più importanti scopi sociali? Credo di sì, ma il governo sarebbe stato battuto con lo spot sull’Imu e il re non sarebbe stato denudato di fronte alle sue private responsabilità. Senza governo è evidente che nessun’altra decisione poteva esser presa. Si sarebbe aperta quella crisi politica che il grosso dei cittadini non gradisce ed anzi rifiuta.

Infine: per quanto riguarda il saldo dell’Imu, la copertura nelle sue grandi linee c’è già, ma il decreto non c’è ancora ed è una delle necessarie astuzie della politica. Soltanto a metà ottobre Berlusconi sarà definitivamente decaduto dagli incarichi pubblici; se il suo partito e lui stesso perdessero la testa e i ministri si dimettessero dal governo, la rata dell’Imu dovrebbe essere pagata dai contribuenti, la rimodulazione non avverrebbe e l’intera responsabilità cadrebbe sulle spalle del Pdl.

Questa è la realtà di quanto è avvenuto. Restano ovviamente aperte le questioni delle risorse, dell’Iva, della crescita e dell’occupazione; questioni in parte di pertinenza europea ed in parte italiana. Le possibilità non mancano. Saranno indicate a fine ottobre con la legge finanziaria. Complessivamente occorrono circa 15 miliardi, fermo restando l’impegno a contenere il deficit entro il 3 per cento. Abbiamo più volte affrontato questa risolvibile questione. Tra due mesi dagli annunci si passerà ai fatti. Se così non fosse, allora sì, il governo verrebbe meno ai suoi scopi e non meriterebbe più la fiducia.

* * *

Nel frattempo – lo ripeto – i moderati debbono costruire una forma di rappresentanza politica che abbandoni totalmente il populismo e si configuri come una destra democratica ed europea rendendo possibile l’alternanza con una sinistra democratica e riformista. È interesse di tutti che questa trasformazione avvenga e non mancano nel Pdl persone che stanno già lavorando a quel progetto: Quagliariello, Lupi, Cicchitto e molti altri. Vanno incoraggiati, ma il loro compito è molto difficile; la sua riuscita presuppone infatti che in Italia esista una borghesia moderata che dia lo sfondo sociale ad una simile operazione.

Purtroppo in Italia una borghesia moderata non c’è, anzi – per essere ancora più chiari – in Italia non esiste una borghesia se con questa parola s’intende una classe generale che abbia al tempo stesso un ruolo economico, sociale, politico. E purtroppo non esiste più una classe operaia che sia anch’essa una classe generale con ruoli economici, sociali e politici.

Classe generale significa un ceto sociale che coltivi al tempo stesso i suoi propri interessi nel quadro dell’interesse di tutti. I partiti rappresentano (dovrebbero rappresentare) l’articolazione politica di queste classi che si contrappongono e si alternano nel governo del Paese, divise nelle rispettive visioni del bene comune ma accomunate dal rispetto della democrazia, dello Stato di diritto e dello spirito liberale che tutto consente a tutti nel rispetto dell’eguaglianza di fronte alle legge, delle pari opportunità e del principio di difendere la libertà altrui come la propria.

Sono principi elementari, affermati da molti a parole ma praticati da pochissimi nei fatti e questo è il vero male italiano. Ne ho molte volte esposto le cause originarie e non starò qui a ripetermi. Ma un fatto è certo: l’ultimo in ordine di tempo (con molti predecessori) a danneggiare gravemente questi principi e questi valori è stato Silvio Berlusconi. Il compito dei suoi successori è arduo ma necessario e se anche il risultato fosse parziale sarebbe pur sempre un avvio. Il tempo è venuto, hanno pochi mesi a disposizione. Perciò si muovano subito altrimenti si troveranno di fronte soltanto alle rovine prodotte dall’implosione del regime che hanno consentito a Berlusconi di costruire con la loro complicità.


I mandati di arresto non si tengono nel cassetto ma se c’è di mezzo il Cav…
di Filippo Facci
(da “Libero”, 1 settembre 2013)

E’ vero, i mandati d’arresto non si possono tenere nei cassetti: tantomeno a Napoli e tantomeno per Berlusconi. Ma a parte il fatto che talvolta ce li hanno tenuti – vedi caso Raul Gardini – sappiamo tutti che basta tenerceli in bianco, pronti da firmare: poi basterà l’avallo di un gip senza che il procuratore capo ne sia neppure a conoscenza o approvi la cosa. È sufficiente l’iniziativa di un qualsiasi pm di una qualsiasi procura, uno che magari abbia aperto una qualsiasi indagine di cui nessuno sospetta. L’arresto è un attimo. Accadde a Carlo De Benedetti nel 1993: interrogato a Milano, d’un tratto spuntò un ordine d’arresto da Roma che nessuno si aspettava – avallato dal gip Augusta Iannini, moglie di Bruno Vespa, ma poi respinto da un altro gip – e accadde anche a Bettino Craxi nel 1994, quando era appena decaduto da parlamentare; pur nelle mire della procura di Milano, da Roma se ne saltò fuori il pm Francesco «Ciccio » Misiani – tra i fondatori di Magistratura democratica – che chiese a gran voce l’arresto del leader socialista, frattanto già espatriato. Ora: se andate a vedere quante indagini farlocche su Berlusconi sono state aperte negli ultimi vent’anni, accanto ad altre più serie, capite bene che il problema quantomeno esiste. Inquisire il Cavaliere è sempre stata una premiante tentazione: anche quando le indagini non portavano a nulla. Figurarsi arrestarlo, in un Paese che è stato capace di applaudire anche un souvenir scagliato sul cranio.


Berlusconi e Pannella, i due compari sono tornati
di Pino Corrias
(da “il Fatto Quotidiano”, 1 settembre 2013)

L’idea lisergica di Marco Pannella di coinvolgere B, pregiudicato, plurinquisito e a rischio latitanza, nei suoi sconclusionati referendum “per una Giustizia giusta”, ha un tasso talmente alto di inverosimiglianza da risultare più vero del vero.
Equivalente, per dirne l’allegro paradosso, a convocare la buonanima di Alphonse Capone per una campagna contro l’uso dell’alcol, l’abuso della frode fiscale e il riuso delle escort baresi.

Stimolati da chissà quali sostanze – intellettuali, chimiche e in un caso anche chirurgiche – i due compari si sono dati una voce, dopo anni passati a ignorarsi. Uno impegnato a digiunare ingrassando. L’altro a infilare soldi nelle scatole estere di David Mills.

In grado di fiutare un buono pasto politico a miglia di distanza, Pannella ora esulta: “Adesso che Silvio ha appoggiato pubblicamente i nostri referendum, ho in mente per lui un luminoso futuro”. La qual cosa, onestamene, assomiglia a una minaccia. Che infatti prosegue così: “Presentarsi a Rebibbia, andare in carcere e incassare il 25 per cento dei voti. Oppure rendersi latitante come Toni Negri”. Aspettiamo con impazienza la mossa di B. Vedi mai che, stordito dalla Cassazione, ci caschi.


La faccia tosta del premier che rinnega il suo governo
di Giuliano Ferrara
(su “il Giornale”, 1 settembre 2013)

Ci vuole una bella faccia tosta per dire a un largo pubblico, essendo stato nominato presidente del Consiglio dei ministri e avendo messo insieme una maggioranza per governare l’Italia, che «non è questo il governo che volevo » e «la prossima volta mi batterò per un governo diverso ».

Quella faccia Enrico Letta ce l’ha. Per dirla con tutti i sepolcri imbiancati che rivendicano da Berlusconi comportamenti da paese normale, in un paese normale non succede che il capo dell’esecutivo sputi in faccia alla maggioranza che lo sostiene per strappare un applauso demagogico alla Festa del suo partito. Due sono le cose: o Letta non crede in quello che fa con Alfano e Brunetta e con il sostegno di Berlusconi, e allora deve andare subito a casa per ragioni fin troppo evidenti, oppure ci crede ma mente spudoratamente per la gola, cioè per il consenso di partito insidiatogli da Matteo Renzi, e allora deve andare a casa e occuparsi del Congresso del Pd. Non è lui che distingue tra policies e politics, tra cose da fare e potere fondato sul consenso da gestire? Stare lì con il mugugno, con l’idea che sarebbe meglio essere altrove, è un peccato di gusto imperdonabile, oltre che una bizzarria politica incomprensibile. La Merkel fu in coalizione nazionale con i socialdemocratici, dopo una campagna elettorale fortemente polarizzata che non condusse a risultati di maggioranza seri e solidi, ma non si sognarono mai, né la Cancelliera né il suo vice della Spd, di deprezzare come un triste ripiego il loro governo. Nella campagna elettorale successiva al governo di Grosse Koalition si limitarono a spiegare perché l’avevano fatto e le ragioni con cui l’avevano sostenuto e caratterizzato, per poi passare ad altro. Paesi normali.

A proposito di paesi normali. Sarebbe un «ricatto », gridano alla Repubblica, la frase di Berlusconi che stabilisce un collegamento diretto tra la sorte del governo Letta e il voto del Pd per sbatterlo fuori dal Senato, sottomettendosi definitivamente all’oltranzismo dei magistrati senza nemmeno concedere il pieno esercizio del diritto alla difesa suggerito da Luciano Violante. Che stravaganza pensare che il cane sia cattivo, quando – attaccato – si difende. Non è cosa da paese normale pretendere dal leader di una componente decisiva della maggioranza il pieno e leale sostegno al capo del governo, vicesegretario del Pd in origine, mentre il suo partito e tuo alleato ti nega la possibilità anche solo di mettere in discussione la tua decadenza da parlamentare (opinabile secondo parecchi osservatori non di parte), e straparla di «atto dovuto ». Vogliono la botte piena e la moglie ubriaca, impresa proverbialmente difficile da condurre al successo. E vogliono tutto questo pazziare, stralunati come sono, in nome di un paese normale.

Vada a casa. Lo dice anche il Renzi, perché – di nuovo – in un paese normale se uno sia condannato, ecco che dovrebbe automaticamente lasciare la politica. Nei paesi normali e civili i magistrati e i giudici, anche di Cassazione, non danno interviste, non manifestano in modo scollacciato la loro partigianeria ideologica, non tentano di processare i testi a difesa degli imputati, non parlano di furbizia orientale delle non-vittime di non-reati, non scrivono romanzi origliatori da pubblicazione in appendice, non lasciano che sia violato il segreto investigativo e sempre in una sola e medesima direzione, non individuano in un uomo o nel movimento da lui fondato il fomite della criminalità politica, dall’evasione fiscale alla prostituzione e alle stragi, in un contesto in cui l’accusa penale diventa la piattaforma di una campagna di stampa che dura vent’anni, e tutti i mezzi, anche quelli chiaramente abusivi, vengono impegnati per dare ai togati la preminenza politica e morale su ogni altro soggetto istituzionale, fino alla presentazione sistematica di liste di partito in toga, che peraltro hanno un perfetto insuccesso di pubblico, fino all’attacco al Quirinale. O Napolitano deve fare senatore a vita anche Ingroia?
Però la parabola del paese normale vale anche per Berlusconi, a pensarci bene. In un paese normale dovrebbe andarsene dal governo e chiedere immediate elezioni politiche, e lasciare tutti nei pasticci, senza tentennamenti. Il che è dunque perfettamente legittimo. Ma nel paese anormale in cui viviamo resta da appurare se sia meglio passare per carnefice della stabilità o per vittima dell’irresponsabilità altrui, mantenendo un orgoglioso cipiglio e rilanciando la battaglia della giustizia giusta senza farsi incastrare nel ruolo del personalistico scassatutto.


“Libero” sbertuccia Scalfari
di Francesco Borgonovo per “Libero”
(da “Dagospia”, 31 agosto 2013)

Agosto è il più crudele dei mesi, e si perdono nelle nebbie della storia i giorni in cui, poco più d’un anno fa, Eugenio Scalfari s’incamminava lungo il viale che conduce a Castel Porziano per rendere omaggio a Giorgio Napolitano. Allora, la natura era radiosa, e amica anche. «Un cinghialotto ci passa davanti e scompare nel folto del bosco », scriveva Barbapapà travolto dall’ispirazione georgica. «Sulle strisce di prato ai lati del viale saltella qualche merlo e un’upupa, “ilare uccello”, cammina impettita con la piccola cresta sul capo ».

E i lettori tutti, ammirati da tale poesia, si domandavano di che sostanza fossero composte le «strisce » del prato e se non fossero, a ben vedere, illegali. Ora l’ilare upupa ha abbassato la cresta, l’arzillo cinghialotto non saltella più: lo arrostiscono i pastori e i loro fuochi non bastano ad illuminare quella che per Scalfari è la notte più scura di tutte. Il presidente della Repubblica ha nominato quattro senatori a vita e tra questi non c’è il Fondatore del quotidiano che si chiama, appunto, Repubblica (e solo per questo un minimo di riconoscimento lo avrebbe meritato, che diamine).

Mesi e mesi di sforzi, di lotte senza quartiere, di zerbinaggio al limite dell’umana dignità non son bastati a Scalfari per vedersi garantito l’agognato scranno. A lui che è il decano dei direttori, Re Giorgio ha preferito un altro direttore, Claudio Abbado. Con la motivazione che Abbado dirige un’intera orchestra, mentre Scalfari in vita sua ha diretto soltanto tromboni.

Eppure ci aveva creduto, Eugenio. Un minuto dopo la morte di Sergio Pininfarina, gli era balenata in mente l’idea. Quando è mancata pure Rita Levi Montalcini, sulla nomina a senatore a vita ci aveva già messo l’ipoteca. Praticamente aveva già avvisato parenti e amici e ordinato le tartine e il Krug per festeggiare. Colui che in un libro si è definito «l’uomo che non credeva in Dio », aveva invece fatto professione di fede assoluta in Napolitano.

Affinché i suoi desideri fossero chiari anche ai sassi, Scalfari aveva acquistato una bella divisa da corazziere, con tanto di elmo e spadone, e si era trasformato nel più strenuo difensore del Colle, costasse quel che costasse. Si era fatto piacere Mario Monti e il suo governo raffazzonato, e aveva pure imposto al suo giornale di crederci (non sempre ascoltato).

A dargli manforte erano giunti i responsabili della celebre collana dei «Meridiani » Mondadori, che gli dedicarono un volume. Probabilmente si trattò di un grossolano errore: credevano che fosse già defunto. A un certo punto, la devozione scalfariana per Napolitano raggiunse vette imbarazzanti, da attrazione erotica. Rispolverata la divisa del Guf e il moschetto di quand’era giovane (nel cretaceo, più o meno) Eugenio si mise a sparare contro chiunque osasse levare una voce contro il Colle. Perfino quando si trattava dei suoi compagni di merende.

Arrivò a provocare una guerra intestina nella redazione di Repubblica. Tutto ebbe inizio con un Ingroia galeotto che auscultava le conversazioni del capo dello Stato nel corso delle indagini sulla trattativa Stato-mafia. Il Fatto lanciò un appello a sostegno dei giudici di Palermo e, onta massima, lo firmarono persino alcuni illustri collaboratori del giornale di Scalfari: Barbara Spinelli, Stefano Rodotà, Franco Cordero e Gustavo Zagrebelsky. Un ammutinamento, in sostanza. Barbapapà era indignato.

Prima si cimentò in una gara a chi ce l’aveva più lungo (l’articolo) con Marco Travaglio, avventurandosi nei meandri della giurisprudenza per dimostrare che un presidente della Repubblica non va nemmeno sfiorato. E Travaglio ogni volta gli rispondeva con argomentazioni uguali e contrarie. In due, decimarono a mezzo stampa ettari ed ettari di bosco, alla faccia delle specie protette.

Poi l’Eugenio inviò a Zagrebelsky una lettera indignata, in cui lo rimproverava, in sostanza, di essere un fesso poiché aveva dato ascolto alle sirene del Fatto. I luminari della psichiatria ancora perdono il sonno a studiare quelle carte, primo indizio della cosiddetta sindrome di Scalfari-Zagrebelsky, incurabile.

I sogni di Barbapapà s’infransero quando Napolitano, verso la fine del settennato, dichiarò alla Stampa che non avrebbe nominato altri senatori a vita. Eugenio quasi ebbe un coccolone. Il focherello della speranza riprese ad ardere quando Re Giorgio decise di replicare. Scalfari raccolse il moschetto e ritornò in trincea. Sul palco della festa di Repubblica, si produsse in un’intervista a Napolitano tanto gravida d’amore da essere considerata, in alcuni Paesi, molestia sessuale.

Poi l’intervista fu raccolta in volume, e qui siamo allo stalking. Appena uno nominava il presidente, ecco accorrere a dorso di mulo Scalfari, lancia in resta. Quando Libero, per primo, ventilò l’ipotesi della grazia per Berlusconi, Eugenio s’improvvisò esegeta del Colle e ci definì «gente che gioca a palla con le istituzioni, anarcoidi di infima qualità ».

Poi corse dall’amico Giorgio a rimboccargli le coperte. La signora Clio cominciava a essere un po’ gelosa. E adesso? Napolitano nomina quattro persone e per Scalfari non c’è nemmeno una seggiolina nella portineria di Palazzo Madama. Eppure Eugenio avrebbe dovuto saperlo, visto che il suo giornale l’ha teorizzato per anni, e Napolitano alla fine avrà pure recepito il messaggio: uno può anche farsi un’amante, ma portarla perfino in Senato no, non si fa. E l’upupa, mesta, torna al proprio nido. Il cinghialotto arrostisce sulla brace. La sua carne tenera ha il sapore amaro della sconfitta.


Berlusconi non chiederà la grazia ma i suoi legali… Ecco la domanda da presentare
di Redazione
(da “Libero”, 1 settembre 2013)

Chiedere la grazia significherebbe ammettere la propria colpevolezza, accettare la sentenza di condanna della Cassazione per frode fiscale. Per questo Silvio Berlusconi non , non firmerà la domanda al Capo dello Stato. Per lui la condanna della Suprema Corte è frutto di un pregiudizio e di un accanimento giudiziario che va avanti da ormai una ventina di anni. Per questo, come scrive, Brunella Bolloli su Libero in edicola oggi domenica primo settembre, il pressing del Pdl si è concentrato piuttosto sulla possibilità che il Capo dello Stato commuti la pena in una sanzione pecuniaria. Questo è il pensiero di Berlusconi e quello che i parlamentari Pdl intendono fare, ma i legali del Cavaliere sostengono che l’ipotesi della grazia non è affatto da trascurare. L’avvocato Franco Coppi che, con Niccolò Ghedini difende Berlusconi ha detto: “Finora non è stata presentata nessuna domanda ma rimane un’ipotesi in campo”.

La decadenza La prima scadenza per Silvio Berlusconi è per il 9 settembre quando si riunisce la giunta per le elezioni del Senato: e nonostante una parte di deputati del Pd, grillini, Sel e montiani si dicono pronti a votare la decadenza, dopo l’intevrista di Luciano Violante al Corriere della Sera sull’opportunità di aprire un dibattito e rinviare la legge Severino alla Consulta, non è escluso che la Giunta decida per il rinvio. In questo caso i tempi si allungherebbero per consentire un supplemento di indagine e anche l’ipotesi della grazia prenderebbe più corpo.

L’iniziativa di Libero. E di grazia torna a parlare anche Maurizio Belpietro che nel suo editoriale di oggi, ricorda che “finora, a chi ha prospettato la grazia, il presidente della Repubblica ha risposto dicendo di volersi attenere alla prassi, rifacendosi all’atteggiamento dei suoi predecessori. In pratica, il capo dello Stato ha fatto capire che, come per il caso Sofri, senza domanda non c’è clemenza, precisando che anche per l’agente della Cia condannato per il rapimento Abu Omar il provvedimento è giunto solo dopo che la richiesta dell’avvocato”. Belpietro fa un passo ulteriore. Propone la domanda presentata al Colle da Ignazio La Russa in quanto legale di Alessandro Sallusti per la concessione dell’atto di clemenza. Scrive Belpietro: “Nella lettera La Russa spiega che il giornalista non chiede la grazia personalmente per coerenza con la sua battaglia contro una pena che ritiene spropositata, ma è pronto ad accettare completamente le decisioni di Napolitano. Come dire: non la chiede, ma l’accetta.” Libero propone il testo della lettera presentata da La Russa. “Riportiamo per comodo dei difensori il testo rivisto e corretto sostituendo il nome di Sallusti con quello di Berlusconi. E invitiamo uno dei tanti prìncipi del foro di cui dispone il Cavaliere a sottoscriverlo e inviarlo al Colle. Noi, per quel poco che contiamo, la firma l’abbiamo già messa”.



Jovanotti a Gramellini: “Berlusconi simpatico, è avversario politico non antropologico”

di Claudio Brigliadori
(da “Libero”, 1 settembre 2013)

“Se diventiamo meno conservatori, ce la possiamo fare”. Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, parla dell’Italia, ma scorrendo la sua intervista a Massimo Gramellini della Stampa si scorge il vero obiettivo: la sinistra italiana. Conservatrice, timorosa, legata ancora al passato e al suo incubo ricorrente da 20 anni a questa parte: Silvio Berlusconi. “Umanamente mi sta simpatico, lo combatto perché in tutti questi anni non ha fatto nulla per l’Italia”. Ma se gli concedessero la grazia “non mi scandalizzerei, perché per me è un avversario politico, non antropologico”. Bel pugno allo stomaco per chi a sinistra, Gramellini in primis, ha preso l’antiberlusconimo come una missione umanitaria per salvare il Paese. E alla fine ha ottenuto solo un Pd e una sinistra demoliti.

Renzi e l’occasione mancata – L’esempio perfetto è Matteo Renzi alle primarie del 2012. “Scegliendo Bersani gli elettori hanno difeso un investimento emotivo fatto nella prima parte della loro vita. Fai fatica a rinunciarci, a pensare che devi parlare con il nuovo che non capisci. Se avessimo avuto la forza di mettere un uomo di 38 anni, avrebbe potuto trasformare lo scenario”, riflette malinconico Jovanotti su quella grande occasione mancata di cambiamento. Gli elettori democratici non hanno votato il gggiovane Renzie perché “hanno avuto paura. Paura di una sinistra a vocazione maggioritaria che sappia mettersi in casa anche gente che non è della sua tribù. Gente che porta scarpe che non ti piacciono, che ascolta musica che tu non hai ascoltato mai”. Renzi come, nel suo piccolo, il Jovanotti del 1993. Quando il satirico Cuore, bibbia della controcultura giovanile di sinistra, mise il “Impiccare Jovanotti per le palle” tra Le 10 cose per cui vale la pena vivere. Gramellini è spiazzato, pensava di intervistare il nuovo guru della sinistra e si ritrova davanti al taccuino un demolitore di certezze…

Da Briatore al Cavaliere – Per esempio, parla di natura ed ecologismo e tira in ballo “crescita e lavoro”, cita Beniamino Placido e la necessità di “domare” la natura cattiva e selettiva e l’intervistatore quasi ha un mancamento. Siparietto gustoso. “Un giorno, in una megalopoli, guardavo con orrore la favela cresciuta accanto a un quartiere ricco, ma chi era con me disse: crescere con un quartiere ricco accanto è l’unico modo in cui un ragazzo povero può pensare di cambiare la propria vita. La vera povertà è sempre povertà di visione”. E Gramellini, tra l’ironico e il disgustato: “Ma chi era il tuo accompagnatore? Briatore?”. E quando il cantante tira fuori la storia dell’Italia apprezzata all’estero, la firma della Stampa non resiste: “Fino a Berlusconi”. “Ti sbagli. Berlusconi ha confermato il pregiudizio positivo: lo guardano come una cosa impensabile, inspiegabile, come il festival di Sanremo o la commedia all’italiana. So che a Hollywood stanno pensando di fare un film su di lui con Jack Nicholson”. Gelo. “Lui è Terminator – continua Jova -: a un certo punto sembra che sia rimasta solo una lucina rossa, ma poi si riforma… La sua storia non finirà mai, il suo nome ci dividerà per sempre. Immagina se fra cent’anni, quando forse morirà, un sindaco decidesse di dedicargli una piazza…”. E qui Gramellini traballa: ha intuito che fra 100 anni non potrà scrivere il suo consueto Buongiorno al veleno contro quel sindaco.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart