Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Chi ha paura di Gianburrasca + Caso Fini + Caso Sallusti

30 Settembre 2012

di Ernesto Galli della Loggia
(dal “Corriere della Sera”, 30 settembre 2012)

Non è necessario avere una particolare simpatia per Matteo Renzi, condividerne la sommarietà del programma o il piglio da Gianburrasca, per stupirsi della piega che stanno prendendo le «primarie » dentro il Partito democratico. Una piega che si riassume non solo nel tentativo di boicottare in tutti i modi la candidatura del sindaco di Firenze, ma nel tipo di reazioni che questa sta scatenando in una parte del gruppo dirigente della sinistra.
In qualsiasi elezione, e dunque anche nelle «primarie », opporsi politicamente a un candidato è più che legittimo. Boicottarne la candidatura invece no. Equivale precisamente a un boicottaggio, per esempio, il predisporre un sistema di regole fatte apposta per ostacolare la vittoria di un determinato candidato. È quanto, per l’appunto, ciò che starebbe avvenendo in queste ore nelle segrete stanze del Pd.

Si comincia con la decisione bizzarra di ammettere al voto per le «primarie » sedicenni e immigrati. Ma che senso ha, visto che le «primarie » stesse servono a scegliere chi dovrà capeggiare la coalizione alle elezioni politiche, che costui sia scelto anche da chi a quelle elezioni non potrà poi partecipare? È inevitabile il sospetto che ci sia dietro qualche intenzione poco chiara. Si prosegue poi con la regola del doppio turno: una regola, mai prima adottata, che evidentemente è fatta su misura per consentire al candidato sulla carta favorito, cioè Bersani, di poter avere maggiori speranze di vittoria grazie al restringersi finale del confronto a un virtuale ballottaggio (una regola che diventerebbe ancora più capestro, poi, se al secondo turno, come pare che si proponga, fossero ammessi solo i votanti al primo). Ancora: si parla di un albo pubblico nel quale i votanti dovrebbero vedere iscritto il proprio nome. Una regola nuova pure questa, destinata sempre a cercare di restringere in tutti i modi l’area degli elettori di Renzi.

Ma ad aggravare l’impressione del boicottaggio c’è qualcosa di più. Ci sono le dichiarazioni dell’establishment della coalizione di sinistra (ma non del segretario Bersani: e di ciò gli va dato onestamente atto). Mentre Renzi ha più volte assicurato che se sconfitto egli è pronto ad accettare il verdetto e ad appoggiare il vincitore, chiunque esso sia, invece i vari D’Alema, Bindi, Vendola, non hanno perso occasione per dipingere l’eventuale vittoria di Renzi come la calata dei barbari, una catastrofe politica, la fine del centrosinistra, e chi più ne ha più ne metta. Hanno cioè usato contro il candidato a loro sgradito l’arma che la sinistra italiana è da sempre irresistibilmente tentata di usare contro l’avversario: la delegittimazione. Ci manca poco che uno di questi giorni Renzi si veda affibbiato l’epiteto di «fascista ». Un tipo di reazione tanto più singolare (e inaccettabile) in quanto in molte passate occasioniâ— da Genova, a Napoli, a Palermo, a Milano nelle quali personalità o partiti a sinistra del Pd, infischiandosene di qualunque risultato delle «primarie », ne rovesciavano disinvoltamente il verdetto per presentare/imporre un proprio candidato â—, sia D’Alema che la Bindi si sono ben guardati dall’adoperare espressioni paragonabili a quelle adoperate oggi contro Renzi. Il quale forse, peraltro, dalla rabbia partigiana dei «vecchi leoni » dell’oligarchia ha assai più da guadagnare che da perdere.


Come arrivare al dopo monti in buona salute
di Eugenio Scalfari
(da “la Repubblica”, 30 settembre 2012)

La dichiarazione di Monti sul dopo-Monti, fatta a New York e riconfermata a Roma dopo il suo rientro dall’assemblea dell’Onu, è esattamente quanto si aspettavano le Cancellerie dei paesi alleati, i mercati e soprattutto i cittadini responsabili del nostro paese. Monti non parteciperà alla campagna elettorale e non ha posto una sua candidatura ad alcuna specifica carica elettiva. Ha semplicemente detto che qualora dopo le elezioni che si svolgeranno nel prossimo aprile il Parlamento e le forze politiche che usciranno vittoriose da quella consultazione avranno bisogno dell’opera sua, lui sarà disponibile.

Qual è la vera novità di questa dichiarazione, fatta ora per allora? La novità sta tutta nel linguaggio che in casi come questo è al tempo stesso forma e sostanza: un linguaggio non politico ma istituzionale, così come è istituzionale la sede dalla quale Monti ha parlato. È da undici mesi il capo dell’Esecutivo e si è rivolto al futuro Parlamento e al futuro presidente della Repubblica. Saranno nel prossimo aprile queste istituzioni a valutare se ci sarà bisogno di lui.

Il prossimo governo sarà certamente politico, ma anche questo lo è perché anche questo vive sulla fiducia che il Parlamento gli esprime. È composto da tecnici, ma lo stesso Monti offrì ai politici di parteciparvi. La partecipazione non vi fu perché il Pd la rifiutò e bene fece mettendo in tal modo la “strana maggioranza” nella giusta dimensione richiesta dall’emergenza. L’emergenza purtroppo continuerà anche nella prossima legislatura ma la maggioranza sarà quella che gli elettori avranno scelto. In questo senso il nuovo Parlamento potrà esprimere una maggioranza non più “strana” ma portatrice d’una visione coesa del bene comune.

È implicito che l’elemento di fondo di quel bene comune è costituito dagli impegni che lo Stato italiano – attenzione, lo Stato non solo il governo – ha preso nei confronti dell’Unione europea. Quegli impegni consentono una limitata ma importante discrezionalità; possono accentuare il tema dell’equità e dell’eguaglianza einaudiana delle condizioni di partenza tra i cittadini oppure affidarsi alla diseguaglianza come stimolo dell’efficienza. Spetta al popolo sovrano scegliere tra queste due diverse opzioni nei limiti, come già detto, della loro compatibilità con gli impegni verso l’Europa.

Monti sa bene che la nuova maggioranza non sarà più “strana” ma effettiva e coesa. Questo non significa che Monti sia disponibile per qualsiasi maggioranza, ma a quella sin d’ora schierata per un futuro Stato federale europeo con la sua moneta comune e con una Banca centrale che abbia i poteri di tutte le Banche centrali di uno Stato. Questa è la maggioranza alla quale il nostro premier ha offerto la sua disponibilità e la sua credibilità internazionale, che di quella disponibilità rappresenta il tassello più importante e difficilmente sostituibile.
* * *
Restano comunque cinque mesi di lavoro al governo attuale e alla maggioranza che lo sostiene. I problemi che attendono soluzione sono i seguenti:
1 – Una nuova legge elettorale.
2 – La legge contro la corruzione.
3 – Una legge costituzionale che riesamini il titolo V della Costituzione per quanto riguarda le competenze tra Stato e Regioni.
4 – Il taglio della spesa corrente e la riduzione delle accise e delle imposte sui lavoratori e sulle imprese, cioè una riqualificazione fiscale nell’ambito del poco tempo disponibile.
5 – Ammortizzatori sociali capaci di attenuare le rabbie accese dalle crisi aziendali.

Sono cinque tematiche da far tremare le vene e i polsi, ma non possono essere eluse perché costituiscono il nucleo centrale dell’emergenza. Accoppiano rigore e crescita. Puntano su un accordo con le parti sociali per l’aumento della produttività.
Il contratto dei chimici ha rappresentato una buona partenza ed è molto deludente che la Cgil, dopo essere stato firmato dal segretario della categoria, l’abbia disconosciuto come Confederazione. La Camusso conosce bene le condizioni in cui si trovano l’Italia, l’Europa, l’Occidente. Un contratto che aumenta le ore di lavoro e quindi il salario per i giovani e le diminuisce per gli anziani rappresenta un patto generazionale che non accresce il rigore ma l’equità. Questa è la strada alla quale non ci sono alternative e va seguita per i molti altri contratti in scadenza se non si vuole che non siano rinnovati, con quanto ne seguirebbe sul potere d’acquisto dei lavoratori.

Il governo può e deve arbitrare questi conflitti se le parti sono disponibili al negoziato. La logica può cambiare quando cambiano le condizioni; pretendere che il cambiamento avvenga prima significa abbaiare alla luna.

* * *

Nel nucleo dell’emergenza c’è anche un altro tema e questo è eminentemente tecnico: il governo dello “spread”. La contraddizione, apparente, riguarda il diverso andamento delle aste e del mercato secondario. Le aste vanno bene anche quella dei Bpt a 5 e a 10 anni, il secondario invece va male e influisce negativamente sul tasso di interesse praticato dalle banche con la clientela. Dipende dal contagio che proviene dalla Grecia e soprattutto dalla Spagna la quale, nei prossimi giorni, dovrà decidere se ricorrere all’aiuto del fondo salva-Stati e all’intervento della Bce.

Questa decisione probabilmente verrà presa nella prossima settimana.
Che cosa faranno Monti e Grilli a quel punto? Due scuole di pensiero si confrontano in proposito: c’è chi pensa che l’intervento della Bce in Spagna scoraggi la speculazione e si ripercuota favorevolmente anche sul mercato italiano; ma c’è invece chi sostiene esattamente il contrario. Personalmente credo che questa seconda tesi sia la più probabile; la speculazione abbandonerà la Spagna e si riverserà sull’Italia. La logica porta a questo, la speculazione, cioè le grandi banche d’affari e i fondi che puntano sul rischio realizzano i loro profitti giorno per giorno. Se abbandonano la Spagna sotto il randello di Draghi, si riverseranno probabilmente sul mercato italiano fino a quando anche noi chiederemo l’intervento dell’Esm e della Bce. Ma in quell’intervallo di tempo balleremo la rumba e non sarà un bello spettacolo. Sicché, se s’ha da fare è meglio farlo il giorno dopo la Spagna. La questione è certamente opinabile, la logica no.
* * *
Restano alcuni problemi che si riassumono in tre nomi: Polverini, Formigoni, Renzi.

Polverini si è dimessa. Era ora. Adesso deve indicare la data delle elezioni che debbono avvenire entro tre mesi. Così recita la legge. L’interpretazione estensiva secondo la quale entro tre mesi deve essere indicata la data delle elezioni che non avrebbe alcun limite di tempo, è del tutto insostenibile anche se così fece Montino che subentrò a Marrazzo e fissò la data a parecchi mesi di distanza dalle dimissioni del governatore. Allora nessuno fiatò, ma è un caso che non può fare precedente. Se lo facesse potrebbe avvenire che il presidente dimissionario alla fine del terzo mese indica una data elettorale a un anno di distanza e governa da solo senza Consiglio regionale. È sostenibile un’ipotesi di questo genere? Evidentemente no. Le elezioni debbono essere fatte entro tre mesi dalle dimissioni del Consiglio e del presidente della giunta. Se la Polverini si rifiutasse di seguire questa procedura il governo può nominare un commissario che stabilisca la data elettorale nei tre mesi previsti dalla legge.

Il caso Formigoni è altrettanto chiaro: un governatore già indagato di gravi reati non può guidare una Regione come la Lombardia. I consiglieri d’opposizione dovrebbero dimettersi subito e creare i presupposti di una crisi e di nuove elezioni. Non si capisce che cosa aspettino. Il precedente del Lazio è un pessimo precedente e c’è da augurarsi che i partiti della sinistra a cominciare dal Pd non ripresentino alle prossime elezioni nessuno dei consiglieri uscenti.

Renzi. Per quanto riguarda il suo programma politico, per il poco che risulta dalle sue carte e dalle sue prolusioni, si tratta di un’agenda generica che enuncia temi senza svolgerli. I temi sono quelli che campeggiano da mesi sui giornali, le soluzioni però Renzi non le indica. Quindi il suo programma è carta straccia.

Una sola cosa è chiara: Renzi sa parlare e richiama molto abilmente l’attenzione sotto l’oculata gestione di Gori, ex dirigente di Fininvest. Renzi piace perché è giovane. È un requisito sufficiente? Politicamente è molto più di centrodestra che di centrosinistra. Se vincerà le primarie il Pd si sfascerà ma non perché se ne andrà D’Alema o Veltroni o Franceschini, ma perché se ne andranno tutti quelli che fin qui hanno votato Pd come partito riformista di centrosinistra.

Non a caso Berlusconi loda Renzi pubblicamente; non a caso i suoi sponsor sono orientati più a destra che a sinistra e non a caso lo stesso Renzi dice che queste due parole non hanno più senso. Hanno un senso, eccome. Nell’equilibrio tra i due fondamentali principi di libertà e di eguaglianza la sinistra sceglie l’eguaglianza nella libertà e la destra sceglie la libertà senza l’eguaglianza. Questa è la differenza e non è cosa da poco.

Io sono liberale di sinistra per mia formazione culturale. Ho votato per molti anni per il partito di Ugo La Malfa. Poi ho votato il Pci di Berlinguer, il Pds, i Ds e il Pd. Se i democratici andranno alle elezioni con Renzi candidato, io non voterò perché ci sarà stata una trasformazione antropologica nel Pd, analoga a quella che avvenne nel Partito socialista quando Craxi ne assunse la leadership, senza dire che Craxi aveva una visione politica mentre Renzi non pare che ne abbia alcuna salvo la rottamazione. Francamente è meno di niente.


Le Regioni sono da abolire
di Antonio Martino
(da “Il Tempo”, 27 settembre 2012)

Gli episodi poco edificanti degli ultimi tempi dovrebbero costringere tutti quelli che hanno a cuore il futuro dell’Italia a una riflessione ineludibile: il sistema di governo locale è indifendibile e va cambiato con la massima urgenza. Non c’è quasi regione italiana che non sia stata investita da scandali connessi alla gestione avventurosa quando non truffaldina del pubblico denaro. Dalla Lombardia alla Sicilia, passando per il Lazio e la Puglia, è stato un susseguirsi di sordidi episodi di malaffare, sprechi, ruberie e simili. Ciò che i contribuenti versano all’erario è stato trattato come res nullius e utilizzato per arricchimenti personali e futili spese. È il momento di cambiare, ogni giorno di ritardo ci costa letteralmente milioni di euro. Secondo i dati riferiti nella Relazione della Banca d’Italia il 31 maggio scorso, nel 2011 le spese totali delle Amministrazioni Pubbliche sono state pari a quasi 800 mila milioni di euro (798.565): ben oltre due miliardi di euro (2.187.849.315) ogni santo giorno dell’anno, quasi 100 milioni (91.160.388 euro) ogni ora, un milione e mezzo (1.519.339 euro) ogni minuto! Le amministrazioni locali hanno comportato una spesa di quasi 250 miliardi (242.905 milioni), la bellezza di oltre quattro mila euro (4.167) per ogni italiano: si tratta di un’enormità che dovrebbe essere ridotta. Come? A me sembra, e credo di averlo ripetuto ad nauseam su queste colonne, che gli enti di governo locale siano troppi sia come numero complessivo sia come livelli. Non sono certo che sia davvero necessario avere i consigli di quartiere, i municipi, i Comuni, le aree metropolitane, le province, le regioni, le comunità montane, i parchi nazionali, per non parlare dello Stato e dell’Unione Europea. Potremmo benissimo averne molti di meno: se vogliamo le aree metropolitane, le province e le regioni sono palesemente inutili. Non credo ci sia nessuno disposto a sostenere che non possiamo andare avanti con meno di ottomila comuni per una popolazione totale di sessanta milioni. L’esistenza di un comune dovrebbe essere giustificata dalla sua autosufficienza, dalla capacità cioè di amministrare una popolazione che possa sopportare il costo dell’amministrazione comunale. Non si vede perché, infatti, a sopportarlo dovrebbero essere i residenti di altri comuni. A occhio e croce, direi che duemila comuni sarebbero più che sufficienti: la popolazione comunale media passerebbe da 7.500 a 30.000 e il finanziamento autonomo diverrebbe la regola, non l’eccezione. Il bubbone maggiore, tuttavia, quello che è più urgente eliminare, sono le regioni: nessuna persona onesta può sostenere che l’esperimento regionale sia stato un successo. Lo dico a prescindere dagli episodi di malaffare. Le regioni, infatti, non possono essere considerate enti locali; la Lombardia ha quasi dieci milioni di abitanti, la Sicilia cinque, non sono dimensioni da ente locale ma da Stato autonomo. Sono troppo grandi perché il controllo dei cittadini sul loro operato possa essere efficace; d’altro canto ci sono anche regioni troppo piccole, come il Molise. Soprattutto, a cosa servono? L’ottanta per cento del loro bilancio è costituito da spesa sanitaria: è sensato avere un Presidente (o governatore), un governo e un parlamento, oltre a una vasta burocrazia regionale, per amministrare le spese della sanità? A me non sembra. Non basta: la famigerata riforma del Titolo V della Costituzione, fatta in fretta e furia a ridosso delle elezioni del 2001 dalle sinistre col deliberato scopo di sottrarre consensi alla Lega, ha accresciuto a dismisura la discrezionalità delle regioni in materia di spese, dato vita a una terza Camera (la Conferenza Stato – Regioni) e conferito alle stesse il potere di avere relazioni internazionali, giustificando così la nascita di una diplomazia regionale, con connessa rete di ambasciate regionali! Siamo alla follia. Si aboliscano, quindi, le regioni e le province, si riduca a duemila il numero dei comuni e si conferiscano a essi le competenze degli enti aboliti. Avremmo un periodo di aggiustamento durante il quale sarà necessario occuparsi del problema del personale in esubero degli enti aboliti ma, alla fine, avremo un sistema di governo locale efficiente, razionale e molto meno costoso dell’attuale.


Presidente della Camera e 007 Scatta l’indagine del Copasir
di Gian Marco Chiocci Simone Di Meo
da “il Giornale”, 30 settembre 2012)

Per Gianfranco Fini, la casa di Montecarlo è come il drappo rosso mosso davanti al muso del toro.
Quando ne parla, perde il controllo e va a ruota libera. Scalcia. Carica a testa bassa. Spesso però finisce per pronunciare una parola in più del necessario, com’è accaduto venerdì sera a Otto e mezzo, quando ha rivelato che una barbafinta gli avrebbe soffiato all’orecchio che il documento del governo di Saint Lucia sulla casa di Montecarlo era un falso. Del pericoloso scivolone, Gianfranco dev’essersene accorto subito, tant’è che ha poi cercato di ridimensionare la «bomba », ma inutilmente.

Il Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti ha deciso di indagare sulle sue dichiarazioni. Perché si muova il Copasir è facile intuirlo: i rapporti con le agenzie di intelligence e sicurezza sono di esclusiva competenza della presidenza del Consiglio, che li cura direttamente o attraverso l’autorità delegata (solitamente un sottosegretario o un viceministro). La legge che ha ridisegnato i rapporti tra Servizi segreti e politica (la 124/2007) sul punto è assai chiara: la norma non prevede in alcun modo che, a livello operativo, altre cariche istituzionali – né la presidenza della Camera, né quella del Senato, né singoli ministeri – possano mantenere canali aperti con gli 007.

Dunque, Fini da chi ha ricevuto la «soffiata »? A quale titolo poi Italo Bocchino ne ha fatto menzione in tv? Perché, per sapere dove andasse a parare una inchiesta giornalistica sulla sua famiglia e sul patrimonio immobiliare del suo ex partito, Fini ha interessato addirittura «qualche amico » dell’intelligence o, comunque, non ha impedito che se ne occupasse? Domande che il Copasir, nei prossimi giorni, rivolgerà al presidente della Camera con una lettera ufficiale, in vista di una eventuale convocazione. Probabilmente, nella foga di manganellare Berlusconi con la sgrammaticata e delirante lettera di Lavitola, per liberarsi del fantasma della contessa Colleoni che da due anni lo perseguita, Fini deve aver dimenticato quel minimo di precauzione che il ruolo e l’esperienza gli imporrebbero.

E non solo perché, con quanto detto in tv, Fini ammette di essere a conoscenza che, durante l’estate di Montecarlo, c’è stato un singolo o un gruppo di soggetti, appartenenti ai servizi segreti, che hanno violato la legge, scavalcando il premier, per riferire a lui fatti e indiscrezioni relativi a uno scandalo che non aveva nulla a che vedere con i compiti d’istituto delle agenzie di intelligence; ma anche e soprattutto perché demolisce, con una sola carica di tritolo, le acrobazie fatte dai colonnelli di Fli per convincere, con risultati assai scarsi, a dire il vero – l’opinione pubblica che l’inchiesta sulla casa di Montecarlo fosse manovrata dai servizi segreti, controllati – guarda caso – da Berlusconi.

Ora che gli 007 li tira in ballo lui come suoi «alleati » (signor presidente, ma li possiamo chiamare «deviati » o no questi suoi amici dell’intelligence?) che cosa diranno i vari Briguglio e Bocchino che hanno denunciato in Parlamento di essere stati pedinati e spiati dalle barbefinte sguinzagliate dal Cav (quando, in realtà, proprio Bocchino è stato fotografato in amichevole compagnia di un alto funzionario del Sismi sotto processo per il rapimento di Abu Omar)? Che cosa s’inventeranno ora? D’altronde, l’inventiva non manca: per instillare il dubbio che dietro l’inchiesta sulla casa di Montecarlo ci fosse la mano di James Bond, Briguglio arrivò addirittura a consultare l’albero genealogico di un giornalista di questo quotidiano, autore di alcuni articoli su Fini e l’appartamento di Giancarlino, per chiedere conferma se fosse parente di un ex direttore del Sisde. Tutta fatica sprecata. Per sapere con chi parlassero i servizi – che, in questa storia, ci entrano la prima volta con un lancio d’agenzia del Velino, seccamente smentito dal Dipartimento per l’informazione bastava chiamare il Capo.
____________

Sul caso Fini, anche Giuliano Ferrara, qui.


Montecarlo, altro che Lavitola. Gianfry ora spieghi
di Gian Marco Chiocci
da “il Giornale”, 30 settembre 2012)

Venti domande in una, al signor presidente della Camera che attacca Lavitola per nascondere ancora una volta la verità sullo scandalo di Montecarlo ben sapendo che quanto, eventualmente, attribuibile all’ex editore de l’Avanti! riguarda solo l’epilogo di un’inchiesta giornalistica che lo aveva messo spalle al muro.

Quando si è materializzato l’ex editore de l’Avanti!, Fini era a un passo dalle dimissioni. Oggi che lo vediamo finalmente sereno perché, a suo dire, gli italiani hanno capito che era tutto organizzato, gli chiediamo, pacatamente, di rispondere:

A C’entra Lavitola con la coincidenza che nell’appartamento della contessa Colleoni a Montecarlo donato ad An, di cui lei era presidente, tra milioni di potenziali inquilini ci sia andato ad abitare proprio suo cognato Giancarlo?

B C’entra Lavitola con la circostanza che quell’appartamento sia stato svenduto da Alleanza nazionale a una società off shore di Saint Lucia che poi l’ha rivenduta a un’altra off shore del medesimo Paese che ha certificato la riconducibilità delle stesse al «beneficiario » Tulliani, e che lei oggi addita a produttore di patacche senza usare la benché minima cautela della sua carica istituzionale?

C C’entra Lavitola col fatto che proprio Giancarlino era in contatto con gli acquirenti caraibici di un immobile del partito che per decenni era stato abbandonato a se stesso, e nel quale suo cognato casualmente andò poi ad abitare in affitto?

D C’entra Lavitola con le dichiarazioni dei testimoni del palazzo monegasco che dissero di aver visto lei e la sua compagna, sorella dell’inquilino, in quell’appartamento nei giorni dei lavori di ristrutturazione ancorché lei ha sempre detto di aver saputo solo successivamente, dalla sua compagna, che in quella casa c’era finito Giancarlo?

E C’entra Lavitola con la decisione di bloccare l’offerta da oltre un milione di euro del senatore ex An, Antonino Caruso, per l’appartamento quando poi venne svenduto a poco più di 300mila euro a una società anonima? (La Procura di Roma accerterà che vi furono anche altre offerte…).

F C’entra Lavitola con la dichiarazione dell’impiegato del mobilificio romano Castellucci che ha raccontato al Giornale di averla vista accompagnare Elisabetta per l’acquisto di una cucina Scavolini per «una casa all’estero »?

G C’entra Lavitola con le foto di quella stessa cucina (che lei o chi per lei smentì essere stata comprata per essere installata a Montecarlo) in bella mostra dentro casa di suo cognato nel Principato?

H C’entra Lavitola con quanto dichiarato da chi seguì i lavori nell’appartamento che parlò di Tulliani come di un personaggio che impartiva ordini dando l’impressione di essere il reale proprietario della casa di rue Princesse Charlotte?

I C’entra Lavitola con le mail scambiate dalla sua compagna e dall’architetto con l’imprenditore Garzelli per fare modifiche all’appartamento, posto ovviamente che la signora Elisabetta, nemmeno lei, le disse nulla dei lavori col fratello se non dopo che Giancarlo era andato ad abitarci?

J C’entra Lavitola con l’ambasciatore italiano a Montecarlo, Mistetta, costretto ad esaudire i desiderata edilizi dei fratelli Tulliani?

K C’entra Lavitola con l’inquietante scivolone sulla conoscenza, da parte sua presidente, della data esatta di un passaggio tra società off shore delle quali lei aveva detto di non sapere nulla?

L C’entra Lavitola con quel comico pasticcio del contratto di affitto depositato a Montecarlo da cui risulta che proprietario e affittuario hanno la stessa firma, dunque sono la stessa persona?

M C’entra Lavitola con la perizia su quelle firme fatta fare dal Giornale da cui si risale a suo cognato?

N C’entra Lavitola con la straordinaria coincidenza della domiciliazione delle bollette personali di suo cognato presso lo studio del dottor Walfenzao che sta dietro alle società off shore dell’immobile monegasco dove vive Giancarlo?

O C’entra Lavitola con le foto che la ritraggono in un ristorante ai Caraibi di proprietà dell’imprenditore Corallo alle cui dipendenze lavora proprio Walfenzao?

P C’entra Lavitola con i finanziamenti che Corallo ha fatto al suo ex braccio destro, deputato di Fli, Checchino Proietti (anche lui presente alla cena ai Caraibi) sui quali sta indagando la procura di Tivoli?

Q C’entra Lavitola con i tentativi di far diventare console onorario Corallo partiti dalla segreteria particolare di Massolo, già suo capo di gabinetto alla Farnesina, e ora capo dei servizi segreti?

R C’entra Lavitola con le stime (al ribasso) del valore dell’appartamento fatte dalla Chambre immobiliere monegasque che stabilì come il prezzo di vendita dell’appartamento fosse tre volte inferiore al prezzo di mercato? (Oggi sfiora i due milioni di euro…).

S C’entra Lavitola con il trattamento in guanti bianchi riservatole dalla Procura di Roma che aprì un’inchiesta per accertare se il valore dell’immobile fosse congruo e quando accertò che congruo non era, disse che non era suo compito indagare ma dei giudici civili? (Il procedimento è ancora pendente).

T C’entra Lavitola con il riguardo che le riservarono i magistrati romani iscrivendola nel registro degli indagati solo il giorno prima della sua archiviazione e preoccupandosi di non far mai trapelare la notizia dopo essersi adoperati a interrogare tutti i protagonisti dello scandalo, tutti tranne lei e suo cognato che eravate i principali attori dello scandalo? E dunque, presidente, che c’azzecca Lavitola?

________
E Video qui.


Caso Sallusti, il giudice di Cassazione è amico della toga diffamata
di Luca Fazzo
(da “il Giornale”, 30 settembre 2012)

Racconta Tiziana Maio ­lo: «Perbacco se me lo ricordo, Giuseppe Cocilovo. Era arrivato a Milano dalla Sicilia, appena vinto il concorso da magistrato.
Allora era un ragazzo, avrà avuto venti ­sei o ventisette anni. Se posso di ­re, era anche carino da morire, un bel biondino… Un sacco di colle ­ghe gli morivano dietro. E appena arrivato si era messo a frequenta ­re gli ambienti di Magistratura de ­mocratica ». Roba vecchia, roba di trent’anni fa. Ma che illumina un versante poco esplorato della vi ­cenda giudiziaria che, se nulla ac ­cadrà nel frattempo, tra ventisette giorni spedirà Alessandro Sallu ­sti, direttore del Giornale , a espia ­re in carcere una condanna per dif ­famazione a un anno e due mesi.Il diffamato, secondo la condan ­na, è proprio Giuseppe Cocilovo, il magistrato che la Maiolo- allora cronista giudiziaria del Manifesto – ricorda come un bel ragazzo ad inizio carriera. E che in quegli an ­ni, appena sbarcato al Nord, strin ­se un rapporto di fiducia, amicizia e vicinanza politica con uno dei giudici di punta di Magistratura democratica in quegli anni a Mila ­no: il pubblico ministero Antonio Bevere. Cioè lo stesso magistrato che oggi lavora in Cassazione, che ha partecipato nel ruolo chiave di relatore al processo a Sallusti per la diffamazione di Cocilovo, e che scriverà le motivazioni della con ­danna, nonostante la presunta vit ­tima- destinata a beneficiare gra ­zie alla sentenza di un robusto ri ­sarcimento nonché della soddi ­sfazione di vedere Sallusti in gale ­ra – fosse non un giudice qualun ­que ma uno suo vecchio amico e compagno.Nei giorni scorsi, prima e dopo la sentenza definitiva a carico di Sallusti, di Giuseppe Cocilovo si è sempre parlato come di «un giudi ­ce di Torino ». Ed in effetti attual ­mente Cocilovo è in servizio a Tori ­no: prima come giudice tutelare, e in questa veste ha gestito il caso che generò l’articolo su Libero di “Dreyfus”, alias Renato Farina; e poi come giudice di sorveglianza. Ma la carriera di Cocilovo non si è sempre svolta a Torino. Tutta la prima parte, quella decisiva degli esordi e della formazione,l’ha tra ­scorsa nel palazzo di giustizia di Milano. Un tribunale grande, do ­ve due magistrati in teoria posso ­no non incrociarsi per anni. Ma Cocilovo e Bevere si incrociaro ­no, eccome. I rapporti tra i due era ­no così stretti che nei giorni scorsi, quando si seppe che Bevere sareb ­be stato il giudice del processo Co ­cilovo ­ Sallusti, un magistrato di ­ceva: «Mi sarei aspettato che Beve ­re rinunciasse al processo, visti i suoi legami con la parte offesa ». Ma Bevere non rinuncia. E con ­dannaSallusti. Di quegli anni, la Maiolo fu una osservatrice privilegiata. Era pre ­sente anche lei, per dire, alla cena in cui durante il sequestro Moro, Bevere organizzò un incontro tra il leader dell’Autonomia Operaia Toni Negri e il pubblico ministero Emilio Alessandrini, che l’anno dopo verrà assassinato da Prima Linea. Cocilovo arriva a Milano in quello stesso anno. E entra imme ­diatamente nell’orbita di Bevere. «All’epoca – ricorda la Maiolo -Magistratura Democratica era so ­stanzialmente divisa in due: una parte più istituzionale, vicina al Pci, ed una decisamente radicale, che radunava i giudici della sini ­stra extraparlamentare. Io bazzi ­cavo quasi esclusivamente i magi ­strati di questa seconda corrente. Quelli più in vista erano Nicoletta Gandus, Romano Canosa, Ame ­deo Santosuosso. E Antonio Beve ­re. Quando Giuseppe Cocilovo ar ­rivò a Milano si schierò immedia ­tamen ­te con Md e iniziò a frequen ­tare la sua ala più estremista ». È in quegli anni che il rapporto tra Co ­cilovo e Bevere si solidifica. Per Co ­cilovo il collega, di tredici anni piùanziano, diventa un punto di riferi ­mento costante. Poi le strade dei due si dividono. Per Bevere a Mila ­no il clima si fa antipatico, dopo che il procuratore gli ha tolto le in ­chieste sulle Br a causa delle sue posizioni di estrema sinistra: se ne va a Roma, prima in tribunale, poi in Cassazione. Cocilovo va a Torino. E qui, nel gennaio 2007, autorizza ad abortire una ragazzi ­na di tredici anni rimasta incinta. È il caso di cui parlerà la Stampa il 17 febbraio successivo, e l’indo ­mani – con un articolo di cronaca e il commento di Dreyfus-Farina ­ancheLibero . Cocilovo sporge querela. A oc ­cuparsene sono i suoi colleghi di Milano, il tribunale dove ha lavo ­rato a lungo: ma la legge prevede lo spostamento del fascicolo solo nel caso che il magistrato presti an ­cora s ­ervizio nella sede dove si tie ­ne il processo; e d’altronde non ri ­sulta che nessuno dei magistrati che a Milano seguono il caso fosse ­ro particolarmente amici di Coci ­lovo. Ma poi il processo arriva in Cassazione per la sentenza decisi ­va. E qui Cocilovo ritrova l’amico di un tempo.


Letto 2207 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart