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Bersani e Messi, ovvero le promesse del cavolo

31 Gennaio 2013

Bersani crede di aver fatto una buona battuta, ma sta di fatto che Berlusconi Balotelli l’ha comprato davvero, mentre la squadra di calcio del paese di Bersani, Bettola, dovrà aspettare un bel po’ per Messi, forse fino alla fine del mondo.
Che cosa significa ciò? Che Bersani inconsciamente ha radiografato se stesso con quella battuta, vale a dire che se andrà al governo non combinerà un bel niente, solo chiacchiere, ancor peggio di Berlusconi in politica.

Forse nella ricerca di qualcuno da sbranare (ascoltate Grillo, qui), non ha trovato che se stesso, giacché la cattiva fama del Pd non viene solo dalla scoperta dei suoi forti interessi nel Mps, dove gli errori commessi da uomini della sua area stanno rischiando di mettere a terra una delle più solide banche italiane, fino almeno a qualche anno fa; ossia fino a che il genio di Giuliano Amato non inventò una struttura bell’e pronta per essere occupata dalla politica: le fondazioni, e quella del Mps ha brillato per essere da anni un monocolore pieddino, dove niente poteva muoversi senza l’ok del partito.   Uno dei testimoni, Vittorio Mazzoni della Stella, un ex sindaco della città ed ex vice presidente dell’istituto senese, intervistato da Nicola Cariglia, vecchio socialdemocratico, rivela che nel 2003, domandando ad un alto dirigente della banca perché fosse andato in pensione, ricevette questa profetica risposta:

“vedi Vittorio, prima c’erano i democristiani e bisognava svegliarsi a buio perché andavano nel pollaio e mangiavano le ‘ova. Ma ora non basta, questi mangiano le galline!”

Le querele minacciate da Bersani nei confronti della stampa di centrodestra, oltre a mostrare la coda di paglia e il nervo scoperto, dovrebbero invece essere mutate in chiarimenti espliciti da dare ai cittadini, oltre che alla stampa. A questo risultato forse arriverà la magistratura, ma non sarebbe male che Bersani ci dicesse sin d’ora se le tante operazioni di ogni tipo, dall’illecito, all’avventato, al nascosto, al falso in bilancio, e così via, hanno ricevuto l’approvazione dei consigli di amministrazione, composti da 14 membri della sua area, tra cui il sindaco di Siena, il presidente della provincia di Siena, il governatore della Toscana. Sono uomini che devono rendere conto al partito di ogni loro mossa, e dunque Bersani, che di quel partito è il segretario nazionale, non dovrebbe incontrare difficoltà a spiegarci perché certe operazioni oggi al vaglio della magistratura, ma ormai macchiate di illegalità, sono passate con l’ok di suoi rappresentanti.

Giustificarsi dicendo eventualmente (c’è da aspettarsi anche questo) che quei dirigenti sono autonomi dal partito nell’esercizio specifico della attività bancaria, sarebbe recitare la stessa parte ridicola che ha recitato Fini a riguardo dello scandalo della casa di Montecarlo e della sua promessa di dimettersi, mai mantenuta.

Non parlare chiaro ai cittadini, minacciare chi cerca la verità, e comportarsi al modo di Napolitano il quale, piuttosto che liberare i cittadini dal sospetto che nelle telefonate con Mancino abbia detto qualcosa di “scottante”, ha ricevuto in dono da una sentenza scandalosa della consulta ciò che desiderava, ossia che quei nastri siano distrutti. Continuo a sperare, al riguardo, che il gip promuova ricorso, ed anche che Ingroia si decida a svelarne il contenuto, giacché non è affatto tenuto al segreto professionale, quando in ballo ci sono contenuti che il senatore Li Gotti ha considerato “scottanti”.

Quanto sopra a riguardo dello scandalo Mps.
Ma dagli altri scandali scoperti in questi mesi, a partire da quelli in cui è coinvolto il braccio destro di Bersani, Penati, per finire ai consiglieri lombardi indagati dalla magistratura in questi giorni, si ha l’impressione che il Pd abbia molti scheletri nell’armadio e abbia fatto della questione morale, di cui andava fiero, un   simbolo da baraccone.

Ad esempio, se per lo scandalo della Banca Romana (al quale per primo ho paragonato lo scandalo del Mps) si arrivò alle dimissioni di Giovanni Giolitti, allora presidente del consiglio, come mai la Bindi e Bersani non avvertono il dovere morale di dimettersi dalle cariche di partito, visto che amministratori e consiglieri che fanno capo al loro partito sono stati coinvolti nel gigantesco scandalo senese?

Immaginate che cosa sarebbe successo se le deputazioni della Fondazione e della Banca senesi fossero state in mano al Pdl. Si sarebbero visti cortei sfilare in tutta Italia con le mascelle pronte a sbranare Berlusconi, oltre a sit-in davanti all’istituto senese e al parlamento.
La stampa di regime avrebbe posto a Berlusconi le solite 10 domande.

Invece assistiamo alla sfrontatezza di un Pd che, così malamente conciato, si permette di minacciare querele e sbranamenti.
Dimissioni, dimissioni! Questo dovrebbe essere il grido degli italiani di fronte allo scandalo del Mps e ai tentativi del Pd di tirarsene fuori con le minacce.

Se ne tiri fuori nell’unico modo possibile: dimostrando, con documenti alla mano, che i suoi consiglieri non erano a conoscenza delle operazioni incriminate (cosa impossibile), oppure che hanno votato contro (e allora non sarebbero state approvate). Sono dimostrazioni, infatti, che appaiono impossibili, ma non per questo ci sentiamo, come cittadini, chiusi ad una verità diversa che discolpasse il partito, il quale, altrimenti, pretenderebbe di governare il Paese trascinandosi dietro dubbi e sospetti di inquietante gravità.


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Bart