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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

15 Ottobre 2011

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

L’amore che resta

Restless
Gus Van Sant, 2011
Fotografia Harris Savides
Henry Hopper, Mia Wasikowska, Ryí´ Kase, Schuyler Fisk, Jane Adams, Lusia Strus, Chin Han, Kyle Leatherberry, Jesse Henderson, Colton Lasater, Victor Morris.
Cannes 2011, Un certain regard.

L’attenzione di Gus Van Sant, il regista kentuckyano che dei giovani ha colto con sguardo sperimentale frustrazioni, disperazioni, neo-alienazioni – da Elephant (Palma d’oro a Cennes 2003) a Paranoïd Park (Premi speciale a Cennes 2007), sembra volgersi al lato romantico per spingersi ai limiti del tema “amore e morte” in chiave psicologica. L’inquietudine di Enoch (Henry Hopper, figlio di Dennis, al suo primo film) e di Annabel (Mia Wasikowska, Alice in Wonderland, I ragazzi stanno bene, Jane Eyre) ha un quadro referenziale meno complicato di quello che produceva l’”infelicità” nei film precedenti. Enoch ha perduto i genitori in un incidente stradale dal quale è uscito vivo seppure avendo perso conoscenza per un po’. Per i funerali non lo aspettarono ed egli ebbe reazioni violente, tanto da dover lasciare la scuola. Ora frequenta i funerali degli sconosciuti e gioca alla battaglia navale con uno strano “amico”, il fantasma del kamikaze Hiroshi (Ryí´ Kase, Lettere da Iwo Jima). Riluttante ai contatti umani, Enoch incontra Annabel durante uno dei servizi funebri in cui s’è “imbucato”. Basta un sorriso e qualche insistenza della ragazza e non si lasceranno più. Annabel ha un tumore maligno al cervello e presto saprà di avere tre mesi di vita. Il suo modo di affrontare la situazione è così diverso da come potremmo aspettarcelo che tutto il film si trasferisce in una specie di empireo di tenerezza fiabesca, in un paradosso che il regista concretizza con una decisa preferenza per il versante stilistico. La scelta ha il pregio di evitare al racconto derive stereotipe alla Love Story e insieme di conservare un livello di astrazione che giustifichi la misura delle accentuazioni poetiche. Tra “verità” e invenzione, Annabel e Enoch hanno il potere di farci amare il tempo (la vita) che ci resta. In un certo senso, Gus Van Sant ha l’aria di essersi preso una vacanza, una di quelle vacanze che però possono dare valore all’impegno di tutto l’altro da fare.

Cowboys & Aliens

Cowboys and Aliens
Jon Favreau, 2011
FotografiaMatthew Libatique
Daniel Craig, Harrison Ford, Olivia Wilde, Sam Rockwell, Adam Beach, Noah Ringer, Paul Dano, Ana de la Reguera,Clancy Brown, Keith Carradine, David O’Hara, Abigail Spencer, Walton Goggins, Raoul Trujillo, Toby Huss.
Locarno 2011, Piazza Grande.

Più “bambino” che mai, Steven Spielberg s’è impegnato come produttore esecutivo in un tentativo la cui “ingenuità” è esibita, complice la regia di Favreau (Iron Man), con eccessiva disinvoltura. Non che questo matrimonio fasullo di due generi troppo lontani sia destinato ai bambini – non vi sarebbe niente di male -, ma semplicemente il film è girato e montato come da bambini ai quali fosse stata propinata una dose di informazioni cinematografiche, a formare una lista superficiale e improvvisata, tanto per fornire le sponde referenziali strettamente necessarie alla confezione del prodotto. Sicché passano davanti ai nostri occhi gli stereotipi più banali e non digeriti (approssimativi) del western e della fantascienza, giustificabili – sembrerebbe – col marchio d’origine fumettistico (la graphic novel di Scott Mitchell Rosenberg, 2006). “Non facciamo sul serio”, sembrano dire i protagonisti e lo stesso regista mentre cercano di amalgamare con materiali credibili l’idea “estrema” di un’invasione aliena nei territori semidesertici del New Mexico ottocentesco (è il 1873 e siamo nel piccolo centro e nei dintorni di Absolution). Infatti, nonostante l’impegno di Ford a fare la faccia da cattivo monumentale e di Craig a valorizzare l’arma segreta che porta al polso (alieno anch’egli? chissà), resta misteriosa la propensione dei due all’alleanza, almeno fino a quando non si chiarisce per bene il sottofondo moraleggiante della storia: si può partire anche da un passato personale, rispettivamente, da boss (colonnello Dolarhyde)  e da bandito (Jake Lonergan), ma ci si può riscattare cogliendo l’occasione di una minaccia “demoniaca” (all’epoca non si pensava certo agli esseri dallo spazio) da fronteggiare e da sconfiggere; tanto si può che perfino gli indiani fanno brodo per un’alleanza di forze (più che altro morali) e di mezzi (pistole, fucili, coltelli e frecce) contro i mostri cattivi – mostri che gli effetti speciali, ormai troppo risaputi, non riescono a definire con originalità plastica. Del resto, lo scopo dell’invasione resta oscuro per un bel po’ e quando finalmente si capisce che l’interesse è il medesimo dei terrestri per l’oro, la motivazione invece di rafforzare l’idea narrativa la indebolisce fino a renderla secondaria. Per giunta, la soluzione del terribile scontro è data dal sacrificio quasi incomprensibile del personaggio di Ella (Wilde), il cui gesto finale è troppo “decisivo” rispetto a quello che dovrebbe essere l’eroismo vincente di Dolarhyde e Lonergan.

This Must Be the Place

This Must Be the Place
Paolo Sorrentino, 2011
Fotografia Luca Bigazzi
Sean Penn, Judd Hirsch, Eve Hewson, Kerry Condon, Joyce Van Patten, David Byrne, Olwen Fouéré, Shea Whigham, Liron Levo, Heinz Lieven, Simon Delaney, Frances McDormand, Seth Adkins.
Cannes 2011, concorso.

Cheyenne, ebreo cinquantenne, è una ex rock star. Intronato e imbambolato dal suono degli anni ’80, che ormai non gli appartiene più ma che gli è rimasto nel cervello, conserva il trucco “gotico” sul volto imbiancandolo ogni giorno e colorando le labbra di rosso vivo, un velo di cipria sotto il rossetto per mantenerlo più a lungo. Soffia ogni tanto ai capelli che gli vanno sulla bocca e guarda intorno annoiato, a volte stupito dalla banalità quotidiana. Forse è un po’ depresso. Vive agiatamente a Dublino con la moglie Jane (Frances McDormand, America oggi, Fargo, Burn after reading) che lo ama ancora. «La mia vita va bene », sussurra lentissimamente con un filo di voce. Ha negli occhi l’orizzonte americano, spazi che non hanno più forme definite, tempi di un viaggio ancora da compiere. E un giorno Cheyenne, dopo 30 anni, ritorna a New York. Ha saputo che il padre se ne sta andando, vuole almeno per una volta parlare con lui, ma lo trova già morto e scopre un segreto: il genitore aveva sempre coltivato l’idea di rintracciare il nazista che lo aveva umiliato in campo di concentramento. Un soffio sui capelli e Cheyenne si mette in giro, stralunato impossibile detective alla ricerca di un uomo che magari non esiste già più. Trascina la sua trolley come si portasse dietro l’anima, il passo è lento e “riflessivo”, ubbidisce più alla propria maschera che ai propri pensieri, fissa ogni particolare scoprendolo per la prima volta, bambino al cospetto di una civiltà sconosciuta, forse regredita. E solo così, con l’aria stupefatta e quasi ironica d’un viaggiatore straniero e “innocente”, potrà infine trovarsi al cospetto del vecchio aguzzino di suo padre. Ma non sarà più una storia di famiglia, sarà la scintilla di un cortocircuito della storia che parla con le parole trasognate e lucide di una mania misteriosa, di un odio incomprensibile se non fuori da vecchi schemi troppo ristretti. L’uomo, ormai pelle e ossa come allora furono le sue vittime, fornisce la sua versione paranoica di quell’antico odio in un monologo impressionante di cui Aloise Lange si fa interprete inarrivabile: «Nel nazismo tutti volevano imitare gli altri, gli ebrei invece no ».  Il viaggio è finito. L’immagine del corpo nudo dell’odioso persecutore riscatta in un “riavvolgimento” fulmineo e in un nuovo sorriso malinconico, non più depresso, la memoria sconsolata di Cheyenne. I pezzi dell’America che il suo sguardo ha colto durante la ricerca “perduta” forse non potranno del tutto ricomporsi, ma ora sappiamo che la responsabilità di quella realtà “non risolta” non è certo da attribuire all’arte di Sorrentino, ché anzi ha il merito di farci ripensare all’America di Antonioni e al finale di Zabriskie Point (1970), dopo il quale nessuno più ha saputo nemmeno ricercare quei pezzi né ripercorrere quegli spazi. Non potremmo dire che l’immagine di uno specchio andato in frantumi sia frammentaria. Eccelsa, piuttosto, l’arte di Sean Penn, attore la cui intelligenza si è dimostrata qui almeno pari a quella del regista, non immemore della vetta raggiunta da Tony Servillo per il suo Andreotti (Il divo, 2008).

 


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart