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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

12 Novembre 2011

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Lezioni di cioccolato 2

Lezioni di cioccolato 2
Alessio Maria Federici, 2011
Massimiliano Gatti
Luca Argentero, Hassani Shapi, Nabiha Akkari, Vincenzo Salemme, Angela Finocchiaro.

La seconda volta rischia risultare fastidiosa. Le lezioni di… cioccolatini sono soltanto un pretesto per alludere a una famosa marca di “baci” e i continui riferimenti anche e soprattutto visivi faticano, più che nel primo Lezioni di cioccolato (Claudio Cupellini, 2007),  a trovare giustificazione nel contenuto, il quale invece si trascina stancamente sul binario dell’integrazione socio/culturale tra egiziani e italiani. L’aria “furba” di Vincenzo Salemme, maestro cioccolataio che prima o poi deve decidersi a dichiarare il suo amore per la poliziotta Amelia (Angela Finocchiaro) è più che altro allusiva nei confronti del pubblico e non basta a riscattare il racconto dalla monotonia.  Mattia (Luca Argentero) e Nawal (Nabiha Akkari)  sembrano non credere, essi stessi per primi, al ruolo che interpretano, “impossibili” fidanzati il cui unico ostacolo è rappresentato dal padre della ragazza (Hassani Shapi), tradizionalista bonario. La regia dell’esordiente romano Alessio Maria Federici compila senza pretese uno storyboard privo di suspence.

 

Il paese delle spose infelici

Il paese delle spose infelici
Pippo Mezzapesa, 2011
Fotografia Michele D’Attanasio
Nicolas Orzella, Luca Schipani, Cosimo Villani, Vincenzo Leggieri, Gennaro Albano, Aylin Prandi, Antonio Gerardi
Roma 2011, concorso.

Figure vagamente pasoliniane interpretano “al naturale” storie di ragazzi di un piccolo paese del Sud (siamo dalle parti di Taranto). Il regista si accosta a loro con rispetto antropologico e con stile consapevole, offrendo tratti di vita vissuta in un’ottica “ravvicinata” eppure non priva di elementi interpretativi, di mediazione culturale. L’adolescente Zazà (Luca Schipani) capeggia un gruppetto di coetanei, è il più bravo tra di loro a giocare al calcio, tanto che l’allenatore gli fa balenare il sogno di andare a Torino, nei giovani della Juventus. Le giornate passano in un quadro dialettale che non riguarda solo il linguaggio ma tutto un modo di comportarsi e pensare, da una parte specchio di una realtà sociale degradata e dall’altra indice di vivacità sommersa e pronta a emergere. Sentimenti e intelligenze dei ragazzi ( bravi Cosimo Villani, Vincenzo Leggieri, Gennaro Albano) interagiscono con autenticità poetica e ci parlano di un mondo come mai lo vediamo nei prodotti usuali dell’”informazione”. Qui troviamo anche il limite del film. Si tratterebbe di un bel documentario se  Pippo Mezzapesa, al suo primo lungometraggio, non sentisse il bisogno, partendo dal romanzo di Mario Desiati,  di “influenzare” il girato con l’introduzione di un elemento favolistico, o almeno di trasognata invenzione. Ciò avviene alla comparsa della figura di Annalisa (Aylin Prandi), la sposa “infelice”, cioè mancata per la morte del fidanzato, rimasta sospesa in un limbo di quasi-pazzia che la fa vivere in abbandono, seguendo l’istinto delle attrazioni. Tra queste, l’innamoramento di Zazà e del compagno più vicino a lui, Veleno (Nicolas Orzella). Non potranno essere mai veri amori per Annalisa, ma i due giovanissimi vengono sconvolti dalla possibilità “favolosa” di potersi accostare alla ragazza più grande di loro: «Non sto capendo più niente », dice Veleno.  Il personaggio di lei, rispetto al contesto qual’era per buona metà del film, sale troppo in primo piano e qualifica il racconto in una dimensione che finisce per essere letteraria, ai danni della “verità” di partenza. La regià di Mezzapesa è comunque degna della massima attenzione, nel quadro di un cinema, il nostro attuale, troppo spesso passivo rispetto alle esigenze della cassetta “immediata”.

One Day

One Day
Lone Scherfig, 2011
Fotografia Benoît Delhomme
Anne   Hathaway, Jim Sturgess, Patricia Clarkson, Ken Stott, Romola Garai, Rafe Spall, Tom Mison, Jodie Whittaker.

Amore, scelta, fatalità, tre parametri su cui misurare un incontro, raccontato dalla regista danese con una forma diaristica esibita come provocazione, per dire: guarda un po’, a volte, un giorno del calendario, il 15 luglio, può incidere così profondamente nella storia sentimentale di due giovani da condizionarne la vita intera. Emma (Anne Hathaway, I segreti di Brokeback Mountain, Il diavolo veste Prada, Becoming Jane, Alice in Wonderland, Amore & altri rimedi) e Dexter (Jim Sturges, Accross The Universe, 21, L’altra donna del re, Crossing Over) si danno il primo bacio il 15 luglio 1988, giorno della loro laurea. Il momento sembra casuale, ma lei ha lui nella testa già da molto tempo. Passano la notte insieme ma restando “amici”. Entro questa tensione emotiva e sessuale resterà la loro storia per i successivi 20 anni, durante i quali, ad ogni 15 luglio, ritroveremo Em e Dex con le rispettive evoluzioni private, sempre legate dal filo interiore di una passione irrisolta. Il non-detto e il non-fatto sono la chiave interpretativa di due sensibilità, di due intelligenze, di due visioni del mondo che sembrano destinate a fondersi e che invece restano separate da una fatalità inenarrabile (soprattutto per non togliere la sorpresa allo spettatore). Lone Scherfig, conosciuta in Italia per Italiano per principianti (2002) e per  An Education (premio del pubblico al Sundance Festival 2009), tiene ancora fede alle regole di “autenticità” del Dogma, la poetica di Lars Von Trier, curando la “naturalezza” dei comportamenti e la “quasi-indifferenza” (a parole) dei personaggi rispetto al proprio destino. Le immagini, poco “costruite”, si legano più in funzione “neorealistica” (coerente la fedeltà ambiantale relativa agli anni ’90) che secondo i dettami della commedia americana classica. Eppure, nonostante David Nicholls abbia già scritto il suo bestseller come “una sceneggiatura camuffata da romanzo”,  il film risente della derivazione letteraria. Il carattere “scritto” di One Day risalta con maggiore incidenza quando la scena è a favore del protagonista maschile. Le sue caratteristiche, la sua voglia di vivere, la sua immaturità, la sua leggerezza nell’accettare i compromessi professionali (Dex fa il presentatore televisivo) e nel barcamenarsi tra l’affetto della madre (Clarkson) e la ruvidezza del padre (Stott), sono sottolineate in modo alquanto tipologico. Quel certo imbarazzo e quella certa disinvoltura nel gestire le proprie casualità sembrano restare all’esterno del personaggio, enunciate più che vissute. Diverso il valore interpretativo di Anne Hathaway. Emma e l’attrice sono un tutt’uno, la sostanza umana del film si regge su questo unicum attoriale. In lei la vita come impulso/esitazione si mostra in un cinema-verità raro nel contesto attuale.

Il cuore grande delle ragazze

Il cuore grande delle ragazze
Pupi Avati, 2011
Fotografia Pasquale Rachini
Cesare Cremonini, Micaela Ramazzotti, Gianni Cavina, Andrea Roncato, Erica Blanc, Manuela Morabito, Gisella Sofio, Marcello Caroli, Sara Pastore, Massimo Bonetti, Sydne Rome, Rita Carlini, Stefania Barca, Alessandro Haber (voce narrante).
Roma 2011, concorso.

Firmato da Pupi Avati, un com’eravamo non può che essere speciale. Un altro racconto che fonde la vita intima dell’autore con il quadro trasognato eppure “reale”  di un Paese, il nostro, che rivive nella memoria poetica dell’”infanzia” mai del tutto superata. Edo Vigetti, figlio minore di Eugenia (Erica Blanc) e Adolfo (Andrea Roncato), insegna a leggere e scrivere al fratello maggiore, Carlino (Cesare Cremonini,  Un amore perfetto 2002). Siamo in un piccolo centro contadino dell’Italia centrale, a metà degli anni ’30. Analfabeta quasi ma ben “evoluto” nei rapporti con le donne, Carlino non ne ha perdonata una. Prima o poi, tutte sono finite con lui fra gli spini della siepe nel terreno di casa sua. La sete di sesso è irrefrenabile. Proprio lui viene scelto come vittima sacrificale per fidanzarsi ufficialmente con una delle due sorelle Osti, Maria (Rita Carlini) e Amabile (Stefania Barca), illibate e non desiderate da alcuno. È un matrimonio necessario al mantenimento della mezzadria in atto di Adolfo verso la proprietà del padre delle ragazze, Sisto Osti (Gianni Cavina). In più, operata la scelta non facile, Carlino avrà in regalo nientemeno che una moto Guzzi. Ma piomba nel mezzo dell’indecisione la terza sorella Osti, Francesca (Micaela Ramazzotti), rientrata da Roma, e scocca la scintilla. A narrare la vicenda fino in fondo ci penserà la voce narrante di Alessandro Haber (il punto di vista di Edo), punteggiando il racconto di spiritose e tenere osservazioni di costume che ci restituiscono il quadro d’insieme di una certa provincia profonda, immagine difficile da recuperare nel contesto del nostro cinema, spalmato e arreso su rappresentazioni stereotipe d’attualità. C’è da pagare forse un prezzo non basso in termini di “letteratura”, ma Pupi Avati non è più, da tempo ormai, autore in via di definizione. Diciamo solamente che, disegnati con cura tutti i caratteri che formano il quadro, il regista riesce, stavolta più di altre volte, a far vivere di vita propria i personaggi, di Carlino e Francesca. In particolare la Ramazzotti, dopo le buone prove di  Tutta la vita davanti 2008 e  La prima cosa bella 2009, è chiamata a spingersi ben oltre la caratterizzazione – rischio contenuto in parte nella stessa sceneggiatura – per dare luce e profondità non solo a Carlino ma a tutto il contorno tratteggiato dall’autore. Notevole anche l’interpretazione di Roncato, generoso portatore di “umanità” e perfino di referenza drammatica, per esempio nella scena della propria morte, autorganizzata secondo il rituale dei tempi. Come tutte le fiabe (già, di racconto fiabesco si tratta), anche quest’ultima di Avati ha il suo buon finale. Ma come sempre nei lavori dell’autore Bolognese, la fantasia si propone anche fruttuosa per la lettura di una generazione in pericolo di smemoria.

 

 


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart