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ARTE: Metafisica: I MAESTRI: Massimo Bontempelli #1/6

20 Ottobre 2009

[da: Massimo Carrà: “Metafisica”, Mazzotta, 1968]  

Prima stramberia  

Eccoci dunque in tre, come ho detto:
io,
lo specchio,
la scacchiera.
lo guardavo lo specchio, lo specchio rifletteva la scacchiera.
Ho già detto che lo specchio era vecchio e leggermente verdo ­gnolo, lo osservai sùbito che i pezzi della scacchiera riflessi nello spec ­chio erano, tanto i bianchi quanto i neri, più pallidi di quelli veri, e con i contorni meno nitidi, quasi sfumati: anzi, fissandoli un po’ a lungo, là dentro, mi pareva che avessero una leggera vibrazione come le erbe e i sassi che si vedono dentro l’acqua d’un laghetto.
Non ho ancora avvertito una cosa importante: cioè che lo spec ­chio, appoggiato sul marmo del caminetto, era leggermente inclinato in avanti. Perciò la scacchiera e il trentadue pezzi che vi si vedevano non stavano sullo stesso piano dei trentadue pezzi veri, ma sembrava si arrampicassero sopra un leggero declivio.
Di là, i pezzi specchiati guardavano i pezzi veri; ognuno il suo compagno: il Re Bianco guardava al Re Bianco, la Regina Nera alla Regina Nera, e così via; e quelli di là, stando così in alto e un po’ di sbieco, pareva che guardassero questi di qua con sprezzatura. Questi di qua si lasciavano guardare impassibili, e pareva che con questa in ­differenza si vantassero forse d’essere più coloriti, più nitidi, e ben po ­sati sopra un piano perfettamente orizzontale.
Mi alzai una volta ancora in punta di piedi, per vedere se riuscivo a scorgere almeno un poco della mia persona nello specchio. Ma era inutile. Ho detto che non ricordavo se vi fosse nella stanza una sedia: penso ora che certamente non v’era, altrimenti sarei salito in piedi su quella.
Ma così stirandomi in su, feci la seguente riflessione:
« In quello specchio c’è tutto quello che c’è in questa stanza, la parete azzurra, la scacchiera, i pezzi: dunque anche se non mi vedo, ci devo essere anch’io ».
Allora accadde una cosa buffissima.
Accade che il Re Bianco â— non quello vero, ch’era di qua; quello riflesso e un po’ più pallido, ch’era di là â— il Re Bianco cessò di fis ­sare, traverso la superficie dello specchio, il suo compagno, e guardò invece verso me, si scosse un poco, e parlò.
Parlò proprio a me, e come se avesse letto nel mio pensiero, mi disse:
â—           Certo che ci sei. Sei qui sotto. Vieni anche tu di qua, e ti vedrai.
Tutte le volte che ho ripensato a quel momento, e anche ora, il fatto mi è parso, e mi pare, strambissimo e quasi incredibile.
Invece allora non ci trovai nulla di strano. Risposi tranquillamente:
â—           Verrei volentieri, ma prima di tutto non so come fare; in secondo luogo Ella deve sapere che mi hanno ordinato di non muovermi di qui fin che non vengono ad aprirmi.
Il Re Bianco di là dallo specchio mi fece un’obiezione:
Quando dico che sei qui, intendo che qui c’è un altro come te: la tua immagine, via; siete due, come io e quel Re Bianco che sta così dalla tua parte. Dunque se tu vieni di qua può anche darsi che la tua immagine passi di là, e così ci sarà sempre qualcuno per qualunque evenienza.
Allora â— obiettai â— non è vero che incontrerò me stesso di là.
Hai ragione. Ma sarà sempre una gita interessante.
Lo credo â— gli risposi. â— Ma rimane sempre la prima difficoltà: non so come fare a venirci. Se Ella volesse insegnarmi…  

In famiglia

… â— Tutti gli specchi del mondo sono fatti così â— riprese dopo un silenzio, vedendo la mia maraviglia. â— A ogni specchio corrisponde uno spazio infinito, come questo; e vi si vengono a rifugiare e conser ­vare tutte le immagini di tutti, uomini, donne, bambini, che ci si sono guardati dentro. Quando uno si guarda in uno specciho, e poi se ne va, crede che la cosa sia finita. Niente affatto. Lui se ne va per i fatti suoi e non ci pensa più; ma nello spazio invisibile corrispondente a quello specchio rimane la sua immagine. E mentre lui, nel mondo, un giorno o l’altro muore e il suo corpo, fino al giorno del Giudizio Uni ­versale, scompare, invece nello spazio dietro lo specchio la sua imma ­gine dura, credo, eternamente, lo ho avuto occasione di parlare con gente che s’era guardata nel tuo specchio forse cento anni fa, perché il tuo specchio è vecchio.
E’ vero â— osservai io â— ho sentito dire che era in casa di mia madre fin da quand’era ragazza.
E’ uno specchio che ha viaggiato â— disse il Re â— pensa quante immagini!
Potrei vederle? â— domandai timidamente.
â— Certo. Andiamo un po’ in giro.
Cominciammo ad andare. Dico andare tanto per intenderci, ma non avevo l’impressione di camminare. Non sapevo bene se mi spo ­stavo io o se per caso si spostava invece quel curioso spazio intorno a me: tanto più che, come ho detto, la pianura era tutta uguale…  

… Ed ecco a poco a poco davanti a me vidi spuntare dal suolo uno strato soffice di nebbia, di colore cenerino chiaro come il petto delle tortore; e quello strato rimaneva basso, e tutto piano e uguagliato, come la superficie d’un lago.
La nebbia non arriva sino a me: tra essa e me rimaneva una stri ­scia libera e vuota. E guardando, vidi ch’essa doveva essere alquanto profonda, in giù, come se davanti a me, di là dalla striscia di terreno vuoto, si fosse aperta un’ampia scavatura, che la nebbia copriva e riem ­piva interamente.
Poi la nebbia cominciò a rischiararsi, diradare, aprire qualche squarcio, lo mi aspettavo, levata che si fosse, di vedere laggiù quei fiumi, o quei boschi, o quel mare, di cui avevo sentito le voci. Invece, come gli squarci si fecero più ampi, cominciai a intravedervi in mezzo certe forme, non ben definite da prima; e non capivo nemmeno se la nebbia col suo diradare mi lasciava scorgere quelle forme, o se fosse essa medesima che in certo modo si frantumasse e solidificasse qua e là in oggetti d’ogni genere.
Perché ora vedevo che quelli erano veramente oggetti. La nebbia era totalmente scomparsa; ogni cosa si presentava lucida e nitida; c’era, in quel vasto fossato, riquadrato come una piazza d’armi ma sprofondato molto più basso del suolo su cui io ero, c’era una quantità di og ­getti diversi. Mobili di varie specie: sedie, tavolini, mensole, cassettoni, e poi tendami; e mazzi di fiori, in vasi alti e bassi, sottili e panciuti; e cuscini, e una quantità di vasetti di più fogge; e poi libri, e un mar ­tello accanto a una lima e ad altri strumenti del genere; un attaccapanni, spazzole di varie forme e pettini e fiale, una storta come se ne vedono nei gabinetti di chimica, parecchi piumini di quelli che adoperano le cameriere per spolverare i mobili.
lo nomino queste cose confusamente come mi vengono alla me ­moria (e ce n’erano altre ancora che ora mi sfuggono); ma là erano disposte in un ordine che non saprei spiegare, ma che certamente aveva una sua regola.
Cioè a dire, non erano laggiù come in un magazzino o in una bot ­tega, che tutte le cose della stessa specie sono raggruppate tra loro. E neppure come in un ripostiglio, che tutto vi sta cacciato alla rinfusa e anche le cose nuove sembran vecchie. E nemmeno come nelle case, che ogni oggetto è a un suo posto secondo l’uso a cui serve: per esem ­pio un calamaio è sempre sopra la scrivania, a destra, e vicino c’è la penna; e i cuscini stanno sopra il divano da una parte e dall’altra; oppure una scatola di cipria è vicina alle boccette dei profumi sopra una tavoletta con uno specchio, e così via. No. Là quegli oggetti sta ­vano â— tanto per farmi capire â— stavano in certo modo come stanno gli alberi e le rocce nella campagna. Non so dire perché, ma si capiva che erano a posto bene, come nati lì dove si trovavano. Erano quasi diventati vivi; e tutti insieme formavano un’armonia strana e piacevolis ­sima a vedersi. Erano, ecco, erano una specie di paesaggio, fatto di oggetti invece che di piante e altri prodotti naturali.
Mentre stupefatto guardavo, m’accorsi che si sentiva sempre quel sussurro complicato, il quale non era cessato mai, ma distratto dal ­l’inatteso spettacolo io non ci avevo fatto più caso. E il sussurro veniva proprio di laggiù, da quel panorama strambo. Era tornato assai som ­messo, ma ponendovi attenzione ci distinguevo ancora â— ridotte a mor-morii delicatissimi â— voci di fronde, di venti, d’acque correnti, di rive marine.
E in breve queste voci mutarono ancora di forma: pareva che i fremiti, i mormorii, i ronzii, si sforzassero d’articolarsi, di diventar quasi parole, parole d’una lingua ignota, molto dolce.
Pieno di curiosità, traversai risolutamente la stretta striscia che mi separava dall’orlo del fossato; di là spinsi lo sguardo in giù, se da qualche punto fosse facile scendervi. Mentre così cercavo, d’un tratto una voce acuta e secca, mi gelò di spavento. La voce aveva detto:
â—           No: più in là non si va.  

Un altro sovrano  

Rimasi un momento come inchiodato dallo stupore. Poi guardai rapidamente, ansiosamente, in mezzo a quelle cose, dalla parte donde mi pareva che fosse giunta la voce; ma non vidi nessuno. Mi chinai tutto giù, sull’orlo del fossato. E la stessa voce, più vicina:
â—           Ho detto che non si va.
Nello stesso tempo, da un folto di non so che oggetti varii, che stavano aggruppati in un angolo e a cui non avevo ancora fatto caso, uno di quelli si staccò e rapidamente saltò sul ciglio ove io ero; si piantò proprio al mio fianco.
Era un manichino: un manichino di vimini: di quelli alti come un uomo, senza braccia né testa, su cui le sarte provano i vestiti delle si ­gnore.
lo m’ero rialzato di colpo e avevo dato un passo indietro. Il mani ­chino stava leggermente chinato e sporto verso me; non so dire se, così vuoto e senza testa, in quella posa, fosse piuttosto minaccioso o piuttosto ridicolo.
Certo il mio primo spavento s’era già dileguato, perché sùbito gli rivolsi la parola:
â—           Eri tu che parlavi?
Tutte le volte che ho poi ripensato a quella scena mi sono do ­mandato come mai quel coso mi avesse ispirato tanto confidenza da dargli del tu.
Rispose:
â—           E chi ha da essere?
Noi parliamo con la lingua: ma lui con che cosa parlava? Era dav ­vero buffissimo.
â—           E chi ha da essere? â— riprese. â— In mezzo a tutti questi og ­getti,   io sono   la sola creatura dotata d’intelligenza,   di volontà,   e di parola.
Vedo vedo. E come ti chiami?
Che domanda sciocca â— esclamò. â— C’è bisogno d’avere un nome? Il nome serve agli uomini, ai cani, e simili, altrimenti non sanno distinguersi gli uni dagli altri, lo sono io, e basta.
Se basta a te â— gli risposi â— figurati a me. E che ci fai qui?
â—           Sono il re di tutte queste cose â— proclamò con sussiego.
Così dicendo si voltò verso il fossato, proprio come uno che avesse fatto un gesto col braccio per indicare. Probabilmente lui credeva di averlo, il braccio, e s’immaginava di fare il gesto.
Tutte queste cose â— continuò â— sono gli oggetti che furono riflessi, un giorno o l’altro, anche per un momento solo entro l’anti ­chissimo specchio di cui sono il sovrano.
Oh,   oh! â— esclamai. â— Ma allora   che cosa mi   ha detto   il Re Bianco?
Che vuoi che sappia quell’imbecille? â— disse il manichino. Il suo tono era così sprezzante, che certo con la bocca, che non aveva, doveva credere di aver fatto una smorfia.
Non ti confondere con quella gente â— continuava â— non capi ­scono niente, e chi sa quali diavolerie t’han messo in testa. Gli specchi sono fatti per ricevere ed eternare le immagini degli oggetti come tu sai. Ci si riflettono anche gli uomini e le donne, ma è un di più, non ha importanza. Appena un oggetto è stato riflesso nello specchio, è fatta: la sua immagine rimane dentro, e cammina, e sùbito arriva qui, in questo luogo elevato, dove diventa immortale. Invece le immagini delle persone, non avendo importanza, restano giù, nella regione inferiore, che devi avere traversata. Questo luogo qui non sanno neppure che ci sia. Per venir qui si sale, te ne sarai accorto. E soltanto le immagini degli oggetti, creature superiori, possono salire. Quelle degli uomini,
anime piatte, non possono; esse infatti non conoscono che la regione piatta più giù, la pianura.
E gli scacchi?
Quelli sono una cosa di mezzo tra le persone e gli oggetti. Qual ­che valore, mio Dio, ce lo hanno: ma non tanto da arrivare quassù.
Guarda guarda. E tu chi sei?
lo? lo sono un manichino, il manichino dove si faceva provare i vestiti una signora,   che era padrona dello specchio molti   anni fa: ora abita, s’intende,   nella regione inferiore.
Mia nonna! â— gridai.
Sarà, lo, essendo manichino, sono l’oggetto per eccellenza: l’og ­getto, tant’è vero, sul quale gli uomini e le donne cercano di model ­larsi, per sembrare manichini anche loro. Naturalmente non ci riescono mai del tutto, c’è sempre qualche cosa che sopravanza. Lo capisci, ora, perché io sono il re di tutto questo reame, e perché non scendo mai nella regione inferiore?
E parlando continuava a rigirarsi, un po’ verso il suo reame, un po’ yerso la regione inferiore, e così girando ogni tanto si sollevava al ­quanto da una parte o dall’altra sopra il cerchio che gli faceva da base: tutt’insieme era la cosa più buffa che si possa immaginare.  

Ritorno dall’esplorazione  

Tacque, e per un po’ tacqui anch’io. Poi d’improvviso gli domandai:
Mi dici da che parte è il mare?
Che mare? â— domandò lui con accento meravigliatissimo.
Sì, il mare, i fiumi, i boschi: in certi momenti si sentono così nettamente.
Accennai verso il fossato, da cui saliva a noi quella sinfonia com ­plicata e confusa.
Lui rimase immobile un istante, poi scoppiò a ridere.
Sicuro, il manichino rideva. Sentivo lo scroscio del suo riso stri ­dente, squarciato; e, quel che è peggio, vedevo lui scrollarsi tutto e scontorcersi, che ogni tanto mi pareva stessero per spezzarsi i vimini di cui era composto.
Quando Dio volle, si chetò, lo dissi:
Bene, ora mi dici che cosa c’è da ridere a codesto modo?
Ma che mare â— rispose â— ma che monti. Sono le voci di tutti questi oggetti, dei miei sudditi. Tutti gli oggetti, lo sai bene, provengono dagli alberi, dalla terra, dai sassi, dalle acque, dalle cose della natura, insomma. Perciò rimangono come carichi, impregnati, delle varie voci della natura, che diventano le loro voci. Con quelle discorrono 5tra loro. E’ così semplice!
lo pensai un momento, poi gli risposi:
â—           E’ vero.
E rimanemmo per un po’ l’uno in faccia all’altro a bocca aperta.
Lui non l’aveva, la bocca, ma certo la teneva aperta, guardando me: si capiva benissimo dalla sua posa. Dopo un po’ ruppi il silenzio:
E ora?
Ora â— rispose ricomponendosi â— io torno giù, perché ho da fare, e tu vattene per i fatti tuoi. Qua la mano, e a rivederci chi sa quando.
Qua la…?
Ero inebetito: di quale mano parlava? Avevo mezzo sporta in avan ­ti la mia, ma lui come voleva fare, poverino, che non ce l’aveva?
Ma d’un tratto me la sentii prendere, la mia mano, la sentii affer ­rata nella sua; sicuro, la sua, che non si vedeva; poi la stretta calorosa s’allentò, e lui saltò giù.
Quella stretta inaspettata m’aveva fatto tanta impressione, che det ­ti un urlo di terrore, voltai le spalle, e mi misi a correre a perdifiato. Non sentivo più niente, non vedevo più la strada; giù a rompicollo, via a precipizio, senza pensare a nulla…  

Da La scacchiera davanti allo specchio, 1921, I ed. Bemporad, Firenze 1922.  

Ultimo viaggio e scoperta suprema

II mio ultimo viaggio fu di tutti il più involontario, impreparato e fatale; e però fu l’ultimo, e credo che tale rimarrà, avendo io stabilito di darmi d’ora in avanti alla vita tranquilla e meditativa. Già da qualche tempo in verità io m’ero dedicato, per una nuova inclinazione soprav ­venuta in me, e senza alcuno scopo prefisso e pratico, alla lettura di meditanti libri della filosofia di ogni tempo e paese. Avvenne dunque un giorno â— ed era un pomeriggio d’un mese di aprile â— che nella Teologia di Proclo io stessi leggendo un periodo che incomincia così: « Tutte le cose che esistono in qualche modo, risultano del limite e del ­l’infinito, per mezzo del primo Ente ».
Avevo appena letta la frase, che ho dovuto riferire nella sua ele ­gante intensità, ch’io sentii con flusso ascendente assalirmi un calore di fiamma fino alle regioni interiori del capo, e di qui ampliarsi e fer ­marsi alle pareti del cranio, fissandovi ivi come una fascia stringente e rovente. Non oso affermare che tale molesto fenomeno fosse dovuto alla frase letta, cioè che la torrida vampa salisse direttamente dalle pa ­role stesse del Diadoco; concedo pertanto che tra i due fatti potesse correre non altra relazione che di un accostamento temporale.
Neppure so bene, che è a dire non ricordo, se alla sensazione di calore al capo seguisse in me l’igienico proposito di uscire a prender dell’aria, e ad esso l’atto: o se invece un insieme inavvertito di mo ­tivi di questo o d’altro genere operò su me meccanicamente, come sembrami più probabile. Certo si è, che mentre alle 16,45 io ero nel mio studio leggendo le parole: « per mezzo del primo Ente » (cui se ­gue nel libro un punto e virgola), alle 16,50 mi trovavo all’aperto, e pre ­cisamente in mezzo a una via della città.
Per qualche tempo andai, senza nulla vedere intorno a me che m’in ­teressasse in maniera particolare.
A un certo punto mi domandai perché in tal modo andassi. E do ­vetti in breve riconoscere che così andavo, portato dal solo piacere vago di camminare. Ciò mi umiliò alquanto nella mia qualità d’uomo cosciente e operante a ogni ora per fini intelligenti e precisi.
La quale umiliazione si fe’ più grave poi che mi fui posta un’altra domanda, la seguente: « ammesso pure che tu vada per quel solo animale piacere, sai tu renderti conto del motivo che ti sta spingendo in questa piuttosto che in qualunque altra direzione? ».
Tale supplementare inchiesta, come ho detto, fu causa che au ­mentasse a dismisura la mia mortificazione; perché scorsi d’un tratto, a’ miei piedi, la risposta verace e precisa. A’ miei piedi scaturivano e si profilavano avanti in una lucida fuga, le rotaie del tranvai; e i miei occhi stavano fissi a quelle rotaie; e la mia mente si rese subitamente conto, senza contraddizione possibile, che fino allora io non avevo fat ­to altro se non seguire il corso delle rotaie del tranvai.
Con un violento sforzo contro quella morbosa passività, stabilii fer ­mamente due cose: la prima di abbandonare, a ogni costo, quella di ­rezione, e sceglierne un’altra, una qualunque altra, pur ch’io fossi certo che non presentava inviti o trascinamenti di natura sì materiale e mec ­canica: la seconda, di trovare, oltre che una direzione libera, anche un logico scopo del mio andare.
Era manifesto che mediante esse due operazioni io avrei ricon ­dotto la mia azione a quella ragionata coscienza che non dovrebbe mai abbandonare la creatura fatta a somiglianza di Dio.
Il primo compito fu di facile attuazione, perché mi bastò piegare il mio cammino nella prossima via laterale; oltre essere priva della tiran ­nica guida di rotaie, essa era solitària, comune, incolore e insipida: non offriva il menomo particolare che potesse costituire allettamento o fa ­cilità al camminarvi.
Rimaneva il secondo compito.
Appena dunque mi fui introdotto in quella strada traversa, sostai un istante, chiedendo a me stesso una perentoria, accettabile e filo-sofica ragione dell’andare. Non trovandola subito, mi convinsi che più facilmente l’avrei incontrata col procedere oltre e col porgere atten ­zione alle occasioni possibili. Anzi, dopo pochi passi scoprii con fa ­cilità che questo medesimo era già un risultato, una provvisoria solu ­zione del secondo compito, lo camminavo per trovare una ragione del mio camminare. Ve qualcosa di simile nei primi motivi dell’etica.
 

*     *     *

In fondo a quella strada fatale, m’accorsi ch’essa sgorgava a una specie di terreno vago: ivi gli estremi lembi della crescente città sta ­vano invadendo la campagna. Ma non appena lo ebbi alquanto contemplato, il fenomeno si rovesciò a’ miei occhi; cioè apparivami che fosse, per contrario, la campagna a corrodere la città, come fa il mare sui lidi. E mi apparve che essa, la città, con le sue case e i muri, fosse la verace forma nativa e bruta della crosta terrestre, e che qual ­cosa di artificiale e malato, cioè i campi e la terra nuda, la venisse a grado a grado invadendo e corrompendo.
Facili obiezioni e grossolane si presentarono subito alla mia mente contro questa inaspettata teoria, ma non mi convinsero; anzi di minuto in minuto cresceva in me l’intuitiva convinzione dell’esattezza della mia scoperta. Solo ch’io non vedevo con quale dimostrativo ragionamento avrei dovuto, all’occorrenza persuaderne qualche possibile incredulo.
Mentre cercavo la dimostrazione oggettiva, d’un tratto mi distras ­se un’inattesa presenza umana.
Vidi, di dietro una casa d’aspetto abbandonato, uscire un uomo e avviarsi a me. Non credevo di conoscerlo. Ma con grande confidenza quegli mi accostò e mi disse: â— Finalmente! Se mi facevi aspettare ancora un poco, me ne andavo.
Lo guardai stupefatto. Poi ribattei: â— Ci dev’essere un equivoco.
â— Ma che equivoco! â— protestò. â— Non vedi che a momenti il sole va sotto? Andiamo.
S’avviò, Io lo seguii, risoluto a farlo convinto del suo errore. Dietro la casa era un’automobile, di quelle piccole con un solo posto a fianco del manovratore.
L’uomo mise in moto la macchina, salì, impugnò il volante e m’in ­calzò: â— Su, non perdiamo dell’altro tempo.
Poi ch’egli così induriva nell’errore, mi intestai a volernelo strap ­pare; perciò salii al suo fianco, e m’accinsi a parlargli. Ma le sue leve rumoreggiarono. La macchina si mosse. Eravamo partiti.
E ci inoltrammo verso la notte.
 

*     *     *

Ci inoltrammo, sì, nella notte. Questa è l’autentica sensazione ch’io n’ebbi. Anche qui subito m’accorsi che il mio nuovo sentire era al ­quanto diverso dalla comune interpretazione che suoi darsi d’un fatto di quel genere. Voglio dire, io sentii questo: non già che, passando tempo durante il nostro cammino, frattanto facevasi l’ora notturna e ci sopraffaceva; ma ch’eravamo noi, col nostro moto, ad andare incontro a essa; la macchina, la nostra macchina col suo spostarsi veloce ci trascinava da una stabile sfera diurna a una stabile sfera notturna. In altre parole, parvemi d’intuire che il giorno e la notte non fossero se non due determinazioni di spazio. Non mancai di farmi un’obiezione as ­sai facile, in quanto parevami ricordare che talvolta, nei tempi prece ­denti quel giorno di chiaroveggenza, mi fosse avvenuto di vedere so ­praggiungere la notte mentre io pur rimanevo fermo in un luogo, per esempio nella mia camera. Ma di fronte alla nuova conoscenza capii che quella mia vecchia sensazione poteva essere stata illusoria ed er ­ronea, accettata in distrazione, come avviene per molti fenomeni quo ­tidiani.
â— Bisogna d’ora innanzi â— pensai â— badare più attentamente a queste cose.
Forse siam soliti di confondere quotidianamente lo spazio col tem ­po. E può anche essere che gli spazi muovano verso noi quando il no ­stro corpo è fermo, e in tal caso si spiegherebbe quel fatto, che la re ­gione notturna ci sopravvenga in una camera, allontanandosene la diur ­na. Non essendoci accorti di questo, ecco inventammo il Tempo. Quan ­to è mai distratto l’uomo, nella sua vita d’ogni giorno!
Il pensiero della inesistenza del tempo mi entusiasmò. Accertando ­la, tutti i concetti che immediatamente derivano dal Tempo dovrebbero decadere: tali la caducità, la vecchiezza, la paura, il pentimento.
E notisi che tutti i concetti che derivano dalla credenza nel tempo sono estremamente incomodi e corrosivi per la tranquillità dell’uomo. Invece il tempo non esiste, e l’uomo, l’uomo solo, creandoselo in se ­guito a una secolare distrazione, si è messo in signoria di quei terrori ed affanni. Ma s’io avessi dimostrata la detta inesistenza, avrei, con questa sola scoperta teorica, attuata nella pratica la liberazione più grande che la storia dell’uomo possa immaginare: ben più grande di quella che esaltò Empedocle agrigentino e Lucrezio.
In questi pensieri avvolgendomi con inquieta delizia, sotto le fug ­genti stelle mi addormentai.
Mi svegliai che il corso dell’automobile avea traversato e aggirato tutto lo spazio della notte e perciò novamente raggiunto i lembi del giorno; cioè che albeggiava. Il mio compagno rallentò la corsa, poi fermò del tutto. Trasse da un ripostiglio una fiaschetta e me la porse:
â— Bevi. â— Bevvi, e riconobbi il rhum, liquore mattutino. Strizzando l’oc ­chio come per canzonarmi il mio bonario compagno m! disse: â— Dun ­que è un equivoco? â— Mentr’io, ricondotto così di colpo alla vigilia, ricordavo la stranezza della mia partenza e cercavo un’adeguata rispo ­sta, egli si fece assai serio, poi come rispondendo a un intimo pensiero mi assicurò: â— In ogni modo ora mi sento più tranquillo.
 

*     *     *

Dalle domande che si affollavano alla mia mente senza ancor pre ­cisarsi, mi distrasse il contemplare il paesaggio nuovo che mi si apriva allo sguardo: ampio e piano e aperto a perdita d’occhio, e tutto segnato e corso, in cento direzioni diverse, da macchie e strisce di pallidi piop ­pi, pregni e diffusi d’un’atmosfera lattea nell’alba che stentava a illu ­minarsi: paese di natura fluviale, senza che ancora acqua si scorgesse. Smontati, e abbandonata l’automobile, inoltrammo in una fratta di ar ­busti teneri aprendoci facilmente la strada con le braccia e col capo; di lì a poco fummo giunti d’un tratto in riva a un fiume d’acque assai placide. Su quella sponda seduti, consumammo rapidamente alcune provviste che il mio compagno aveva portate dalla macchina. Poi â— e sempre lui come pratico precedeva, standogli io docilmente dietro â— costeggiammo alquanto il corso del fiume, fin che si scorse una specie di zattera legata a un alberetto della riva. Vi salimmo, egli la staccò. Il corso del fiume cominciò o portare in giù quetamente la zattera, solo di tratto in tratto con l’unico remo il mio compagno ne raddrizzava il corso. Egli disse: â— Se si dovesse andar sempre così, stiamo freschi. â— Mi si presentarono d’improvviso due facili ipotesi intorno all’essere di quell’uomo ignoto. â— O è un matto â— mi dissi â— o un colpevole che fugge, e chi sa per quale inganno ed errore mi confonde con qualcun altro. â—• E nell’uno e nell’altro caso â— al punto cui eran giunte le cose â— sarebbe stato ugualmente rischioso parlargli troppo apertamente. Tuttavia non questa ragione mi trattenne. In verità mi doleva distrug ­gere brutalmente l’affascinante mistero di cui quella creatura fatale cer ­to era circondata; sebbene la sua apparenza fosse, con mia maraviglia, delle più comuni e meno misteriose.
Fortunatamente egli taceva e io potei in breve dimenticarlo; mi ri ­tuffai nelle mie meditazioni, ch’erano singolarmente favorite dal moto uguale della imbarcazione sull’acqua, e dal lento muoversi della scena ai nostri orizzonti.
 

*     *     *

Mi rimisi dunque a meditare intorno alla sospettata inesistenza del Tempo. Sotto il peso del pensiero il capo mi si chinava, e m’avvenne di vederne il volto riflesso nell’acqua bruna che ugualmente fuggivami sot ­to lo sguardo. Come un ragazzo allo specchio, feci le boccacce alla mia immagine.
Allora, d’un tratto, mi si produsse un fenomeno alquanto simile a quello che accade ai morenti, quando in un rapido attimo rivedono tutti i fatti della loro esistenza. Velocissimamente, come in una accelerata mutazione cinematografica, io mirai nel riflesso dell’acqua specchiato non già il solo mio volto d’ora, o d’allora, ma l’intera e continua varia ­zione del mio aspetto, dalla faccia imbronciata del neonato, traverso il graduare di tutte le età, fino a quel momento e a quella sarcastica smorfia suggellante la serie. Fu un attimo breve, e invano spasmodica-mente desiderai di fermarlo, che al rendermene conto esso era finito.
Ne rimasi spaventosamente attonito, né dopo quella visione potei ritrovare il filo de’ miei pensamenti intorno all’inesistenza del Tempo. Solo mi domandai con un brivido: â— Poiché il Tempo è da noi sup ­posto, e non è: che cosa dunque determina e limita a noi, cosiddetti mortali, quel tratto di spazio che va tra la supposizione della nascita e la supposizione della morte? Noi che viviamo, che mai stiamo fa ­cendo?
Lo stordimento e l’angoscia mi sottrassero a ogni sensazione di ciò che avveniva intorno.
Mi destò l’urtar della zattera contro una proda, e una voce, straor ­dinariamente ingrandita, della mia guida, che gridava: â— Che fai? Muo ­viti. Ricordati che stiamo fuggendo.
Allora mi risolsi a ubbidirgli senz’altro pensare, e a trovare sem ­plicemente ridicola qualunque cosa mi toccasse nell’avventura in cui ero così involontariamente trascinato.
 

*     *     *

Mi ricordai, dunque, per fargli piacere, che stavamo fuggendo, ma non sapevo che cosa, donde, dove e perché; e misi tutto il mio im ­pegno ad aiutare quella inesplicabile fuga. La aiutai cantando e ri ­dendo in cuor mio. Abbandonata la riva cominciammo a inerpicarci su per scogli ruinosi. Dopo alcuni passi incespicai e caddi. Mi misi a ri ­dere, forte. II mio compagno si voltò a me ruggendo come una belva offesa: â— Non ridere! Alzati! E’ una cosa seria. â— S’io non risi più fu per una specie di soggezione che avevo a quell’uomo. Ora ogni ge ­sto di lui che goffamente si arrampicava, mi apparve supremamente ridicolo. Stando egli avanti e più sopra, vedevo il suo corpo rattrap ­pirsi in scorci buffoneschi, allungarsi come la larva di un -mostro, di ­sfarsi e ricomporsi di continuo in forme disumane. Pensando che’gli chiamava ciò una cosa seria, stentavo a trattenere gli impeti del riso. A un tratto mi cadde in mente che, poiché compievo gli stessi atti di lui, certo anche la mia persona passava per tutte quelle deformazioni disgustose. Per un momento m’irritai, e fui per fermarmi. Ma un merlo improvvisamente fischiando mi distrasse dal mio immaturo proposito.
Il merlo si posò sopra un ramo sporgente su dai sassi, e il suo becco d’oro rifulse sotto il sole dell’alto mattino. Fischiò ancora. Il mio compagno si arrestò e disse con perplessità: â— Non ricordo se il merlo è di buono o di cattivo augurio.
Io lo rimbeccai: â— Perché ti fermi? Ricordati che siamo fuggendo, e che è una cosa seria.
Egli non capì l’intenzione schernevole. Rispose: â— Hai ragione. Su. â— E ricominciammo a salire.
Io sudavo, ogni tanto ansavo. Ma per un poco la mia stanchezza trovò un divago, perché mi sorprese un pensiero nuovo; o meglio m’av ­venne inaspettatamente di riprendermi a quelle meditazioni che avevo interrotte: â— Noi fuggiamo? â— mi domandai. â— Ma essenziale al fug ­gire è una certa relativa brevità di tempo. La fuga è un concetto che deriva da quello del tempo. Dunque anch’essa è inesistente. Questo no ­stro fuggire è un inganno?
 

*     *     *

Di botto, mentre stavo forse per darmi una risposta, il mio com ­pagno si fermò. Portato in su dalla spinta del mio corpo, andai con la testa a cozzare contro le sue gambe. Eravamo su un roccione alto, scabro e anfrattuoso. Egli bestemmiò sottovoce: â— Fermo! â— sussurrò voltandosi a me spaurito e minaccioso. â— Buttati giù, c’è gente!
S’accosciò tutto in un incavo della rupe; anch’io mi rannicchiai; trattenevamo il respiro.
Allora sentii quel rumore che lo aveva posto in sospetto: come un numeroso scalpitio ancora sommesso, che a mano a mano si faceva più alto. Sporsi un po’ il capo a guardare. Di sopra dal greppo che ci dava rifugio stendevasi un luogo pianoro erboso. Alla mia parte sinistra, dal lembo estremo di esso, vidi spuntare una frotta d’uomini che cammina ­vano con passi pesanti smorzati dall’erba. Vidi che tutti avevano ba ­stoni nodosi, e aspetto da contadini. Andavano con una specie di ma ­linconia in direzione del sole che si faceva alto sopra gli orizzonti. Le loro figure ingrandivano con l’appressarsi. Camminavano come in ca ­denza. Parevano grandi statue migranti. E così in gruppo ci passarono innanzi: sul rumore molle dei loro passi parvemi udire il battere del cuore del mio compagno. Lo guardai. La sua faccia era così livida che per un instante ne ebbi spavento: poi mi salì su dai precordi una nuova onda di riso. Riuscii a vincerla, per paura di lui: nello sforzo mi sentii imporporata la faccia. Tornai a guardare in su. La frotta s’era allonta ­nata. Raggiunsero l’altro lembo della prateria, alla mia parte destra; poi a mano a mano diminuirono e scomparvero, come scendendo sotto la curva della Terra. Allora tutto fu silenzio sotto il sole che lanciava dardi sul verde.
 

*     *     *

Il mio compagno lentamente si sviluppò, si levò ritto, riprese colore. Poi che io non mi muovevo, disse: â— Che fai? Via, presto! Risposi: â— Sono stanco.
â—           Non far lo stupido â— gridò. â— Andiamo.
lo m’ero fatto audace; ribattei: â— E se io non mi muovessi? A chi può importare, se io mi fermo qui?
Sei una bestia! â— urlò colui.
E a chi può importare â— insistetti â— se io sono una bestia?
La dialettica lo inferociva. Mi saltò addosso, mi prese per il collo, e di peso sovrumanamente mi portò su, mi posò sull’orlo del prato, mi spinse. Si mise a camminare quasi correndo. Non resistei più. Tra ­versammo così velocemente il vasto pianoro. Alla fine di quello c’erano dei cavalli sciolti che famelicamente pascolavano. Ivi si scorgeva un vago principio di strada battuta.
Rapidissimamente il mio compagno balzò sopra uno dei cavalli. Gli altri, inchiodati dalla sorpresa, immobili stettero. Egli di lassù spinse la mano verso uno d’essi, che gli era vicino, lo afferrò per la criniera. â— Saltaci sopra! â— mi gridò con imperio.
Non mi passò neppur per il capo di disobbedirgli. Salii in groppa al mio cavallo. Afferrati alle criniere demmo di tallone. I due cavalli nitrirono con rabbia verso il pasto interrotto: poi cominciarono a galop ­pare dove appariva un segno di strada.
â—           Vai! Vai! â— gridava come un ubriaco colui. E con i pugni tempestava il collo della bestia. La mia, di fianco a quella, ne seguiva la cor ­sa senz’altro incitamento. Galoppammo così a lungo, a perdifiato. Può riuscire incredibile, ma vero è che a lampi, pur tra la corsa asfissiante, vedevo ribalenarmi frammenti di quel beffardo problema. Uno dei fram ­menti si presentò più compiuto ed esatto, e fu il seguente: â— Se il Tempo esistesse, e sapesse ch’io lo nego, forse si vendicherebbe. â— E poco dopo, riprendendomi: â— Forse, se esiste, egli è di spiriti gio ­condi, e a modo di vendicarsi si burlerebbe di me.
A un certo passo il mio compagno dal suo volante cavallo mi urlò: â— In guardia!
â— In guardia, sì â— echeggiai â— dalle burle vendicative del Tempo.
E volavo con lui, per isterminate lande, senza sapere donde, dove o perché.
 

*     *     *

Il sole varcò il colmo dell’arco, lo m’accorsi che i due cavalli fa ­melici, invece di stremarsi, aumentavano continuamente di velocità. E sentii che il mio, così andando come folgore, barcollava. Allora vidi che il cavallo volante con l’uomo alla mia destra similmente ondeggia ­va: e d’un tratto cominciò a gradi per l’aria, non già a oscurarsi il gior ­no, ma come a scomporsi e vacillando dissolversi la luce del mondo. Insieme sentii un affanno premermi il petto, e tutto il corpo, e in breve fu insostenibile. Il cavallo e il cavaliere al mio fianco parvero perdere ogni consistenza e grossezza e farsi quasi ombre vacue e piatte; poi, come mancando ogni sensibile forma intorno, non seppi più che muo ­vessimo, e neppure mi giudicai fermo; e anche il mio cavallo disfacevasi sotto me, e io stesso nel subito cataclisma delle dimensioni mi sentii svuotarmi e farmi ombra in uno con lui, e come le ombre così prolungando inclinarci; ma mentre in tal modo stavo annullato per ap ­piattirmi verso giù, un lampo traversò il mio superstite pensiero, e credo che non so con qual voce gridai: â— I cavalli hanno divorato lo spazio.
 

*     *     *

Per breve ancora mi sentii, strisciando come un’immagine, vivere sopra due dimensioni, poi la soppressione di me fu totale. Fui un punto, fui nulla. Pur sentivo il mio essere, e, privo il mondo di Spazio, intesi che ancora vivevo, o almeno ero, angosciosamente ero, come una non annullabile porzione di coscienza. Intesi dunque che solo nel Tempo ero, e per esso; e m’aggrappai al Tempo, unica ormai ragione del mio persistere, insufficiente a esprimermi e in pienezza sentirmi. Allora di ­speratamente quella mia superstite forma di esistenza invocò dal Tempo la guarigione e il ritorno. Nel corso di tale atto perdei, per un lasso che non saprò mai calcolare, anche quel resto d’intima vita. Forse fu quell’atto di pensiero sì potente, che durante la mia incoscienza l’uni ­verso si ricostituì nelle smarrite categorie. E mi riscossi donde ero pri ­mamente partito; nella mia casa, che è il mio luogo nel mondo: e su ­bito lucidamente ricordai tutta la mia singolare avventura. Chinandomisi il capo in quel ricordo, lo sguardo mi cadde sul libro che m’era aperto dinanzi, il libro che avevo abbandonato, là precisamente dove ne avevo interrotto la lettura, a un punto e virgola. Dal quale ripresi e serenamente continuai, leggendo le parole che vi seguono: « ma tutti gli esseri viventi sono motori di se stessi, mediante la prima vita, e tutti gli esseri conoscenti partecipano della cognizione, mercé la prima mente ».

1919-21

 

Pubblicato in Viaggi e scoperte, Vallecchi ed.,   Firenze 1922.


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1 commento

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 20 Ottobre 2009 @ 20:33

    Racconti surreali, affascinanti, dall’alto spessore riflessivo, condotti con mano sapiente, che somministrano non poche tensioni sul vero significato dell’esistere. Campeggia in ognuno il profondo privilegio psicologico e filosofico.
    Nel primo abbiamo lo specchio, che diviene specchio della vita stessa. È vero che riflette soprattutto le cose, ma è proprio attraverso di esse che rivive l’umano ed il suo ricordo, espresso, quest’ultimo, in un “sussurro complicato”. Si vorrebbe andare oltre, per vedere, per sapere, per scoprire di più, ma ciò è destinazione impossibile per i viventi.
    Nel secondo è il tema vasto del tempo che spicca prepotente e fascinoso, e propone non semplici considerazioni. Il tema del tempo ha sempre affascinato scienziati, ricercatori, filosofi, letterati, religiosi. Trotskij scriveva: “Lenin sapeva che il tempo, nonostante la sua relatività, è il più assoluto dei valori”. Sant’Agostino diceva: “Che cos’è il tempo? Se nessuno me lo domanda lo so. Se voglio spiegarlo a chi me lo domanda, non lo so più”. E dal racconto si evince che noi crediamo che sia il tempo a venirci incontro, ma in realtà siamo noi a correre dietro il tempo. E poi nasce la domanda: esiste il tempo? Ebbene, a questo proposito, alcuni pensatori sostengono l’inesistenza del presente. Per loro, quando diciamo: questo è il presente, il presente non è più, è già passato. Quindi, per questi, abbiamo passato e futuro.
    Ma intanto continua lo strano e significativo viaggio. Così spesso ci muoviamo, quasi senza accorgercene, seguendo un binario che pare guidarci privi di scopo. Poi ci rendiamo conto (o ci vien fatto capire) che uno scopo c’è, anche se assurdo. Allora seguiamo quello, quasi fosse un essere fantastico che ci si presenta e ci invita a muoverci, a vivere anche intensamente il tempo, a superare difficoltà e spazi, che tendono a confondersi col tempo stesso. Eppure tutto ciò arriva a sembrarci un inganno. Fino a ritrovarci al punto di partenza con noi stessi sullo stesso rigo del nostro libro vitale.
    Oddio! Mi sa d’aver fatto una discreta confusione. Me ne scuso. Tuttavia, anche questo mio confusionario muovermi… in questo tempo ed in questo spazio, può divenire oggetto di discussione
    Gian Gabriele Benedetti

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