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Napolitano e Fini, due inquilini troppo chiacchierati

30 Settembre 2012

Pensate: si parla rispettivamente della prima e della terza carica dello Stato. O, se preferite, si parla di due inquilini a cui i cittadini hanno affidato, secondo le regole della costituzione, di abitare due istituzioni fondamentali dello Stato. La prima addirittura lo rappresenta, la seconda guida una delle due camere che hanno il potere di emanare le leggi a cui i cittadini saranno sottoposti.
Basterebbe fermarsi su queste due istituzioni per nutrire forti dubbi circa la normalità in cui vive la nostra democrazia.

Di Napolitano, ho già parlato recentemente. Egli è sospettato di aver tentato di favorire Nicola Mancino nel processo in cui questi è coinvolto, il quale processo non ha precedenti per misteri, depistaggi e gravità di accuse. Si tratta di accertare se lo Stato sia sceso a patti nientemeno che con la mafia. E pare che Napolitano abbia cercato di intervenire dentro una tale matassa già complicata di per sé. Ad un certo punto il suo consigliere giuridico, oggi defunto, Loris D’Ambrosio, suggerì a Mancino di incontrare il suo rivale Claudio Martelli per tentare di appianare i contrasti delle loro due testimonianze. E se pensate che Napolitano non ha mai smentito il suo consigliere, anzi ha solidarizzato con lui, vi renderete conto che il sospetto che ci sia in questo suggerimento anche il suo zampino è assai forte, nonché legittimo. Il quale consigliere, nelle conversazioni con Mancino, non manca mai di rassicurare l’interlocutore che Napolitano segue la vicenda ed ha intenzione di intervenire. Ad un certo punto, dopo avergli letto in anteprima la bozza della lettera che Napolitano farà scrivere il 4 aprile 2012 (vi sembra una cosa normale, questa?), D’Ambrosio suggerisce a Mancino di parlarne con Napolitano. E sappiamo che le telefonate tra Mancino e Napolitano ci sono state ed in perfetta sincronia di tempi.

Secondo voi, tutto ciò non induce i cittadini a sospettare che Napolitano in qualche modo abbia cercato di favorire Mancino, ove si aggiunga che D’Ambrosio assicura Mancino di aver già parlato con il procuratore generale della cassazione (al quale sarà diretta la lettera del 4 aprile 2012) facendogli intendere che egli deve muoversi per convincere il procuratore nazionale dell’antimafia Pietro Grasso ad intervenire nella vicenda? Il quale procuratore Pietro Grasso respingerà l’intervento del procuratore generale della cassazione, si rifiuterà di eseguire le sue indicazioni e fermerà con la sua risposta, di cui ha dato testimonianza, tutta l’operazione, che dunque in quel momento fallì.
Questa ricostruzione non è fantasiosa; essa risulta dai documenti depositati agli atti e pubblicati dalla stampa. Documenti ufficiali e noti, perciò.

Gli unici documenti ancora non noti e che mancano a completare questa parte triste della vicenda sono i nastri in cui sono conservate le intercettazioni telefoniche tra Mancino e Napolitano.
Forti sono i dubbi che esse abbiano una qualche colleganza con il contenuto delle telefonate intercorse tra Mancino e D’Ambrosio. Questi dubbi non vengono affatto fugati, anzi vengono rafforzati, dall’azione intrapresa dal capo dello Stato presso la corte costituzionale affinché ne autorizzi l’immediata distruzione contro il parere della procura siciliana, la quale invoca una procedura prevista dalla legge secondo la quale, prima di distruggere i nastri, il loro contenuto deve essere ascoltato dalle parti in causa.

Dunque, non credete che un cittadino sia autorizzato a dedurne che Napolitano tema fortemente che quelle telefonate divengano di dominio pubblico? E perché mai dovrebbe temerlo? Egli giustifica il suo ricorso dichiarando che si è reso necessario per salvaguardare le sue prerogative costituzionali anche in capo ai suoi successori. Ma a molti cittadini una giustificazione simile appare pretestuosa. Infatti, nessuno chiede a Napolitano di ritirare il suo ricorso, che potrebbe anche vincere (e su tale eventualità tornerò ad esprimermi a tempo debito), ma di liberare la carica, che ricopre pro tempore, dai sospetti che la circondano. Come? Parlando agli italiani e dicendo la verità circa il contenuto di quelle telefonate.

Napolitano non fa nemmeno questo, e dunque secondo voi non viene meno a quel principio di trasparenza che deve contraddistinguere le istituzioni, ed in specie istituzioni rappresentative come quella del quirinale? Con quale coraggio le istituzioni possono esigere la trasparenza o sentirsi obbligate al suo rispetto, quando la trasparenza è venuta meno nella istituzione più alta?

Poi c’è la terza carica dello Stato. Anch’essa è immersa in un’opacità da brivido.
Quando la vicenda della casa di Montecarlo esplose, dobbiamo ricordare che il capo dello Stato si rinchiuse in un silenzio inquietante, lasciando che la terza carica istituzionale si esibisse in lungo e in largo su di una vicenda che lo vede fortemente implicato.

Le motivazioni sono oggi riassunte dal giornalista Gian Marco Chiocci su “il Giornale”, e, per chi seguì la vicenda, appaiono molto convincenti.
È opinione di molti che Fini non solo sappia come stanno le cose, ma che in qualche modo egli abbia detto agli italiani un sacco di bugie.
Dunque, anche qui torniamo alla mancanza di trasparenza a cui le istituzioni dovrebbero essere obbligate.

I cittadini possono convivere con misteri, dubbi e insinuazioni che mettono in dubbio la credibilità di cariche importanti come le due che ho citato?
Credo proprio di no.
Si tratta di vicende che in qualsiasi altro Stato occidentale, se non chiarite, avrebbero portato alle immediate dimissioni degli inquilini che le rappresentano.
Qui da noi si fa conto che non sia successo nulla, e i prosseneti del potere, per timore di perdere i loro privilegi, fanno finta di nulla, rendendosi conniventi.

Quando la verità verrà fuori – l’ho scritto molte volte fidando nella nemesi storica (e in questi casi è lecito supporre, fino al limite della certezza, che vi siano persone che tacciono, pur conoscendo come stanno le cose) – tutti costoro, inquilini e prosseneti, dovranno fare i conti con la verità, e dunque anche con noi cittadini.
Sta già succedendo nella vicenda triste della trattativa tra Stato e mafia in cui alcuni personaggi considerati icone della democrazia vengono in fretta e furia rimossi dagli altari.


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Bart