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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

28 Aprile 2012

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

The Rum Diary

The Rum Diary
Bruce Robinson, 2011
Fotografia Dariusz Wolski
Johnny Depp, Aaron Eckhart, Michael Rispoli, Amber Heard, Richard Jenkins, Giovanni Ribisi, Amaury Nolasco, Marshal Bell, Bill Smitrovich, Julian Holloway, Bruno Irizarry, Enzo Cilenti, Aaron Lustig, Tisuby Gonzalez, Karen Austin, Andy Umberger, Karimah Westbrook.

Il tema sarebbe la speculazione edilizia ai Caraibi nel 1960 e lo scatto d’orgoglio di un giornalista americano, Paul Kemp, il quale è tentato ma poi non ci sta a prestarsi al «saccheggio del paradiso » da parte di un certo Zimburger (Bill Smitrovich), dei suoi “colleghi” e del suo poco scrupoloso consulente per le pubbliche relazioni, Hal Sanderson (Aaron Eckhart). Diciamo “sarebbe” perché purtroppo nei panni del giornalista figura un Johnny Depp inadeguato, qui non soccorso dalle più recenti simpatie “piratesche”. Nei titoli si legge la dedica “in memoria di Henter S. Thomson 1937-2005″, l’autore – Deep gli fu amico – del romanzo alquanto autobiografico (“Cronache del rum”) da cui è tratto il film, ma siamo lontanissimi dal testo letterario e, d’altra parte, il lavoro cinematografico prende una piega di maniera, al limite del bozzettismo. Siamo a Puerto Rico, Paul ci arriva con aria dimessa e in cerca, forse, di una vita meno stressante. Assunto dal quotidiano locale San Juan Star, giornale dalla tiratura in crisi, viene messo dal caporedattore Lotterman (Richard Jenkins) a redigere la rubrica degli oroscopi. Fa amicizia con Bob Sala (Michael Rispoli), un collega che lo introduce nell’ambiente dimesso e navigato in un mare di alcol, e presto si accorge che la bella vita sarà un sogno lontano. Così, quando gli viene offerto di “collaborare” al progetto di cementificazione di un’isola di proprietà dello Stato, Kemp prova a vedere di che si tratta, tanto più che, nello stesso tempo, è stato fulminato dalla bellezza della bella Chenault (Amber Heard), la donna di Sanderson. Ma quello di Puerto Rico è un ambientaccio che si rivela pericoloso anche per l’avversione della gente. Tra scommesse ai combattimenti di galli e bevute nei locali intrisi di vapori residui, il tentativo di “fuga” in dimensioni meno basse, barca a vela e auto sportiva, si rivela non facile. Paul si guarda intorno e certo non gli serve la presenza di strane figure come quella di Moberg (Giovanni Ribisi), inviato di nera e affari religiosi, col cervello mangiato dal rum, che esce solo di notte e ascolta nei dischi i discorsi di Hitler. In Paul subentra il risveglio della coscienza. Vorrebbe scrivere un pezzo sul malaffare con cui è venuto a contatto, ma il suo caporedattore lo avverte: «I nostri lettori sono cittadini medi, credi che un idraulico dell’Illinois risparmi per 25 anni e venga qui in crociera per leggere dei problemi nelle piantagioni di zucchero? ». Al giornalista americano riviene in mente, forse, la battuta che ha sentito nella villa di Sanderson, la prima volta che vi ha conosciuto Zimburger: «Un liberale è un comunista laureato che pensa da negro. Il 76% dei negri sono controllati da  Mosca ». Sicché, dopo un ultimo momento di miserevole risarcimento allucinogeno (gocce addirittura negli occhi), non resta che lo scatto paradossale con cui chiudere il film. Non riveliamo il gesto, ma Paul andrà a scrivere la sua verità da un’altra parte, con la benedizione dell’amico Bob che lo abbraccia e lo saluta: «Trovati un vento favorevole ». Romanzo affascinante, ma ci sarebbe voluta un’altra faccia. Questa volta la simpatia di Johnny non ci ha convinto. E l’uso che Bruce Robinson (attore, sceneggiatore e, da regista, alla seconda prova dopo Shakespeare a colazione 1986) fa del cast pieno di grandi nomi sa come di spreco.

Ho cercato il tuo nome

The Lucky One
Scott Hicks, 2012
Fotografia Alar Kivilo
Zac Efron, Blythe Danner, Taylor Schilling, Jay R. Ferguson, Riley Thomas Stewart, Joe Chrest, Jillian Batherson, Robert Morris, Ann McKenzie, Courtney J. Clark, Adam Le Fevre, Ritchie Montgomery.

Romanticismo? Piuttosto un congegno funzionante all’antica. Il regista di Shine 1996 e di Ragazzi miei 2009 combina il tema ancora attuale del reducismo dall’Iraq con l’eterno sentimento amoroso, scintilla irresistibile che cambia la vita di uomini e donne. Il sergente dei Marines Logan Thibault (Zac Efron, High School Musical, Segui il tuo cuore, Capodanno a New York) se la cava per il rotto della cuffia nelle tre missioni di guerra in cui lo vediamo impegnato. Ma qui l’importante non è la guerra, è piuttosto il caso, singolare e benevolo. Al termine dell’ultima missione, Logan raccoglie nella polvere la foto di una donna. Gli sembra di aver trovato «un angelo nell’inferno ». Tornato a casa, si mette in cammino col suo cane Zeus per rintracciare la bionda ritratta in quell’immagine e va a piedi dal Colorado alla Luisiana finché, fermandosi in una piccola fattoria dove si allevano cani, s’accorge che proprio la sua ricerca è approdata al successo. La donna si chiama Beth (Taylor Schilling), ha un figliolo di sette anni, Ben (Riley Thomas Stewart), ed è in crisi matrimoniale. Logan non ha la prontezza (un conto sono le azioni di guerra, altra cosa il vivere quotidiano) di rivelare subito a Beth lo scopo della sua “visita”, semplicemente si ferma a lavorare per il canile e man mano entra nella vita della famiglia, aiutato dalla simpatia che prova per lui Ellie (Blythe Danner), la nonna di Beth. Invece Keith (Jay R. Ferguson), vice sceriffo e padre di Ben, minaccia Beth di portarle via il figlio. Ma la scintilla è scoccata e le buone e autentiche attrazioni sono destinate a maturare in amore. La giovane mamma in crisi, la sua cara nonna, il bambino e i cani si uniscono in una “santa alleanza” e, aiutati dal provvido destino (vedrete, alla fine un forte temporale risolverà il contrasto con l’ingombrante ex marito in divisa), dimostrano a Logan (e a noi) che sì, si può vivere felici anche di ritorno dall’Iraq. Tratto dal romanzo di Nicholas Sparks, il film è confezionato secondo una trasparente filosofia di “armonia” estetica, in cui i contrasti e le difficoltà della vita emergono con discrezione e tendono a sfumarsi verso soluzioni bilanciate, omogeneizzati da un romanticismo di base, solido e incontrastabile, un sentimento che dà sicurezza e di cui oggi sembra si senta il bisogno.

The Avengers

The Avengers
Joss Whedon, 2012
Fotografia Seamus McGarvey
Robert Downey Jr., Chris Hemsworth, Scarlet Johansson, Chris Evans, Jeremy Renner, Cobie Smulders, Samuel L. Jackson, Stellan Skarsgí¥rd, Gwyneth    Paltrow, Tom    Hiddleston, Mark Ruffalo, Clark Gregg, Evan Kole.

Leggenda Marvel Studios: Iron Man, Hulk, Thor, Captain America, Occhio di Falco, Vedova Nera. Ora il sogno dell’accordo totale, dell’unione delle forze e delle volontà, al di là dei propri modi e metodi, per salvare il mondo dalla catastrofe incombente. Il pericolo è Loki (Tom Hiddleston, Midnight in Paris, War Horse), il supercattivo che è riuscito a mettere le mani sul Tesseract, il super softwer cubico, futuro della scienza e della potenza “buona” (Energia sostenibile illuminata). Meno male che c’è l’Agenzia Internazionale per il Mantenimento della Pace. Il direttore Nick Fury (Samuel L. Jackson, Pulp Fiction, Star Wars, Kill Bill 2) non ha altra scelta che convocare i migliori supereroi di tutti i tempi e metterli insieme in una fantastica squadra. Già la fase di reclutamento ha tutte le caratteristiche di una convocazione vincente. Non accadrà come in Mezzogiorno di fuoco (1952), Willy Cane non viene lasciato solo. Dopo qualche minima titubanza, tanto per rammentarci delle caratteristiche dei singoli, i sei supereroi converranno che altro da fare non c’è, bisogna superare le diversità (filosofiche, tecniche e caratteriali) e unirsi nella lotta. Robert Downey Jr. – qui Tony Stark/Iron Man, ma irresistibile per l’intelligenza e la simpatia che si porta dietro anche dagli Sherlock Holmes (Guy Ritchie, 2009 e 2011) e da tutta la lunga carriera, diretto da registi come Richard Attenborough  (Charlot 1992), Robert Altman (America oggi, 1993, Conflitto di interessi, 1998), Oliver Stone (Assassini nati, 1994), fino a George Clooney (Good Night and Good Luck, 2005) – è la figura guida, una specie di “allenatore in campo”, della supernazionale eroica. La sua ironia sostanzia le battute di una prospettiva non semplicemente fumettistica e nello stesso tempo conserva al fumetto una consistente credibilità. In tal senso, grande contributo non solo spettacolare dà la tecnica del 3D, stavolta del tutto appropriata: gli oggetti che ci “vengono incontro” non hanno tanto la funzione (di solito sbagliata) di rendere più “vera” l’immagine quanto piuttosto di esaltarne la portata fantastica, qual’è insita e richiesta dalla radice costitutiva formale del racconto (la serie della Marvel, appunto, “I Vendicatori”, risalente al 1963). Altra caratteristica essenziale, del film come già dei singoli protagonisti, è la loro configurazione non troppo semplice, ciascuno ha il suo carattere e la sua visione del mondo: «La squadra non funzionerà mai se loro non avranno qualcosa a cui riferirsi ». Considerazione apparentemente marginale ma, a veder bene, non poco importante da fare, è il peso che la collezione delle figurine dei supereroi ha nella motivazione del loro impegno.  Giusta anche la scelta degli interpreti: Mark Ruffalo per Bruce Banner/Hulk, Chris Hemsworth per Thor, Chris Evans per Steve Rogers/Captain America, Jeremy Renner per Clint Barton/Occhio di Falco, Scarlett Johansson per Natasha Romanoff/Vedova Nera. Il resto è una grandioso accumulo di scontri, non mai però accatastati per fare volume, bensì sviluppati in un organico progresso tecnologico, esibito anche secondo una credibilità “scientifica” che ben si armonizza con la quota immaginativa a cui lo spettatore è chiamato a contribuire. Nel complesso vige una sorta di conservazione umanistica (all’americana), espressa nell’uso tutto sommato tradizionale dell’impatto fisico. Insomma, i contendenti continuano sostanzialmente a darsele di santa ragione, retrocedendo spesso addirittura fino alla “scazzottata”. Il futuro cubito, col suo linguaggio universale, non è poi così lontano e irrangiugibile. Potendo salvarne la trasparente immediatezza, accettiamolo pericoloso com’è.

Il castello nel cielo

Tenkû no shiro Rapyuta
Hayao Miyazaki, 1986
Animazione

Prima de La città incantata (2001) e prima de Il castello errante di Howl (2004), questo Castello nel cielo testimonia l’avvio del mitico Studio Ghibli, impresa di Miyazaki e Takahata realizzata nel 1985. C’è aria di libertà espressiva. Il punto di partenza è fantastico, come in tutta la produzione artistica del maestro giapponese (Leone d’Oro alla carriera a Venezia nel 2005), la città di Laputa è nei Viaggi di Gulliver. Poi c’è Miyazaki col suo fumetto manga. Pazu, 12 anni, incontra Sheeta, ragazza “scesa dal cielo” con una pietra misteriosa al collo. Sono orfani e insieme volano alla ricerca del castello di Laputa. I pirati, l’esercito, gli agenti segreti, tutti cercano la stessa cosa. La creatività di Miyazaki riesce a far vivere in ogni inquadratura i personaggi in una vita sempre nuova, verosimile eppure diversa, descrittiva eppure astratta/simbolica, lo spazio e i colori formano un mondo che è in tutti noi ma è anche oltre, nel passato (la miniera, la campagna) e nel futuro (l’aeronave, la città nel cielo) contemporaneamente. La nitidezza del disegno si fonde con la ricchezza dell’immaginazione. La fantasia infantile si proietta sulla coscienza matura e questa la riflette senza contaminarne la freschezza originale. È  un vero miracolo estetico. L’intreccio “di genere” serve per seguire un “filo” ma non intacca la ricca originalità dell’immagine. Guerra spaziale e primitiva insieme, minaccia tecnologica e salvezza della Luce Santa, tutto confluisce nello sguardo onesto e intrepido, nella lealtà e sincerità, nell’intelligenza di Pazu e Sheeta. La loro presenza “garantisce” di per sé un mondo migliore. Arte e morale vanno d’accordo.

Maternity Blues

Maternity Blues
Fabrizio Cattani, 2011
Fotografia Francesco Carini
Andrea Osvárt, Monica Birladeanu, Chiara Martegiani, Marina Pennafina, Daniele Pecci, Elodie Treccani, Pascal Zullino, Giulia Weber, Lia Tanzi, Pierluigi Corallo, Giada Colucci, Franca Abategiovanni, Amina Syed.
Venezia 2011, Controcampo italiano.

Si diceva ai tempi del liceo: attenzione alle scale, ché sono… Euripide. Non per niente il tragediografo greco fu amico del filosofo Socrate. Un tema come l’infanticidio, che troviamo nella tragedia di Medea, non può essere trattato senza una coscienza delle profondità abissali dell’animo; e, per ciascuno, del “sé”. Nel film di Fabrizio Cattani (Quelle piccole cose 2001, Il rabdomante 2007), per esempio, due donne al bar commentano certi fatti. Per loro una madre che uccide il proprio figlio è semplicemente un’assassina. Presto detto. Ma le scale sono molto ripide, sia a scenderle che a salirle. A distanza di 2500 anni, solo a parlarne, è ancora difficile  colmare la distanza che può correre tra delitti “raccapriccianti” e loro ragioni interne. Figuriamoci se di quelle ragioni si tenta anche dare una rappresentazione artistica. Restando alla radice classica, nel cinema si sono avute poche e non esaltanti prove. La Medea/Maria Callas di Pier Paolo Pasolini (1969) si proponeva sul versante di una preferenzialità spiccatamente “estetica” non meno della Medea/Kirsten Olesen di  Lars von Trier (1988). Il Maternity Blues di Cattani mostra della figura tragica della madre che uccide il proprio figlio una consapevolezza psico-socio-antropologica ben articolata. Già il titolo precisa il tema nell’ambito scientifico della “depresssione post partum” che può colpire alcune donne. I dati Eurispes parlano di un crescendo di casi in Italia negli ultimi anni: 4 nel 2008, 11 nel 2009, 20 nel 2010. La malattia, secondo gli psichiatri, è riferibile in generale alle condizioni della maternità. Il cosiddetto istinto materno non è che un mito, nella madre convivono l’amore e l’odio per il figlio. Il bambino infatti si nutre del sacrificio della madre. Tratto dal testo teatrale di Grazia Verasani, “From Medea”, il film ci porta in un ospedale psichiatrico giudiziario e ci fa conoscere in particolare la vita di quattro donne: Clara (Andrea Osvárt), Eloisa (Monica Birladeanu), Rina (Chiara Martegiani) e Vincenza (Marina Pennafina). Le loro storie, ciascuna con le sue caratteristiche, vanno a formare un quadro semplice e complesso insieme, le vite si rivelano e si precisano progressivamente, mentre seguiamo le giornate all’interno dell’istituto, la sofferenza e la rielaborazione di sentimenti che cercano di trovare o ritrovare una direzione. All’esterno, colpisce il colloquio di Luigi (Daniele Pecci), il marito di Clara, con l’amico prete, il quale lo invita a considerare che «Dio non è riuscito a separare il bene dal male ». Complessivamente, il lavoro di Cattani è onesto e corretto, trasmette un grado d’informazione utile mantenendo un discreto livello di partecipazione emotiva. Tuttavia la necessità trasparente di spiegare e motivare, frena lo sviluppo drammaturgico e arresta il film sulla soglia del materiale da dibattito.

Hunger

Hunger
Steve McQueen, 2008
Fotografia Sean Bobbitt
Michael Fassbender, Liam Cunningham,    Stuart Graham, Lalor Roddy, Liam McMahon, Laine Megaw, Brian Milligan, Helena Bereen, Karen Hassan, Frank McCusker, Helen Madden, Des McAleer.
Cannes 2008, Caméra d’Or.

Sciopero della fame a oltranza. Lo decide Bobby Sands, “officer commanding” dei prigionieri dell’Ira (movimento repubblicano violento dell’Irlanda del Nord contro la predominanza britannica), nel 1981. Condannato a 14 anni di carcere nel settembre 1977 e imprigionato nel penitenziario di Long Kesh, Bobby rifiuta gli abiti civili e chiede insieme ai suoi compagni di lotta il riconoscimento di prigioniero politico. Il governo di Margaret Thatcher non cede. Alla decisione estrema si arriva dopo la terribile resistenza fisica al trattamento disumano dei carcerieri e dopo l’incontro con un prete cattolico, dialogo decisivo per capire le ragioni contrapposte e non risolvibili dei due modi di concepire il mondo. Terrorista o martire? All’esordiente regista britannico (solo omonimo dell’attore americano) non interessa risolvere il dilemma quanto toccare, per così dire, con mano il sacrificio del corpo, scelto dal combattente Sands come unica via possibile al conseguimento dell’obbiettivo: «Togliermi la vita – dice – non è solo l’unica cosa che posso fare, è anche la sola cosa giusta da fare ». Di maggiore impegno rispetto al successivo Shame (2011), il lavoro rende qui con efficacia la speciale equivalenza tra realtà fisica e pensiero. L’orrore delle immagini all’interno del carcere e il senso complessivo di insostenibile tortura che precede la decisione dello sciopero della fame, non sono mai separati dalla tensione ideale. Gli stessi carcerieri, anche nella brutale aggressività verso i detenuti, non sono visti con sguardo emotivo ma come figure di una “massacro vivente”, in una sorta di astrazione scenica che rende ancor più importante il portato simbolico della vicenda. Premiato a Cannes due anni dopo la Palma d’Oro all’epico  Il vento che accarezza l’erba di Kenneth Loach sulla guerra civile del 19209-’22 in Irlanda, il film di McQueen  può essere uno sguardo più ravvicinato e successivo sulla lunga, drammatica e non ancora del tutto risolta vicenda storica; e anche un reperto visivo-tattile del dramma simbolico.

 


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Bart