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A Prodi. Caro Presidente non si scala il Colle così

11 Aprile 2013

di Sarina Biraghi
(da “Il Tempo”, 11 aprile 2013)

I giornalisti, nel dna, hanno la curiosità. Per dovere di cronaca raramente rasentano il ridicolo, come ironizza cordialmente l’ufficio stampa bolognese del presidente Romano Prodi. E non siamo ridicoli neanche in tempo di «quirinarie » per dirla alla grillina. Ieri mattina abbiamo fatto uno scoop beccando il presidente Prodi, il più sostenuto dal Pd per la poltrona del Colle, che a Bologna va in bicicletta, fare jogging a Villa Borghese, non nell’anello ghiaioso del galoppatoio di Piazza di Siena ma sull’asfalto con due altri atleti amici. Ad attenderlo auto blu e scorta con due uomini. Il parco della Capitale è riservato ai mezzi pubblici e a quelli autorizzati ma non ci sono zone di sosta e l’auto dell’ex premier era ferma in zona vietata. Peraltro parcheggiare all’ingresso, senza varcarlo, avrebbe allungato la corsetta di una cinquantina di metri… Non contestiamo l’uso della scorta che spetta al presidente per legge e che diligentemente svolge il suo operato, ma l’uso della scorta per andare a correre. E torna alla mente la compagna Finocchiaro che è andata con la scorta fino a Ikea… Di questi tempi e senza che ce lo ricordino i grillini, un comportamento etico vale più della riduzione del costo del caffè alla buvette. Come pensa il Pd di avere il sostegno del M5S anti-casta per eccellenza, fanaticamente moralizzatore se poi il più quirinabile, secondo i compagni di partito, Romano Prodi si comporta come un politico del «passato »? Sarà per questo che Grillo ha già i suoi nomi per il post-Napolitano… Non facciamo e non ci facciamo fare la morale ma non basta invocare e aspirare al cambiamento, se ne diventa protagonisti, anche nella quotidianità più semplice, allenamento mattutino compreso. Un’attività sportiva che pratichiamo anche noi giornalisti, ascoltando e guardandoci intorno sempre perché non dimentichiamo il mestiere che facciamo. E stiano sicuri a Bologna che se dovessimo vedere insetti morti al passaggio di Prodi in bicicletta potremmo accusarlo di aver messo a rischio la specie.


Cicchitto: «Violante al Quirinale. Può guidare la pacificazione »
Aldo Cazzullo intervista Fabrizio Cicchitto
(dal “Corriere della Sera”, 11 aprile 2012)

«Non possiamo ricorrere a una formula sbiadita, mandare al Quirinale una figura smorta. Serve una scelta al massimo livello. Una personalità che pacifichi il Paese, chiuda una stagione, e vari un governo d’emergenza, con il meglio delle classi dirigenti dei due grandi partiti e dei due mondi, centrosinistra e centrodestra ».

A quale figura pensa, Fabrizio Cicchitto?
«Prima mi lasci dire i motivi. La situazione è la più drammatica dalla fine della guerra. Non penso che gli industriali abbiano sempre ragione, anzi spesso hanno torto; ma non possiamo ignorarli, quando dicono che non ce la fanno più. Il Paese rischia di andare a sbattere per il combinato disposto della crisi internazionale, dell’approccio rigorista imposto dall’Europa, del movimento protestatario che vuole distruggere le istituzioni e scassare tutto. Un movimento alimentato da casi di perversione: Fiorito, Penati, Lusi, Regione Lombardia, Monte dei Paschi di Siena; ma soprattutto dal fatto che la politica un tempo distribuiva risorse, per cui i cittadini ne tolleravano i privilegi, mentre ora le drena. Giocare sul tatticismo e sui palliativi è assolutamente sbagliato. Occorre una risposta all’altezza della gravità del momento ».

Qualcosa si muove, o no? Bersani e Berlusconi si sono visti.
«Un incontro che mi ha ricordato Leopardi: “Vaghe stelle dell’orsa……” ».

Cioè non hanno concluso nulla?
«Mi pare che Bersani abbia scisso il Quirinale dal governo per poter dire ai suoi di aver stabilito un rapporto per nulla compromettente, nella speranza di portare sul Colle un uomo che gli dia quell’incarico pieno che saggiamente Napolitano gli ha negato ».

Un’ambizione legittima per il leader del partito di maggioranza relativa, non trova?
«Ma cosa può fare un governo che dovrebbe mendicare ogni volta i voti grillini al Senato? Bersani dovrebbe aver capito, dopo le umiliazioni cui si è sottoposto, che l’accordo con i Cinque Stelle è impossibile. E che noi non siamo disposti a farci umiliare a nostra volta, consentendo la nascita di un governo in cui non siamo ammessi in quanto impresentabili ».

Qual è l’alternativa?
«Un governo con il meglio di Pd e Pdl. A cominciare da Bersani e Alfano. E con esperti di alto livello che siano espressione delle due culture. Monti e la tecnocrazia sostenuta dai grandi giornali hanno fallito. Ora serve un governo politico destinato a durare tre anni, che prenda le misure economiche necessarie a salvare il Paese e ridisegni la struttura dello Stato: presidenzialismo alla francese, sistema elettorale a doppio turno, monocameralismo, abolizione delle Province ».

Sono anni che ne parlate, e non avete fatto nulla.
«Infatti la premessa di questa grande operazione è un’autocritica, che vale sia per noi sia per il Pd. Il prossimo governo dovrà andare a Berlino e a Bruxelles a chiedere il rinvio del pareggio di bilancio, per poter ridurre le tasse e fare una politica espansiva. Altro che governicchio; dovrà essere un governo fortissimo ».

E chi potrebbe essere allora il capo dello Stato in grado di inaugurare la nuova stagione?
«Vedo solo due possibilità. Gianni Letta: il meglio della sensibilità istituzionale del centrodestra, che ha sempre svolto un ruolo di alto profilo e su questo terreno darebbe garanzie a tutti… ».

E la seconda?
«Dall’altra parte, paradossalmente, Luciano Violante ».

Violante? Ma se voi socialisti l’avete sempre accusato di essere il vostro carnefice…
«Io ho scritto un libro, “L’uso politico della giustizia”, contro di lui. Lo considero il responsabile della gestione unilaterale di Mani Pulite e dell’antimafia, per colpire la Dc moderata, i laici e i socialisti, salvare la sinistra Dc e un Pds che aveva tutte le forme di finanziamento irregolare possibili e immaginabili. Ma proprio perché Violante ha guidato quel tipo di operazione, ha poi manifestato una consapevolezza in parte togliattiana che una stagione va chiusa ».

Violante come Togliatti?
«Togliatti ne chiuse una ancora più drammatica: la guerra civile. Negli articoli e nei libri di questi anni, l’evoluzione del pensiero di Violante è evidente. Lui che viene da lì, lui che ha cavalcato la fase dell’uso politico della giustizia, è l’unico ad avere la forza per provare a chiuderla, e promuovere una nuova pacificazione italiana. Violante non vuole rimanere appiccicato all’immagine di chi ha guidato dal ’92 in poi i momenti più duri di una guerra civile fredda. Vuole superarla. E ha l’autorità per farlo ».

Ne ha parlato con Berlusconi?
«La riflessione è mia. Comunque sì, ne ho parlato. C’è un dibattito in corso. Al momento accordi non ce ne sono ».

Si rende conto che, se l’accordo si facesse su Violante, non sarebbero solo i grillini a gridare non dico a un “inciucio”, ma più seriamente a un patto di potere e impunità?
«Ma chiunque venga proposto sarà massacrato. Ad Amato tireranno fuori la storia della pensione, Marini sarà liquidato come un vecchio democristiano. Il gioco al massacro ci sarà comunque. Questo stallo va affrontato virilmente, non con un atteggiamento subalterno. La situazione presenta tali elementi di rischio che ci vuole uno scatto della classe dirigente di Pd e Pdl. Due partiti che sono stati non solo avversari, ma per certi aspetti nemici, ora devono incontrarsi per chiudere la storia durissima che dura dal ’94 e fare un salto di qualità. Investendo i loro uomini migliori in un nuovo governo. E mandando al Quirinale una personalità di alto profilo: Gianni Letta, o Luciano Violante. Altrimenti, purtroppo, l’unica via d’uscita, come dice anche Renzi, sono le elezioni. Ma io mi auguro proprio che lo sbocco sia positivo ».


Il “fuoco amico” pd taglia fuori D’Alema dalla scalata al Colle
di Stefano Zurlo
(da “il Giornale”, 11 aprile 2013)

Veleni e agguati. La strada che porta al Quirinale è disseminata di trappole: una viene confezionata in via Solferino ed esplode sulla prima pagina del Corriere della Sera.
Nel mirino la silhouette di Massimo D’Alema, un big che potrebbe piacere al centrosinistra e al centrodestra, anzi più al centrodestra e a Berlusconi che a Bersani le cui ultime mosse «grilline » non ha condiviso. I bravissimi cronisti giudiziari del quotidiano milanese recuperano un verbale inedito dell’architetto Renato Sarno, collettore di tangenti nel sistema Penati. La storia è vecchia, e pure ormai logora, ma i risvolti sono nuovi e possono mettere in crisi i difficili equilibri che stanno maturando per la successione a Napolitano. Sarno infatti mette a verbale una presunta confidenza di Filippo Penati, ex presidente della Provincia di Milano e numero uno del Pd in Lombardia fino all’emersione dello scandalo Sesto. Dunque, Penati avrebbe svelato a Sarno di aver strapagato le quote della Serravalle in mano a Marcellino Gavio su input di Massimo D’Alema. La bomba rischia di far saltare per arie le chance dell’ex premier che è uno dei candidati più autorevoli alla presidenza della Repubblica.

Si sa, a pensare male si fa peccato ma non si sbaglia mai o quasi. E qui molti particolari non tornano: non ci vuole un esperto di cronaca giudiziaria per capire che gli stessi pm non credono nemmeno un po’ alla pista che porta a Baffino. Fanno le loro domande di rito, ottengono le risposte del professionista che rimanda totalmente a Penati, chiudono il discorso che non pare avere alcuna conseguenza. D’Alema non è indagato, nella sostanza non cambia nulla, in passato il suo nome era già stato accostato, sia pure in forme più indirette e sfumate, a questa storia; del resto il suo peso specifico l’ha trascinato in tante altre trame italiane. Sempre senza ammaccature. Sono i soliti sospetti. Dunque, sul versante giudiziario la pistola puntata sull’ex ministro degli esteri è scarica. E però, a leggere con attenzione il Corriere, non si può non notare il modo malizioso in cui l’ordigno è stato collocato. La notizia viene data a tutta pagina e torna, con un’ampia finestra informativa, in copertina. Insomma, il botto è assicurato. Con i classici schizzi di fango che potrebbero macchiare la veste di D’Alema in un momento cruciale. Inevitabile, a costo di trasformarsi in dietrologi, porsi la fatidica domanda: a chi giova? Via Solferino prova a dar prova di fair play riportando in un occhiello la versione di Penati che smentisce a stretto giro di posta l’architetto. Di D’Alema però non c’è traccia. Nessuno si è preoccupato di fargli una telefonata. E lui, consapevole dello scherzetto a meno di dieci giorni dalla convocazione dei grandi elettori che eleggeranno il nuovo capo dello Stato, querela e s’infuria: «Nel rilevare che tutta la ricostruzione della vicenda è stata già smentita da Penati, ovvero colui che avrebbe riferito quelle evidenti sciocchezze all’architetto Sarno, mi sconcerta il fatto che i giornalisti del Corriere della sera non abbiano avvertito l’esigenza di chiedere la mia versione prima di dare diffusione a dichiarazioni inventate di sana pianta, pubblicandole con straordinario e immotivato risalto ».

Perché quella dimenticanza? Strano, perché Ferruccio de Bortoli è un direttore accorto e scafato. Proprio ieri i giornali raccontavano l’incontro fra Berlusconi e Bersani e facevano notare che il Cavaliere, alla ricerca di un inquilino che dal Quirinale dia garanzie, avrebbe ottenuto dal leader del Pd l’eliminazione dalla lista dei concorrenti della sua bestia nera, quel Romano Prodi che invece è molto vicino a pezzi del Cda Rcs e ad alcuni dei suoi azionisti.

Insomma, Bersani e Berlusconi finalmente si parlano e cercano di uscire dallo stallo che blocca il Paese. Restringono la rosa per la più alta carica: D’Alema è dentro, Prodi è fuori. Passano poche ore e via Solferino versa il contenuto velenoso di quel verbale sulle promesse ancora vaghe e tutte da consolidare. Nouvelle vague quirinalizia. Anche perché, dettaglio suggestivo, D’Alema è sempre più esasperato dalla linea suicida di Bersani che ha perso quaranta giorni e la dignità inseguendo i grillini e rifiutando, fino a martedì pomeriggio, ogni ipotesi di dialogo con il Cavaliere e il segretario del Pd è sempre tentato dalla carta Prodi che gli garantirebbe davanti al suo popolo la patente di antiberlusconiano doc.

Dalle parti del Pdl seguono con apprensione e azzardano un paragone: D’Alema sta a Prodi come Napolitano a Scalfaro. Fantasmi antichi e mai superati.


Miracolo, si parlano
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 11 aprile 2013)

Dunque, come ovvio, il Pdl non è un partito di impresentabili, come l’aveva definito in diretta Rai Lucia Annunziata, una collega che, oltre a essere faziosa in politica, non ne azzecca una. L’ammissione arriva direttamente da Bersani che ieri, dopo un tira e molla durato oltre 40 giorni, ha fatto l’unica cosa che aveva senso fare fin da subito, cioè accettare di sedersi al tavolo con Silvio Berlusconi. Ufficialmente all’ordine del giorno c’era l’elezione del nuovo presidente della Repubblica, ma è ovvio, anche se gli interessati negano, che si sia parlato di governo e di reciproche garanzie. Già, perché le due cose vanno di pari passo, perché il Pdl reclama una scelta che bilanci l’innaturale occupazione delle poltrone istituzionali da parte della sinistra (Camera, Senato, Corte costituzionale, governo), ma soprattutto perché Bersani, politicamente in bilico, è alla disperata ricerca di rassicurazioni sul suo futuro personale che possono arrivare solo dal nuovo inquilino del Quirinale.

L’incontro di ieri è un fatto di buonsenso, mi auguro non l’inizio di un nuovo inciucio. In politica i rivali si parlano e trattano, ma andare oltre sarebbe un autogol per il centrodestra. Condividere pienamente un governo con una sinistra ideologica e ostaggio dei comunisti non porterebbe da nessuna parte e, cosa più importante, non sarebbe utile al Paese. Via l’Imu, meno tasse e meno Stato: questo ha convinto buona parte dei liberali a rivotare il Pdl dopo la delusione dell’appoggio al governo Monti. Anche piccoli passi indietro per blandire Bersani e Vendola sarebbero incomprensibili, un suicidio che riporterebbe il consenso più verso il dieci per cento che sopra il trenta come sarebbe necessario.

E allora? Credo che il massimo della concessione, in cambio di un capo dello Stato condiviso, potrebbe essere assecondare Bersani nel suo tentativo di salvarsi da Renzi. Cioè andare al voto quanto prima in posizione di forza all’interno del Pd, per esempio come presidente del Consiglio che ha ottenuto, con un governo monocolore di sinistra, la fiducia della Camera ma non quella del Senato. Se si verificasse una simile circostanza, il neo presidente della Repubblica non potrebbe fare altro che sciogliere le Camere a maggio e indire nuove elezioni, non dando così il tempo a Renzi di completare la conquista del partito e diventare il prossimo sfidante del centrodestra. Fantapolitica? Per quello che ne sappiamo, non proprio.


Napolitano tentato: incarico a un altro premier
di Massimiliano Scafi
(da “il Giornale”, 11 aprile 2013)

Roma – A quaranta giorni dalla scadenza naturale del settennato, a una settimana scarsa dall’inizio del rodeo-Quirinale, Giorgio Napolitano ha solo un dubbio: sparare o no l’ultimo colpo in canna? Dare o no un altro incarico di governo per liquidare definitivamente Pier Luigi Bersani?
Oggi i saggi si riuniranno in seduta plenaria e domani consegneranno al capo dello Stato le loro tavole: liberalizzazioni, welfare, fisco, nuova legge elettorale, taglio dei parlamentari, riforma dei regolamenti di Camera e Senato, queste le proposte dei due gruppi di lavoro.

E dopo? Che farà Napolitano? «Farà tutto quello che è umanamente possibile perchè possa formarsi un governo in Italia – risponde Olli Rehn, commissario europeo agli affari economici e monetari – abbiamo piena fiducia in lui ». E Rehn ha ragione, il presidente certo non resterà fermo e in silenzio ad aspettare il cambio della guardia, ma proverà «fino all’ultimo giorno » a superare lo stallo.
Lunedì infatti, ricordando Andreotti III del 1976 e indicando quel governo della «non sfiducia » sostenuto da Dc e Pci come un modello buono anche per oggi, ha praticamente obbligato il segretario del Pd ad incontrare Silvio Berlusconi. Tra sabato e domenica, con in mano la bozza dei dieci saggi, si prevede che faccia un’altra mossa. Quale? Chissà, magari potrebbe proprio dare il colpo di grazia a Bersani.

I rapporti tra i due, già pessìmi, sono precipitati dopo il voto. Il capo dello Stato lo ha spinto inutilmente verso le larghe intese, gli ha conferito un mandato dimezzato, gli ha chiesto di non perdere tempo, ha preteso di vedere i numeri, gli ha impedito di presentarsi alle Camere per cercare una fiducia al buio, poi alla fine lo ha esautorato, passando la palla a dieci esperti. Ma il congelato Bersani si sente ancora un premier in pectore e come tale si comporta. Tenendo stretto il suo pre-incarico, rimane in prima fila per Palazzo Chigi.
Da qui l’irritazione del Quirinale e l’ipotesi di farlo decadere, dando un mandato a un’altra personalità. Dal Colle però smentiscono. «Ma vi pare che a quattro giorni dall’inizio delle procedure per l’elezione del successore, lui possa imbarcarsi in un simile pasticcio? Questo è un compito che verrà lasciato al prossimo presidente ».
Sarà. Intanto il capo dello Stato attuale non sembra voler mollare la presa, lo dimostra la risposta alle frasi di un Grillo, scottato dal discorso di Napolitano contro il fanatismo. «Identificare sbrigativamente come bersaglio delle parole del presidente il Movimento 5 Stelle – si precisa – è palesemente arbitrario e strumentale ». Con chi ce l’aveva, allora? Con una «corrente di opinione che da tempo si esprime attraverso molteplici canali ». Arancioni, viola, Libertà e giustizia, moralisti vari.


Il punto di vista di Dagoreport
(da “Dagospia”, 11 aprile 2013)

Follow the money, segui il denaro. E’ solo questa la pista per capire se il governo si fara’. E da come ieri hanno reagito Borsa di Milano e spread non ci sono dubbi: il governo si fara’, lo guiderà Bersani Pierluigi, che sarà il primo post comunista eletto (sia pure con solo una manciata di voti in più) a salire a Palazzo Chigi, ci sarà un vicepresidente di area Pdl.

Monti Mario e la sua pattuglietta faranno di tutto per esserci, così non sembrerà solo una roba Pd/Pdl e ci vorrà un po’ di fantasia sulla formula per definirlo, ma tra scopo, emergenze varie e competenti veri o presunti non sarà questo il problema. Barca Fabrizio andrà a guidare il Pd e Renzi Matteo resterà a fare il sindaco di Firenze, oppure fara’ il suo movimento per togliere voti a Pd e Pdl ma alle prossime elezioni, che ovviamente si allontanano nel tempo visto che il giovane Renzi e’ un pericolo pubblico per entrambi i partiti così come organizzati oggi.

Tutto nasce dall’incontro tra il giaguaro Berlusconi e lo smacchiatore ma non troppo Bersani alla Camera. E, come Dagospia ha appreso a pochi centimetri dai partecipanti, e’ stato il grande venditore a rompere il ghiaccio, e non certo sul Quirinale che pure era il motivo ufficiale dell’incontro:”io sono d’accordo che tu sia premier, non ho problemi sul tuo nome”. Si può capire come a questo punto tutto sia filato in discesa, nonostante le puntualizzazioni di prammatica, buone per la cronaca, mentre dal viso del segretario Pd sparivano come per incanto le tensioni, anche con il Colle, delle ultime settimane.

Il resto e’, appunto, cronaca a cominciare dalla condivisione della scelta per il Quirinale. Bersani accenna a Marini (che riceve la notizia mentre festeggio il suo compleanno in un ristorante dei Parioli, “Al Ceppo”), l’altro chiede la rosa di nomi, mentre al Corriere fanno il lavoro sporco di eliminare D’Alema per tirare la volata a Prodi (Abramo Bazoli chiede, Flebuccio De Bortoli esegue per giocarsi al lotto la possibilità di rimanere in sella). In caso di rottura tra Culatello e Cainano, Prodi può ritornare in pista con buone chance al quarto scrutinio di prendere i voti dei grillini.

Ma il fatto importante, immediatamente colto dai mercati che muovono i capitali, e’ la decisione di dar vita al governo presa dai capi di due dei tre schieramenti che non hanno perso le elezioni. Se così e’, anche la battaglia per il Quirinale non e’ più la madre di tutte le battaglie ma solo la sorella.

Infatti, c’è anche un altro scenario verosimile: al Colle ci va Bersani Pierluigi e al governo, sulla base di un accordo di due anni, ci va Severino Paola, attuale ministro della Giustizia. Con un obiettivo preciso, accanto all’emergenza economica e sociale: trovare la quadra per le questioni che davvero interessano a Berlusconi Silvio come persona fisica e non solo come capo del Pdl, cioè i processi.

Un altro comunista al Quirinale? Perché no, leggetevi una bella intervista di Cicchitto Fabrizio, uno che di cose chiare e meno chiare si e’ sempre occupato, che propone addirittura Violante Luciano al Colle. E’ come se nella Firenze di una volta i guelfi avessero candidato un ghibellino alla guida della città, ma serve a preparare il terreno all’uomo di Bettola: se accettiamo Violante, figuratevi Bersani.

Ci rendiamo conto che si tratta di due scenari diversi ma soltanto nelle destinazioni finali che puo’ avere il segretario del Pd, perche’ la decisione di lavorare insieme al Pdl e’ presa, il movimento colto dai mercati e’ reale e noi abbiamo il dovere di riferirli entrambi.



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Bart