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Berlusconi e la scelta dei servizi sociali

13 Settembre 2013

di Adalberto Signore
(da “il Giornale”, 13 settembre 2013)

Roma – Come in una sorta di loop temporale, quella che va in scena ad Arcore è un’altra giornata fatta delle solite e ormai quotidiane riunioni con gli avvocati e i figli per cercare di iniziare finalmente a sciogliere alcuni dei nodi sul tavolo.

Non solo la questione della sua decadenza da senatore che sta diventando motivo di tensione nella Giunta per le immunità di Palazzo Madama, ma pure i prossimi passi da fare sul fronte giudiziario visto che il 15 ottobre è ormai alle porte. E se per quella data Silvio Berlusconi non avrà presentato domanda di affido ai servizi sociali allora arriverà la notifica degli arresti domiciliari. La deadline, insomma, è ormai alle porte.

Ed è soprattutto di questo che si discute a Villa San Martino in queste ore, con gli avvocati (Franco Coppi in particolare) e i figli convinti che la scelta migliore sia quella dell’affidamento ai servizi sociali. Il Cavaliere in verità di dubbi ne aveva molti, perché il solo fatto di fare una simile richiesta la considera una implicita accettazione della condanna. In questi ultimi giorni, però, si sarebbe convinto, soprattutto davanti alle tante obiezioni che gli hanno messo sul tavolo gli avvocati. La detenzione ai domiciliari, infatti, per quanto nella dorata residenza di Arcore (è qui, nel caso, che sceglierebbe di stare) non è affatto facile come potrebbe sembrare. Da detenuto, per esempio, Berlusconi potrebbe vedere solo chi abita ad Arcore e pure i cinque figli (che sono residenti altrove) dovrebbero far domanda al giudice ogni volta che vogliono andare a trovarlo. I domiciliari, insomma, comporterebbero serie restrizioni, soprattutto per chi vuole continuare a fare il leader del centrodestra e, dunque, tenere riunioni e incontri.
Per tutte queste ragioni, dunque, anche il Cavaliere si sarebbe deciso a chiedere l’affido ai servizi sociali, nonostante non dia affatto per scontato che gli vengano concessi perché ormai dalla magistratura «mi aspetto di tutto ». A quel punto, sarebbe libero di continuare a fare la vita di prima e, se la situazione lo richiedesse, potrebbe anche decidere di utilizzare i servizi sociali come tribuna e catalizzatore mediatico.

Sul tavolo delle diverse e ripetute riunioni di questi giorni, però, continua a restare anche il tema della grazia. Insistono sul punto soprattutto i figli e pare che tutti e cinque abbiano già scritto e firmato una domanda di clemenza da inviare a Giorgio Napolitano. Sul punto, però, Berlusconi sembra non cedere e continua a dire di non avere alcuna intenzione di chiedere o far chiedere la grazia.
Questo, al momento, lo stato dell’arte. Anche se è chiaro che nelle prossime ore lo scenario può cambiare ancora visto che è legato ai dubbi e agli umori di un Berlusconi che sa bene quanto delicata sia la sua posizione.

Si allungano, intanto, i tempi. E, di conseguenza, la trattativa con il Quirinale continua ad andare avanti. La Giunta per le elezioni di Palazzo Madama si riunirà infatti mercoledì per una prima votazione sul Cavaliere e per metà ottobre la parola dovrebbe passare all’aula del Senato che ne dovrebbe sancire la decadenza. Dopo, quindi, quel 15 ottobre in cui Berlusconi dovrebbero iniziare i servizi sociali o gli arresti domiciliari. Non un dettaglio perché se la decadenza fosse votata prima di quella data la procedura prevede che i carabinieri prendano in custodia il parlamentare decaduto, lo identifichino e lo riportino poi nella sua residenza. Un passaggio che all’ex premier certamente non farebbe piacere.


Amato a Mussari: ‘Io ti aiuto alla presidenza Abi. Tu finanzi il mio torneo’
di Redazione
(da “il Fatto Quotidiano”, 13 settembre 2013)

Io ti aiuto a diventare il presidente dei banchieri italiani. Tu finanzi il mio torneo di tennis.  Così Giuliano Amato, nominato ieri giudice della Corte costituzionale dal presidente Napolitano, si rivolge a Giuseppe Mussari, numero uno del Monte dei Paschi di Siena, in alcune telefonate intercettate, pubblicate oggi dal Corriere della Sera in un articolo di Fiorenza Sarzanini. Le conversazioni risalgono al 2010 e sono ora agli atti dell’inchiesta della Procura di Siena sull’acquisizione di Antonveneta e su altre operazioni finanziarie del gruppo. I pm Antonio Nastasi, Aldo Natalini e Giuseppe Grosso stanno approfondendo i rapporti tra la banca e i partiti, per verificare se ci siano stati passaggi di fondi fuori dalle regole.

Nel febbraio 2010 si apre la corsa per il nuovo presidente dell’Abi, l’Associazione bancaria italiana. Il 14 Giuliano Amato chiama Mussari per chiedergli “se è vera la voce circa la sua candidatura all’Abi in modo tale da fare qualcosa per sostenerlo”, annota la Guardia di finanza nel brogliaccio riportato dal Corriere. “Mussari glielo conferma”. Il presidente di Mps diventerà il numero uno dell’Abi il 23 giugno, e naturalmente non è dato sapere se l’appoggio del “dottor Sottile” abbia pesato in qualche modo. Amato richiama Mussari il primo aprile. Oggetto della conversazione, a quanto si intuisce, il torneo organizzato dal Circolo tennis Orbetello, di cui il politico ex socialista è stato presidente dal 1996 al 2003 (oggi è presidente onorario). Un evento a cui Amato tiene molto. Tanto che quando si è fatto il nome di Amato come possibile successore di Napolitano al Quirinale, lui ha ironizzato: “Tutti mi chiamano presidente? Preferisco pensare che sia per il Tennis club di Orbetello”.

Amato: “Mi vergogno a chiedertelo, ma per il nostro torneo a Orbetello è importante perché noi siano ormai sull’osso, che rimanga immutata la cifra della sponsorizzazione. Ciullini ha fatto sapere che il Monte vorrebbe scendere da 150 a 125“.
Mussari: “Va bene, ma la compensiamo in un altro modo“.
Amato: “Guarda un po’ se riesci, sennò io non saprei come fare… Trova, ce l’hai un gruppo? La trovi?”
Mussari: “La trovo, contaci“.

Dalle intercettazioni a disposizione degli investigatori emerge anche la consuetudine di rapporti di Mussari con il Gotha della politica, da Gianni Letta (che chiede finaziamenti per il teatro Biondo di Palermo), Silvio Berlusconi, Daniela Santanchè (che gli chiede un appuntamento per il socio d’affari Angelucci), Piero Fassino, Romano Prodi.


Consulta, Giuliano Amato: “Non cumulerò prebende. Non l’ho mai fatto”
di Redazione
(da “il Fatto Quotidiano”, 13 settembre 2013)

La posizione di giudice costituzionale è (giustamente) incompatibile con qualsiasi altra posizione o attività. Per questo mi sono già dimesso dagli altri incarichi”. Giuliano Amato, nominato da Giorgio Napolitano alla Consulta,  lo scrive nella lettera con cui annuncia a “Il Sole24ore” la fine della sua collaborazione con il quotidiano. “Un giudice costituzionale – dice Amato – non è e non può essere un opinionista”. E conclude “non cumulerò prebende. Non l’ho mai fatto, a dispetto di chi finge di non saperlo e mi accusa del contrario, e continuerò a non farlo” scrive l’ex premier rispondendo anche alle polemiche che sono scoppiate dopo la decisione del Quirinale.

“Il Presidente della Repubblica mi ha fatto l’onore di nominarmi giudice della Corte Costituzionale. Gliene sono grato, perché mi consente di ancorare la mia vita futura a quello che è stato peraltro il filo originario e mai abbandonato della mia stessa vita passata, lo studio cioè del diritto costituzionale e il lavoro su di esso.  C’è chi, non leggendo né libri né riviste scientifiche – aggiunge Amato – ne è forse poco consapevole. Ma lo sono i tanti che mi hanno scritto, apprezzando la scelta del Presidente”.

Amato, già ministro e docente universitario, si è dimesso da presidente della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.  Il rettore della Scuola, Pierdomenico Perata ha però aggiunto: “Sono sicuro comunque che il professor Amato continuerà a esserci vicino, come ha sempre fatto negli anni passati, in qualità di ex allievo della Scuola, che nelle prossime settimane avvierà le procedure per la scelta del nuovo presidente, secondo quanto prevedono i nostri regolamenti”.

Ad attaccare il giurista, ex socialista ed poi democratico, c’è anche il leader de La Destra Francesco Storace:  ”Ci rimetterà, povero, cinquemila euro netti”, quelli del vitalizio da ex parlamentare che non è cumulabile con il nuovo incarico, ma alla fine, tra indennità e pensioni, passerà dai 16mila netti attuali a 28mila euro al mese” scrive sul suo blog. “La retribuzione netta annua alla Consulta è di 203mila euro, e se ha la fortuna di diventare Presidente ne intasca 252mila ogni dodici mesi. Totale, da Giudice ‘semplice’ e professore in pensione, 28mila euro netti. Il lordo fa venire il mal di testa. I 31mila lordi fino a ieri diventano una miseria”.

Prosegue Storace: “C’è di più. Ovviamente, il vitalizio parlamentare tornerà alla cessazione dall’incarico assieme alla nuova pensione, maturata proprio con la nomina conferitagli dal Presidente della Repubblica. E siccome le disgrazie non vengono mai da sole, zacchete, c’è pure una disposizione per la quale gli spetterà l’indennità di buonuscita e un’auto blu a vita: infatti, un’autovettura è assegnata a tutti i Giudici emeriti in virtù di un regolamento interno. Povera gente”.  “E’ evidente quindi il motivo per cui la nomina di Giuliano Amato è giudicata vergognosa, rappresenta l’arroganza di una casta che non sa vivere nella bambagia garantita dalla pensione”.


Giuliano Amato alla Consulta, orgasmo da Rotterdam
di Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”, 13 settembre 2013)

Un giorno o l’altro, magari da qualche casuale  intercettazione o ritrovamento di elenchi o liste, scopriremo le doti nascoste di Giuliano Amato, l’uomo che non doveva pensionarsi mai, la salamandra che passava indenne tra le fiamme, il dinosauro sopravvissuto alle glaciazioni, il “sederinodoro” (come diceva Montanelli) che riusciva a occupare contemporaneamente mezza dozzina di cadreghe alla volta.
I collezionisti di poltrone e pensioni troveranno sul Fatto Quotidiano di oggi l’elenco completo delle sue. Ma qui c’è di più e di peggio: in un Paese dove nessuno riconosce più alcun arbitro imparziale, figura terza, autorità indipendente, non si sentiva proprio il bisogno di trapiantare un vecchio arnese della politica in quello che dovrebbe essere il massimo presidio della legalità costituzionale: la Consulta. Già negli ultimi anni, spesso a torto e qualche volta a ragione, la Corte è finita nella rissa politica per sentenze o decisioni che puzzavano di compromesso col potere. Specie da quando l’arbitro supremo che sta sul Colle ha smesso la giacchetta nera e s’è messo a giocare le sue partite politiche trasformando la Repubblica in sultanato (vedi bocciatura del referendum elettorale e verdetto sul caso Mancino).

Lo vede anche un bambino che di questi tempi la Consulta e gli altri organi di garanzia hanno bisogno di un surplus di indipendenza e di terzietà. Invece che t’inventa Re Giorgio? Prende un suo amico, ex braccio destro di Craxi, deputato e vicesegretario Psi, vicepremier, due volte premier, ministro del Tesoro (due volte), dell’Interno, delle Riforme, degli Esteri, senatore dell’Ulivo e deputato dell’Unione, candidato al Quirinale nel ’99, nel 2006 e nel 2013, “vicino” (si dice così?) al Montepaschi, consulente Deutsche Bank, insomma ex tutto, e lo promuove giudice costituzionale. Possibile che Napolitano non conosca un giurista meno incistato nel potere politico e finanziario di lui? Gli dicono nulla nomi come Pace, Carlassare, Cordero? Già la Corte è piena di politicanti camuffati da giureconsulti e nominati dal Parlamento, cioè dai partiti.  Almeno il Quirinale avrebbe potuto, anzi dovuto scegliere una figura indipendente, fuori dai giochi, magari sotto i 50 anni (e, se non è troppo, donna): invece ha voluto il Poltronissimo. Nonostante certi suoi trascorsi, o forse proprio per quelli.

Nel 1983, spedito da Craxi a commissariare il Psi travolto dallo scandalo Zampini, Amato rimproverò al sindaco Novelli di aver portato il testimone d’accusa in Procura anziché “risolvere politicamente la questione” (tipo insabbiarla). Nell’84-85 ispirò i vergognosi decreti Berlusconi – le prime leggi ad personam di una lunga serie – donati da Craxi all’amico Silvio quando tre pretori sequestrarono le antenne Fininvest fuorilegge. Infatti nel ’94 il Cavaliere riconoscente lo issò all’Antitrust, dove Amato non si accorse mai del monumentale trust berlusconiano sul mercato della tv e della pubblicità (in compenso sbaragliò impavido un temibile trust nel ramo fiammiferi e accendini).  Non riportiamo qui, per carità di patria, i fax di Bettino da Hammamet sul “professionista a contratto” che in tante campagne elettorali non s’era mai accorto delle tangenti al Psi.

Molto più interessante è la sua intervista del 2009 a Report. Bernardo Iovene gli ricorda che il decreto Craxi-Berlusconi dell’85 era “provvisorio” e doveva durare solo 6 mesi, in attesa della legge di sistema sulle tv; ma lui s’inventò che era solo “transitorio”, quindi non andava neppure rinnovato una volta scaduto. Anziché arrossire e nascondersi sotto il tavolo, Amato s’illumina d’incenso: “Sa, noi giuristi viviamo di queste finezze: la distinzione fra transitorio e provvisorio è quasi da orgasmo per un giurista… Quando discuto attorno a un tavolo tecnico e qualcuno dice ‘questa cosa è vietata’, io faccio aggiungere ‘tendenzialmente’…”.

Ora che dovrà esaminare la legittimità delle leggi firmate dall’amico Giorgio, sarà tutto un orgasmo. Provvisorio e tendenziale.


La Carta non si tocca (ma quella dei nonni)
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 13 settembre 2013)

Non ho mai pensato che la Costituzione italiana, come la bandiera tricolore, sia la più bella del mondo. Però posso fingere che lo sia e perfino scrivere un articolo per elogiarla. Mi spingo oltre. Sono disposto con disinvoltura a firmare l’appello lanciato dal Fatto Quotidiano, e a invitare i lettori del Giornale a fare altrettanto, affinché la Carta non si tocchi, a prescindere dalle motivazioni addotte dalla testata diretta da Antonio Padellaro. Ma a una condizione, a mio giudizio ragionevole.
Cerco di argomentare. I padri costituenti si dannarono l’anima per trovare un accordo non solo sui principi che la Costituzione doveva contenere, ma anche sulle modalità con cui farli rispettare. Occorre dire che l’assemblea, allora effettivamente rappresentativa del popolo, faticosamente raggiunse lo scopo che si era prefissata. Nella stesura dei vari articoli lavorò con scrupolo e riuscì a tener conto della necessità di bilanciare in modo quasi perfetto i pesi dei poteri dello Stato. Su questo non vi sono dubbi.

Mi piace sottolineare che la Costituente era composta da gente che non solo sapeva l’italiano, ma era capace di esprimersi in maniera tale da farsi capire da tutti, persino da me. I concetti messi nero su bianco, e approvati all’unanimità, erano chiari, inequivocabili. Se non che, col trascorrere degli anni, un numero esorbitante di bischeri avvertì l’esigenza di modificare o addirittura sopprimere qualche articolo. Cosa di per sé legittima, ma che nella pratica si rivelò esiziale, a dimostrazione che nel nostro Paese il riformismo è un pericolo pubblico. Nel senso che le poche riforme introdotte nell’ordinamento civile, lungi dal migliorare le istituzioni (e il loro funzionamento), le hanno gravemente peggiorate. Da ciò si desume che lo Stato, quanto gli uomini, è preferibile che muoia di vecchiaia piuttosto che per effetto di grossolani interventi curativi, buoni soltanto ad anticiparne il decesso.

Esemplifico. I citati padri (o nonni) della Repubblica si preoccuparono di inserire nell’adorata Carta l’immunità parlamentare. Forse per fare una cortesia alla futura casta ladra? Ma va’ là. Non erano nemmeno in grado di immaginare quali schifezze sarebbero state commesse nel Palazzo. Secondo loro, tale immunità serviva a preservare la politica da incursioni della magistratura indipendente.

In altri termini: le Camere vengono elette democraticamente dal popolo sovrano, quindi nessuno può delegittimarle fino alla scadenza del mandato conferito per via elettorale a deputati e senatori. Ovvio. Se si elimina la suddetta protezione, può succedere che un altro potere dello Stato, attraverso il sistema giudiziario, estrometta dal gioco politico coloro i quali consideri avversari scomodi.
Ebbene, vent’anni fa la Sacra Costituzione fu violentata dagli stessi parlamentari che ne depennarono la parte riguardante proprio l’immunità, cioè la regola su cui si reggeva il primato della politica su tutto il resto. Una puttanata. Poiché le puttanate sono come le ciliegie, una tira l’altra, ecco la seconda, vittima ancora la Carta. La maggioranza di centrosinistra, in vena di prodezze antileghiste, stravolse il Titolo V trasferendo alle Regioni una serie di attribuzioni, svuotando notevolmente Roma di poteri decisionali. Una pazzia di cui paghiamo le conseguenze.

Infatti le Regioni, sovraccariche di competenze, sono diventate centri di spesa incontrollata, concausa del vertiginoso aumento del debito pubblico. Attenzione. Le Regioni sono previste dalla Costituzione, quindi andavano istituite, ma non nelle dimensioni attuali. Basterebbero, e avanzerebbero, cinque o sei enti sdutti quali acciughe e con una dotazione finanziaria ridotta all’osso. Si obietterà: e alla Sanità chi provvede? Il potere centrale, com’era una volta, con le gloriose mutue che, oltre alla salute, garantivano il funzionamento di un meccanismo antifurto.

Ecco, signori del Fatto Quotidiano. Complimenti per la campagna in difesa della Costituzione. Ma quale Costituzione? Quella dei nonni o quella stravolta dai bischeri? Io – noi – non posso che difendere il «prodotto » originale, non quello snaturato da correzioni inquinanti. Le tavole mosaiche sono rimaste immutate nei secoli e nei millenni. Nessuno si è mai sognato di aggiornare i dieci comandamenti. Quindi, se la Carta è sacra, lo sia fino in fondo. Ci venga restituita nella versione originaria, dopo di che ci batteremo alla morte affinché non sia neppure sfiorata. Scusate, ma chi si immola per salvare un tarocco o è in malafede o è fesso.


La dignità del Cav. (e degli italiani)
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 13 settembre 2013)

Il problema non è la decadenza di Silvio Berlusconi da parlamentare. Che è scontata. Sia se verrà decisa dal voto della Giunta o dell’aula del Senato, sia se sarà stabilita dai magistrati della Corte d’Appello di Milano. Il problema vero è la dignità del Cavaliere. Che gli esponenti del Pd, di Sel e di Cinque Stelle, su ispirazione dei giustizialisti più oltranzisti, vogliono decisamente negare riservando a Berlusconi una cacciata dal Parlamento talmente ignominiosa da segnare con il marchio dell’obbrobrio la sua figura e l’intero ventennio segnato dalla sua storia politica.

E che il Cavaliere, i suoi figli ed amici e dirigenti del Pdl vogliono comunque difendere e salvaguardare per evitare una infamia che non riguarderebbe solo l’uomo ma l’intera comunità politica che si è riconosciuta e continua a riconoscersi in lui. Secondo i giustizialisti oltranzisti il problema non sarebbe la dignità ma il patrimonio. Ipotesi che in parte è sicuramente vera. Ma che nel momento in cui viene formulata rende evidente la volontà dei nemici del Cavaliere di non accontentarsi della decadenza e dell’applicazione della pena stabilita dalla Cassazione ma di pretendere la distruzione completa e definitiva del proprio nemico e l’eliminazione di ogni possibile rischio di resurrezione e di ritorno in campo.

Non a caso Pd, Sel e Cinque Stelle vorrebbero approvare una legge, questa sì perfettamente ad personam, che impedisce ai condannati per corruzione ed evasione fiscale di finanziare movimenti politici! Non risulta, però, che la Cassazione, oltre a quattro anni di reclusione ed alla interdizione dai pubblici uffici da ricalcolare, abbia stabilito che le aziende berlusconiane debbano essere espropriate e che al Cavaliere debba essere estirpato il diritto alla libertà d’opinione che la Costituzione riconosce ad ogni cittadino, anche a quelli pregiudicati.

E non risulta, soprattutto, che la sentenza stabilisca come pena aggiuntiva una fine della dignità destinata a tradursi nell’esclusione ignominiosa dalla politica non solo del Cavaliere ma dell’intero popolo di cui è stato rappresentante. In questa luce appare fin troppo evidente che il problema della dignità personale di Berlusconi e del modo con cui debba subire la decadenza diventa il problema della dignità collettiva e della presenza sulla scena politica nazionale dell’intero mondo dei moderati italiani.

La sinistra, dominata dai giustizialisti oltranzisti e da quelli che lo sono strumentalmente per la concomitanza del dibattito precongressuale del Pd, vuole approfittare dell’occasione per cancellare in un colpo solo Berlusconi ed il centro destra. Così come Silla faceva di Mario e dei suoi sostenitori e viceversa. Il centro destra ed il suo massimo rappresentante si battono per una dignità che non consenta solo di evitare la pena aggiuntiva ed inesistente dell’esproprio delle aziende berlusconiane ma anche di restare comunque in campo (il Cavaliere come leader extraparlamentare) per difendere i propri valori e le proprie idee. Chi banalizza la questione trasformandola in problema penale personale compie un grave errore. Non sarà facile e neppure indolore applicare l’ostracismo con ignominia nei confronti della metà degli italiani!


“Il coraggio che apre alla cultura moderna”
di Eugenio Scalfari
(da “la Repubblica”, 13 settembre 2013)

ROMA – La lettera di papa Francesco da noi pubblicata ieri ha suscitato in me, nel nostro direttore Ezio Mauro e in tutti i colleghi una grande emozione. Penso che la stessa emozione l’abbiano avuta tutti coloro che l’hanno letta.

Non parlo di quello che nel nostro linguaggio gergale chiamiamo “scoop”. Gli scoop alimentano le chiacchiere, non il pensiero e qui, leggendo le parole del Papa, il nostro pensiero è chiamato e stimolato a riflettere di fronte alla concezione del tutto originale che papa Francesco esprime sul tema “fede e ragione”, uno dei cardini dell’architettura spirituale, religiosa e teologica della Chiesa. Ma non soltanto della Chiesa: la cultura moderna dell’Occidente nasce esattamente da quel tema e papa Francesco lo ricorda nella sua lettera quando scrive:

“La fede cristiana, la cui incidenza sulla vita dell’uomo è stata espressa attraverso il simbolo della luce, spesso fu bollata come il buio della superstizione. Così tra la Chiesa da una parte e la cultura moderna dall’altra, si è giunti all’incomunicabilità. Ma è venuto ormai il tempo   –   e il Vaticano II ne ha aperto la stagione   –   d’un dialogo senza preconcetti che riapra le porte per un serio e fecondo incontro”.

Queste parole sono al tempo stesso una rottura e un’apertura; rottura con una tradizione del passato, già effettuata dal Vaticano II voluto da papa Giovanni, ma poi trascurata se non addirittura contrastata dai due pontefici che precedono quello attuale; e apertura ad un dialogo senza più steccati.

L’intera lettera di papa Francesco ruota attorno a questa premessa, ma c’è una frase nelle parole del Papa sopra citate che merita a mio avviso una particolare attenzione: “La fede cristiana… è stata espressa attraverso il simbolo della luce”.

Bisogna tornare all'”incipit” del Vangelo di Giovanni per trovare questo simbolo, laddove l’evangelista scrive:

“In principio era il Verbo
e il Verbo era presso Dio
ed era Dio il Verbo.
Le cose tutte furono fatte per mezzo di Lui
e senza di lui nulla fu fatto di quanto esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini
e la luce risplende tra le tenebre
ma le tenebre non l’hanno ricevuta”.

Qui, in questi tre ultimi versi poetici e profetici come tutto quel quarto Vangelo, nasce la visione cristiana del bene e del male: la vita era la luce degli uomini, ma le tenebre non l’hanno ricevuta. Papa Francesco sviluppa questa visione della contrapposizione tra luce e tenebre, tra bene e male, in modo originalissimo. In un punto della sua lettera scrive: “Per chi non crede in Dio la questione: [del bene e del male] sta nell’obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza. Ascoltare ed obbedire ad essa significa infatti decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene e male. E su questa decisione si gioca la bontà o la malvagità del nostro agire”.

Un’apertura verso la cultura moderna e laica di questa ampiezza, una visione così profonda tra la coscienza e la sua autonomia, non si era mai sentita finora dalla cattedra di San Pietro. Neppure papa Giovanni era arrivato a tanto e neppure le conclusioni del Vaticano II, che avevano auspicato l’inizio del percorso ai pontefici che sarebbero venuti dopo e ai Sinodi che avrebbero convocato. Papa Francesco quel passo l’ha fatto ed io lo sento profondamente echeggiare nella mia coscienza. Ricordo con grande affetto che visione analoga l’ho ascoltata nei miei colloqui con il cardinale Carlo Maria Martini, che non a caso era amico del cardinale Bergoglio. Ma Martini non era un Papa quando diceva queste cose, Bergoglio ora lo è.

C’è un altro aspetto assai importante   –   questo sì   –   politico , quando il Papa scrive della distinzione tra la sfera religiosa e quella politica (“Date a Cesare”):

“Alla società civile e politica tocca il compito arduo di articolare e incarnare nella giustizia e nella solidarietà, nel diritto e nella pace, una vita sempre più umana. Ciò non significa fuga dal mondo o ricerca di qualsivoglia egemonia, ma servizio all’uomo, a tutti gli uomini, a partire dalle periferie della storia e tenendo desto il senso della speranza”.

La visione dell’autonomia della politica mi sembra che sfugga al Papa, ed è comprensibile che sia così. Uno come lui non può concepire la politica che nel quadro di un servizio ai cittadini. Questa opinione è perfettamente condivisibile ma non può escludere l’egemonia. In un regime di libertà e di democrazia convivono diverse visioni del bene comune, che si confrontano e si scontrano tra loro. Chi ottiene la maggioranza dei consensi e quindi l’egemonia, cerca di realizzare la sua visione del bene comune. Resta o dovrebbe restare un servizio, che passa però attraverso la conquista del potere.

Questo, papa Francesco lo sa, e la Chiesa cattolica infatti l’ha sperimentato facendo del potere temporale uno dei cardini della sua storia. Se vogliamo riandare ad uno dei più importanti esempi, ricordiamo la lotta per le investiture culminata nello scontro tra Ildebrando da Soana Gregorio VII e Enrico imperatore di Germania, colpito dalla scomunica e costretto ad inginocchiarsi vestito da mendicante ai piedi del Papa nel castello di Canossa. Raccontano le storie che quando Enrico dovette baciare il piede del Papa in segno di sottomissione, abbia detto: “Non tibi sed Petro” e Gregorio gli abbia risposto: “Et mihi et Petro”.

Poi vennero le Crociate e tutta la storia della Chiesa come istituzione di potere e di guerra. Così durò fino al 1870, ma anche dopo la temporalità cattolica è continuata sotto altre forme che specialmente in Italia, ma non soltanto, ben conosciamo. La pastoralità, la Chiesa predicante e missionaria, c’è sempre stata e Francesco d’Assisi ne ha rappresentato la più fulgida ma non certo la sola manifestazione. Tuttavia non ha quasi mai avuto la prevalenza sulla Chiesa istituzionale.

Papa Francesco ha interrotto e sta cercando di capovolgere questa situazione. La trasformazione in corso nella Curia e nella Segreteria di Stato sono segnali estremamente importanti. Temo però che molto difficilmente ci sarà un Francesco II e del resto non è un caso se quel nome non sia stato fin qui mai usato per il successore di Pietro.

La lettera del Papa è comunque chiarissima, risponde alle domande che mi ero permesso di porre e va su certe questioni anche molto più in là. Sicché non la commenterò più oltre, salvo due ultimi aspetti.
Il tema degli ebrei, del loro esser considerati dai cattolici come fratelli maggiori, la fine dell’accusa di “deicidio” che i cristiani hanno sempre lanciato contro di loro, ed infine la comune discendenza dal Dio mosaico del Sinai e dei dieci comandamenti, era già stato sollevato da papa Giovanni e da papa Wojtyla, ma non con la chiarezza definitiva di papa Francesco. E’ un passo molto importante che segna finalmente un capovolgimento nell’atteggiamento durato quasi due millenni.

Infine c’è il racconto che il Papa fa del suo incontro con la fede. Rileggiamo quel brano.

“La fede per me è nata dall’incontro con Gesù. Un incontro personale, che ha toccato il mio cuore e ha dato un senso nuovo alla mia esistenza. Ma al tempo stesso un incontro che è stato possibile nella comunità di fede in cui ho vissuto e grazie alla quale ho trovato l’accesso all’intelligenza della Sacra Scrittura, alla vita nuova che come acqua zampillante scaturisce da Gesù attraverso i Sacramenti, alla fraternità con tutti e al servizio dei poveri, vera immagine del Signore. Senza la Chiesa – mi creda – non avrei potuto incontrare Gesù, pur nella consapevolezza che quell’immenso dono della fede è custodito nei vasi d’argilla della nostra umanità”.

Un racconto splendido, un’autobiografia affascinante. Ci si sente sotto, per quanto posso intuire, più Bernardo, più Agostino, più Benedetto che Tommaso e la Scolastica, che tuttavia è ancora assai presente nella dottrina tradizionale

Chi come me non solo non ha la fede ma neppure la cerca; chi come me sente il fascino della predicazione di Gesù e lo ritiene uomo e figlio dell’uomo, non può che ammirare un successore di Pietro che rivendica la Chiesa come luogo eletto affinché il sentimento di umanità custodito in vasi d’argilla non venga distrutto dai vasi di piombo che fuori e dentro la Chiesa spezzano i vasi d’argilla.

Il Papa mi fa l’onore di voler fare un tratto di percorso insieme. Ne sarei felice. Anch’io vorrei che la luce riuscisse a penetrare e a dissolvere le tenebre anche se so che quelle che chiamiamo tenebre sono soltanto l’origine animale della nostra specie. Più volte ho scritto che noi siamo una scimmia pensante. Guai quando incliniamo troppo verso la bestia da cui proveniamo, ma non saremo mai angeli perché non è nostra la natura angelica, ove mai esista.

Perciò lunga vita e affettuosa fraternità con Francesco, Vescovo di Roma e capo d’una Chiesa che lotta anch’essa tra il bene e il male.


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Bart