Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Si restringe la distanza tra Bersani e il Cavaliere. Grillo su, centristi in calo

29 Gennaio 2013

di M.Antonietta Calabrò
(dal “Corriere della Sera”, 29 gennaio 2013)

ROMA – Negli Usa la chiamano l’« October surprise » , cioè l’avvenimento imprevisto che accade nel mese precedente le elezioni del presidente degli Stati Uniti e che è in grado di «cambiare » il voto degli americani, tradizionalmente fissato il primo martedì di novembre. Lo scandalo Mps costituirà la January surprise nostrana? Nel giro di una settimana ha «spostato » più del cinque per cento dell’elettorato in base ai sondaggi svolti venerdì e sabato scorso da Euromemedia Research . Anche se il centrodestra nel suo complesso non se ne è avvantaggiato (solo +0,2, ma +1 il Pdl).

Le vicende del Montepaschi «tolgono » al centrosinistra (-1,8) e in particolare al Pd (-1,6). Ma proporzionalmente tolgono molto di più alla Lista Monti (-1,0): e questo vuol dire che «il premier in ogni caso viene percepito dagli italiani come l’uomo delle banche e dell’aiuto alle banche », commenta Alessandra Ghisleri, la sondaggista di fiducia di Silvio Berlusconi, che è stata anche l’unica a testare il caso Mps su un campione significativo della popolazione italiana. L’effetto negativo su Monti si spiega anche perché il 47,3 degli italiani, ritiene che l’Imu sulla prima casa sia stata «messa » per finanziare la banca senese.

Il vero «fenomeno » è che la scorsa settimana è aumentato moltissimo Beppe Grillo: +2,5 per cento. E così proprio mentre il Financial Times immortalava il comico italiano in un’enorme foto in prima pagina, sabato scorso il Movimento 5 Stelle ha raggiunto il 13,1 «diventando », sempre per la Ghisleri, il terzo partito italiano (con un incremento del 25 per cento del suo elettorato in una sola settimana, ma è dato ancora in forte crescita).

Aumentano dello 0,3 e dello 0,1 rispettivamente la lista «Giustizia e libertà (Bonino-Pannella) » e «Fermare il declino » di Oscar Giannino. Aumentano infine di un altro 2,1 gli indecisi, un contenitore in cui si travasano i delusi dal Pd.
Ieri, dunque la situazione testata dalla Ghisleri era: totale centrodestra al 32,4 (con Pdl al 22,2). Totale centrosinistra 35 (con il Pd per la prima volta sotto il 30 per cento, a 29,5). Soprattutto, il centro in discesa al 12,9 con la Lista Monti in calo dell’1 per cento. Questi dati divergono parzialmente dal sondaggio SkyTg24 elaborato da Tecnè in cui la coalizione di centrosinistra è sì «valutata » al 34,9, ma quella di centrodestra (Pdl-Lega ed altri) sfiora solo il 28 per cento (27,9) con la conseguenza che Scelta civica-Monti-Udc e Fli si attestano al 14,5 per centro, mentre Grillo la segue, seppure a distanza ravvicinata (14,2). Il «debole » risultato del centrodestra si spiega, nel sondaggio Tecnè, anche con il fatto che secondo questo istituto di ricerca, la Lombardia sarebbe «tornata » al centrosinistra, con una differenza di 1,5 in più rispetto al centrodestra. Anche se gli incerti ed il non-voto sfiorano il 30 per cento dell’elettorato: costituiscono insomma la «terza coalizione ». Questo «risultato » in Lombardia, secondo Tecnè, sarebbe comunque insufficiente per permettere alla coalizione del Pd di raggiungere la maggioranza a Palazzo Madama (vista la perdita di Sicilia e Veneto).

Il sondaggio del Tg di La7, anticipato su Twitter da Enrico Mentana, si avvicina un po’ a quello di Euromedia Research : dà un calo dell’1,1 del Pd, una risalita del Pdl al 20 per cento, Monti che torna sotto il 10 e Grillo al 13,7.
Le altre domande del sondaggio di Ghisleri che riguardano lo scandalo del Monte dei Paschi di Siena permettono di valutare come si potrebbe protrarre nel tempo l’effetto Mps. Solo l’8,3 per cento degli elettori pensa che non vi siano coinvolti i partiti e ben il 41, 4 percento ritiene che vi sia coinvolto il Pd.
Ben il 20,2 per cento degli italiani ritiene che sia una responsabilità di tutti i partiti insieme. In ogni caso il 71,8 per cento degli italiani ritiene che i partiti vi siano coinvolti: al minimo però il Pdl (solo il 2,5 per cento degli italiani lo pensa) e la Lega Nord (lo 0,3 lo pensa). Un dato che di per sé segna la distanza tra i partiti e i cittadini su questo scandalo bancario. Inoltre, ben il 31,2 per cento degli elettori di Pd+Sel ritiene che nello scandalo sia coinvolto il Partito democratico. Quindi, «l’invettiva del segretario del Pd, Pierluigi Bersani, (“li sbraniamo”) è stata una scelta obbligata più che altro per uscire dall’angolo », commenta Ghisleri.


Grillo alza i toni sulla vicenda Mps, e attacca frontalmente il Pd: «Bersani si deve dimettere ». Immediata, e altrettanto piccata, la reazione del segretario democratico: «Non prendo lezioni da autocrati da strapazzo ».
di Redazione
(dal “Corriere della Sera”, 29 gennaio 2013)

LA COMMISSIONE D’INCHIESTA– Sul suo blog, il leader del Movimento Cinque Stelle chiede anche l’istituzione di una commissione d’inchiesta, e promette che il movimento se ne farà promotore non appena giunto in Parlamento. «Mps fa impallidire non solo Parmalat – scrive Grillo – ma anche il fallimento del Banco Ambrosiano, dietro a questo colossale saccheggio, come avvenne allora, ci può essere di tutto. Craxi, in confronto, rubava le caramelle ai bambini » dice Grillo.

FURTO AI DANNI DEGLI ITALIANI  -«Di fronte a questo colossale furto ai danni degli italiani, il cui conteggio finale non è forse ancora concluso » Grillo chiede anche la verifica dei patrimoni dei segretari del Pd e di tutti i nominati nella fondazione Mps dal comune di Siena, della Provincia di Siena, della Regione Toscana dal 1995. Il leader M5S vuole anche la pubblicazione dei nomi di tutti coloro che hanno goduto dello Scudo Fiscale con l’ammontare degli importi rientrati in Italia.

LA REPLICA  – Bersani rispedisce al mittente la richiesta di dimissione dal partito avanzata da Grillo. «Chi dice cose fuori dal segno ne risponde – ha detto Bersani -. Aggiungo che vorrei capire da che pulpito democratico Grillo parla di dimissioni, io ce l’avrei un partito che potrebbe chiedermele. A Grillo chi può chiederle? Ecco, allora lezioni non ne dia per favore che da quel lato non ne prendo, da autocrati da strapazzo non ne prendo ». Ma sulla commissione d’inchiesta è pronto a discutere: «Non ho nessun problema, ci vorrebbe una verifica parlamentare sui derivati, su questi meccanismi finanziari. Perché c’è il caso Mps e in più generale l’andamento della finanza. Bisogna vedere come vengono tali meccanismi che vanno messi sotto controlli. Lo diciamo da un pezzo ».


Il silenzio sui ministri
di Michele Ainis
(dal “Corriere della Sera”, 29 gennaio 2013)

Gli elettori hanno un difetto: sono curiosi. Vogliono sapere, prima di deporre una scheda nell’urna, quale uso si farà del loro voto. Ma i politici italiani hanno il difetto opposto: sono muti come pesci. O meglio, non è che si mordano le labbra; se è per questo, parlano fin troppo. Però usano parole reticenti sui programmi, silenzio di tomba sui programmatori. Quali facce esporrà la squadra di governo prossima ventura?
Eppure il dubbio non è di poco conto. Specie con questa legge elettorale, che proibisce al popolo votante di scegliere il popolo votato. Anzi: che gli impedisce perfino di sapere per chi vota, dato che il giochino delle pluricandidature consegna all’eletto il potere di decidere l’eletto. E l’elettore? Da lui pretende un atto di fede, una delega in bianco. Possiamo anche firmarla, ormai ci siamo avvezzi. Possiamo esprimere la nostra preferenza basandoci sulla fotografia del leader, sul suo eloquio in tv, sui suoi motti di spirito. Ma certo non ci spiacerebbe qualche ulteriore informazione. A cominciare dai ministri in pectore , perché no? Dopotutto le idee camminano sulle gambe degli uomini.

Per esempio: nel caso, fin qui probabile, che il Pd vinca le elezioni, verrà apparecchiato un posto a tavola per Vendola? Probabile anche questo, ma al momento è un segreto di Stato. E quale posto, poi? Altro è offrirgli in subappalto il dipartimento per le Pari opportunità, altro l’Economia: in quest’ultima evenienza cambierebbe la linea politica, non soltanto la poltrona del politico. Senza dire dei grandi esclusi, che hanno fatto un passo indietro in omaggio al rinnovamento delle liste. Quanti di loro, usciti dalle porte girevoli di Montecitorio, rientreranno dalle finestre di Palazzo Chigi? Il più illustre di tutti – Massimo D’Alema – si è già dichiarato disponibile, se arrivasse una chiamata. Ma se la chiamata giungesse prima del voto potremmo misurare anche la nostra disponibilità, oltre che la sua.
D’altronde a destra è pure peggio: in caso di successo, non sappiamo nemmeno se Berlusconi farà il ministro di Tremonti o viceversa. Sicché non ci rimane che puntare qualche fiche sul totoministri (11.300 risultati interrogando Google, fra i più gettonati Fassina e Tabacci). Leggere appelli disperati come quello promosso da un gruppo d’operatori turistici («Fuori il nome del prossimo ministro del Turismo », 23 mila fan su Facebook). Scommettere, oltre che sui nomi, sui numeri del prossimo governo (una legge del 1999 limita i dicasteri a 12, ma nessun esecutivo l’ha mai rispettata). E intanto prepararci ad ascoltare le obiezioni che la politica dispensa ai ficcanaso. Una su tutte: da che mondo è mondo tali faccende vengono decise dopo il voto, non prima. Perché c’è da pesare il risultato, e perché c’è da mettersi d’accordo con gli alleati di governo.
Errore: ogni partito punta alla vittoria solitaria, e infatti presenta un programma e un candidato premier. Poi può ben darsi che sia costretto a un matrimonio, ma intanto s’offre al voto quand’è scapolo, non dopo le nozze. Errore doppio: altro sono le cariche arbitrali (come la presidenza del Senato), su cui nessuno dovrebbe esercitare un monopolio; altro quelle politiche.
Errore triplo: secondo l’articolo 92 della Costituzione, è il presidente del Consiglio incaricato che detta la lista dei ministri, mentre l’incarico lo conferisce il capo dello Stato. Invece abbiamo in lizza una quantità di autoincaricati, che però tacciono sugli autoministri. Errore quadruplo: questa è la Seconda Repubblica, non la Prima. Una volta ti guadagnavi i galloni da ministro con il pieno di preferenze nelle urne, adesso (ahimè) deve preferirti il Capo. Errore quintuplo: funziona più o meno così negli altri sistemi parlamentari. In Germania, il leader socialdemocratico Steinbrück s’appresta a presentare la sua pattuglia di governo in vista delle elezioni di settembre. Nel Regno Unito, il governo ombra si trasferisce pari pari a Downing Street, se l’opposizione vince la sfida elettorale; mentre la maggioranza sceglie i ministri nel congresso di partito che precede il voto.
E in Italia? L’ultima speranza sta nella buona educazione: chiedere è lecito, rispondere è cortesia.


Mps, fuga per la pensione; in mille vogliono andarsene
di Maurizio Bologni
(da “la Repubblica”, 29 gennaio 2013)

E’ fuga dal Monte dei Paschi. Sono più di mille, oltre le previsioni, i dipendenti della Banca nella tempesta che chiedono di andare in pensione entro il prossimo primo marzo. Perché ne hanno maturato il diritto. Oppure perché, e sono la maggioranza, intendono approfittare dello scivolo offerto dal Fondo esuberi. «A determinare la fuga dalla Banca contribuiscono, certo, le notizie di questi giorni, ma non solo » attacca la Fisac Cgil, che alla luce della forte adesione al «piano esodi » dell’azienda chiede a Profumo e Viola di rivedere i numeri delle esternalizzazioni, che completano il programma di taglio alle spese e comporterebbe il passaggio di 1.110 persone ad una newco da costituire con un socio industriale e altre banche.

Preoccupati i correntisti

Intanto i numeri. L’azienda ha comunicato che 500 lavoratori usciranno dalla Banca entro il primo febbraio e altrettanti il mese dopo. Nel primo scaglione rientrano tra le 200 e le 300 persone che hanno maturato il diritto alla pensione. Ma tutti gli altri, e quindi più di 700, sono dipendenti che il diritto alla pensione lo matureranno entro il 2017 ma che possono uscire subito dall’azienda, volontariamente, grazie allo scivolo del Fondo esuberi, alimentato dal sacrificio di tutto il personale che destinerà al plafond il corrispettivo della paga per 6 giorni di lavoro annuali (lo prevede il contratto di solidarietà accettato e firmato dalle sigle sindacali che rappresentano la maggioranza dei lavoratori ma non sottoscritto dalla FisacCgil). Ebbene â— segno di una preoccupazione diffusa ma buona cosa per l’azienda che può accelerare nel piano di riduzione dei costi senza altri conflitti interni â— i lavoratori che hanno chiesto di andare in pensione sono più del previsto.

«Il dato non ci sorprende â— attacca FisacCgil â— Avevamo più volte chiesto all’azienda un’indagine preventiva più accurata. Ora si pensi a sostituire integralmente l’esternalizzazione di 1.100 lavoratori con la fuoruscita definitiva già nel 2013 di un numero superiore alle aspettative, rendendo temporanei i tagli sul contratto integrativo aziendale, operando sulle retribuzioni più alte a partire da quelle del top management e allargando le previsioni di richiesta del parttime. Si può e si deve fare â— aggiunge la FisacCgil â— specialmente in considerazione dei momenti pesantissimi che la nostra Banca sta vivendo ».

La stessa preoccupazione dei dipendenti attanaglia gli investitori, i piccoli risparmiatori, i correntisti. La paura è sbandierata sui social network, con le telefonate agli amici, soprattutto le visite in filiale. «Non è la prima volta che succede » dice lo stesso sindacato. «Rassicuriamo chi ci telefona, non c’è pericolo, e poi c’è il fondo di garanzia interbancario che garantisce i correntisti fino ad un deposito massimo di 100.000 euro ». Gli stessi vertici della Banca, Profumo e Viola, prodighi in queste ore di interviste e dichiarazioni che tentano di essere tranquillizzanti, hanno usato anche facebook per calmare la piazza. «E’ una tempesta alimentata dalla sarabanda elettorale â— si spiega nella sostanza â— problema derivati e rimedio (il ricorso a 500 milioni Monti Bond supplementari) erano già stati rilevati e annunciati a novembre ». Nel turbinio, anche l’iniziativa di un dipendente, Claudio Cantini, di aprire un gruppo su facebook dal titolo «Orgoglioso di essere dipendente, correntista ed investitore di BMps ». Già più di 300 le adesioni. Ma lo scontro elettorale continua ad alimentarsi dei guai della Banca. Tra le tante sfide quella di Enrico Rossi a Mario Monti. «Non accettiamo strumentalizzazioni su Mps da un ex Goldman Sachs », dice a una tv. Immediata su Twitter la risposta di Andrea Romano, capolista alla Camera in Toscana per Monti, firmata @toscanaconmonti: «Rossi è il signore che deve spiegare il crac da 420 milioni alla Asl di Massa e quello alla Asl di Siena ».


“Falce e sportello”: le mani Pd sulle Fondazioni delle banche
di Paolo Bracalini e Gian Marco Chiocci
(da “il Giornale”, 29 gennaio 2013)

Falce e sportello, per parafrasare il libro del patron di Esselunga sul sistema coop. In effetti le due cose, affari e credito bancario, si legano tra loro, ma tramite le fondazioni anche a una terza, eclatante nella vicenda Mps: le mani della politica sulle banche (e così a cascata sul credito, cioè sulle imprese, cioè sugli affari…).

Il Pd in questo campo si è dato piuttosto da fare. Le fondazioni bancarie, comprese quelle che controllano le più importati banche nazionali, sono zeppe di ex sindaci, ex parlamentari, ex politici targati Ds-Margherita-Pd.

Incominciando dalla Compagnia di San Paolo, azionista al 9,7% di Intesa San Paolo. Il presidente della fondazione torinese è proprio l’ex sindaco piddino del capoluogo piemontese, Sergio Chiamparino, che ha preso il posto dell’avvocato Angelo Benessia, advisor di Monte dei Paschi nella vicenda Antonveneta. Fino al luglio 2011 nel consiglio di sorveglianza di Intesa c’era Ferdinando Targetti, ex deputato dei Ds. Si calcola che su circa 150 consiglieri di fondazioni bancarie con un passato politico, quasi cento siano di area Pd. Dopo il colosso Intesa, arriva Unicredit, e anche lì c’è lo zampino di partito. Nel cda della banca, neppure della fondazione, siede l’ex presidente di centrosinistra della Provincia di Cuneo, Giovanni Quaglia, insieme a Marianna Li Calzi, sottosegretario del governo D’Alema e poi di quello Amato.

La Fondazione Monte dei Paschi è il regno della politica. Gabriello Mancini, il presidente, è del Pd area ex Margherita, ex presidente del consiglio regionale della Toscana. I consiglieri di amministrazione di Banca Mps, Demartini e Serpi, sono dati in quota «cattolici del Pd », mentre Marco Turchi è considerato vicino a Massimo D’Alema e il consigliere Turiddo Campaini è presidente di Unicoop Firenze. A Siena capita di uscire da Mps per fare il sindaco e poi tornarci. È successo all’ex sindaco Pierluigi Piccini, tornato nel gruppo con un «pensionamento » da sogno al vertice di Mps Bank a Parigi, ma pure all’ex sindaco Ds (per dieci anni) Maurizio Cenni, Ds-Pd, rientrato al Monte dei Paschi come vicedirettore Mps gestione crediti. Nel Cda della controllata Antonveneta invece c’è stato fino a poco tempo fa il figlio di Luigi Berlinguer, ex ministro e garante delle liste elettorali del Pd.

Ma non è solo a Siena che il Pd sta allo sportello. Tra i soci della Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna troviamo l’ex premier Romano Prodi, e insieme a lui l’ex ministro dei governi Amato, Giancarlo Tesini, e l’ex parlamentare Pci, Antonio Rubbi. Consigliere della Cassa di Risparmio di Ravenna è un ex parlamentare dei Ds, Giordano Angelini, mentre piddino è Pier Giorgio Bettoli, presidente della Fondazione Monte cassa risparmio di Faenza, come pure Stefano Zanoli, consigliere della Fondazione cassa di risparmio di Carpi. Ex democristiano ora piddino è anche il decennale presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Biella, l’ex sindaco Luigi Squillario. E poi molte altre caselle minori delle tante a disposizione della politica nelle banche. Senza dimenticare l’ex ministro diessino Franco Bassanini, a capo della Cassa depositi e prestiti, una sorta di superbanca pubblica.
Quote minori hanno il centrodestra e l’Udc. Vicepresidente di Banca Carige è Alessandro Scajola, fratello. Mentre Alessandro Caltagirone, figlio del costruttore romano Caltagirone e fratello della moglie di Casini, ha un posto nel Cda di Unicredit. Il casiniano Marco Staderini, già membro del Cda Rai per conto dell’Udc, è invece nel consiglio della Fondazione San Paolo. «Le banche non sono asservite alla politica », tuonò tempo fa Giuseppe Guzzetti, presidente dell’organismo di rappresentanza delle fondazioni bancarie. Rispondeva a un autorevole professore che sul Corriere aveva scritto: «Le banche sono una sorta di governo occulto ». Chi era costui? Incredibile a dirsi, Mario Monti.


Caso Mps, Grilli riferisce in commissione. E il Pd va all’attacco con un dossier
di Sara Nicoli
(da “il Fatto Quotidiano”, 29 gennaio 2013)

Lo scandalo  Monte Paschi  ha fatto perdere a Bersani l’1,6% di voti. Nel giro di una settimana, la vicenda di Rocca Salimbeni ha “spostato” più del 5% dell’elettorato complessivo. E ancora l’onda di piena non sembra affatto abbassarsi. Anche se il centrodestra nel suo complesso non se ne è avvantaggiato (solo +0,2, ma +1 il Pdl), per il  Pd  la botta è stata accusata in modo molto forte. E Bersani, ora, tenta il recupero. A partire da oggi pomeriggio, quando il  ministro Grilli  riferirà in commissione Finanze di Montecitorio sull’intera questione, indicando le prospettive di possibile (necessaria) nazionalizzazione dell’istituto di credito senese. Il Pd, però, non ha alcuna intenzione di restare solo ad ascoltare. Da giorni, al Nazareno stanno preparando un  dossier  per inchiodare i due governi che si sono succeduti dal 2009 ad oggi (dunque Berlusconi e Monti) alle responsabilità “oggettive” sulla gestione dei  derivati  negli enti pubblici e, successivamente, alla formulazione di una  tobin tax  che è entrata in consiglio dei ministri “scritta in un modo” e “uscita” in un altro.

Nella sostanza: durante il governo  Berlusconi, il ministro  Tremonti  ha consentito  l’utilizzazione dei derivati  anche negli enti pubblici e fino al 2010 sono state totalmente ignorate le richieste delle opposizioni (il parttcolare dei democratici) di far cessare la pratica in virtù degli allarmi internazionali su questi strumenti di “scommessa” economica al centro degli scandali e dei tracolli delle banche americane e della conseguente crisi. Solo nel 2010, il governo Berlusconi ha sospeso la possibilità di utilizzazione di derivati negli enti locali, ma molti danni erano già stati fatti. Ma è stato un fatto successivo – e secondo il Pd molto più rilevante dal punto di vista delle responsabilità politiche – quello che verrà  rinfacciato oggi a Grilli  quando il ministro, com’è probabile, difenderà l’operato del governo Monti rispetto al salvataggio Mps e all’utilizzazione dei Monti Bond. Per il Pd, la responsabilità del governo non è infatti sul fronte operativo dell’emergenza, bensì su un quadro più ampio, quello della  tobin tax. Quando, cioè, il governo (con l’appoggio della fetta di maggiornaza costituita da Berlusconi e dalla Lega) ha ceduto alle pressioni delle banche riformulando totalmente il provvedimento rispetto a come era stato concordato e arrivando a varare un articolato ancora a favore degli istituti di credito anziché della tutela dei risparmiatori e dei cittadini. Che il governo Monti, d’altra parte, sia sempre stato il governo delle banche è noto, ma secondo il Pd, alla luce dello scandalo Mps, questa responsabilità politica diventa, oggi, ancora più gravosa. Molto più di quanto lo sia stata, sotto certi aspetti, quella di Tremonti. Che ha ignorato (di certo colpevolmente) gli allarmi dei primi momenti, ma poi (sempre,però, con colpevole ritardo, ricordano al Nazareno) ha “chiuso” i rubinetti del pericolo derivati. Monti invece no: “Sapeva perfettamente cosa faceva e per conto di chi”. E questo, a parere del Pd, non era a favore dei cittadini italiani.

Nel dettaglio, la tobin tax era stata formulata come una tassa che avrebbe colpito le transazioni finanziarie soprattutto quelle operate attraverso i derivati, proprio per “punire” la cosidetta “finanza di carta” a favore della finanza “sana”, ovvero delle transazioni su vere azioni e patrimoni. In questo modo, per fare un esempio, su una transizione di milione di euro, le tasse su 800 mila euro sarebbero state a carico delle banche e solo 200 a carico del mercato. La tobin tax che è uscita dal gabinetto Monti recita esattamente il contrario. Che la  tassazione maggiore  è a carico del “mercato” sano, mentre – addirittura – i derivati sono “esentati” dall’applicazione della stessa tassa. Che, quindi, non costituisce in alcun modo un deterrente. A favore esclusivo delle banche.

Ecco, secondo il Pd, questa scelta operativa pro sistema bancario è una responsabilità politica del governo Monti senza appello. Al pari di quella, altrettanto pesante – sempre a parere del Pd – che riguarda la mancata “vigilanza” sullo scandalo Mps attraverso il ministero (ma anche  Bankitalia). “Per quanto ci riguarda – si sosteneva infatti ieri sera al Nazareno – Grilli, Monti, Tremonti e Berlusconi pari sono sul fronte della responsabilità oggettiva della gestione economica e finanziaria del sistema bancario. Il caso Mps è questione a sé, le responsabilità politiche riguardano il deciso asservimento dei governi Berlusconi e Monti ai voleri e al tornaconto esclusivo delle banche a discapito della finanza pulita e dei risparmi delle famiglie italiane”. Il messaggio politico che oggi arriverà da parte del Pd dalla commissione Finanze, di fatto è già passato anche nell’elettorato italiano. La percezione di Monti come “uomo al soldo delle banche” prima che dell’Europa, è uno dei motivi alla base del calo dei sondaggi della lista Monti nelle ultime rilevazioni riguardanti proprio il Monte Paschi. Se il centrosinistra è stato penalizzato di più di un punto e mezzo, proporzionalmente la lista Monti ha perso molto di più, ovvero l’1%. E chissà che le notizie relative ai nuovi fascicoli in mano alla procura di Siena sul ruolo svolto da Jp Morgan sull’intera vicenda  Antonveneta  (Monti è stato a lungo consulente della banca d’affari e oggi lì lavora ancora il figlio Matteo) non rendano questo calo di consensi ancora più vistoso nei prossimi giorni.


Mps: un regolamento di conti-correnti – parla Mazzoni della Stella, ex sindaco di Siena e vicepresidente della banca fino al ‘97
di Nicola Cariglia per  http://www.pensalibero.it/
(da “Dagospia”, 29 gennaio 2013)

“Tanti anni fa, nel 2003, telefonai ad un bravissimo alto dirigente del Monte dei Paschi e gli domandai perché fosse andato in pensione, dal momento che si trovava in una posizione di rilievo e poteva restare al lavoro ancora per molto tempo. Mi rispose testualmente: “vedi Vittorio, prima c’erano i democristiani e bisognava svegliarsi a buio perché andavano nel pollaio e mangiavano le ‘ova. Ma ora non basta, questi mangiano le galline!”.

Per farmi un’idea del pandemonio che sta squassando Siena, la sua Banca, il mondo del credito e, di conseguenza, la politica tutta, a livello nazionale, parlo con Vittorio Mazzoni della Stella.

E’ un testimone autorevole di decenni di vita cittadina: socialista da sempre e per sempre, vicepresidente della Provincia dal ’79 all’81, Sindaco di Siena per sette anni (’83-’90), facente funzioni di presidente del Monte dei Paschi nel ’90 e ’91, vicepresidente dal ’92 al ’97. E’ stato anche amministratore delegato della consociata Capital Service fino al 1999. Mazzoni della Stella nel Monte ci ha passato la vita, avendovi fatto anche una carriera tutta interna nel suo Ufficio Studi.

Tra noi, non può essere una intervista ma una chiacchierata tra amici. Ci conosciamo da più di mezzo secolo: una amicizia nata al Liceo Forteguerri di Pistoia che abbiamo frequentato assieme. Doveva essere una classe di fissati con la politica. Ad un certo punto, lui era sindaco socialista di Siena, io vicesindaco socialdemocratico di Firenze, un altro compagno di studi vicesindaco socialista di Pistoia, un altro ancora senatore del MSI. Una classe di fissati, ma pluralisti.

Mazzoni della Stella ha sempre avuto una riconosciuta qualità: sa cogliere il nocciolo dei problemi con immagini fulminanti che sono altrettante battute: “credimi, i derivati sono una questione marginale. Prima che questi si vendessero l’argenteria, quelle perdite sarebbero state, al massimo, come togliere un pelo ad un bove.”

Vediamo perché: “nel 1997, pur da vicepresidente, ho firmato il bilancio di MPS, già SpA, ma non ancora quotata in borsa. Lo feci in sostituzione di Giovanni Grottanelli De’ Santi che nel frattempo era diventato presidente della Fondazione. Un bilancio certificatissimo, per il passaggio da Istituto di Credito di diritto Pubblico a SpA e per lo scorporo tra patrimonio della Fondazione (all’epoca la più ricca di Italia) e patrimonio bancario. Ecco, tramite quel bilancio, Banca MPS “esibiva” 14.460 miliardi di lire di patrimonio netto ai fini di vigilanza e plusvalenze implicite calcolate prudentemente tra 15.000 e 20.000 miliardi di lire”.

Faccio immediatamente il conto della serva, e devo constatare che i 14 miliardi di euro evocati da Beppe Grillo nell’ultima assemblea societaria, i soldi che sarebbero spariti in questi 15 anni, sono tutt’altro che una bufala. “Guarda – mi dice Vittorio – per avere un’ idea ancora più vicina alla realtà, torniamo ai nostri primi manuali di diritto e consideriamo oltre al “danno emergente” anche il lucro cessante”. I soldi bruciati, una massa sicuramente enorme, avrebbero naturalmente dato i loro frutti. Consideriamo anche questo, ed ecco che i 14 miliardi di Grillo sono una approssimazione per difetto”.

Una voragine, che chiama in causa un cumulo di responsabilità. Altro che derivati!

“I derivati? E’ come se uno facesse una strage e, dopo averla fatta, tirasse un calcio ad un cane. Ci sono due filoni di comportamenti da tenere distinti. Sul primo, gli illeciti penali, sono da sempre e come sempre garantista. Se la vedranno i magistrati e le varie parti in causa, danneggiati e danneggiatori. Posso dire che una volta tanto il mio garantismo trova conforto nel fatto che anche la magistratura senese è garantista ed estremamente cauta”.

Credo di avere capito e porto la conversazione su un piano maggiormente esplicito. Per esempio, come mai proprio ora tutto questo casino,questa accelerazione, dopo polemiche, voci, che avevano lasciato immutata la situazione. Una sorta di stallo perpetuo.

“Una manina fatata ha passato il materiale al Fatto Quotidiano. Era passato troppo tempo da quando, nel 2010, gli ispettori di Banca Italia avevano accertato i prodotti tossici e la tenuta irregolare dei libri. Ed anche la trasmissione da parte degli attuali vertici, lo scorso ottobre, di una scottante documentazione a procura, Banca di Italia e Consob non aveva avuto miglior fortuna.”

Evidentemente qualcuno non si è fidato di coloro che sono chiamati a vigilare e adottare provvedimenti. “C’è un regolamento di conti all’interno di una vicenda che è criminale. Della quale, però, sono già del tutto evidenti le responsabilità politiche. Una Banca tra le più solide è stata spolpata e rapinata sistematicamente ed usata per alimentare quel potere che è il solito che poi decide sugli assetti dei vertici bancari. Una spirale nella quale si è finiti col giocare in maniera sempre più spregiudicata, spinti anche dalla volontà di coprire gli errori e le porcherie precedenti.

Si sono comportati come giocatori di azzardo che cercano di rifarsi con colpi sempre più arrischiati. I derivati dopo la acquisizione di Antonveneta. Antonveneta dopo la Banca del Salento. Perché la Banca del Salento, quando fu acquisita, esibiva un patrimonio netto da 440 miliardi di lire e fu pagata oltre sei volte il suo valore. Io, poi, preferirei comperare Antonveneta a 9 miliardi di euro che il Salento a 2,5 miliardi di euro”.

Proprio questi due acquisti, si sa, sono da tempo indicati come due dei maggiori errori compiuti dalla Banca e da chi ne era a capo. Errori che si trascinano dietro un cumulo di chiacchiere sulle quali solo la magistratura potrà dire una parola definitiva. Ma l’idea di scaricare tutto sul management della Banca o della Fondazione, proprio non sta in piedi.

“La classe politica di Siena, che ha deciso Sindaci, Presidenti della Provincia e, di conseguenza i vertici di Fondazione e Banca MPS, è sempre stata PDS, DS, Ulivo, PD. Gli altri, il PDL, sotto il tavolo aspettando le briciole, ed anche questo spiega molto. Con gli amministratori nominati dalla politica della prima repubblica, dunque con i ladri per antonomasia, il Monte dei Paschi esibiva i conti che ti ho detto prima. Aveva 23.000 dipendenti contro i 31000 di oggi.

I dirigenti erano una cinquantina e sono arrivati a 500 prima che ne mandassero 150 in pensione anticipata. E tutto questo, bada bene, nonostante la drastica riduzione del perimetro del Monte dei Paschi che possedeva Banca Toscana, Credito Lombardo, Cassa di Risparmio di Prato, Steinhauslin, e altri istituti e filiali in mezzo mondo”.

L’affresco mi sembra sufficientemente completo. Va da se che le responsabilità non riguardano la sola classe politica senese del PD. Come minimo occorre allargare l’orizzonte all’intera Toscana, ove il ruolo della banca senese, a condizionamento e intreccio con la politica non è meno evidente.
Ma è il minimo, appunto.


Ancora: Marco Lillo (notevole l’articolo): “Bankitalia: la Vigilanza che non volle ascoltare”, qui; Cesare Peruzzi: “Mps, la Fondazione vende il 10%”, qui; Mazzoni della Stella: “Giocatori da Casinò che hanno dilapidato un patrimonio enorme”, qui, Libero sulle tangenti, qui; Dagospsia: “L’affare s’ingrossa”, qui.

Vittorio Feltri sulle critiche a Berlusconi per quanto ha detto su Mussolini (ossia: che ha fatto anche cose buone): “Si attaccano al Duce per oscurare il Monte”, qui.


Letto 2419 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart