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STORIA: Il Risorgimento visto da “Il Conciliatore” toscano #3/33

2 Aprile 2008

[da “Il Conciliatore” toscano, luned√¨ 2 aprile 1849]

Firenze, 1 aprile (1849)

Le sventure d’un popolo non possono nobilitarsi che colla dignit√† del soffrire e colla costanza nei propositi. Di questa verit√† vorremmo che fossero compresi gli uomini di tutti i partiti, onde almeno salvare quello che le ingiurie della fortuna non possono mai togliere n√© alle nazioni n√© agli individui, l’onore del nome e l’incolpabilit√† degli atti. Ferrea √® la legge della necessit√†, ma v’√® gran divario dal modo con cui la subiscono i liberi e li schiavi, i credenti e li scettici.
Qualunque sieno per essere le sorti al certo non liete che si riserbano all’Italia, noi non avremo ragione di mutare in nulla il nostro primo programma. Le convinzioni nostre sono sempre le stesse, ed oggi come allora noi insistiamo perch√© le idee posino sul vero e non sul fantastico, perch√© il senso morale tenga il luogo usurpatogli dalle passioni.
Gran parte del movimento Italiano and√≤ ¬† a male, perch√© credette aiutarsi di molte menzogne, spacciate dai furbi con arte, ed accettate dai creduli. L’Italia manc√≤ se stessa, perch√© mancarono gli uomini i quali vo ¬≠lessero e sapessero sacrificarsi, che √® quanto dire perch√© manc√≤ la moralit√†.
A ¬† che se non ¬† a queste cause dovr√† imputarsi lo spettacolo d’impotenza che diedero di s√© gli uomini di tutti i partiti? I costituzionali fecero mala prova nei pri ¬≠mi conati; i repubblicani la fecero anche peggiore nella riscossa. I primi ¬† avean forse poca fede nel movimento nazionale ¬† ed operarono fiaccamente. ¬† I ¬† secondi, senza fede ch’essi, e forti unicamente di negazione, distrussero senza saper creare, e lasciarono gli stati pi√Ļ disfatti, pi√Ļ sfibrati di prima. Cos√¨ venne a verificarsi sventuratamente ci√≤ che noi scrivevamo parecchi mesi fa, non es ¬≠sere cio√® in Italia nessun partito abbastanza forte per fare un fascio delle forze nazionali, abbastanza intelli ¬≠gente per condurle. Tutti i partiti collidersi a vicenda, tutti egualmente impotenti. La ragione consigliava a transigere, ma le passioni vi si opposero, e divisero le volont√† colla violenza. La nostra parola di conciliazione fu derisa, e suon√≤ nel deserto.
Ora conviene riassumere l’impresa e ricondurla ai principii. Chi non sente questa necessit√†, chiude gli occhi ad una esperienza che non vorremmo ¬† rinnovata. Bisog ¬≠na fondare l’idea nazionale sopra sentimenti ed inte ¬≠ressi veri, ¬† ¬† bisogna ¬† usare ¬† la ¬† libert√† secondoch√© vuole ragione. Cos√¨ potremo avere i ¬† popoli naturalmente disposti al servigio dell’idea, cos√¨ potremo alimentare una vita politica che non sia perpetuo oltraggio alla pubblica morale.
Questi principii noi professammo sempre senza pau ¬≠ra e senza vilt√†, ed oggi ¬† non possiamo ¬† senza ¬† sdegno ascoltare i ¬† propositi di alcuni che vorrebbero compire l’opera della distruzione con estreme violenze, per sola smania di strepitosa caduta. Non si pu√≤ sacrificare la sorte d’un paese a questi miseri orgogli.
Ma non meno di questo ci muove a ira il linguaggio di certuni, che per la mala riuscita della guerra vorrebbero seppellire ogni idea di nazionalit√†, d’indipendenza, di libert√†, nell’invocato servaggio straniero.
Questi sciagurati eran pur con noi quando arride ¬≠vano le speranze e pareva vicino il trionfo. Oggi non solo ci hanno abbandonato, ma ci vituperano perch√© raccomandiamo la dignit√† nella sventura, perch√© vogliamo salvo, se pure √® possibile, l’onore Italiano, e salve le istitu ¬≠zioni di libert√†. Quando noi loro gridavamo – muovetevi, tenete il campo, difendete i principii – essi rimasero sme ¬≠morati a guardare quello che seguiva nelle piazze. Poi quando il male fu fatto senza rimedio, essi ci susurravano all’orecchio – osate, osate – e volevano lo spettacolo del nostro sacrifizio, per fare la solita parte di muti spettatori. Oggi che tutto √® perduto, vorrebbero che noi li aiutassimo a sacrificare anche l’onore della patria.
Andate miserabili: noi non abbiamo nulla di comune con voi. Prospera o avversa, la causa nazionale sarà sempre la nostra causa, e finché avremo vita confide ­remo nel suo trionfo. La nostra moderazione non è la vostra viltà.


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Bart