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ARTE: A Lucca Christian Balzano

24 Dicembre 2009

di Vittorio Baccelli

Adesso che la morsa di neve e ghiaccio attorno alla città si è allentata, anche se ha lasciato il posto alle piogge, si sono rivisti i turisti con ombrelli e macchine fotografiche digitali   che hanno ripreso a girare per le strade medioevali. Una tappa d’obbligo è l’Anfiteatro e sono in molti quelli che sono rimasti incuriositi dal toro dorato posto in piazza degli Scarpellini, sì che ieri mattina era circondato da turisti curiosi che lo stavano fotografando. Ma l’assenza di indicazioni, forse voluta, ha spinto i curiosi a chiedere di cosa si trattasse. E le domande non sono rimaste senza risposta: “Non è vero ma ci credo”, questo è il titolo dell’imponente scultura-toro firmata dall’artista livornese Christian Balzano, che campeggia nella piazza adiacente all’Anfiteatro. L’installazione è parte integrante della mostra “Christian Balzano – Luci del destino”, inaugurata nei giorni scorsi al Lu.C.C.A. – Lucca Center of Contemporary Art   e che sarà fruibile fino al prossimo 14 febbraio (data in cui verrà rimossa anche la scultura dalla piazza).   “L’idea di una scultura posta all’esterno del museo – sottolinea Christian Balzano – serve a far vivere e fruire l’opera d’arte in maniera più vera. È un modo per togliere i cordoni che solitamente separano il fruitore dall’opera: non c’è solo la possibilità di vedere, ma anche di toccare”. Il protagonista dell’installazione nella piazza lucchese è un toro dorato, soggetto tra i più amati dall’artista, che campeggia al centro dello spiazzo con le zampe rivolte verso l’alto, come se si fosse appena “ribaltato”. La scultura è stata esposta per la prima volta a Milano nel marzo 2008 per poi fare tappa, nel corso dello stesso anno, al Lido di Venezia, a Chiavenna, fino ad arrivare a Lucca. Il progetto di creare una grande scultura con l’immagine del toro è nata a Milano, da un mosaico che si trova sul pavimento della famosa Galleria Vittorio Emanuele. Per augurarsi una buona sorte, chi si trova a passare accanto al mosaico compie un rito scaramantico: col tacco delle scarpe sui testicoli del toro, gira su se stesso per tre volte consecutive. Il gesto dovrebbe portare virilità agli uomini e più in generale fortuna.     “Da qui – racconta l’artista – mi è venuta l’idea di creare un grande toro, una figura che si ricollegasse al tema del destino e della predestinazione. Ho tirato fuori dal mosaico il toro e l’ho reso ‘vivo’ così che tutti possano usufruire in un modo alternativo dei suoi ‘attributi’ toccandolo”.   La scultura, del peso di 400 chili, realizzata interamente in resina, è lunga 3 metri e 70 centimetri, alta 2 metri e 10, e larga 1 metro e 65.     “È molto interessante e suggestivo – ribadisce il presidente della Fondazione Lu.C.C.A., Angelo Parpinelli –   portare l’arte contemporanea nel quotidiano e in mezzo alle persone. Si tratta di un’operazione che rafforza la filosofia del nostro museo ovvero quella di condividere e percepire in modo collettivo l’arte della nostra contemporaneità che va non solo guardata, ma vissuta”.

E molti incuriositi dalla scultura si sono recati allo Stellario per visitare la mostra di cui la scultura è figlia. Suggestivo percorso quello proposto dal Lucca Center of Contemporary Art, ove la mistica dell’Uomo Toro sembra nuovamente farsi strada dall’antico passato per erompere nel presente. Tori sbuffanti, tori possenti, tori inferociti, meditativi, in calore, silenti o protagonisti della propria sorte. La figura dell’animale risulta idealizzata, posta come metafora dell’essere umano, protagonista di una corrida come l’uomo nella propria vita, al centro dell’azione, pronto a ribellarsi davanti al suo carnefice o a subire passivamente la propria situazione.   Ci troviamo di fronte ad un dilemma esistenziale: andare incontro agli eventi, rischiando di vivere la vita da protagonisti, o rimanere in disparte, guardando il mondo da una prigione ovattata dalla quale tutto è meravigliosamente sbiadito? Abbiamo di che riflettere sull’importanza delle nostre scelte: osservare   è come guardarsi dentro e divenire artefici del proprio destino.   Di fronte alle teste di toro, ognuno ha la possibilità di percepire una semplice forma oppure di vedere un percorso, un iter da intraprendere. Un po’ come nella vita quando, in poco tempo, dobbiamo prendere una decisione che offrirà alcune opportunità e ne precluderà altre. Ogni testa animalesca è una scelta, ovvero una certezza raggiunta e una rinuncia fatta, d’altronde arriva il momento in cui è necessario “tagliare la testa al toro”. Scegliere è andare oltre, non farlo significa rimanere con un rimpianto. Luci del destino, lampadari onnipresenti, odore di sangue e di stalla, possibilità di toccare con mano il cuore del toro nella buia stanza. Mistico procedere nel confessionale come sulla sedia davanti all’animale che carica. Inquietudine e sangue del sacrificio che ci porta per assonanza allo Stephen King   di “Rose Madder”: Rose, maltrattata dal marito poliziotto e psicopatico   alla fine decide di ribellarsi per un particolare, il più insignificante tra le dimostrazioni di violenza del marito: una piccola goccia di sangue sul lenzuolo, che però fa traboccare il fatidico vaso. Tra ricoveri per mogli maltrattate ed escursioni nel mondo al di là di un quadro, Rose potrà trovare la soluzione ai suoi problemi legati ad entrambe le realtà e potrà finalmente sconfiggere il marito, letteralmente tramutatosi in un mostro mitologico, simile al Minotauro. Del Toro si innamorò Pasifae, moglie di Minosse, che, unendosi a lui, generò il Minotauro,   metà uomo e metà toro. Le icone del sacrificio del Toro si mescolano con quelle delle religioni cattolica e buddhista, ma è il neopaganesimo del Dio Toro qui a farla da padrone. Nella Divina Commedia il Minotauro è posto a guardia del girone dei violenti, perché nel mito greco esso simboleggia proprio la parte istintiva e irrazionale della mente umana, quella che ci accomuna agli animali (la «matta bestialità ») e ci rende inconsapevoli. I violenti sono proprio quei peccatori che hanno peccato cedendo all’istinto e non hanno seguito la ragione. Per la teologia cristiana rappresenta un grave peccato, perché mentre agli animali non si può dare alcuna colpa, perché fanno ciò che è necessario per sopravvivere e nulla più, l’uomo dovrebbe usare la ragione per non compiere atti di pura crudeltà. La scena di Virgilio che vince il Minotauro rappresenta allegoricamente il trionfo della ragione sull’istinto.   Per gli antichi egizi fin dalla I dinastia il culto del toro Apis   è vivo come divinità rurale simbolo della generazione e della forza fecondatrice. Adorato a Menfi, fu presto assimilato a Ptah, patrono della città, di cui fu riconosciuto come incarnazione. A Ra, Apis deve il disco solare piantato, con l’ureus tra le sue corna.           I sacerdoti di Apis a Menfi, conosciuti durante l’Antico Regno come “Bastoni di Apis” battevano la campagna alla ricerca del toro recante il marchio divino, marchio che doveva essere presente su più parti del corpo dell’animale. Lo scopo era quello di fare di esso il successore dell’Apis regnante. Quando un Apis moriva, veniva sepolto secondo un rituale preciso, dopo essere stato sottoposto a mummificazione. Al termine del cerimoniale funebre, veniva calato nei sotterranei del Serapeum, dove andava a raggiungere le precedenti incarnazioni del dio. Veniva allora posto sul trono il nuovo Apis, fatto che costituiva un’occasione di festa. Dopo essere stato mostrato al popolo, il toro divino veniva condotto nel santuario, dove era destinato a vivere con il suo harem di giovenche, per non uscire più se non in occasioni di processioni che richiedessero la sua presenza. Oltre a ricevere offerte dai fedeli, nell’Apeion, il Dio Toro rendeva anche responsi in qualità di oracolo. Flash-back forniti da questa mostra-istallazione-percorso-mistico-riflessivo: l’Uomo Toro che è in noi, potrebbe anche risvegliarsi tra icone e uso della foglia d’oro e del pellame, tra quadri e sculture, tra la carnalità più sudamericana e le nostre strade…

–             Allo Stellario: Lu.C.C.A. Lucca Center of Contemporary Art: “Luci del destino | Lights of destiny” di   Christian Balzano fino al 14 Febbraio 2010.

–             Piazza degli Scarpellini: “Non è vero ma ci credo” scultura-toro di Christian Balzano, fino al 14 febbraio


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Bart