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Ci mette bocca anche Fini

30 Ottobre 2011

Lo sanno tutti. Fini, il Gianfranco, è uno che non ha mai lavorato in vita sua. Mi riferisco ad un lavoro di quelli che creano ricchezza nel Paese. Lui è vissuto nella bambagia della politica politicante, ossia quella politica chiacchierona che non serve a nulla e costa allo Stato spendaccione fior di prebende, tutte a carico dei cittadini lavoratori.

Si potrebbe dire che Fini è l’esempio vivente di come, senza mai lavorare e senza mai eccellere in qualche cosa, si possa arrivare a rivestire addirittura la terza carica dello Stato.

Eppure, quest’uomo non perde occasione per pavoneggiarsi e dimostrare (vanamente, ahimè, come la rana della favola) che conosce e sa analizzare ogni cosa che si muove intorno a lui.

Così, sulla flessibilità del lavoro da introdurre, secondo i progetti del governo, anche nelle aziende che superano i 15 dipendenti, sentenzia che essa avrà come conseguenza l’aumento dei disoccupati.
È una gran cavolata.

Infatti, nessuno può pensare che un’azienda lavori per licenziare. Un’azienda lavora per produrre e, se produce, non solo mantiene l’occupazione, ma può incrementarla.
Un’azienda produce ricchezza per sé, ricchezza per i lavoratori che vi sono occupati, e per la Nazione.

Affinché produca lavoro e ricchezza, l’azienda abbisogna, però, della massima efficienza. Ci volle del tempo prima che si capisse che certe aziende avevano necessità che un particolare ciclo produttivo non venisse interrotto, e i macchinari fossero tenuti attivi sette giorni su sette, e cioè anche di domenica.
La capacità produttiva è il termometro di un’azienda. Se è bassa l’azienda è malata, e la si deve curare, giacché quando un’azienda chiude, si chiude anche il suo ciclo di ricchezza diffusa.

Molte sono le cause della malattia, e due di queste sono l’assenteismo e l’ignavia sul lavoro.
Il lavoratore che inietti nell’azienda tali pericolosi virus si dimostra inidoneo a partecipare al ciclo produttivo di quella azienda e perciò non può permanervi, ma deve essere ricollocato altrove, ed ad un livello che si dimostri più appropriato.

Parallelamente, è giocoforza che l’azienda che perde un lavoratore di questa specie, debba assumerne un altro che meglio risponda alle esigenze del proprio ciclo produttivo. Ergo: il totale degli occupati resterà immutato, e la ritrovata vitalità aziendale potrà addirittura creare nuova occupazione.

Un sistema che funziona, come si vede, non può produrre di per sé disoccupazione, giacché il licenziamento non ha mai fatto parte della filosofia di un’azienda, che nasce con il solo scopo di produrre e di produrre ricchezza.

La disoccupazione si genera, invece, per processi più generali, oggi addirittura indotti dalla globalizzazione e perciò perfino improvvisi e turbolenti, e se l’azienda è costretta a licenziare, lo fa per sopravvivere e difendere se stessa e il maggior numero possibile dei suoi lavoratori.
Un’azienda che non possa riposizionarsi nei momenti di difficoltà, è destinata a fallire, e quindi a sparire come segmento di occupazione.

Se ci si rende conto di questa verità lapalissiana, si deve concludere che uno Stato può ottenere la miglior garanzia sull’occupazione soltanto da un sistema produttivo efficiente.
E il sistema produttivo sarà efficiente quanto meno sarà gravato, come diceva Guido Carli, da quei lacci e lacciuoli che ne impediscano l’adeguata concorrenza in un mercato che con la globalizzazione non fa più sconti a nessuno.

Quanto è importante l’efficienza di un’azienda, non lo si deve chiedere, perciò, a Fini, che nulla ne sa. Si deve chiedere ad un operaio, il quale, quando sente aria di crisi, è pronto a rimboccarsi le maniche per difendere la sua azienda.

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Bart