Non mi scelgo un campione perché sia un rinunciatario alla lotta. Lo scelgo perché sono convinto che non si tirerà indietro. Magari perderà; l’avversario sarà più forte di lui, ma so che darà tutto se stesso per vincere. Solo così apprezzerò pure la sua sconfitta e continuerò a considerarlo un combattente.
Ciò che non sta accadendo da qualche tempo per Berlusconi. L’ho scelto, e in molti l’abbiamo scelto, perché l’ho abbiamo ritenuto l’unico politico che potesse ammodernare questo nostro Paese. La sua maggioranza parlamentare (tanti sono stati gli elettori che hanno confidato in lui) era fino a pochi mesi fa consistente ed agguerrita. Reggeva bene ai colpi conservatori dell’opposizione, restata stregata dai riti devastanti della prima Repubblica. Poi Fini ha tirato il freno. Per motivi ancora sconosciuti ha voluto conquistarsi leadership e notorietà tutta personale. È nato così uno scontro tra due galli in un pollaio. Mi aspettavo e mi aspetto che colui a cui ho dato la mia fiducia, Berlusconi, combatta contro chi, non solo si è messo a lavorare per frenare il rinnovamento dello Stato, ma sta dando una mano a coloro che desiderano tornare alla prima Repubblica.
In sovrappiù, Fini si è messo in testa di essere lui il cavaliere destinato ad abbattere Berlusconi. Così, infatti, gli opportunisti e gli interessati gli hanno fatto credere. Si è illuso, si è alzato sullo scranno, ha guardato le folle che la sua carica istituzionale richiama intorno a sé, e ne ha approfittato per fare il predicatore. Di che cosa? Della moralità, della trasparenza, della legalità. Senonché proprio su questi punti ha mostrato la sua debolezza. Da convinto vincitore, novello don Chisciotte, si è trovato nella polvere. Lo scandalo di Montecarlo e le vicende Rai lo hanno steso.
Inutili e ridicole, infatti, appaiono le dichiarazioni rilasciate ieri pomeriggio dagli avvocati di Giancarlo Tulliani. Quando Walfenzao cita come cliente il fratello della sorella di uno dei due politici, Berlusconi e Fini, coinvolti nello scontro, non lo cita affatto come affittuario. Infatti, Walfenzao è lo stesso che ha fornito al ministro Rudolph Francis l’informazione secondo la quale Giancarlo Tulliani è il beneficial owner, ossia il proprietario effettivo dell’immobile. Dunque Walfenzao usa il termine client per significare beneficial owner, proprietario effettivo.
La e-mail di Walfenzao è datata 6 agosto 2010. La lettera del ministro più di un mese dopo: 16 settembre. Si deve dare per scontato che nel frattempo tra il ministro, Walfenzao, Gordon ed altri si siano tenuti corrispondenze ed incontri ancora più dettagliati e chiarificatori, tali da consentire al ministro di redigere con precisione la lettera del 16 settembre 2010 in cui Giancarlo Tulliani è individuato come beneficial owner, ossia proprietario effettivo della casa di Montecarlo.
E poi: Walfenzao, se Tulliani fosse stato solo un affittuario della casa, si sarebbe limitato a citare la sola società Timara Ltd, che è l’attuale proprietaria dell’immobile, alla quale Tulliani paga l’affitto. Invece cita anche, addirittura nell’oggetto della sua e-mail, la Printemps Ltd, con la quale Tulliani non c’entrerebbe per nulla se fosse veramente un semplice affittuario. La Printemps Ltd c’entra invece se ad esserne titolare effettivo è Giancarlo Tulliani. E la Printemps Ltd è la società che ha comprato l’immobile da An. Se il titolare della Printemps Ltd è Giancarlo Tulliani (client di Walfenzao), Giancarlo Tulliani è stato l’acquirente effettivo della casa di Montecarlo.
Conclusione. Mettendo insieme il Walfenzao della e-mail e il Walfenzao che compare come fonte nella lettera confidenziale del ministro Francis, non si possono trarre che queste conclusioni: Giancarlo Tulliani è titolare di entrambe le società che si sono passate la proprietà formale della casa: La Printemps Ltd, che ha comprato da An, e la Timara Ltd, che ha comprato dalla Printemps Ltd e poi ha affittato a Giancarlo Tulliani (il quale, dunque, paga o ha pagato fino a poco tempo, l’affitto a se stesso). Giancarlo Tulliani è perciò, o è stato, il proprietario dell’immobile. Lo è stato certamente al momento del primo acquisto.
Il proprietario che si è fatto vivo con il proprio avvocato Ellero rivelando che è lui il proprietario della casa monegasca, può anche dire la verità, ma lo è diventato per un passaggio di mani delle azioni al portatore tra il primo proprietario, Giancarlo Tulliani, e questo sconosciuto, cliente di Ellero.
Su tutto questo rigiro non ci piove.
La resistenza di Fini, dunque, è fiaccata, ridotta al lumicino. È un presidente (come lo si diceva per Marrazzo) ricattabile. In primis dal cognato, il quale lo tiene alla catena. Basterebbe che parlasse e che dicesse di essere o di essere stato il proprietario della casa (per questo non si fa vivo, se non attraverso i suoi avvocati) e tutto crollerebbe intorno al presidente della Camera. Ma Fini, ben sapendo che ricoprire la terza carica dello Stato è l’ultima opportunità che gli resta per non sparire del tutto dalla scena politica, cerca di rimanervi attaccato. Ma lo scranno criocchiola. La ricattabilità non può essere tollerata nei confronti della terza carica dello Stato. Lo dovrebbe sapere anche Napolitano che ancora non sente, non vede e non parla.
Basterebbe la spinta di un dito per far cadere Fini. Ed ecco la sorpresa. Il campione che ho scelto, e che tantissimi italiani hanno scelto, per ammodernare il Paese, si ferma ad un centimetro dalla vittoria. Sta lì e s’imbambola, stordito dai suoi consiglieri-colombe.
Che cos’è che lo frena? Dicono che sia la sua situazione giudiziaria. Ha paura di finire in galera.
Come ha scritto qualcuno, non ci finirà mai. Nonostante i polveroni che sono stati sollevati contro di lui, i reati devono essere tutti provati e le sentenze emesse. Anche il reato di corruzione contro di lui paventato nella causa Mills, caro Travaglio. Se a Travaglio non piacerà fare il voltagabbana e manterrà fede a quanto riconosce a Fini, ossia che è stato raggirato dal cognato e quindi le sue dimissioni sono dovute soltanto se si dimostrasse che Fini sapeva, la stessa cosa ha da valere per il processo Mills e per Berlusconi. Se Mills è stato corrotto, infatti, perché deve necessariamente essere Berlusconi il corruttore? Prove non ce ne sono, a quanto pare. E se il “non poteva non sapere” non lo si invoca per Fini, non lo si può invocare nemmeno per Berlusconi.
Torniamo al presidente del Consiglio. Berlusconi ha contratto con tutti noi l’obbligo di battersi per gli obiettivi politici che si è dato e per i quali la maggioranza degli elettori lo ha scelto. Se il rischio della battaglia è rappresentato dall’arrivo di rinforzi (leggi magistratura) a favore dei suoi avversari (Fini compreso), ossia la celebrazione dei suoi processi, questa battaglia la si deve comunque fare, sapendo che la si può anche perdere. Gli obietti di ammodernamento del Paese vanno avanti a tutto.
Ho sentito in Tv il suo discorso con il quale ieri sera si è conclusa la Festa del Popolo della Libertà. Era un Berlusconi battagliero quello che ho visto e ascoltato. Un Berlusconi che ancora riesce a farci sperare. Un pubblico numeroso, e composto da moltissimi giovani, lo applaudiva continuamente. È tornato ad essere quello del 1994? Si è liberato delle colombe che lo hanno assediato in questi ultimi mesi? Lo spero.
Che non si arrenda, dunque. Combatta, e si guardi bene le spalle, rifiuti gli insidiosi armistizi. Metta in conto anche la sconfitta, e metta in conto pure le condanne dei tribunali, se ci saranno.
Tra le riforme votate in occasione della fiducia c’è quella difficile della giustizia. L’astioso Bocchino, dopo Fini, ha già rinnegato il voto del Fli. Nella sua dichiarazione si è perfino volutamente dimenticato che tra le riforme da attuare, approvate il 29 settembre, c’è anche quella della giustizia. Ipotizza addirittura un’altra maggioranza. Si metta subito alla prova il Fli. Nei prossimi giorni si presenti per primo il disegno di legge sulla riforma della giustizia. Si scopra la verità. Non ci si faccia logorare.
Ho puntato, e abbiamo puntato, tutto su Berlusconi. Non ci deluda.
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“Blair: «Berlusconi amico mai noioso. Come batterlo? Parlare di politica »”. Qui.
“I pm spiano i telefoni del Giornale” di Alessandro Sallusti. Qui (e qui, poiché l’articolo a quel link è sparito). Da cui estraggo:
“Abbiamo la certezza che almeno due procure della Re pubblica, una al Nord e una al Sud, tengono sotto controllo i telefoni e i telefonini di direttori e vice direttori de Il Giornale.”
“Ma il vero scontro sarà sul processo breve” di Amedeo La Mattina. Qui.
“Diario di un clima cattivo” di Giampaolo Pansa. Qui.
Casa di Montecarlo ed altro. Rassegna stampa del 4 ottobre 2010. Qui.