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LETTERATURA: “L’intagliatore di noccioli di pesca” di Nico Orengo (2004)

18 Maggio 2008

di Francesco Improta
 
Per parlare del romanzo di Nico Orengo, per la cronaca il diciassettesimo di una straordinaria avventura umana ed artistica, credo sia opportuno partire dal titolo, che, secondo una consuetudine cara all’autore, reca in s√© un riferimento esplicito al mondo della natura, in questo caso un frutto e tra i pi√Ļ carnosi e sensuali: la pesca. Il titolo, come risulta dall’esergo, √® tratto da “I nottambuli“, un libro di Fruttero e Lucentini e ha in quel contesto un’evidente carica polemica nei confronti della critica letteraria. Anche l’ironia dell’autore in questo romanzo, talvolta, prende a bersaglio i critici ma il titolo ha altre e talora opposte valenze semantiche: innan ¬≠zitutto richiama l’abilit√† di taluni critici di racchiudere nel breve spazio concesso, in genere, ad una recensione il senso di un’opera e un giudizio motivato; in secondo luogo c’√® nel titolo un preciso riferimento di natura sessuale, perch√© rimanda ad una voglia, della grandezza di un nocciolo di pesca, su un gluteo di Marisa, uno dei personaggi femminili del roman ¬≠zo, voglia che cambiando forma, colore e dimensione diventa un vero e proprio termometro degli umori e delle pulsioni sessuali della donna, e allude, infine, al proprio particolare, come lo stesso Nico ha affermato in un’intervista su “La Riviera”: “Il titolo vorrebbe anche suggerire l’affannarsi sul particolare, sulla zolla privata che ognuno custodisce e cura“.
Il romanzo, invece, si apre con alcuni versi di Camillo Sbarbaro che costituiscono un duplice atto d’amore nei confronti della poesia e della Liguria. √ą una specie di “introibo” che se da un lato circoscrive lo spazio entro il quale si svolger√† la vicenda, l’estremo lembo della Riviera di Po ¬≠nente, dall’altro c’introduce nel mondo della Letteratura, che come ve ¬≠dremo assume un ruolo fondamentale nel romanzo.
Il protagonista; Pietro Scullino, √® un professore di Liceo in pensione, scrive recensioni di libri di scrittori italiani contemporanei, per La Rivie ¬≠ra, una testata locale, e divide le sue giornate tra le sue quattro donne, il bar, dove incontra gli amici di sempre, e un gozzo con cui cerca o sogna soltanto di prendere il largo, di allontanarsi cio√® dalla routine quotidiana e di raggiungere la spiaggia bianca, un’oasi di pace e di tranquillit√† che esiste solo nei suoi sogni e che a me, impenitente cinefilo, ha richiamato alla mente la spiaggia rosa che Monica Vitti vedeva trasognata nel film di Michelangelo Antonioni, Il deserto rosso.
Gli amici, un vero e proprio campionario di personaggi di provincia, pronti ad immergersi in discussioni appassionate su un fuori gioco inesistente fischiato da un arbitro o sull’ultimo tartufo (la pepita d’Alba) giunto dal Piemonte e a sorvolare sugli eccidi in Irak, durante e dopo la guerra, che il pi√Ļ delle volte viene ridimensionata e sdrammatizzata in battute qualunquiste, dicevamo gli amici sono quattro: Mil√≤, proprietario di un negozio di fiori; Sandro titolare di una rosticceria dal nome accattivante Delicatezze del Palato; Boniscontro, proprietario di un negozio di ferramenta; e infine Bari (nome che √® tutto un programma) titolare di un’Agenzia di Pompe Funebri, “Aldiqua e Aldil√†”, fin dall’inizio si nota una certa propensione da parte dell’autore a giocare con i nomi, che nel corso del romanzo verranno addirittura cambiati, stro ¬≠picciati o deformati. Sono gli amici, possiamo affermarlo senza tema di smentite, i metronomi della vita di provincia, coloro che scandiscono i ritmi lenti e pausati di una vita ovattata con i loro gesti, i loro riti e, perch√© no, i loro pettegolezzi.
Anche le donne, croce e delizia per Pietro, come abbiamo detto sono 4: la moglie Margherita, che gli vive al fianco da anni e lo stima ma non lo rispetta se √® vero che da tempo ha una relazione con il suo datore di la ¬≠voro, un ricco commercialista; la figlia Lucrezia, per inciso il nome Lucrezia √® un omaggio al grande poeta della Latinit√† Tito Lucrezio Caro, di cui nel romanzo sono citati alcuni versi, la figlia, dicevamo, che con Pietro ha un rapporto conflittuale, talvolta addirittura violento, quando ad esempio gli lancia contro i libri che il padre le aveva consigliato di leggere e che lei non aveva trovato di suo gradimento; Marisa, l’amante, responsabile di una casa di riposo per anziani, donna non pi√Ļ giovanis ¬≠sima ma piacente e sensuale che non disdegna anche le attenzioni e la compagnia di un altro uomo; ed infine Lilli Longoni-Piva, collega e rivale di Pietro, capace di scatenare in lui tempeste ormonali anche nelle situazioni pi√Ļ imbarazzanti, quasi fosse un adolescente e non un pensionato.
Il vero amore di Pietro sono, comunque, i libri a cui ha dedicato tutta la vita e che ha raccolto con cura amorevole nella sua biblioteca, ormai zeppa, debordante di volumi, circa 5000. Non meraviglia quindi l’entu ¬≠siasmo con cui accetta di far parte della giuria nel ricostituendo premio letterario, con sede a Bordighera, “5 Bettole”. Ci fermiamo qui nel rac ¬≠contare la trama per non privarvi del piacere della lettura e della sco ¬≠perta, vorrei, invece, rilevare come questo romanzo di Nico costituisca una novit√† nell’ambito della sua stessa produzione narrativa. Innanzitutto non si tratta, come in precedenza di un racconto lungo ma di un romanzo vero e proprio comprendente 372 pagine, in secondo luogo la vicenda non √® ambientata nel passato, nel tempo mitico e incantato della sua ado ¬≠lescenza, come negli altri suoi romanzi, ma nel presente, nell’ hic et nunc; Nico cio√® si misura con l’attualit√†, con la storia e la cronaca dei giorni nostri in tutta la loro complessit√†. Non √® un caso che sullo sfondo ci siano gli intrallazzi della classe politica, il fallimento e la bancarotta di un noto industriale, le manifestazioni e i cortei dei pacifisti e soprattutto la guerra in Iraq, che, a dispetto delle battute qualunquiste degli amici di Pietro Scullino, s’impone con tutto il suo carico di sofferenza, distruzione e di morte “Una guerra √® una guerra: una carneficina… non un videogame. Se la fai, la fai per uccidere”, si legge ad un certo punto nel romanzo. Lo scenario, invece, √® sempre lo stesso: l’estremo lembo del Ponente ligure, da Sanremo al confine e anche oltre, con qualche puntata a Mentone e a Nizza, uno scenario caro a Nico e non solo a lui. I personaggi, numerosissimi, sono o inventati o reali ma anche quelli reali, come √® naturale che avvenga in una creazione letteraria, sono sottoposti a modifiche e aggiustamenti dettati dalle varie situazioni e dalla sensibilit√† ed immaginazione di Nico, che come tutti i romanzieri ha il diritto/do ¬≠vere di intervenire sulla realt√† e di modificarla a suo piacimento per cogliere e trasmetterci lo spirito, il senso, il sentimento di essa e per non limitarsi a registrare i fatti, quasi fosse un cronista, un biografo o un documentarista. Non basta la maggior parte dei personaggi sono intel ¬≠lettuali, artisti e operatori culturali; ed √® qui la terza grande novit√†: la cultura, per buona parte del romanzo, prende il posto della natura. Ne consegue che alla lunghe e dettagliate enumerazioni di piante, di erbe e di fiori presenti in tutti i suoi romanzi (si pensi agli incipit di Miramare e di Il salto dell’acciuga), si sostituisca qui un lungo e non meno partico ¬≠lareggiato elenco di romanzi. Non pi√Ļ fragranze, colori e profumi di fiori, ma odori e fruscii di carta e di inchiostro, certo non meno intrigan ¬≠ti. Si pensi al rito, decisamente profano e addirittura sensuale, dell’a ¬≠pertura dei pacchi di libri o alla sacralit√† che si respira nello studio, dove Pietro si rifugia a leggere e a scrivere. Ho detto che la cultura occupa lo spazio per buona parte del romanzo ma non per tutto il romanzo verso la fine, infatti, Pietro Scullino, anche se spinto dalle sue precarie condizioni di salute, ritorna nel grembo della natura e al mondo della sua adole ¬≠scenza non senza prima aver raccomandato a suo genero Silvio, artista irrequieto e talentuoso, di armarsi di fogli e di scotch d’imballaggio e di coprire gli innumerevoli volumi della sua libreria, quasi Pietro volesse prendere congedo definitivamente dai compagni di viaggio di tutta una vita. Sembrerebbe, quindi, che egli si sia sentito ancora una volta deluso e ingannato; dopo la moglie, l’amante, e per altri versi la figlia anche i libri o meglio l’ambiente letterario ha tradito la sua ingenuit√† e la sua buona fede.

Si potrebbe pensare al famoso romanzo di TanizaKi “La chiave”, da cui Brass ha tratto un film mediocre, se √® vero, infatti, che il protagonista del romanzo, tutto preso da un’improvvisa esplosione di fisicit√† e sessualit√†, scaraventa dalla finestra i libri √® altrettanto vero che Pietro li impacchetta e li sottrae ai suoi sensi o metaforicamente li getta a mare insieme alla lenza con cui tira su una splendida orata.
Altra novit√†, strettamente connessa alla seconda, √® la scomparsa, rispetto al passato, della cosiddetta tecnica del repechage che lo aveva portato, nei romanzi precedenti, a ripescare alcuni personaggi, situazioni o fatti di cronaca e a costruire intorno ad essi le sue narrazioni, (la breve avven ¬≠tura terrena di Ugo Battista in Figura gigante; la visita, reale o presunta, di Evita Peron in Riviera di cui si parla in Le rose di Evita; le riprese, a Montecarlo di Caccia al ladro in La guerra del basilico; gli esperimenti del misterioso Conte Voronoff cui si accenna in molti romanzi e anche nel recentissimo La curva del Latte). N√© va dimenticato tra le altre novit√† il vezzo, comune a molti registi cinematografici, Hitchcock e Almodovar in testa, di ritagliarsi uno spazio all’interno delle loro opere; qui Orengo non solo viene citato pi√Ļ volte come l’autore di “La curva del Latte“, “impallinato” al Premio Campiello ed escluso dalla cinquina dei finalisti del rinato premio letterario “Le 5 bettole”, ma concede ad una giornalista un’intervista in cui sembra inseguire un sogno giovanile, tra l’erotico e il culinario, dai contorni sfumati, e dalle atmosfere decisamente retr√≤ alla maniera di Paolo Conte; nell’intervista, non a caso c’√® una citazione del cantautore astigiano.
Rimangono, invece, quali costanti della narrativa di Nico una prepotente e intrigante sensualit√†, una particolare sensibilit√† e propensione per la bellezza in tutte le sue forme e per quella muliebre in particolare, una vis comica non disgiunta da una pi√Ļ vasta dimensione ludica, un amore per la cucina ligure tradizionale capace di curare o quanto meno di alleviare i crucci della vita e le ferite dell’anima, una graffiante ironia, esercitata contro il mondo della critica letteraria, della politica, dei mass media ma anche contro se stesso, ed infine una sottile malinconia che costituisce il retrogusto amaro del libro. Ma rimangono anche, cosa a mio avviso ancora pi√Ļ importante, la leggerezza, la fluidit√†, la trasparenza e il nitore della scrittura, da sempre prerogative di Nico e qualit√† indiscutibili dei suoi romanzi.
Da notare, infine, la struttura circolare del romanzo che si apre con una performance artistica di Silvio, il genero di Pietro Scullino, e si conclude con un happening concettuale come Silvio ama definirlo, sono opera ¬≠zioni o meglio interventi artistici sul territorio che potrebbero suggerire un’altra chiave di lettura e d’interpretazione: in un periodo di crisi profon ¬≠da, qual √® quello che stiamo vivendo, l’arte, e pi√Ļ in generale la creativi ¬≠t√†, pu√≤ costituire non solo una consolazione ma anche una delle ultime certezze e verit√†.


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1 commento

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Bart