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Casini e Fini fanno buon viso a cattivo gioco

5 Gennaio 2013

di Ugo Magri
(da “La Stampa”, 5 gennaio 2013)

Per mettere finalmente ordine nella babele delle sue liste, il Prof ha tirato una riga sulla lavagna: di qua espressioni e movimenti della società civile, di là politici e partiti. La cesura tra «nuovo » e «vecchio » appare a questo punto talmente netta, la distinzione così radicale, da far pensare a un cordone sanitario teso da Monti per evitare contaminazioni reciproche. Quasi che la partitocrazia sia radioattiva e richieda una quarantena.

La differente dignità balza agli occhi. I protagonisti della società civile troveranno posto sotto il simbolo «Per Monti presidente – lista civica », e sempre più saranno il cuore dell’alleanza: con loro il premier si impegnerà a fondo, su di loro riporrà le speranze di scardinare il bipolarismo Pd-Pdl. Gli altri, invece, saranno confinati sotto le insegne di Casini (Udc) o di Fini (Fli). Guai a effigiarli come la «bad company », precisa Monti, salvo aggiungere che «la lista civica non includerà parlamentari ».
I politici vittime dell’«apartheid » la vivono in chiave zen. Quello che conta, argomentano, è guardare avanti: «ora incomincia la campagna elettorale » per cui «si parte con entusiasmo ». Però è giudizio unanime che la formula decisa per la Camera (al Senato la lista unica non ha avuto mai alternative) penalizzi i due partiti tradizionali dell’alleanza, esposti all’«effetto risucchio ». Se vorranno spingere la coalizione oltre il 10 per cento, e garantirsi una rappresentanza parlamentare quale che sia l’esito delle urne, Udc e Fli dovranno gridare forte «viva Monti ».

Sennonché in questo modo faranno propaganda proprio alla lista civica concorrente, l’unica che nel simbolo recherà il nome del Professore. Un po’ come aggrapparsi alla corda che ti sta soffocando… «Non avevamo alternative », allargano le braccia Fini (e Casini). Colpa della legge elettorale, che vieta di spendere il nome di Monti su tutte e tre le liste collegate per la Camera. «Siamo andati al ministero dell’Interno, ma ci hanno dato conferma che proprio non si può ». A quel punto, o lista unica (ma con ecatombe di «politici » a vantaggio di personaggi fuori del Parlamento), oppure ognuno per sé (e il richiamo a Monti solo sulla «sua » lista civica). È prevalsa la seconda ipotesi in quanto «male minore », «scelta necessitata », e al tempo stesso «atto di generosità » dei tanto bistrattati partiti nei confronti del premier.

Non risultano scontri dietro le quinte. Anzi, clima operoso nel comitato operativo di via Properzio, da dove tutto si dipana. Si compone di Romano e Calenda per Italia Futura, più Alfonso quale regista della comunicazione; di Libé e De Poli in rappresentanza dell’Udc, con Rao più che mai nella sua veste di «spin doctor »; di Della Vedova un po’ per conto di Fini e un altro po’ proiezione dello stesso Monti; infine, vi partecipano collaboratori strettissimi del premier e del ministro Riccardi, sempre meno impacciati dal doppio ruolo politico e istituzionale ma tuttora poco inclini al protagonismo. Le vere tensioni si scateneranno nel momento di stilare le liste. Il criterio deciso da Monti è di escludere quei parlamentari con più di tre legislature alle spalle, vale a dire eletti nel precedente millennio. Saranno ammesse due eccezioni per ogni partito. Oltre a se stesso, Fini potrà salvare Bocchino. E Casini lanciare una ciambella di salvataggio a Buttiglione (a Cesa no, perché non ne ha bisogno essendo giovane di Parlamento). Specie tra i fuggiaschi dal Cavaliere, lunga sarà la lista dei delusi…


La stampa europea boccia Monti
di Andrea Cuomo
(da “il Giornale”, 5 gennaio 2013)

Roma Era l’uomo che, secondo una copertina di Time, forse avrebbe salvato l’Europa. L’uomo per cui mezzo continente e anche un po’ di mondo si strappò le vesti quando, l’8 dicembre scorso, a sera, annuncio che avrebbe lasciato Palazzo Chigi.
Ma è bastato che Mario Monti svestisse i panni del tecnico saggio, presentabile ed english speaking per indossare quelli del politico rissoso e prezzemolino per essere scaricato dall’adorante stampa straniera.
L’affondo più duro arriva dall’Economist. Il settimanale britannico constata che l’esordio di Monti «non è stato dei più propizi » e si preoccupa per il peso del fattore M sulle prossime elezioni italiane: «Paradossalmente – si legge – è il rassicurante Monti che molto probabilmente potrebbe causare un risultato instabile nella forma di un Senato sospeso ». La vignetta che accompagna l’articolo raffigura Monti e Berlusconi che si accingono a fare a pugni davanti a un Bersani sghignazzante. Infatti per il foglio economico l’unico ruolo che Monti potrebbe avere è offrirsi da stampella a un Pd vincitore zoppo «come partner di una coalizione e, soprattutto, come contrappeso alla sinistra radicale ». Quella che «con il suo incessante criticismo ha contribuito al crollo dell’ultimo governo di centrosinistra ».

Anche il Financial Times, dopo aver invocato la «ascesa » in campo di Monti, sembra ora piuttosto perplesso dalla piega degli eventi: «Monti attacca i rivali estremisti », è il titolo dell’articolo che racconta il nuovo volto «energico » del Professore (che però «rischia di attirare il loro fuoco su di sé e sulla sua agenda di riforme pro-europea, rischiando una dura sconfitta ») e ne sottolinea le criticità. «Monti – si legge – è vulnerabile su due fronti: la triste performance dell’economia italiana nell’ultimo anno e la scelta dei suoi alleati politici ». Non solo: il piglio impetuoso del Professore «potrebbe danneggiare anche la prospettiva di una potenziale coalizione di governo con il centrosinistra, l’attuale favorito per la vittoria ». Caro Monti, non ne azzecchi più una.
In Germania è Die Welt a raccontare ai suoi lettori il nuovo Monti in «guantoni da boxe » che picchia a destra e a manca. I toni pacati celano una certa delusione da parte del giornale tedesco. «Il contegno diplomatico del Professore da questa settimana è finito. Da tecnocrate si trasforma in un baleno in politico ». La Sueddeutsche Zeitung racconta di una campagna elettorale «poco chiara » e con «molti punti interrogativi ». «Monti al momento ha più problemi », scrive la Sz, secondo cui il Professore, dovendo compiere un’operazione da «funambolo » che «potrebbe danneggiare la sua immagine di navigato paterno esperto di economia ». «Monti non vuole essere né di destra né di sinistra, e nemmeno appartenere a un particolare partito.

Vuole essere invece al vertice di un movimento civico riformista e proeuropeo. A questo gli elettori italiani, che da decenni conoscono una chiara situazione politica, non sono abituati », si legge. Inoltre, la campagna di Monti «è ancora vaga », aggiunge il giornale, citando le incertezze su simbolo e liste. Per il quotidiano bavarese «se Monti vuole partecipare alla discussione col prossimo governo deve accordarsi con Bersani ». Ma fino a che punto i due, «vogliono tirare la loro linea di conflitto? ». Un dubbio fatidico. «Agli elettori dovranno essere chiarite molte cose nelle prossime settimane », conclude la Sz. Ascesa e declino di un superman.


Mario Monti, disegno autoritario
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 5 gennaio 2013)

La scusa è che Monti sia un politico ancora in rodaggio e che stia pagando il suo noviziato nella campagna elettorale compiendo errori comportamentali e lessicali (le richieste di silenziamento di Fassina e Vendola e le sgradevoli allusioni alla statura di Brunetta) che saranno corretti non appena avrà terminato il suo corso accelerato di recluta politica. La verità è completamente diversa. Ed è grave che non venga rilevata con l’intensità e l’attenzione che merita. Perché questa disattenzione o sottovalutazione rendaono ancora più pesante il pericolo che grava sul nostro paese. La verità, infatti, non è che con la sua altezzosa aggressività Monti stia pagando un qualche prezzo alla propria iniziazione alla politica. È, al contrario, che l’attuale presidente del Consiglio la fase della iniziazione l’ha esaurita da tempo immemorabile. E che ora non sta facendo altro che manifestare con tutta chiarezza la sua reale natura di politico fin troppo navigato e, soprattutto, ben deciso a portare avanti con il proprio stile personale fatto di aggressività e presunzione il suo progetto di passaggio dalla Seconda alla Terza Repubblica.

Altro che rodaggio e corso d’addestramento recluta! Monti usa il proprio ruolo di Capo del governo, il sostegno dei grandi media del paese e la copertura del Quirinale e di alcune cancellerie europee per spezzare lo schema bipolare della Seconda Repubblica e realizzare uno schema tripolare in cui il centro rappresentato da se stesso e dai mini-partiti della sua coalizione possa diventare l’asse politico del paese. Lo fa con abilità ed energia. E, soprattutto, con una ferrea determinazione e con l’aggressività e la violenza necessarie a far saltare un meccanismo favorito da una legge elettorale di impianto bipolare ed in funzione da una ventina d’anni. La sua, in sostanza, è una battaglia. Non c’è affatto da stupirsi se la combatte con tutte le armi a sua disposizione e con l’arroganza di chi sa di avere alle spalle protezioni talmente alte ed inattaccabili da sfidare il parere basso ed aggirabile del corpo elettorale.

Lo stupore e la preoccupazione, semmai, dovrebbero scattare nel momento in cui appare fin troppo evidente che la battaglia di Monti resa ad archiviare la seconda Repubblica bipolare non è diretta alla realizzazione di una Terza Repubblica fondata su regole democratiche e sulla volontà popolare ma è tesa a dare una risposta di tipo autoritario alle difficoltà ed ai problemi posti dalla grande crisi. Monti non è un politico tradizionale. È un politico anomalo, che deve la sua prestigiosa carriera non all’applicazione delle regole della democrazia ma al sistema della designazione e della cooptazione dirigista. È da sempre un nominato che non è mai stato eletto e che anche alle prossime elezioni non sarà direttamente candidato.

Questa particolare condizione, unita ad una esasperata convinzione della propria superiorità intellettuale e morale ed alle circostanze che lo hanno trasformato nel terminale dei grandi poteri nazionali ed internazionali, lo spingono a concepire la Terza Repubblica destinata a sorgere dalle ceneri della Seconda sulla base di un modello rigidamente elitario e poco democratico. Non si tratta di un modello innovativo. Per uscire dalla crisi del ‘29 i paesi di minore tradizione democratica scelsero la scorciatoia dei sistemi autoritari o semi-autoritari. Per uscire dalla crisi dell’inizio del terzo millennio i poteri forti interni ed internazionali di cui Monti è il terminale sembrano aver scelto per il nostro paese una analoga scorciatoia. Quella che dovrebbe sostituire al leaderismo della Seconda Repubblica il cesarismo dell’uomo solo al comando non per volontà popolare ma per superiore designazione. L’Agenda Monti, quindi, nasconde un rischio. Che è quello di finire dalla brace dell’ingovernabilità alla padella della democrazia autoritaria.


La classe burocratica prende il potere
di Piero Osteltino
(dal “Corriere della Sera”, 5 gennaio 2013)

Monti dice, in conferenza stampa, che veglierà su e controllerà se la coalizione nata in suo nome sa ­rà, una volta al governo, fedele all’Agenda intor ­no alla quale si è costituita. C’era da aspettarsi che qualcuno dei giornalisti presenti gli ponesse qualche domanda: «A quale titolo lei, neppure eletto, controlle ­rà Parlamento e governo? Lei chi è, istituzionalmente e politica- mente, per assumere tale ruolo? Escluso dalla Costituzione il vincolo di mandato popolare, quale fondamento avrà questo mandato imperniato su un canovaccio scritto da lei stesso (l’Agenda Monti) e sulla sua persona? ». Ma nessuno lo ha fatto.

Succede che l’attuale premier, catapultato al governo dal ca ­po dello Stato incauto fautore di una specie di salazarismo al ­l’italiana, dica, armato solo di una certa professorale prosopo ­pea, che esprimerà un suo giudizio sul dopoelezioni senza aver ­ne alcun titolo. Succede che un giornalismo servile gli ponga domande che postulano risposte elusive e, forse, prefabbricate, tradendo un’opinione pubblica già poco informata e conformi ­sta. Succede che il dispotismo burocratico-amministrativo ne eroda, ogni giorno, le libertà individuali e i diritti soggettivi sen ­za che i cittadini se ne accorgano. Succede che una certa deriva totalitaria, già aggravata dalla politica fiscale del centrodestra, si accentui col governo tecnico. Ma accade anche, contempora ­neamente, che chi denuncia l’andazzo sia accusato di lesa maestà; come, un tempo, chi raccontava la disastrosa realtà dell’Unio ­ne Sovietica â— poi dissoltasi per implosione â— fosse accusato di «anticomunismo viscerale ».

Così, il rappresentante del ­l’economia di relazioni che pre ­siede all’antimeritocratica forma ­zione della classe dirigente, può, nell’indifferenza generale, minac ­ciare â— non si sa se per congeni ­ta ambiguità, se per oggettiva carenza di cultura politica, se per convinzione â— di scardinare ciò che resta della nostra già ina ­deguata democrazia rappresentativa. Così, l’unanimismo impli ­cito nell’Agenda Monti â— una serie di prescrizioni, su «come dovrebbe essere l’Italia », che si contrappone a una serie di de ­scrizioni su «come è l’Italia » (un salto logico non spiegato e non spiegabile) â— e il ruolo di «salvatore della Patria » del pro ­fessore possono tradursi in una riedizione della «solidarietà na ­zionale » e dei «governi di unità nazionale ». Che avevano, alme ­no, la giustificazione di legittimare la partecipazione del Parti ­to comunista al governo nei momenti di crisi, mentre ora â— riducendo l’autonomia della società civile e subordinandola al ­la totalizzante sfera pubblica â— sono l’espressione di una con ­cezione organicistica, di Stato e società, più congeniale al cor ­porativismo e all’autoritarismo fascisti che compatibile con la «democrazia delle regole », competitiva, e conflittuale, condi ­zione dell’alternanza al governo di forze concorrenziali, garan ­zia di libertà, di innovazione e di crescita, del liberale Luigi Ei ­naudi.


Vite parallele dei due ayatollah della politica
di Marcello Veneziani
(da “il Giornale”, 5 gennaio 2013)

È curioso, ma le due «novità » della politica italiana si presentano agli antipodi ma poi marciano paralleli come binari.
Dico di Monti il Catatonico e Grillo il Catastrofico. Per cominciare, ambedue sono lupi grigi dell’antipolitica, anche se uno ha il pelo cotonato con la permanente, come la perpetua d’un pastore protestante tedesco; l’altro ha il pelo arruffato e ispido per l’indignazione permanente. Ambedue si presentano come estranei alla politica, con un disprezzo – malcelato il primo, esibito il secondo – verso ciò che odora di politica e di bipolarismo, di storia e di partito. E soprattutto ambedue scendono, salgono o si tuffano in politica ma non si sottopongono al voto del popolo sovrano. Sono mandanti delle loro liste, sono ayatollah, ma non candidati.

Monti è un ergastolano di Palazzo Madama, nel senso che è senatore a vita, si può votare in suo nome ma non si può segnare il suo Nome invano. Vecchie lenze e torbidi mandrilli faranno le sue veci. Grillo scende in piazza e in mare, si tuffa sulla gente e predica sul web, ma anche lui non si sporca a candidarsi, manda una turba di ignoti il cui unico titolo di merito è che scendono dal pero, cioè sono principianti assoluti. Sicché avremo due movimenti teocratici, perché il loro Capo sarà invisibile e veglierà dall’alto dei cieli: il cielo sopra Berlino nel caso di Monti, l’etere del web nel caso di Grillo. Monti ha la faccia come l’incudine e Grillo fa il martello. Finché in mezzo ci capitano i partiti, va bene. Ma se ci siamo noi cittadini, sono dolori.


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Bart