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CINEMA: I MAESTRI: Greta Garbo, la donna che ospitò la leggenda

2 Aprile 2008
Poesia di Piero Bigongiari scritta ad un mese dalla morte della celebre attrice.

[da La Nazione di venerdì 18 maggio 1990]

Greta

II suo sguardo colava dalle palpebre
arcuate da un sottile corruccio
tra felicità, amore ed oblio:
rappreso su chi lei guardava era
il suo io remoto, anche per lei
remoto: un fiore incognito, un veleno
agrodolce. Il Dio nascosto che
le ha della bellezza fatto un dono,
difficile a accettare o a portare?,
o una colpa, non so, ci ha contemplato
dall’interno del suo fuoco stellare
coi tuoi occhi in cui sorpreso il fato
filtrava nel veleno i propri antidoti.

Non sei entrata nella leggenda: fu
essa che entrò in te e ti ha occultato
a te stessa, e forse anche a sé.
Sei la promessa dell’adolescenza
o della morte? Forse adolescente
è la morte, la stessa che ti ha colto
in un appartamento newyorkese
in cui nascosta, mascherata, eri
la vita della fata che nel secolo
passata è senza accorgersi che solo
nell’immagine ognuno può avvedersi
di sé, la più fugace. Calcolata
o forse solo repentina? E
avvalersi di sé come dell’ombra
che nasconde un sospiro nella brina
che si scioglie dell’essere.

E’ stato
eterno nella sua fragilità
il frutto, il grido che si stacca appena
dal ramo, l ‘urlo che si fa parola
segreta dell ‘amore: indiscreto
all’improvviso entra nel discreto
del proprio allontanarsi, in quell’accorgersi
che esso è l’impossibile. L ‘amore
è impossibile quanto più è vero.
Così diviene intrasparente il cielo
per troppa trasparenza.

E dal gelo
del tuo fuoco svedese quale fiamma,
signorina Gustavsson, alias Garbo,
traspare, quale dramma hai prestato
come i fiocchi di neve turbinanti
sulla troika che rapiva al suo popolo
quella corsa affannosa di regina
deposta dal suo stesso oscuro impulso
verso l’esilio e quel nome: Cristina…
E’ il tuo nome fittizio, verso un regno
fittizio quanto vero e perduto.

Distanti gli occhi di un ragazzo ti hanno
guardato tra le lacrime scoprendo
nell’ombra di un cinema pistoiese
appena un lembo del velo di Maia
su cui acuto appuntavi il tuo ginocchio,
in ascolto delle tese parole:
«Che cosa fanno i vostri Velzáquez
e Calderí³n? ». La tua fuga in ginocchio,
la più alata e imprendibile… Sei stata
quanto non hai saputo troppo di essere.
Il tuo nome ti sgretola, o divina,
nello stesso segreto della morte.
Che cosa fanno i morti oltre la morte?
Forse nemmeno là ti troveranno.


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