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LETTERATURA: Kafka #3/5

15 Ottobre 2011

di Nino Campagna

[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]

Ci siamo dilungati ad esaminare le “Lettere a Felice” relative alla fine del 1912, fermamente convinti che esse aiutino – e parecchio – a comprendere i presupposti e gli stati d’animo di cui era preda Franz Kafka mentre buttava giù una delle sue “piccole” storie che hanno contrassegnato la sua vicenda umana e per certi versi contraddistinto la sua attività di scrittore .Adesso ci apprestiamo con una certa commozione a “sezionare” la Metamorfosi, nella speranza di dare un contributo alla sua comprensione e di sottolineare quei passaggi dove si ritrova l’essenza della personalità di Franz Kafka.. Con l’occasione mi corre l’obbligo di   far presente che le lettere a Felice – proprio allora appena pubblicate da Max Brod – sono state oggetto della mia tesi di laurea, nel lontano 1968 e che sulla “Metamorfosi” avevo già scritto un saggio nel 1996. Ripercorrendo questo lungo periodo rivivo con uguale intensità le emozioni che mi hanno portato all’impatto con Kafka e riapro ferite purtroppo non ancora completamente rimarginate …

Ad anticipare l’idea di questo racconto incredibile – la “Verwandlung” – c’è un biglietto scritto da Kafka al suo “Capo-ufficio” Klaus Pfohl che porta la data del 25 settembre 1912, un mese dopo il fatidico incontro con Felice Bauer avvenuto a casa Brod il 13 agosto di quell’anno. In essa ci sono segnali tristemente premonitori: “Egregio Signor Ispettore Capo! Stamani ho avuto un leggero malore e adesso ho un po’ di febbre e pertanto me ne sto a casa. Di sicuro non si tratta di nulla di grave e verrò in ufficio sen’altro oggi stesso, anche se solo verso mezzogiorno”. A quanto risulta era la prima volta che Kafka “saltava” un impegno, proprio lui che aveva l’ossessione della puntualità ed era impregnato dal dovere, inteso alla “tedesca”, grazie ad   un’educazione, impartitagli da genitori particolarmente inflessibili e da insegnanti altrettanto severi… Ma la metamorfosi di cui è vittima un tranquillo e anonimo impiegato delle Assicurazioni statali è la parabola della sua vita, come egli stesso ha tenuto a sottolineare nei suoi Diari; infatti il cognome Samsa è strutturalmente simile a Kafka con la vocale a che si ripete nella stessa posizione  quel Gregor Samsa che porta già nel cognome le sue stimmate… Non per nulla il giovane compagno di passeggiate, quel Gustav Janouch che in seguito raccoglierà in un volume i suoi “Colloqui con Kafka”, ricordando il suo primo incontro con lo scrittore non può fare a meno di riportare l’impressione che lo aveva folgorato – Non è forse lui stesso l’infelice scarafaggio della Metamorfosi? -. Che Kafka non fosse per nulla contento del suo lavoro l’abbiamo già abbondantemente visto nelle lettere a Felice, e lo ripete con martellante frequenza a tutti i suoi amici: che sentisse quella sua costrizione come una condanna viene fuori in modo inequivocabile dalle sue opere e soprattutto dalla sofferenza con cui ha subito quell’imposizione. Nella famosa lettera al padre del 1919, che tuttavia non ha avuto il coraggio di spedire, c’è un passo che descrive in modo impietoso la sua convinzione di essere stato condannato a sua insaputa e senza capirne il motivo all’ergastolo in un mondo – “dove io, lo schiavo, vivevo sotto leggi inventate esclusivamente per me, che tra l’altro – e mi sfuggiva il perché – non sarei mai stato in grado di rispettare…-. Nella stessa lettera tra l’altro c’è anche un accenno preciso alla scelta di quell’animale, chiamato per l’occasione “Ungeziefer” di difficile traduzione alludendo a un “insetto parassita”; egli infatti riferendosi ad una delle solite “offese” con cui il padre era solito bollare gli amici del figlio che non poteva soffrire – nel caso specifico si trattava di un attore ebreo dilettante Löwy – scrive:“Senza conoscerlo lo paragonavi in un modo terribile, che io ho già dimenticato,   a un insetto parassita”. (Dalla lettera al padre del, 1919).   Kafka sceglie quindi quale personaggio centrale della sua “piccola storia” un animale di per sé ributtante e per di più parassita, che può diventare senza provocare sconcerto o repulsione una vittima sacrificale. In questa vittima sacrificale finisce con l’identificarsi, perfettamente cosciente di quel ruolo che è poi quello suo, che accetta – o meglio subisce – in silenzio, senza abbozzare il benché minimo tentativo di resistenza; emettendo al massimo un flebile lamento… Questa sua condizione dell’animo è affidata in modo impietoso ai suoi Diari: “Di recente, uscendo dall’ascensore ancora una volta alla stessa ora, mi è venuto   in mente che la mia vita con le sue giornate sempre più profondamente uniformi nel dettaglio somiglia a quei compiti che si assegnano per punizione agli scolari, che, a seconda della colpa, devono riscrivere dieci o cento volte o addirittura di più la stessa frase, assolutamente insensata perlomeno nella ripetizione. Soltanto che nel mio caso si tratta di una pena in cui c’è scritto: fino a quando ce la fai…”. (24 gennaio 1914). L’ufficio   costituisce un fardello   insopportabile le cui ripercussioni incidono pesantemente anche sul suo stato di salute. Con una sconcertante premonizione annota nel diario il 19 febbraio 1911 – “Stamani, appena ho tentato di scender giù dal letto, sono semplicemente crollato. E ciò ha una semplice motivazione, non ce la faccio più a tenere questi   ritmi lavorativi…”. Meno di un anno dopo, sempre nel mese di febbraio (il 5) , annota: “Piccolo svenimento ieri al Caffè City dove mi trovavo con Löwy. Mi sono piegato su un foglio di giornale per nasconderlo…” . A dire il vero gli ultimi mesi del 1911 erano stati ricchi di annotazioni che tradivano più di un dubbio sul suo stato di salute: “Ieri sera ho tirato via la coperta dal letto già con un certo presentimento, mi sono steso e ho preso coscienza di tutte le mie capacità, come se le avessi in mano; tutto ciò mi ha procurato una estrema tensione, era come se avessi la testa in fiamme. Per un attimo ripetei, per consolarmi del fatto di non alzarmi e rimettermi a lavorare ‘tutto ciò non può essere sano, tutto ciò non può essere sano e avrei voluto platealmente calcarmi in testa il sonno..”.  Il giorno dopo torna sull’argomento e accusa uno strano malessere: “Non ho dormito per tre notti, al più piccolo tentativo di fare qualcosa, mi ritrovo subito completamente privo di forza… (16 novembre). Nessuna meraviglia quindi se un anno dopo, alla fine Gregor Samsa, svegliandosi da sogni inquieti si ritrova trasformato in un mostruoso insetto. Così inizia la “piccola” storia   che sarebbe stata tanto a cuore al suo autore. Kafka,   fissando sulla carta pensieri che lo avevano turbato in quella fine di novembre del 1912 e di cui fanno abbondantemente testimonianza le lettere a Felice sopra riportate,   non fa altro che ripercorrere le sue frustrazioni, dare corpo alle sue angosce, rivivere i suoi spettri. Gregor, nel constatare l’avvenuto mutamento della sua corporalità,   non si abbandona, come sarebbe stato prevedibile, a nessun gesto inconsulto; lo accetta come ineluttabile, così come nella vita aveva accettato tutto quello che gli era capitato. Si dilunga invece a descrivere nei minimi particolari quel nuovo “status” che si è impadronito di lui, o meglio del suo corpo, trasformandolo in un disgustoso coleottero. Ma quello che turba lo spettatore è l’assoluto carattere di “normalità” che riesce a dare alla vicenda, come se la stessa riguardasse un altro e potesse capitare a chiunque…. Dal punto di vista strutturale poi, e questo sarà un tipico connotato della prosa kafkiana, ricorre sovente a frasi lunghissime, quasi per accrescere la “suspense” per una situazione difficilmente immaginabile. Per leggere questa stupefacente trasformazione bisogna trattenere il fiato e in questo modo, pian piano, si dipana davanti ai nostri occhi una realtà assurda, ma ridotta grazie alla sua prosa ad una realtà strana sì, ma possibile… Egli si coglie in un momento in cui il tutto è avvenuto e non può fare altro che prendere atto di quanto è successo e descriverlo: L’insetto frutto di una fantasia “malata” giaceva sulla schiena che adesso oltre ad essere rigida era anche “panzerartig” corazzata; sollevando poi un pochino la testa poteva intravedere appena la sua pancia convessa, marrone, suddivisa in rigidità ricurve, sulla cui sommità stava in equilibrio precario la coperta, pronta a scivolar via da un momento all’altro. Un periodo lunghissimo, a partire   da “giaceva” non c’è un solo punto; solo, virgole. Il punto interviene per mettere in risalto un altro particolare sconvolgete: le sue innumerevoli zampe, tremendamente esili se messe a confronto con le dimensioni di quel “monstrum”, gli tremolavano incontrollate davanti agli occhi. Questa la puntuale, agghiacciante descrizione dell’incipit della “metamorfosi” subita. Davanti a questo suo nuovo modo di essere trova solo il tempo di pensare: “Cosa mi è successo”. Non si trattava di un sogno; la sua stanza era quella di sempre, sulla scrivania, buttato alla rinfusa il campionario di stoffe oggetto del suo lavoro di commesso viaggiatore; sulla parete un ritaglio incorniciato di una signora vestita in modo pretenzioso, con un cappellino di pelle e un boa di pelliccia…. Completando il giro di ricognizione gli capita di guardare verso la finestra – elemento tipico dei racconti kafkiani., visto che è proprio la finestra a consentire a chi è incapace di vivere una propria vita, di assistere almeno a quella degli altri – e constata un altro elemento decisamente triste. Fuori il tempo era perturbato, si sentiva chiaramente il picchiettio dell’acqua sulle pareti metalliche della finestra e questo dato di fatto lo rende “melanconico al punto da pensare di continuare a dormire per scordarsi quelle “pazzie”. Ma anche questo tentativo gli sarebbe dovuto risultare impossibile; abitato com’era   a dormire sul lato destro, veniva puntualmente riportatonellacondizionedi partenza – cioè sulla schiena – dopo i reiterati, faticosi tentativi di guadagnare la posizione a lui congeniale… A quel punto si rassegna a rimanere com’era, anche perché aveva avvertito sul fianco un dolorino mai provato. In questa situazione molto precaria viene assalito da tutta una serie di considerazioni sul mestiere che si era scelto; un’attività logorante che lo costringe ininterrottamente a mettersi in viaggio, a preoccuparsi delle coincidenze dei treni, in un continuo turbinio di spostamenti che lo costringono ad un’alimentazione sballata precludendogli al contempo qualsiasi rapporto umano. Impegnato com’era in elucubrazioni del genere si ricorda che c’era il treno delle cinque ad aspettarlo e nel frattempo, come constata guardando la sveglia che col suo impietoso ticchettio aveva le lancette sulle sei e mezza. La sveglia non l’aveva neppure sentita e adesso forse avrebbe potuto rimediare prendendo il prossimo treno, quello delle sette, ma nel frattempo si era scordato delle sue condizioni e non tiene conto dell’assoluta impossibilità di alzarsi… Proprio questa sua nuova “condizione” gli fornisce ancora una volta l’occasione di riflettere sull’assurdità della sua vita di commesso viaggiatore. Quante volte aveva pensato di “mandare tutto al diavolo”, di prendere di petto il signor direttore e di sputargli sul viso tutta la sua insoddisfazione repressa. In effetti si sarebbe già licenziato da tempo se non l’avesse sempre e puntualmente trattenuto il pensiero dei suoi genitori; legato com’era a loro era perfettamente consapevole di quanto fosse indispensabile il suo lavoro proprio per garantire loro una vita dignitosa. Ma adesso era forse arrivato il momento non più procrastinabile, proprio quello da lui spesso presagito e alcuni mesi dopo confessato a Felice, che era diventata la sua più affettuosa confidente: “L’Ufficio? È da escludere che io possa un giorno abbandonarlo. Che io   un giorno debba abbandonarlo, semplicemente perché non posso continuare più, questo in fondo non è da escludere…” (26 giugno 1913). Era dunque arrivato quel giorno da lui intimamente auspicato?   Intanto fuori dalla sua “prigione” si registrano puntualmente le inevitabili ripercussioni scatenate dalla   sua mancata partenza, che sarebbe stata registrata dal suo aiutante, rimasto inutilmente ad aspettarlo per il treno delle cinque, ed immediatamente comunicata alla “Direzione”. Di sicuro sarebbe impietosamente partito il “processo” di accusa nei suoi confronti e proprio dal suo “Capo”, messo al corrente di quell’inspiegabile defaillance, c’era da attendersi una sfuriata esemplare… In quei momenti concitati prende anche in considerazione la possibilità di darsi ammalato, cosa mai successa prima, ma anche questa eventualità sarebbe stata scartata, perché avrebbe provocato la visita fiscale del medico di controllo… Solo nella sua cameretta e dibattuto da questa tempesta di considerazioni, avverte in modo inconfondibile   la preoccupazione della madre, che, preoccupata per la sua mancata   partenza, cerca timidamente e con la massima delicatezza – die sanfte Stimme! – (quella tenera   voce) di sincerarsi delle sue condizioni di salute. L’intervento della madre non poteva tuttavia passare inosservato e di conseguenza subito dopo sarà il padre – che batte debolmente, ma   col pugno – a cercare di avere adeguate risposte. Fallito questo ulteriore tentativo toccherà alla sorella   riprovarci con un affettuoso: .Gregor, apri te ne supplico…”.

I tentativi cui darà vita Gregor per scendere dal letto e aderire all’invito affettuoso della madre, a quello pressante del padre e a quello supplichevole della sorella, finiscono col risultare pagine di drammatica, toccante inquietudine. Sarà una descrizione minuziosa, tremendamente sofferta e per questo coinvolgente. Il lettore viene letteralmente “costretto” a condividere la muta disperazione di Gregor.   Per fortuna la porta che egli aveva l’abitudine di chiudere sempre a chiave costituiva una momentanea barriera a sguardi indiscreti; la sua situazione per adesso era chiara solo a lui. Ma presto a rompere quell’equilibrio molto precario sopraggiungerà la temuta visita del signor procuratore, venuto personalmente dalla ditta per sincerarsi dell’accaduto. A quel punto Gregor non può che accelerare quei faticosi e dolorosi tentativi di alzarsi dal letto, con l’inevitabile conseguenza di vederli miseramente fallire l’uno dopo l’altro e di cadere pesantemente al suolo. Quel tonfo sordo riporta tutti alla realtà; anche se nessuno può immaginare di che cosa si trattasse,     tutti rimangono turbati e perplessi. La madre tenta ingenuamente di scusare quell’ostinazione del figlio, avanzando timidamente una plausibile motivazione – “Non si sente bene, anche se stamattina l’ha negato” – , il padre mostra segni evidenti di impazienza – “insomma può venire da te il signor procuratore? -,  dalla camera a destra si sente un sommesso singhiozzare: era l’amata sorella… In quella situazione di profonda frustrazione sarà la voce del procuratore ad imporsi: “Signor Samsa che cosa succede? Lei si barrica nella sua stanza, risponde soltanto a monosillabi, mette in allarme i suoi genitori e – sia detto solo per inciso – manca ai suoi doveri d’ufficio in modo inconcepibile…”-  D’un tratto a Gregor crolla addosso quello che aveva faticosamente messo su in cinque anni di diligente anche se duro lavoro; in pericolo sono adesso le ragioni stesse di un’intera esistenza e perfino lo stesso ufficio che, nonostante tutto, costituiva una sicurezza per lui e soprattutto per la sua famiglia, veniva messo in discussione. Il commesso viaggiatore   doveva a quel punto intervenire, trovare una giustificazioni alle infondate accuse del procuratore, mettergli sotto il naso le ricevute degli ordini da lui fatti nell’ultimo periodo e soprattutto sostenere che il suo era un malessere passeggero… Ma la voce di Gregor non è quella di sempre; a riportare tutti alla dura realtà lo stesso procuratore che impietosamente esclama: “era una voce animalesca”… Mentre l’intera famiglia è impegnata a trovare una soluzione a quell’evento impensabile, la sorella e la domestica corrono ad avvertire un fabbro per aprire la porta chiusa a chiave e un dottore per sincerarsi delle condizioni di Gregor. Questi da parte sua, sentendosi al centro “responsabile” di quel dramma che stava sconvolgendo l’intera famiglia, cerca di concorrere in qualche modo alla soluzione di quel problema che lo toccava personalmente; con sforzi immani cerca di avvicinarsi alla porta e, puntando sulle sue potenti mandibole, riesce finalmente a far girare la maniglia della serratura e – con una punta di malcelato orgoglio – è contento di se stesso; nonostante tutto era capace ancora di rendersi utile in qualcosa… Ma questo seppur piccolo compiacimento viene subito sommerso e annientato dalla spietata reazione del procuratore che   si vede costretto a sottolineare quello spettacolo mostruoso con un “Ooh!” lacerante, la mamma sviene e cade dopo aver rivolto lo sguardo al marito con le mani giunte in modo supplichevole, il padre serra il pungo con espressione malevola –   “quasi volesse respingere Gregor nella sua stanza” -; poi sopraffatto dalla vista si copre gli occhi e scoppia in un pianto dirotto… Si conclude così questa scena agghiacciante che mette a nudo i rapporti molto controversi esistenti nella famiglia Kafka. Non può essere infatti considerato un caso che proprio in quel periodo in cui prendeva corpo la “Verwandlung” – e precisamente tre giorni dopo averla iniziata   (!) – Franz indirizzi nella stessa notte (21 novembre) ben tre lettere a Felice, mettendo da parte, anche se solo momentaneamente, proprio la   sua “piccola storia”…. Nell’ultima di queste, venuto a conoscenza che la madre Julie aveva scritto segretamente a Felice, “implorando” la potenziale futura nuora di avere comprensione per quel suo primogenito tanto bisognoso di affetto…, si sente in dovere di puntualizzare quali fossero in verità i suoi rapporti con la famiglia: “… il suo (della madre) affetto nei miei confronti è grande tanto quanto la sua incomprensione, e la mancanza di riguardo, che partendo da questa incomprensione si trasforma in affetto, è se possibile ancora maggiore e per me qualche volta assolutamente incomprensibile…(Kafka si era sentito tra l’altro “offeso” dalla definizione che la madre aveva dato del   suo interesse per la letteratura, definendo il suo   impegno per lo scrivere “Zeitvertrieb” – un passatempo – ). Ma la lettera è ancora più spietata quando si riferisce a entrambi i genitori: – “ Ho considerato i genitori sempre come persecutori, fino ad un anno fa ero nei loro confronti, come forse nei confronti del mondo intero, completamente indifferente come se si trattasse di una qualsiasi cosa priva di vita, ma adesso capisco che si trattava soltanto di paura repressa, preoccupazione e tristezza…”.  Intanto il dramma di quell’apparizione mostruosa non si è ancora concluso. La madre, ripresasi dallo svenimento, ricomincia ad urlare e cade sulle braccia del padre che stava accorrendo. Gregor da parte sua non ha tempo per loro;   la sua attenzione è unicamente rivolta al procuratore, verso cui tenta di dirigersi; questi, prevenendo le sue intenzioni, scappa via,   saltando più gradini alla volta e scomparendo. Il suo grido di sconcerto sarebbe impietosamente rimbombato per tutta la tromba delle scale… Il padre, battendo i piedi e agitando il bastone che il procuratore nella fretta aveva lasciato sulla sedia assieme al cappello e al soprabito, non può fare a meno di dare sfogo alla sua mal repressa repulsione e, gridando come un ossesso, cerca di spingere Gregor nella sua stanza. Ovviamente Gregor non si oppone a quella che considera un’intenzione comprensibile e tenta addirittura di assecondarle, anche se le manovre necessarie ed estremamente faticose per entrare attraverso quella porta adesso troppo stretta, non risulteranno semplici … Ad “aiutarlo” il padre ormai fuori di sé, la cui impietosa e oltremodo decisa spinta gli consente di superare quello che stava diventando un ostacolo insormontabile – la porta – e riguadagnare ferito e sanguinante la sua camera. A sbattere la porta, suggellando la scena che presto sprofonda   in un silenzio irreale, ci penserà il   bastone del padre. Così si conclude la prima parte ed ha inizio il vero dramma di Gregor…


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