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ARTE: I MAESTRI: Giacometti il curioso

12 Ottobre 2014

di Franco Russoli
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, domenica 2 novembre 1969]

Parigi, novembre.

Il 4 giugno 1965 Alberto Giacometti mi scriveva: ¬ę Devo occuparmi in questi giorni un po’ della mostra di Londra (quella di New-York √® troppo lontana per sapere ci√≤ che sar√†). Ma do ¬≠podomani posso riprendere del tutto il mio lavoro sapendo meno che mai ci√≤ che potr√≤ fare; dunque in tutti i modi pi√Ļ curioso che mai, e il resultato in tutti i modi di poca importanza ¬Ľ.

Quel che contava, per lui, era il porsi sempre di fron ¬≠te all’oggetto in stato di meravigliata scoperta, senza pregiudizi o schemi forma ¬≠li: ¬ęil mondo mi stupisce ogni giorno di pi√Ļ. Diventa o pi√Ļ vasto, o pi√Ļ mera ¬≠viglioso, pi√Ļ inconquistabile…, pi√Ļ ci si avvicina, pi√Ļ la cosa si allontana. √ą una ricerca senza fine ¬Ľ. Mentre si osserva, mentre si tenta di copiare l’apparenza della realt√†, questa realt√† cambia, noi stessi cambiamo: ¬ętutto il cammino degli artisti mo ¬≠derni √® in questa volont√† di cogliere, di possedere qualcosa che fugge continua ¬≠mente ¬Ľ Il ¬ęresultato ¬Ľ allo ¬≠ra non sar√† che un momento di una lotta disperata e necessaria come una ragio ¬≠ne di vita: l’orma precaria di una conquista interiore, un punto nuovo di partenza pi√Ļ che un traguardo.

Per questo le mostre retro ¬≠spettive erano per Giacometti una verifica per il fu ¬≠turo, un banco di prova che lo confermavano ogni volta nella sua convinzione di un destino da Sisifo. Le sue ope ¬≠re dei diversi periodi di at ¬≠tivit√† gli si mostravano co ¬≠me altrettanti tentativi fal ¬≠liti di conquista dell’insieme del vero, ma nello stesso tempo come preziosi momen ¬≠ti di conquiste particolari, di avvicinamenti all’oggetto instancabilmente assediato. Ne riceveva rassegnazione senza sconforto, anzi l’aspro ed esaltante imperativo a continuare, a riprendere il rapporto col vero, a rico ¬≠minciare la ricerca.

Nello spazio ¬ę artificiale ¬Ľ delle mostre esse assumevano tra loro nuovi con ¬≠tatti e richiami, inattese di ¬≠mensioni. Si collegavano in una trama che restituiva, nella loro temporanea conti ¬≠guit√†, la vicenda di una lun ¬≠ga ricerca: la facilit√† natu ¬≠ralistica e formale dei pri ¬≠mi tempi, l’illusione di una stabilit√†, di una assolutezza dell’immagine simbolica nel periodo surrealista, e infine l’illuminazione della fondamentale relativit√† di ogni forma e apparenza. Giacometti guardava le sue mostre come uno specchio della sua vita di artista e di uomo: vi si immergeva con un compiacimento amaro, cercandovi la prova del pro ¬≠prio ineluttabile ¬ęfiasco ¬Ľ e della esigenza morale, anzi fatale, a insistere.

Lo vidi cos√¨ a Venezia, pi√Ļ volte, e lo ricordo a Ber ¬≠na, molti anni fa. Nello stes ¬≠so modo visse le mostre di Londra e di Nuova York, mi dicono gli amici. Ora, in questa stupenda mostra che Jean Leymarie ha allestito all’Orangerie di Parigi per commemorarlo, tutto √® con ¬≠chiuso, le opere non sono pi√Ļ spunto di successivi ¬ę av ¬≠vicinamenti ¬Ľ, ma momenti fermati nell’eternit√†. Egli non √® qua, e ci guardiamo sconvolti, abbandonati, e tut ¬≠ti esaltati dall’intensit√† del ¬≠la rivelazione che, veramen ¬≠te, questi lavori sono ognu ¬≠no un fermo punto di arri ¬≠vo nell’universo della poesia. Non ne abbiamo mai dubi ¬≠tato: ma mai come oggi ne sentiamo la certezza. L’an ¬≠sia di Giacometti vive in questi messaggi per sempre, al di l√† di lui e del nostro tempo.

Uno sciopero ha ritardato l’inaugurazione: sino all’ultimo l’incertezza, la prov ¬≠visoriet√† delle decisioni, il caso hanno segnato del loro marchio di dubbio l’avveni ¬≠mento. Anche questo √® nello spirito di Giacometti, sem ¬≠bra una sua segreta presen ¬≠za. Lo avvertono Diego, il fratello collaboratore che ha diviso la sua vita, e Annet ¬≠te, la moglie, suoi costanti modelli, e gli amici che si muovono intenti per le sale non ancora del tutto alle ¬≠stite. Vedono apparire le grandi figure mangiate dal ¬≠la luce, che incombono sul ¬≠le minuscole sculture √Ę‚ÄĒ aghi, teste di spillo √Ę‚ÄĒ in cui Giacometti racchiudeva il vero che, a forza di tensio ¬≠ne di sguardo, ¬ę tendeva al ¬≠la sparizione ¬Ľ.

Ogni proporzione veristica √® sconvolta, per giunge ¬≠re alla vera proporzione del ¬≠le cose e degli uomini nella fuga del tempo e dei senti ¬≠menti. L’impossibilit√†, il tor ¬≠mento e l’aspirazione alla piena comunione tra gli es ¬≠seri, tra gli oggetti e l’ambiente, animano, dolci e ter ¬≠ribili, queste sculture abnor ¬≠mi e sgranate, questi dise ¬≠gni volanti eppure solidi nell’incastellatura dei corpi e dello spazio, queste pitture che assorbono i colori atmo ¬≠sferici e vi aggomitolano i fili del tessuto del vero. La immagine simbolica (¬ę la donna cucchiaio ¬Ľ, ¬ę la pal ¬≠la sospesa ¬Ľ) e l’immagine che cerca appoggio nell’ap ¬≠parenza naturalistica, ecco si rivelano simili, nate dal ¬≠la stessa matrice umana e poetica: chiudere in una for ¬≠ma l’inesauribile scoperta della vita.


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