[da “Il Conciliatore” toscano, lunedì 2 aprile 1849]
Firenze, 1 aprile (1849)
Le sventure d’un popolo non possono nobilitarsi che colla dignità del soffrire e colla costanza nei propositi. Di questa verità vorremmo che fossero compresi gli uomini di tutti i partiti, onde almeno salvare quello che le ingiurie della fortuna non possono mai togliere né alle nazioni né agli individui, l’onore del nome e l’incolpabilità degli atti. Ferrea è la legge della necessità, ma v’è gran divario dal modo con cui la subiscono i liberi e li schiavi, i credenti e li scettici.
Qualunque sieno per essere le sorti al certo non liete che si riserbano all’Italia, noi non avremo ragione di mutare in nulla il nostro primo programma. Le convinzioni nostre sono sempre le stesse, ed oggi come allora noi insistiamo perché le idee posino sul vero e non sul fantastico, perché il senso morale tenga il luogo usurpatogli dalle passioni.
Gran parte del movimento Italiano andò a male, perché credette aiutarsi di molte menzogne, spacciate dai furbi con arte, ed accettate dai creduli. L’Italia mancò se stessa, perché mancarono gli uomini i quali vo lessero e sapessero sacrificarsi, che è quanto dire perché mancò la moralità.
A che se non a queste cause dovrà imputarsi lo spettacolo d’impotenza che diedero di sé gli uomini di tutti i partiti? I costituzionali fecero mala prova nei pri mi conati; i repubblicani la fecero anche peggiore nella riscossa. I primi avean forse poca fede nel movimento nazionale ed operarono fiaccamente. I secondi, senza fede ch’essi, e forti unicamente di negazione, distrussero senza saper creare, e lasciarono gli stati più disfatti, più sfibrati di prima. Così venne a verificarsi sventuratamente ciò che noi scrivevamo parecchi mesi fa, non es sere cioè in Italia nessun partito abbastanza forte per fare un fascio delle forze nazionali, abbastanza intelli gente per condurle. Tutti i partiti collidersi a vicenda, tutti egualmente impotenti. La ragione consigliava a transigere, ma le passioni vi si opposero, e divisero le volontà colla violenza. La nostra parola di conciliazione fu derisa, e suonò nel deserto.
Ora conviene riassumere l’impresa e ricondurla ai principii. Chi non sente questa necessità, chiude gli occhi ad una esperienza che non vorremmo rinnovata. Bisog na fondare l’idea nazionale sopra sentimenti ed inte ressi veri, bisogna usare la libertà secondoché vuole ragione. Così potremo avere i popoli naturalmente disposti al servigio dell’idea, così potremo alimentare una vita politica che non sia perpetuo oltraggio alla pubblica morale.
Questi principii noi professammo sempre senza pau ra e senza viltà, ed oggi non possiamo senza sdegno ascoltare i propositi di alcuni che vorrebbero compire l’opera della distruzione con estreme violenze, per sola smania di strepitosa caduta. Non si può sacrificare la sorte d’un paese a questi miseri orgogli.
Ma non meno di questo ci muove a ira il linguaggio di certuni, che per la mala riuscita della guerra vorrebbero seppellire ogni idea di nazionalità, d’indipendenza, di libertà, nell’invocato servaggio straniero.
Questi sciagurati eran pur con noi quando arride vano le speranze e pareva vicino il trionfo. Oggi non solo ci hanno abbandonato, ma ci vituperano perché raccomandiamo la dignità nella sventura, perché vogliamo salvo, se pure è possibile, l’onore Italiano, e salve le istitu zioni di libertà. Quando noi loro gridavamo – muovetevi, tenete il campo, difendete i principii – essi rimasero sme morati a guardare quello che seguiva nelle piazze. Poi quando il male fu fatto senza rimedio, essi ci susurravano all’orecchio – osate, osate – e volevano lo spettacolo del nostro sacrifizio, per fare la solita parte di muti spettatori. Oggi che tutto è perduto, vorrebbero che noi li aiutassimo a sacrificare anche l’onore della patria.
Andate miserabili: noi non abbiamo nulla di comune con voi. Prospera o avversa, la causa nazionale sarà sempre la nostra causa, e finché avremo vita confide remo nel suo trionfo. La nostra moderazione non è la vostra viltà.