di Marisa Cecchetti
– Tu ti devi innamorare! – dice Augusta avvicinandosi lentamente al lavandino. – E di un uomo più giovane. Che cosa ci fai senza un uomo?
Si ferma con le mani puntate sui fianchi, lo sguardo deciso fisso su di lei, senza un battito di ciglia.
Augusta è un’amazzone dai capelli bianchi sempre raccolti in uno chignon regale, ha occhi che vedono anche sotto la pelle, un corpo dritto, asciutto, saldo. Oggi indossa jeans scampanati e una felpa azzurra, ampia.
Ottant’anni.
Fiora rimane con la patata in una mano e il coltello nell’altra, la pelle sbucciata penzola a mezz’aria. La cucina sa di pane caldo, i vetri appannati della portafinestra non lasciano vedere fuori. Appoggia sul lavandino coltello e patata, si volta con calma, rimane viso a viso.
– E’ successo qualcosa? Stai bene?
– Certo – fa l’altra, ancora con le braccia da anfora.
Fiora le è distante di una intera generazione, e l’amica ci prova a invaderle il campo, a indicare vie, a dare suggerimenti che suonano come ordini. Fiora ascolta per rispetto dell’età, ed educatamente controbatte con voce altrettanto decisa.
-Mi tratti come un extraterrestre ogni volta che ti faccio capire che ho bisogno di innamorarmi. Mi fai sentire malata. A che cosa devo questo cambiamento? E’ un gioco?
-Ho cambiato idea. Ti devi innamorare e basta. Quando si ama si sta meglio. Aumentano anche le difese immunitarie. Io lo dico per il tuo bene.
– Grazie. Mi trovi sciupata?
– No, no.
L’amica afferra un pezzetto di pane ancora caldo.
-Mi dai un po’ di olio e di pepe?
Augusta passa un filo d’olio sul pane, con un movimento circolare, lo innaffia di pepe nero e vi affonda i denti.
-Buonissimo. Sei un’artista. Ma il pane non ti basta.
-E tu come lo sai? Delle difese immunitarie e via dicendo. Tu che hai evitato l’amore come se fosse la malaria?
Augusta cerca un tovagliolo di carta. Non risponde.
-Buonissimo. Ti è venuto meglio dell’altra volta.
*
Fu una cena di donne quella sera. Non che gli uomini fossero stati esclusi, anzi. Il fatto è che il virus dell’influenza li aveva tagliati fuori tutti e due. Contemporaneamente. Lo avevano comunicato all’ultimo momento, perché avevano sperato fino in fondo nell’effetto degli antipiretici.
-Che uomini! Che fisico! Aspetta, aspetta pure! Ci hanno fatto ritardare la cena. Per fortuna ho mangiato qualcosa, perché, vedi, quando sono nervosa devo fermare lo stomaco…a proposito, ci starebbe bene anche un po’ di pecorino…
-Dove?
-Sul pane caldo. E un filetto di acciughe….Che erano malati lo sapevano, per buona educazione dovevano disdire prima… E poi che cosa volevano fare? Portare il virus dell’influenza a una donna di ottant’anni?
Fiora non commenta ma le rivolge un’occhiata eloquente, come a dire madovesonoituoiottantanni
E’ arrivata Viola, con un decoltè che sfida la sera fredda, segue Fiora in cucina e si appoggia al termosifone bollente.
-Peccato – fa – che siano tutti e due ammalati. Ma guarda un po’ che sfortuna. Però una cosa è chiara…
– Che cosa? – chiede Fiora che teme di sentirsi dire che il virus è stata una scusa.
– E’ chiaro che siamo più forti dei maschi. Non credi?
– Mah! Bisogna vedere i parametri presi in considerazione. E’ un problema molto dibattuto, lo sai.
E rimescola il riso coi carciofi.
– Non ci vuole nemmeno l’influenza, noi! – fa Viola ridendo. – Quanto manca a quel riso?
-Poco…hai visto che occhi azzurri ha Tommaso?
-Vuoi che non li abbia visti? Alla conferenza, quando parlavo degli ultimi reperti archeologici rinvenuti sotto la città, me li ha piantati in viso. Gli occhi. Una scossa elettrica.
-Credo che l’archeologia per lui sia una passione. Per te è un lavoro. Senza dubbio lo affascini.
-Ma anche il suo amico non è male. Asciutto, abbronzato. Deve essere uno sportivo. Forse va in montagna – fa Viola ammiccando all’amica con un sorriso complice. – Comunque il glaucopide è interessante. Penso che ci siano tante cose da approfondire, con questo fatto dell’archeologia.
-Ah! Sì? In che senso? – fa Fiora mentre manteca il riso con un pezzo di burro.
-Ecco la maliziosa che pensa subito male. Approfondire la conoscenza in senso artistico.
-Glaucopide a chi?
Augusta è ferma sulla porta di cucina.
Fiora scodella il riso.
-E’ uno degli assenti.
-Siamo proprio sicuri che l’aggettivo sia giusto? – fa Viola.
-Glaucopide come Atena! – incalza Augusta. – Se ha gli occhi azzurri va bene di sicuro.
-Glaucòs, azzurro, no? – fa Fiora.
-Sì, ma credo che abbia anche molti altri significati, per esempio, lucente. Controlla un po’ il vocabolario.
– Dopo vediamo, Viola. Ora tocca al riso.
-Io ne voglio poco, ho mangiato il mio pane con l’olio!
Fiora lancia un’occhiata infuriata ad Augusta.
– E’ diventata impossibile. Ogni volta che arriva vuole il pane appena sfornato. E poi chiede il tè ogni quarto d’ora, col biscottino, quello solito, altrimenti non gradisce. E poi mi riempie la testa di citazioni filosofiche. Oggi, ad un tratto, è andata in camera sua e ne uscita declamandomi una sua poesia in spagnolo. E ha chiesto un commento scritto che ho dovuto buttare giù, subito. Non importa se sto lavando i piatti, o se brucia l’arrosto…Poi mi ha cantato un pezzetto dalla Boheme, ce l’aveva con la gelida manina. Te la regalerei volentieri!
Viola ride divertita alla sfuriata giocosa di Fiora.
-Davvero sei così inquieta?
-L’arte, ragazze, la poesia, la filosofia, la musica…
-C’è altro? – Chiedono loro due in coro .
-Sì, il tuo pane!- Anche Augusta ride.
-L’arte, la poesia…sono vita, ragazze. Sono più dell’amore per un uomo.
-E’ pura retorica -fa Fiora – e sei caduta in contraddizione, perché poco fa hai parlato in altro modo con me.
– Ho parlato per te, rifletti sulla differenza. Mi adeguo ai tuoi bisogni.
Viola è incuriosita.
– Che cosa ti ha detto? Comunque io credo che ci sia altro, c’è altro, ci dev’essere ancora qualcos’altro nella nostra vita.
Ma Augusta non prende sul serio la domanda.
-Altro? Sì, la confettura di cedro che Fiora ha preparato. E’ ambrosia. Manca solo Ganimede per sentirci nell’Olimpo.
Viola sta al gioco.
-E il nettare dov’è?
-Nettare è questo rosso di cantina, novello. Prendi il vocabolario, Fiora.
E’ il vecchio Rocci rilegato in rosso, su cui il rilegatore tanti anni fa ha scritto per sbaglio vocabolario di Latino e che lei riconosce dalla mole. Alfa, beta, gamma… glaucòs.
-Non saprei più arrivare alla fine dell’alfabeto.
-Ti è mancata la pratica – fa Augusta – io l’ho insegnato al ginnasio.
Vedi se viene dalla radice ghelào…
-Ecco…glaukòs, lucente, scintillante, splendente, ma anche azzurro, ceruleo, glauco, bigio, verde grigio, verdastro…da ghelào, hai ragione…vediamo un po’…rido, risplendo.
Viola è alla visibile ricerca di qualcosa.
– Mi sembra che abbia a che fare anche con la civetta.
– Vediamo…glaux/glaukòs, civetta… per gli occhi lucenti. Vero!
-Perfetto. Il nostro glaucopide potrebbe permettersi una vasta sfumatura di colori e di rimandi – fa Viola.
Sulla tovaglia bianca il vocabolario rosso ora occupa il posto di un assente. La bottiglia di rosso novello è scesa sotto la metà.
Fiora ne versa ad Augusta: – Complimenti, hai una bella memoria.
-Pratica, pratica – fa lei – ognuno si muove bene nel suo campo, Viola sa datare a colpo d’occhio anche un’unghia di statua, tu tireresti fuori poesie anche dal riso e carciofi. E non saresti la prima.
Fiora si alza e prende dallo scaffale le poesie di Neruda.
Il carciofo/ dal tenero cuore/si vestì da guerriero,/ispida edificò/una piccola cupola,/si mantenne all’asciutto/sotto/le sue squame…
–La alcachofa/de tierno corazí³n/se vistií³ de guerriero…ripete Augusta come rapita. – Vado a lezione di spagnolo solo per il piacere di leggerlo senza traduzione.
-E’ provato che lo studio di una lingua tiene in esercizio la memoria, quando si va avanti con l’età…
Augusta appoggia il bicchiere ammezzato sulla tovaglia.
-Di’ pure quando si invecchia.
-Se preferisci… quando si invecchia è considerato una prevenzione contro certe malattie dell’età.
-Di’ pure dell’Alzheimer.
Fiora non raccoglie l’allusione, in una serata di festa rimuove i pensieri della vecchiaia.
-Io voglio continuare con il russo. Cominciai anni fa, ora ho dimenticato tutto.
-Io voglio studiare il portoghese per leggere Pessoa.
Le poesie di Neruda hanno occupato il posto dell’altro convitato assente.
Il vino novello è sceso in fondo alla bottiglia. Al centro tavola una pentola di coccio esala ancora profumi speziati di spezzatino. Gusci di noci ricamano la tovaglia.
-Che cosa ci manca, a noi donne?- fa Augusta. Considerate questa nostra serata. Sarebbe stata più interessante se ci fossero stati due uomini?
– Che discorsi! – Viola non gradisce. – E’ una questione di relazioni umane, non si può fare gruppo soltanto tra noi.
-Abbiamo la cultura, noi!
-Non può bastare – Viola è categorica come non mai – ci dev’essere altro.
-Comunque io gliel’ho detto a Fiora che si deve innamorare.
-Tu? Dunque è questo che le hai detto. Che cosa ti è successo? Ti contraddici. Perché?
-Lo dico solo per voi, siete ancora giovani…
-A proposito – fa Augusta rivolta a Fiora – domani non rimango da te, devo rientrare a Firenze prima di pranzo. Prendo il treno delle nove.
-Qualche problema?
-No, no.
-Domani non ho impegni fuori casa, puoi rimanere, lo sai. Non stai bene da me?- incalza Fiora.
-Sì, sì… ma …vedi…è che…
C’è un’aria sospesa.
-E’ che esco a pranzo.
-Con chi? Mi tradisci?
-No, no… E’ che l’ho incontrato in biblioteca…
-Chi? Quando? Come? Com’è? Età?
-Eh! Quante domande! E’ stato un mese fa.
Ha gli occhi azzurri.
Studia spagnolo.
Facciamo lunghe passeggiate sui lungarni.
– Tu? Ma non hai sempre detto che…?
Fiora e Viola lo gridano insieme.
– Dimenticavo. Ha sessant’anni.
Commenti
7 risposte a “Glaucopide”
Prosa agile ed in assoluta coerenza con la dinamicità della trama. I dialoghi serrati, di stampo moderno, offrono una notevole vitalità comunicativa, procedendo a sottolineare la caratterizzazione dei personaggi, che emergono soprattutto nell’intera alchimia del loro mondo interiore ed esteriore. Ed è proprio la rivisitazione emozionale che prende vita da un’analisi particolarmente sottile sull’universo femminile e sfocia in un privilegio meditativo, assecondando con disinvoltura il vario percorso umano, psicologico e culturale.
C’è estrema vitalità in tutta la tematica, che mantiene sempre una intelligente raffinatezza ed un suggestivo rapporto tra idee, persone e cose.
La figura maschile diviene come il fluire di un passaggio (non del tutto secondario) di cui, però, aleggia sempre l’immagine riflessa ed il ricordo, tanto da suscitare anche una disquisizione sull’origine di una parola e sul suo valore semantico, per definire gli occhi di uno. Pare, tuttavia, che non se ne senta poi tanto la mancanza, fino… alla sorpresa finale.
Gian Gabriele Benedetti
grazie Gian Gabriele, sei sempre molto attento a ciò che scrivo. Questo è un racconto della raccolta che cerco da tempo di pubblicare, spero di farcela un giorno o l’altro. A leggere di fretta potrebbero sembrare racconti “al femminile”, in realtà c’è nostalgia di un rapporto vero.La raccolta si intitolerebbe “Maschile, femminile, plurale”. L’ho mandato in rete anche in attesa di stroncature…
ci siamo anche noi a tavola con Fiora, Augusta e Viola, tutte noi donne che ci crediamo per cultura indipendenti dagli uomini, che crediamo di poterne fare a meno. Ma è dalla vecchia Augusta che ci giunge l’unica verità: che arte e poesia non “sono più dell’amore di un uomo”. Una grande piacevolezza di lettura dovuta a uno stile sempre tenuto a freno, mai con una parola di troppo, ci accompagna per tutto il racconto fino al delizioso finale.
La trama si esaurisce nell’arco di poche ore d’una serata, una cena in fondo… andata a buca! L’atto consueto del cucinare e del desinare, mette però in risalto l’originalità, il valore intellettuale, l’intelligenza, il fascino… delle “tre donne”:
AUGUSTA “Ottantanni…(ex) amazzone..in jeans…(insegnante di greco al ginnasio)… declama (poesie proprie) in spagnolo…”; FIORA, cuoca donna di casa, interrompe le sue faccende per “…un commento scritto” all’amica, erudita in poesia ne declama una di Neruda in tema d’un suo piatto “riso e… carciofi”; VIOLA, archeologa, ironica, sagace, sortisce lei l’epiteto Glaucopide, titolo e ‘disquisitorio’ del racconto.
Quel modo di porsi egocentrico di Augusta – dejà vu -, per cui ciò che è bene per me è bene anche per gli altri “Tu ti devi innamorare…di un uomo più giovane…”, è il rebus che si risolve nel comico finale. Peraltro nel caso nostro è calzante, in quanto quale donna non desidera innamorarsi di un uomo, cosi come quanti uomini potrebbero davvero perdere la testa per “tre donne” così!
Questa è la donna, una e trina…
Ce l’ho fatta a pubblicarlo! La raccolta si intitola proprio Maschile femminile plurale. Giovane Holden editore. Sarà in libreria- alla Fuori Porta e a Luccalibri di corso Garibaldi, appena lo porterà il distributore, spero presto. La presentazione di sabato scorso, in sala Accademia, è stata molto bella. Luciano Luciani relatore, Daniela Toschi intervistatrice.