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«Cavaliere legittimato, non ha voti di serie B. È giusto confrontarsi »

7 Aprile 2013

Monica Guerzoni intervista il capogruppo dei deputati del Pd Roberto Speranza
(dal “Corriere della Sera”, 7 aprile 2013)

ROMA – «Dire che il Pd non può scegliersi l’avversario politico è una cosa intelligente e giusta, io la condivido ». Non era scontato, presidente Roberto Speranza. Lei è il capogruppo dei deputati del Pd, quindi un bersaniano di ferro.
«Ho letto l’intervista di Franceschini non in contraddizione con la linea di questi mesi, anche sul piano della cultura politica ».
Non è una rottura?
«Al contrario, la sua posizione sta dentro una riflessione che il gruppo dirigente ha avviato da settimane e assume un punto di vista con più coraggio. Immaginare che sia una parte a scegliere chi comanda nell’altra non è nel novero delle cose reali. La legittimazione di Berlusconi arriva dai voti, i nostri non sono di serie A e i loro di serie B ».
Novità importante… Berlusconi non è più il demonio. Ci si può dialogare e magari fare anche un governo assieme?
«Il tema del dialogo è fuori discussione, Bersani stesso si è detto disponibile a incontrare l’ex premier. Il punto è l’esito, la formula politica. Alla domanda di cambiamento emersa dal voto bisogna rispondere con una traiettoria adeguata, non con una formula sbagliata, di arroccamento contro le forze antisistema ».
Le fa paura Grillo, quando dice che se il Pd fa un governo con il Pdl la gente prende i bastoni?
«Non dobbiamo avere paura di confrontarci con gli altri. Ma non significa fare un governo con ministri del Pd e del Pdl, non è la scelta della direzione nazionale. La prospettiva non è una formula politicista come il governissimo, è quel governo di cambiamento di cui l’Italia ha bisogno ».
Qual è la sua formula?
«Un governo che conti in primis sulla forza parlamentare del centrosinistra e che sia capace di interpretare la domanda di cambiamento, anche oltre i confini del nostro schieramento. Quello che è chiaro è che l’alternativa non può essere o voto anticipato o alleanza stretta tra Pd e Pdl ».
L’ex segretario parla di governo di transizione.
«Come faremo tecnicamente, anche sul piano parlamentare, lo si vedrà con il passare dei giorni. Per ora noi stiamo alle decisioni prese. Nessuno scambio inaccettabile, ci muoviamo dentro il mandato costituzionale cercando una modalità condivisa per eleggere il capo dello Stato ».
Dopodiché c’è il governo…
«Il confronto sul Quirinale può creare condizioni migliori per farlo nascere. La nostra proposta sulle riforme istituzionali l’abbiamo avanzata a tutte le forze politiche, ma il tema del governo ha bisogno di uno sbocco sul terreno del cambiamento. Però il giudizio sugli anni di Berlusconi a Palazzo Chigi non cambia, sarebbe fuorviante ».
Bersani resta isolato?
«È un’immagine sbagliata, il Pd ha dimostrato nei momenti decisivi di saper essere unito nell’interesse del Paese ».
Sulle commissioni 30 deputati si sono smarcati dalla linea del Pd. Riuscirà a tenere il gruppo?
«Il Pd non è una caserma, si discute. Tutti i nostri parlamentari, non solo quelli che hanno firmato il documento, hanno fretta di impegnarsi. Ma nel pieno rispetto dell’ordinamento e in coordinamento col Senato ».
Barca è pronto a guidare il Pd. E Bersani, è pronto a cedergli il posto?
«Bersani è il segretario. Oggi il tema per il Pd non è il congresso e non sono le primarie per la premiership. Il punto è il governo. Quando una personalità di valore come Barca decide di stare nel campo della politica se ne arricchisce la democrazia ».
Se non farete le primarie Renzi farà la scissione.
«Le primarie si fanno quando si vota, non quando si fa un governo. Scissioni io non ne vedo ».


Il binocolo rovesciato
di Luciano Fontana
(dal “Corriere della Sera”, 7 aprile 2013)

Immaginiamo per un momento di vivere in un Paese con una classe politica seria, preoccupata delle difficoltà che ci tormentano da un tempo ormai lunghissimo. Questa classe politica avrebbe preso atto immediatamente che dalle urne del 24 febbraio non era uscito un vincitore capace di formare subito un governo e che il vero trionfatore (il movimento di Grillo) non aveva alcuna intenzione di fare accordi con gli altri partiti. Avrebbe imboccato la strada faticosa del dialogo tra le altre forze politiche (sinistra, centrodestra e montiani) per un’intesa che mettesse da parte le ostilità e la propaganda. Un accordo con pochi punti di programma per tirare fuori l’Italia dalla crisi. Non è impossibile, è successo in Paesi come la Germania e l’Olanda che hanno avuto leader politici consapevoli del proprio ruolo. Un mese e mezzo è invece passato da quel voto e nulla è accaduto. Siamo nel pieno di una commedia all’italiana che una volta divertiva e ora solo preoccupa l’opinione pubblica.

Un numero incredibile di giorni è stato perso da Pier Luigi Bersani nell’ostinato tentativo di convincere qualche parlamentare grillino a dargli il via libera in Parlamento. Tra le pagine più umilianti della sinistra italiana resterà certamente l’incontro con i due capigruppo del Movimento 5 Stelle, con la supplica a trovare un accordo respinta con supponenza. Bersani è tornato a mani vuote dal capo dello Stato, il suo preincarico è svanito. Si è ritirato in un silenzio misterioso ma il suo circolo magico non trova di meglio da fare che alimentare una guerra fratricida con Matteo Renzi, l’unico leader in cui gli elettori della sinistra sembrano conservare ancora fiducia.

Lo spettacolo offerto dal movimento grillino e dal suo leader è per alcuni aspetti ancora più preoccupante. Dalla messa in scena dell’«uomo mascherato » (l’ex comico che si traveste per sfuggire ai giornalisti) alle continue minacce di espulsione per chi ha un’opinione diversa da Grillo e Casaleggio. Dalle prestazioni parlamentari in stile «dilettanti allo sbaraglio » alle scampagnate con il trolley per destinazioni sconosciute dove ricevere il verbo del capo. Il voto di protesta degli italiani che hanno scelto M5S meritava tutto questo?

Di quello che resta dell’alleanza centrista c’è poco da dire: tanta litigiosità interna e scarsa rilevanza. Il Pdl infine, anzi Silvio Berlusconi, perché del partito si sono perse le tracce. Dal suo ritiro di Arcore arrivano segnali contraddittori: un giorno si suona la carica del ritorno al voto, un altro si chiede a un Pd riluttante di garantire l’elezione di un presidente della Repubblica espressione dei moderati e la formazione di un governo di larga coalizione.

Per non farci mancare nulla abbiamo anche avuto saggi che non dimostrano un briciolo di saggezza, parlando a ruota libera. La scena politica è sempre più dominata dai blitz telefonici della dissacrante trasmissione radiofonica La Zanzara e dalle imitazioni di Crozza.

Restano poco più di dieci giorni per mettere fine al più incredibile dopo voto della storia repubblicana. I partiti e i loro leader possono ancora dimostrare che sono in grado di trovare un’intesa sul nome del nuovo capo dello Stato, che sarà eletto dal 18 aprile. Una personalità che rappresenti l’unità nazionale e sia dotata di forza politica e credibilità internazionale. Una scelta unitaria che può aprire la strada a un governo che si concentri sull’emergenza economica e sociale, realizzi finalmente le riforme per la moralizzazione della politica e dei suoi costi, vari una nuova legge elettorale che restituisca ai cittadini il potere di scegliere i parlamentari e l’esecutivo.

Lo chiamino come vogliono: governo di larghe intese, di scopo, istituzionale, di tregua. La cosa importante è che definisca un programma limitato ma incisivo e che abbia la durata sufficiente per realizzarlo. Alle domande contenute nel voto di protesta non si risponde scimmiottando o inseguendo gli umori alterni dei nuovi eletti a Cinque Stelle ma mettendo in campo misure efficaci per aiutare le imprese che chiudono e gli italiani che perdono il posto di lavoro. Senza ostilità preconcette e complessi di superiorità di cui non si sente davvero il bisogno.


Lo strappo dei banchieri centrali
di Francesco Guerrera
(da “La Stampa”, 7 aprile 2013)

«Tre uomini soli sono al comando ». Le parole di Mario Ferretti, che lui usò al singolare per immortalare Fausto Coppi, tornano utili per descrivere il momento unico della finanza mondiale.

Tre uomini – Ben Bernanke, Mario Draghi e, da questa settimana, Haruhiko Kuroda – sono al comando dell’economia del pianeta. Dietro i tre banchieri centrali d’America, Europa e Giappone, un gruppone d’investitori che segue ogni loro movimento con un solo obiettivo: fare soldi nonostante le difficili condizioni dei tre grandi blocchi del cosiddetto mondo sviluppato.

Il frangente è quasi storico. Dopo la crisi finanziaria del 2008-2009, i grandi signori del capitalismo – le banche, le società e i fund managers – hanno abdicato la loro supremazia sui mercati. Al loro posto sono ascesi i burocrati di Washington, Bruxelles e Tokyo su un trono sorretto dalle pile di denaro stampate per resuscitare le economie di mezzo mondo.

La Federal Reserve, la Banca Centrale Europea e la Banca del Giappone hanno già iniettato 4700 miliardi di dollari nelle vene del capitalismo mondiale. Tanto per darvi un’idea, la somma è più del doppio del prodotto interno lordo dell’Italia. Le misure annunciate questa settimana da Kuroda per sconfiggere la depressione che affligge il Giappone da decenni, potrebbero aggiungere altri 1400 miliardi.

Le dosi da cavallo sono giustificate. La crisi di cinque anni fa ha paralizzato mercati, consumatori ed aziende. Il crollo della Lehman Brothers, la recessione negli Usa ed in Europa, e l’incertezza sul futuro hanno forzato i tre attori principali a prendere decisioni razionali ma deleterie per l’economia mondiale.

I mercati si sono buttati subito su beni-rifugio quali il dollaro e le obbligazioni del governo americano, lasciando società ed individui senza denaro per prestiti e mutui. I consumatori spaventati dalla crisi, hanno fatto catenaccio – ripagando debiti, risparmiando ogni spicciolo e riducendo consumi discrezionali come le cene al ristorante, la macchina nuova e le vacanze all’estero. E le aziende non sono state da meno, tagliando costi e posti di lavoro e rimandando grandi investimenti fino a quando la situazione non migliora.

«Era l’economia del “non vale la pena” », mi ha detto un banchiere di Wall Street. «Nessuno voleva rischiare ».

E allora a rischiare sono state le banche centrali. Il ragionamento di Draghi and company è stato: a mali estremi, estremi rimedi. Se i motori dell’economia hanno paura di spendere denaro, abbassiamo il costo del denaro. E diciamo ai mercati che le nostre misure continueranno fino a quando non vediamo risultati concreti. O, come disse proprio Draghi, «faremo tutto il possibile » per salvare l’economia europea. E quella americana. E quella giapponese.

E’ per questo che parlo di momento storico. Un intervento monetario così massiccio e co-ordinato dalle tre banche centrali più importanti del mondo (sorry, Banca d’Inghilterra…) non si era mai visto.
Anche i risultati sono senza precedenti. Dopo un primo periodo di assestamento, e con la pausa della crisi europea, i mercati hanno risposto con entusiasmo alle mosse dei banchieri.

Tra tassi d’interesse bassissimi, interventi nel mercato del reddito fisso e svalutazioni monetarie, gli ultimi anni sono stati un paradiso per gli speculatori. Bernanke e i suoi lo hanno detto ripetutamente: vogliamo che gli investitori rischino di più perché solo quando gli «spiriti animali » di Keynes governano i mercati, le economie possono ritornare a crescere.

Il gruppone degli investitori ha seguito gli uomini al comando. Più rischio? Ecco i mercati azionari in America toccare nuovi record. Più rischio? Ecco i buoni del tesoro italiani e spagnoli vendere come churros appena sfornati. Più rischio? Certe obbligazioni «esotiche » che pensavamo, e speravamo, dimenticate dopo la crisi sono di nuovo di moda tra investitori grandi e piccoli.

Il bello, per gli investitori, è che questa corsa verso le parti meno sicure dei mercati finanziari non è stata sanzionata, anzi perfino incoraggiata, da banche centrali alla disperata ricerca di crescita. E’ come se dei genitori dessero il permesso ai figli teenager di fare una festa con alcol e marijuana quando sono via per un paio di giorni.

Come finirà? Dipende tutto dal quando le banche centrali decideranno di mettere fine all’era del permissivismo. William McChesney Martin, Jr, che fu a capo della Fed dal 1951 al 1970, disse che il ruolo della banca centrale è di portare via la coppa del punch quando la festa incomincia a farsi interessante.

Per ora, Bernake, Draghi e Kuroda non fanno altro che ri-riempire la coppa. Prima o poi, però, ritorneranno in cucina e ritireranno i miliardi di stimolo, lasciando i mercati a cavarsela da soli.

I banchieri centrali giurano che quel momento è molto lontano, che le economie sono ancora troppo deboli, lo spettro dell’inflazione inesistente. I mercati per ora ci credono ma gli investitori più intelligenti sanno che stanno giocando alla roulette russa con le banche centrali.

«E’ tutta una questione di tempo », mi ha detto il capo di uno dei più grandi fondi d’investimento americani questa settimana. «Quando la musica smette, in molti si troveranno senza sedia ».

Il problema più serio, però, è che tutto questo stimolo sembra solo aiutare gli speculatori. L’economia reale rimane debole, sia in Europa, sia in America – basta guardare ai dati sul mercato del lavoro Usa usciti venerdì.

Vista la latitanza delle forze politiche, che non vogliono assolutamente rischiare l’impopolarità con misure di austerità o aumenti di tasse, i tre banchieri non hanno scelta: devono continuare a pompare denaro fino a quando l’economia non si riprende. Anche se stanno creando bolle speculative. Anche se qualche investitore ci perderà la camicia e forse anche di più.
Il vero pericolo per i tre uomini al comando è che la loro fuga si riveli una corsa verso il nulla.

Francesco Guerrera è il caporedattore finanziario del Wall Street Journal a New York


Altro che vittoria in tasca: Renzi stia attento al lupo
di Paolo Guzzanti
(da “il Giornale”, 7 aprile 2013)

Attenti al lupo. Il lupo è l’illusione della vittoria in tasca. L’illusione di essere già al potere con la propria «squadra di governo » come diceva il povero Bersani. L’illusione di avercela già fatta e di potersi vendere con imprudente anticipo la pelle dell’orso con quel che segue.

A Renzi direi di stare attento perché potrebbe essere il suo turno ed essere divorato dal lupo dell’illusione se non sta attento a premunirsi contro il miraggio della vittoria in tasca. Ricordate Achille – Akela – Occhetto e la sua gioiosa macchina da guerra? Oppure ricordate Mario Segni che aveva l’Italia ai suoi piedi e che perse il tempo perfetto, l’attimo sfuggente e rimase solo? Oppure l’ascendente illusione di Pier Ferdinando Casini che pensava di incamerare consenso indicando Mario Monti come il faro dell’umanità, la luce oltre il tunnel, la soluzione di tutti i problemi? Fu una beffa fra le più grottesche: il popolo udiccino, udito il proprio leader che inneggiava a Monti come un tempo si poteva inneggiare solo alla Madonna, si chiese per quale motivo non avrebbe dovuto saltare a piè pari Pier Ferdinando e votare direttamente il Mario col Loden, che potrebbe essere stato il titolo di una canzone di Jannacci, un Vengo anch’io, no tu no.
E poi la meteora a cortissima gittata di Monti stesso, l’astro, l’uomo per il quale fu creato un preventivo scranno di senatore a vita manco fosse stato il padre della Patria, il quale ha fatto un imbarazzante flop. O meglio: come abbiamo appena detto, prese i voti che prima appartenevano a Casini e se li è incamerati, ma senza aggiungere nulla. Scippo pulito, Casini tratto in salvo sul gommone degli emigranti e sottoposto a respirazione artificiale al Senato.
Il caso di scuola rappresentato da Gianfranco Fini e dal suo Fli è noto. Non sarò così vile da non ricordare a me stesso e a chi mi legge che feci parte anch’io brevemente di quell’illusione che però in me svanì non appena mi resi conto che non esisteva alcuna soluzione pronta e nemmeno una ipotesi di maggioranza parlamentare. Fini il divo della destra post fascista, della riforma della destra, l’uomo che con Casini tentò da alleato di mettere molti bastoni fra le ruote di Berlusconi e poi di contendergli la leadership e rimasto con un pugno di mosche, addirittura fuori dal Parlamento, altro caso di scuola perché Fini ha seguito il destino beffardo del presidente della Camera Fausto Bertinotti e quello ormai stagionato di Irene Pivetti, la Giovanna d’Arco della Lega poi finita con Mastella, anche lei a spasso dopo i sogni di gloria.

Per i meno giovani ricordo il caso di Bettino Craxi quando pensava di aver conquistato la leadership della sinistra, ma non riuscì mai a sfiorare il 20 per cento, prima di essere travolto dalla vendetta dei suoi nemici e dalle condanne a mio parere assolutamente ingiuste.
Ma torniamo a Matteo Renzi. Ai miei occhi il suo pregio, il suo valore aggiunto sta nel fatto che è il primo quasi-leader dell’ex Pci totalmente esente dal gene comunista. Tu vedi Bersani e riconosci nei modi e nelle forme il tipico comunista emiliano alla Ferrini, in Fassino il bravo comunista piemontese. Finora solo Veltroni aveva tentato di spogliarsi delle insegne e dei segni del passato comunista, ma soltanto Renzi ha saputo costruire quella tale fisionomia che permetterebbe a una parte degli italiani che non avrebbero mai votato per l’erede del Pci, di fare un passo a sinistra. Ricordo che in Italia il blocco degli italiani di varie tendenze non necessariamente di destra ma anzi socialiste e laiche, è sempre stato maggioritario come ben sapevano Togliatti e Berlinguer. Renzi è l’uomo che potrebbe spezzare per sempre quell’incantesimo e portare il suo partito oltre il vallo dei suoi storici confini. Il problema è che lo sa, si fida dei sondaggi, sente un po’ troppo il vento in poppa e rischia di finire lui fra i rottamati della politica per errori nella scansione dei tempi.
Non saprei dare al sindaco di Firenze consigli in una materia di cui sono poco esperto, ma direi che oggi il giovane politico che contende la leadership a Bersani appare sia frettoloso che in ritardo. Troppo attivismo, pochi tiri in porta. E troppa fiducia nella vittoria in tasca che è ben lungi dal venire. Bersani, che tutti consideriamo un fallito per di più testardo, si fa i suoi calcoli col pallottoliere della politica vecchio stile e non si dà per morto. Renzi ha in questo momento tutte le porte sbarrate davanti a sé, ma allena la propria visibilità cogliendo tutte le occasioni possibili. Ma il vento della storia che potrebbe portarlo alla vittoria sta scadendo in una brezza. Che lui possa guidare domani un Pd compatto dietro di lui (se solo vincesse le primarie che probabilmente non vincerà mai) è un’illusione. La sinistra è sempre stata una creatura antropofaga e cannibale che, come i primi organismi, si genera dalle scissioni. Se Renzi non è pronto a provocare una scissione non andrà da nessuna parte. E purtroppo s’illude di potercela fare tirandosi dietro anche tutto il partito, e questo è un letale peccato di presunzione. Come si diceva un tempo «chi fa la rivoluzione a metà, scava la propria fossa ». E già ci sembra di vederlo con una pala in mano.


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Bart