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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

26 Gennaio 2013

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera.  È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Pazze di me

Pazze di me
Fausto Brizzi, 2012
Fotografia Marcello Montarsi
Francesco Mandelli, Loretta Goggi, Chiara Francini, Claudia Zanella, Marina Rocco, Valeria Bilello, Lucia Poli, Paola Minaccioni, Maurizio Micheli, Gioele Dix, Flavio Insinna, Margherita Vicario, Alessandro Tiberi, Pif, Edy Angelillo.

In epoca di “soliti idioti”, chi oserebbe contraddirlo? Fausto Brizzi dice che Federica Bosco è «la scrittrice femminile per eccellenza in Italia » e che Loretta Goggi è «la migliore attrice italiana ». Noi non osiamo. E anzi pensiamo fosse giusto che il regista romano – stufo di cinepanettoni di cui è stato coautore,  saturo di incubi da esami di maturità e di confronti andata-ritorno tra generi di razza umana – pensasse di meritarsi finalmente la miglior penna. La Bosco si è concentrata e ha sfornato una sceneggiatura perfetta, tanto che poi l’ha utilizzata per scriverci un libro. Fantastico: per una volta, non un film da un libro, ma l’inverso. Il cerchio si chiude. E cosa c’è all’interno del cerchio? Una famiglia italiana. Tante grazie, direte voi. Ma guardate bene, ché si tratta di una famiglia non tanto normale. Inizialmente la situazione appare confusa, poi con un po’ di pazienza, salterete l’introduzione diaristico-fiolosofica con voce fuori campo del protagonista – per dire che qui siamo in ambito anticonformistico non nocivo: «Se c’è una cosa che detesto sono i proverbi… » – e presto, assuefatti come sarete al ritmo frenetico dei quadretti in brodo situazionale, vi immergerete beati in un “teatro dell’assurdo” del tutto tranquillizzante. Assurdo, ma tanto somigliante alla vita di tutti i giorni. E però, state sicuri che, alla fine, il quadro si ricomporrà secondo criteri di normalità confacenti alla tolleranza e al rispetto delle regole consolidate. Si può dire che, in sostanza, il contenuto, si racchiude in una sola espressione essenziale, un po’ volgare ma efficace (ci si perdoni la citazione): «Da adesso…sono cazzi tuoi! ». Lo dice il papà (Flavio Insinna) di Andrea (Francesco Mandelli) al proprio bambino, scuotendolo dalla prima infanzia e andando via da casa per sempre. Da quel momento Andrea sarà l’unico maschio nella famiglia composta da sei femmine: Vittoria (la mamma Loretta Goggi), Beatrice, Veronica e Federica ( le tre sorelle, Chiara Francini, Claudia Zanella, Marina Rocco), Matilde (la nonna Lucia Poli) e la badante Bogdana (Paola Minaccioni). Più il cane bulldog, femmina. La frase del papà in fuga si rivelerà esattamente profetica. La rassegna dei caratteri, la loro qualità estrema e “normale” (ecco l’umorismo) sarà di per sé sufficiente a tracciare i confini del paradosso in cui si trova immerso il povero Andrea, il quale crescendo fino all’età del fidanzamento viene segnato dalle relative fasi della “pazzia” parentale, fino al punto di provare a fingersi orfano e solo per avere la possibilità di un amore. Non andremo nei dettagli, ciascuna femmina di famiglia avrà i suoi problemi anche gravi, non ultima la mamma Vittoria, prigioniera di una narcisistica rigidità deliziosamente rappresentata dalla immedesimatissima Goggi. E al momento della chiusura, il giovanotto Andrea farà appello all’acquisita (per forza!) saggezza, trasferendo sul maschietto atteso a breve da Federica la facile e terribile profezia: «Sono c…. tuoi ». Già, perché la famiglia non s’è mica sciolta: ha provveduto Andrea a rattoppare, ricucire, ricomporre le stranezze e le pazzie femminili in una macchina ben oleata che, vedrete, nonostante tutto funzionerà a meraviglia. Brizzi sembra vedere il futuro quando dice che «questo film avrebbe benissimo potuto intitolarsi Mascio contro femmine ».

Flight

Flight
Robert Zemeckis, 2012
Fotografia Don Burgess
Denzel Washington, Don Cheadle, Kelly Reilly, John Goodman, Bruce Greenwood, Melissa Leo, Brian Geraghty, Tamara Tunie, Nadine Velazquez, James Badge Dale, Garcelle Beauvais, Boni Yanagisawa, Dane Davenport, E. Roger Mitchell,Ravi Kapoor, Tommy Kane, Peter Gerety.

Non è un Forrest Gump. Il pilota comandante di aviazione civile, Whip Whitaker (Denzel Washington), è messo male sul serio e non sembra possa esservi miracolo di “ingenuità” a salvarne il destino davvero amaro. La sua vita è confusa e malandata, non gli mancano belle donne – una (Nadine Velazquez)  ne vediamo proprio all’inizio del film – e a sostenerlo nella “fatica” dei voli lo soccorrono l’alcol e la cocaina. La moglie lo ha lasciato tenendo con sé il figlio adolescente e gli telefona solo per chiedere soldi. Un’altra è la “sfortunata” Nicole (Kelly Reilly,  L’appartamento spagnolo,  Orgoglio e pregiudizio), ex fotografa, massaggiatrice e tossica sulla via della “salvezza”, potrebbe essere lei una soluzione per le pene di Whip.   E però arriva l’impatto con l’evento fatale. Una tempesta in volo verso Atlanta, l’aereo con 102 persone a bordo (96 passeggeri, 4 assistenti e i due piloti) perde i pezzi e solo la grande destrezza di Whitaker fa sì che nell’atterraggio di fortuna si salvino quasi tutti. Ma vi sono comunque vittime e “qualcuno deve pagare”. Dopo questa fase spettacolare, ben congegnata e verosimile, il film entra nella dimensione tecnica dell’inchiesta in cui si fronteggiano gli interessi delle diverse parti. Anche se il comandante Whip è inizialmente considerato un eroe, l’indagine arriva a scoprire la sua dipendenza dall’alcol. Tendono a svanire gli elementi sia del genere “azione” sia del dramma sentimentale (la famiglia, l’altra donna) e l’obbiettivo si fa introspettivo, puntato sulla personalità del protagonista, un Washington in gran forma, senza sbavature espressive, chiamato a contenere la sensibilità dell’uomo esperto e la fragilità del bevitore sul limite della tipica regressione “infantile”. Mentre il sindacato dei piloti e la compagnia costruttrice del Jet Jackson-Ridgefield combattono la loro battaglia legale, Whip arriva a sentirsi solo con la propria coscienza e troverà la forza per rifiutare un’ultima “bugia” che lo lascerebbe prigioniero della sua dipendenza. Si sente che alla base del film c’è il grave problema dell’alcolismo, in una società sempre meno capace di difendersi da varie forme di “disturbo”. La grande interpretazione di Washington riesce ad attenuare la qualità didascalica della sceneggiatura, facendo perfino quasi dimenticare una certa carenza di definizione del ruolo di Nicole (per altro ben sostenuto dalla Reilly nei momenti di gestione “autonoma” del proprio personaggio). In sostanza, uno Zemeckis (Ritorno al futuro,  Forrest Gump,  Polar Express) con minore fantasia e sottotono, per un prodotto comunque di rispettabile livello.

Lincoln

Lincoln
Steven Spielberg, 2012
Fotografia Janusz Kaminski
Daniel Day-Lewis, Tommy Lee Jones, Sally Field, David Strathairn, Jackie Earle Haley,  Joseph Gordon-Levitt, Gloria Reuben, Jared Harris, Lee Pace, James Spader, David Costabile, John Hawkes, David Strathairn, Gulliver McGrath, Hal Holbrook.

Prima della pace, via la schiavitù dalla Costituzione americana. Il 16 ° presidente degli Stati Uniti, Abraham Lincoln, repubblicano, riuscì a realizzare il suo progetto il 31 gennaio 1865.  Il voto, per appello nominale: 8 astenuti o non votanti, 56 no, 119 sì. La maggioranza necessaria era di 2/3 del Congresso. Così passò il 13 ° Emendamento. Non sembrino aridi numeri. Furono il risultato di un lavorio politico duro e spinoso, con momenti anche drammatici per la sorte degli States, dilaniati dalla guerra civile appunto sul tema dell’abolizione della schiavitù. La lotta armata tra i Confederati del Sud e l’Unione del Nord si combatteva con ferocia, le vittime alla fine sarebbero state 600 mila. Sotto la questione “ideologica”, lo scontro era alimentato dalla paura dei bianchi di perdere gli averi e le tradizioni e di subire la vendetta dei neri. L’accanimento nei combattimenti è nelle prime sequenze del film che Steven Spielberg ha dedicato alla gloria di Lincoln a un secolo e mezzo dal suo assassinio e mentre Barack Obama, democratico, guida per la seconda volta l’America. Il londinese Daniel Day-Lewis (Il mio piede sinistro,  Nel nome del padre,Gangs of New York,  Il petroliere) dà alla mitica figura il volto di un uomo dal carisma vincente e dalla sensibilità spiccata per l’ideale di Giustizia in un quadro di tensioni sociali e politiche difficile da rendere chiaro. E Spielberg, nativo dell’Ohio –  regista di film di grande successo come  Lo squalo,  I predatori dell’Arca perduta,  E. T. l’extraterrestre,  Schindler’s List,  Salvate il soldato Ryan  – ha risolto con equilibrio il problema di smonumentalizzare il personaggio mantenendone la sostanza civile. Il film ha il merito di restituire oggi importanza alla politica, in un momento di profonda crisi di stima verso funzioni che non siano direttamente legate alla mera dimensione oggettuale della vita. Ed era necessario entrare nel meccanismo anche non perfettamente limpido, all’interno del quale Lincoln seppe muoversi per acquisire i numeri (la decisiva campagna acquisti dei 20 voti mancanti) che segnassero il punto della svolta. Tra i momenti significativi della dialettica tra posizioni diverse all’interno dello stesso schieramento repubblicano, il confronto del Presidente con il più combattivo esponente dei “non moderati”, Thaddeus Stevens (Tommy Lee Jones). Lincoln lo esorta a non spaventare l’avversario con discorsi troppo spinti e usa l’esempio della bussola: «Se puntando al Nord vai avanti noncurante degli ostacoli e poi affondi nella palude, a che serve conoscere il Nord? ». A tratti, il gioco si fa anche “sporco”, ma il comportamento del Presidente poggia su convinzioni profonde, come quella sull’uguaglianza e sulla giustizia. È  un altro momento dialettico importante, risolto da Spielberg (e dallo sceneggiatore Tony Kushner) con un gustoso siparietto in cui Lincoln si ferma a parlare con i telegrafisti pronti a trasmettere i suoi messaggi e cita l’antico matematico greco Euclide: «Cose che sono uguali ad un’altra sono uguali anche tra loro ». Lincoln è un uomo fermo nelle proprie convinzioni, asciutto nel parlare, a volte duro anche nei rapporti familiari più stretti, con la moglie Mary (Sally Field) e col figlio Robert (Joseph Gordon-Levitt), ma è un uomo che spende tutto di sé per ottenere il risultato che gli interessa e la sua politica riguarderà molte generazioni a venire, fino a noi. Il passaggio maggiormente problematico sulla via della soluzione antischiavista è dato da una scelta apparentemente “tecnica” ed è anche qui che si mostra la sapienza del regista. Certo le sedute infuocate in Parlamento sono più “facili” per lo spettacolo, ma chiarire la tensione tra due soluzioni contrastanti per le sorti del Paese, questo era il compito più importante. Il film ci fa capire bene la ragione del “puntiglio” di Lincoln circa la priorità della Giustizia rispetto alla cessazione della guerra. La scelta avviene quando l’arrivo dei commissari confederati che possono offrire la resa in cambio dell’abrogazione dell’Emendamento viene tenuto nascosto, in attesa del voto. La scansione delle giornate convulse, dall’inizio del gennaio 1865 al 31 del mese, quando arriva il successo in aula, è utilizzata da Spielberg non in modo diaristico ma per una suspense che lega “azione” e “idea” in una magistrale fusione dal ritmo interno incalzante, un andamento progressivo che non è fatto di movimenti di macchina né di effetti speciali bensì risponde a una logica riflessiva rispetto al metodo in questione. Nel sottofinale vediamo Lincoln a cavallo, in testa ad un drappello con portabandiera, muoversi nei pressi di Petersburg, in Virginia, fra cumuli di cadaveri e rovine belliche. Il massacro finirà presto. Finirà anche la vita del Presidente, assassinato il 14 aprile 1865 durante una rappresentazione teatrale dall’attore John Wilkes Booth (cfr.  The Conspirator  di Robert Redford, 2011).


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart