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Il caos in casa Monte dei Paschi Profumo e Viola, e i conti col passato

26 Gennaio 2013

di Walter Galbiati
(da “la Repubblica”, 26 gennaio 2013)

MILANO – La vulgata americana vuole che la mafia di China Town abbia iniziato a scricchiolare proprio quando ai vertici della polizia di New York sono arrivati gli stessi cinesi. Il vantaggio di conoscere la lingua e i codici della comunit√† sono stati un asset che i poliziotti hanno potuto giocare nella lotta alla criminalit√† organizzata. Lo stesso pensiero √® stato fatto in Italia, quando al ministero dell’Economia √® salito un tributarista come Giulio Tremonti, il quale dopo aver aiutato col suo studio le pi√Ļ grand banche e imprese ad affrontare i problemi della fiscalit√† italiana, si √® pensato che potesse diventare il baluardo della lotta contro l’evasione. Il ragionamento era stato semplice: conosce i trucchi dell’evasione, chi meglio di lui li pu√≤ estirpare? Sembra che da allora l’evasione sia rimasto comunque uno dei principali problemi dello Stato italiano, eppure la speranza che chi conosce i trucchi del mestiere possa scovare meglio le magagne commesse dagli altri rimane.

La storia infatti si ripropone per il Monte dei Paschi di Siena, dove il comando in questa difficile transizione √® stato preso da Alessandro Profumo e Fabrizio Viola. Il primo nella sua carriera di banchiere milanese ha trasformato Unicredit in un grande istituto internazionale, la pi√Ļ importante banca italiana al di fuori dei confini nazionali, lasciandosi ben alle spalle Banca Intesa, ai tempi guidata dal ministro Corrado Passera. La trasformazione di Unicredit, per√≤, ha portato la banca ad avere quei comportamenti finanziariamente “aggressivi” che caratterizzano da sempre le grandi banche internazionali. Profumo aveva infatti creato, affidandola a Piero Modiano, la divisione Ubm, che tra i suoi fiori all’occhiello aveva un gruppo di banchieri molto attivi nel vendere derivati in giro per l’Italia. Il pi√Ļ famigerato √® stato quello costruito per il Comune di Milano, per ristrutturare il quale (aveva creato un buco da 100 milioni) l’ente milanese si √® infilato in alcuni swap capestro con altre quattro banche (Deutsche Bank, Ubs, Depfa e Jp Morgan), finite a processo e condannate in primo grado. E come se non bastasse, la gestione Profumo si √® spinta anche ad utilizzare sofisticate operazioni finanziarie per attutire l’impatto del fisco sui conti di Unicredit. E’ stato il caso dell’operazione Brontos, attualmente sotto processo: la banca, con l’avallo dello Studio Tremonti, ha trasformato interessi in dividendi per pagare meno oneri.

Ora, al fianco di Profumo, siede Fabrizio Viola, nella veste di amministratore delegato. Viola arriva dalla Banca Popolare di Milano, l’istituto milanese al centro di una inchiesta della procura di Milano per la cattiva gestione del patrimonio della banca, una storia di prestiti facili condannata dalla Banca d’Italia e che ha portato il gruppo a lanciare un aumento di capitale di 1,2 miliardi di euro. La stessa Bpm ha utilizzato i prodotti che Unicredit ha sottoscritto per pagare meno tasse e ha sanato il suo pegno con il Fisco versando 200 milioni di euro. Viola ha poi sempre lavorato a braccetto con Enrico Chiesa, l’autore di un convertendo che la Consob ha sanzionato largamente perch√© la banca lo aveva infilato nel portafogli dei propri clienti senza spiegar loro che si trattava di un investimento molto rischioso.

Ora Viola √® al Monte dei Paschi e per capire come siano stati fatti i derivati all’interno della banca, ha chiamato proprio Enzo Chiesa. L’ex banchiere di Bpm, nell’analizzare il portafoglio della banca senese, lavora fianco a fianco con Eidos, non una societ√† qualunque, ma la societ√† di consulenza creata da Riccardo Banchetti, ex numero uno italiano del fixed income di Lehman Brothers, la divisione di finanza strutturata diventata famosa per aver portato l’intera banca al fallimento, trascinando con s√© l’economia mondiale.


L’EX SINDACO DI SIENA, PIERLUIGI PICCINI, DISTRUGGE LA FAVOLA DELL’INDIPENDENZA POLITICA DI MPS – ‚ÄúIL PD HA SEMPRE GOVERNATO IL MONTE DEI PASCHI. L’INGERENZA √ą STATA ED √ą NOTEVOLE‚ÄĚ
di Camilla Conti per ¬†“Il Fatto Quotidiano”
(da “Dagospia”, 26 gennaio 2013)

“Il Pd ha sempre governato il Monte dei Paschi. L’ingerenza √® stata ed √® notevole. L’indipendenza della banca dalla politica √® una barzelletta che purtroppo non fa pi√Ļ ridere”. L’ex sindaco di Siena, Pierluigi Piccini, fa nomi e cognomi. “Giuliano Amato, Luigi Berlinguer, Massimo D’Alema che voleva far sposare il Monte con la Bnl”. Ma anche Matteo Renzi, “perch√© anche lui ne ha approfittato”.

Ma il primo attacco √® per l’ex ministro del Tesoro, Vincenzo Visco che al Corriere della Sera ha detto: “Mps non √® un problema del Pd, √® un problema di Siena”, vantandosi poi di essere stato l’unico a scardinare il sistema, per esempio firmando il decreto per impedire all’allora sindaco di Siena di diventare presidente della Fondazione Mps.

√ą vero quel che dice Visco, Piccini? ¬†

Falso. Io fui bloccato perché ero troppo autonomo rispetto alla linea del partito che ha sempre pesato, sia a livello locale sia nazionale, sulla gestione del Monte dei Paschi. E poi nella sua versione della storia Visco non ricorda un elemento importante: Bnl.

Che c’entrava Bnl con la nomina della Fondazione Mps? ¬†
C’entrava eccome. Bisogna fare un salto indietro all’estate del Duemila quando il sottoscritto subisce pressioni da D’Alema per sponsorizzare il progetto di mandare a nozze Mps con la romana Bnl. Ipotesi che mi ha subito lasciato molto perplesso. In queste pressioni vedevo un palese conflitto di interessi con il mio ruolo di amministratore.

E dopo che successe? D’Alema si rifece avanti? ¬†

Nel 2001 arriva una lettera del ministero del Tesoro, firmata dall’allora direttore generale Mario Draghi, che solleva una incompatibilit√† fittizia: come sindaco avrei potuto nominare una parte della deputazione amministratrice della Fondazione che a sua volta avrebbe dovuto decidere sulla mia nomina, innescando cos√¨ un potenziale conflitto di interessi. Io non sarei stato pi√Ļ sindaco e ci sarebbe comunque stata una nuova deputazione. Nel 2003 la Corte di Cassazione annulla quella lettera come atto illegittimo. Bisogna chiedersi allora cosa, e chi, ci fosse dietro quella lettera.

Chiediamocelo.  

La mia risposta √® che D’Alema ma anche l’allora governatore di Bankitalia, Antonio Fazio, cos√¨ come Giuliano Amato e Luigi Berlinguer fossero convinti che io non ero pi√Ļ affidabile. Che ero diventato difficile da governare, non avevo dato garanzie sufficienti alla fattibilit√† del progetto con Bnl. Nell’ottobre 2003, durante un colloquio nei corridoi della Camera, alla presenza di testimoni, Pier Luigi Bersani e Visco mi rimproverarono perch√© ero stato troppo tiepido sull’ipotesi di fusione con Bnl e non avevo detto pubblicamente che sarei stato d’accordo.

E come è finita?  

Nel 2004 sono stato espulso dal partito.

Ora cosa accadrà al Pd locale?  

A livello nazionale il Pd sta facendo quadrato e aspetta che passi la tempesta, altrimenti D’Alema non avrebbe mai preso la parola come ha fatto in questi giorni. A Siena, si aspetta di conoscere il verdetto elettorale delle politiche. Poi si apriranno i giochi sul rinnovo della giunta, ora commissariata, in primavera. Secondo me il Pd si sbarazzer√† di Ceccuzzi (l’ex sindaco di Siena che si ripresenta dopo aver vinto le primarie nelle scorse settimane, ndr) e trover√† una terza soluzione. Magari una donna o un candidato giovane.

E Matteo Renzi e i renziani?  

Penso che Renzi non abbia pi√Ļ un ruolo autonomo, che le sue scelte siano subalterne al gruppo dirigente del partito. E Renzi non √® credibile perch√© alle Invasioni Barbariche, su La7, commentando il caso Mps, ha citato Banca 121 dimenticandosi che i problemi del Montepaschi nascono nel 2007 con l’acquisto di Antonveneta, con il bond Fresh lanciato nel 2008 per finanziare l’operazione e poi con i derivati. Se vuole essere credibile Renzi deve entrare nel merito. Ma non pu√≤ farlo.

Perch√®? Non ci dica che anche Renzi…

Anche Renzi ha usufruito dell’accordo fra Mussari e Ceccuzzi per alcune nomine nella Firenze Parcheggi e in alcune societ√† controllate da Mps.


IL VERBALE DEGLI ISPETTORI BANKITALIA INCHIODA DRAGHI, TARANTOLA, PROFUMO E VISCO
Su Dagospia, qui.


“L’Italia giusta” di Bersani sotto inchiesta da 15 anni
di Andrea Cuomo
(da “il Giornale”, 26 gennaio 2013)

Roma. L’affare Mps √® solo l’ultimo caso. Da una quindicina di anni l’ombra di Pier Luigi Bersani, segretario del Pd e premier in pectore (anche se nelle ultime settimane il timore sta sostituendo la sicumera e affiorano tratti di panico) lambisce storie e storiacce in cui la politica diventa affarismo arraffone e viceversa.

Scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano di ieri: ¬ęA che titolo Bersani si occupa da 15 anni di banche, autostrade e compagnie telefoniche non da arbitro ma da giocatore? ¬Ľ. Bella domanda. Per la risposta, attendiamo fiduciosi.
La prima storia risale al 1999. Bersani √® ministro dell’Industria del governo D’Alema e assiste plaudente all’assalto a Telecom – che l’esecutivo aveva deciso di privatizzare – da parte di una cordata guidata da Roberto Colaninno, ad di Olivetti, Emilio Gnutti e Giovanni Consorte, patron di Unipol, e centinaia di altri imprenditori di piccolo cabotaggio riuniti sotto l’ombrello dell’azienda lussemburghese Bell. Un’operazione poco limpida, in cui il governo sembra stare dalla parte di quelli che i pi√Ļ pessimisti chiameranno ¬ęrazza padrona ¬Ľ e i pi√Ļ ottimisti ¬ęcapitani coraggiosi ¬Ľ, avallando un’operazione spericolata fatta a debito: vale a dire, tu ti fai prestare dei soldi dalle banche, con quelli ¬ęscali ¬Ľ un’azienda e a questa accolli i tuoi debiti. Applausi.

Bersani fa una comparsata anche nella vicenda Unipol, turbin√¨o di banche rampanti e banche da scalare che anima il mondo politico e finanziario attorno alla met√† dello scorso decennio. Quella, per intenderci, passata alla storia non proprio commendevole dei progressisti italiani per l’esultanza telefonica (e intercettata) dell’allora segretario Ds Piero Fassino: ¬ęAbbiamo una banca ¬Ľ. Tra i protagonisti ci sono Gianpiero Fiorani e ancora Consorte, entrambi anni dopo condannati definitivamente per avere fatto di tutto per agevolare le mene arrampicatrici di Unipol. Bersani difende entrambi e di Fiorani in particolare, come ricorda Travaglio, dice che √® ¬ęun banchiere molto dinamico, sveglio, attivo, capace ¬Ľ. Ma Bersani non si limita a un endorsement a parole. Nel giugno 2007 l’ex governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio racconta al pm di Milano Francesco Greco che Bersani e Fassino si erano presentati nel suo studio per caldeggiare la maxifusione Unipol-Bnl-Mps.

C’√® poi un giorno del dicembre 2006 che √® un fermo immagine perfettamente a fuoco dei democratici banchieri: quel d√¨ la fondazione dalemiana ItalianiEuropei organizza un grande workshop tra i leader diessini (Bersani, D’Alema, Fassino, Visco) e i protagonisti della finanza, delle banche e delle imprese. A ospitare il meeting, a Sesto San Giovanni, c’√® l’allora presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati. Quel Penati che √® forse lo scheletro pi√Ļ scheletrico nell’armadio di Bersani. Braccio destro dell’attuale segretario del Pd, capo della sua segreteria politica, Penati √® presidente della Provincia di Milano dal 2004 al 2009. Nel 2011, quando √® consigliere regionale, viene indagato dalla Procura della Repubblica di Monza: avrebbe intascato delle tangenti per la riqualificazione dell’ex Area Falck di Sesto San Giovanni. L’Italia scopre il cosiddetto ¬ęsistema Sesto ¬Ľ, un groviglio di interessi pubblici e soldi privati assai imbarazzante. Penati evita l’arresto, non la richiesta di rinvio a giudizio per corruzione e concussione. Penati mette anche la firma nel 2005 sull’acquisto da parte della Provincia di Milano dal gruppo Gavio delle azioni dell’autostrada Milano-Serravalle a un prezzo folle. Uno scambio di favori: Gavio reinveste parte del guadagno nella scalata del ¬ęfurbetto rosso ¬Ľ Consorte a Bnl. Il delitto perfetto. Alcune intercettazioni bancarie incastrano Bersani: sarebbe stato lui a orchestrare l’incontro tra Penati e Gavio.

E poi c’√® il caso di Franco Pronzato, gi√† consulente di Bersani quando questi √® ministro dei Trasporti nonch√© coordinatore del settore trasporto aereo del Pd. Da componente del consiglio di amministrazione dell’Enac in quota Pd, viene arrestato il 28 giugno 2011 nell’ambito di una inchiesta della Procura di Roma su una bustarella da 40mila euro pagata da Viscardo Paganelli e dal figlio Riccardo per ¬ęoliare ¬Ľ l’assegnazione di un appalto per la tratta dalla capitale all’isola d’Elba: un affare da un milione, ammesso da corrotto e corruttori.


Mps, leggende metropolitane & cose indicibili
di Stefano Zurlo
(da “il Giornale”, 26 gennaio 2013)

Vero e verosimile. Come insegnava Fiodor Dosoevskij, il secondo risulta pi√Ļ credibile del primo. E cos√¨ tutto si combina e si confonde in rete, sui media, nei salotti in cui i soliti ben informati ripetono quello che hanno appena orecchiato accoccolati su un altro divano, o con un blitz sul web o chiss√† in quale fabbrica di pseudonotizie.

In queste ore circolano molte leggende metropolitane. Storie non verificabili o difficilmente dimostrabili, ma suggestive, ambientate a Siena e al Monte dei Paschi. Ve ne presentiamo dieci, le pi√Ļ quotate al mercato ansiogeno della notizia. Attenzione: potrebbe trattarsi di bufale. Forse anche peggio. Spesso un chicco di verit√† √® quasi soffocato dalla gramigna delle menzogne.

1) Caveau e compassi. A Siena il boccino sarebbe nelle mani della massoneria non meglio specificata. Certo, quando il potere √® nelle mani di una cerchia ristretta, la soluzione pi√Ļ comoda √® rifugiarsi nei segreti impenetrabili della massoneria. Affiliazioni misteriose, strette di mano inappellabili, un potere che non si pu√≤ misurare. Un’inchiesta di Report metteva in successione i tre edifici pi√Ļ importanti di Siena. Il palazzo Comunale, sede del municipio. Rocca Salimbeni, roccaforte della banca. Palazzo Sansedoni, quartier generale della Fondazione. Chiosando: ¬ęIl suo controllo √® saldamente nelle mani dei gruppi di potere dei partiti, della massoneria, dell’economia. A Siena lo chiamano il groviglio armonioso ¬Ľ. Il tema √® una calamita che attira esperti e dietrologi. E tutti hanno le loro presunte verit√† e gli scoop che per√≤ possono essere rivelati solo a mezza voce. Perch√© sai… Se si va su internet si trovano riferimenti a Gustavo Raffi, nome eccellente delle logge, e ai suoi punti di contatto con il Monte. Di curva in curva, si arriva, o meglio si arriverebbe a un link fra il suo studio legale di Ravenna e il Monte nella persona dell’ex direttore generale Vincenzo De Bustis, per un certo periodo banchiere di riferimento per Massimo D’Alema. Compasso e martello. E naturalmente anche De Bustis viene indicato come uno dei pezzi pregiati della massoneria. ¬ęGruppo degli illuminati ¬Ľ. Che per√≤ tanto illuminati, come si √® visto, non erano.

2) Ascesa e caduta di Giuseppe Mussari, l’avvocato calabrese che aveva afferrato le chiavi secolari del Monte. ¬ęEra il leader degli studenti universitari comunisti – scrive Franco Bechis su Libero – E in quella veste fu il ragazzo degli accordi con il rettore dell’epoca Luigi Berlinguer ¬Ľ. Ma quello fu l’incipit nell’orgogliosa citt√† del Palio, per nulla tenera con i forestieri. E il seguito? Qui una delle piste pi√Ļ battute √® quella che porta alla moglie Luisa Stasi, imprenditrice alberghiera con tre ottimi esercizi in citt√†. Sarebbe stata lei il suo biglietto da visita e il passepartout. Chiacchiere e gossip. Ma basta sfogliare i giornali per un dettaglio: la signora Mussari ha un’esposizione con il Banco di 13 milioni. Mica noccioline.

3) Gli esperti, sempre del giorno dopo, hanno constatato anche un’altra anomalia: l’andamento strano del titolo. Con l’inevitabile avanzarsi la nube dei sospetti. Chi manovra che cosa? A chi giova? A rendere pi√Ļ enigmatico l’intrigo, ecco che salta fuori un altro fatto tutti da interpretare: l’anno scorso Francesco Gaetano Caltagirone, industriale e suocero di Casini, aveva spostato i suoi investimenti su Unicredit ed era sceso dal 4,72% al 2. ¬ęAlimentando – annotava il Sole24ore – pi√Ļ di una spiegazione fra gli operatori di Borsa ¬Ľ. Non avevano dato ascolto agli scricchiolii di Babbo Monte.

4) Uno scoop √® sempre orfano di padre. Ma qui conta il nome del giornale: il Fatto Quotidiano. E allora ricomincia la solita filastrocca complottista. Il Fatto √® il quotidiano pi√Ļ vicino a Beppe Grillo che, guardacaso, √® corso a Siena per arringare la piazza. Il Fatto, sempre lui, √® anche l’organo d’informazione pi√Ļ vicino a Antonio Ingroia, il concorrente che sul lato sinistro pu√≤ far perdere molti voti a Bersani. E dunque l’operazione servirebbe in questa chiave per dare una bella spinta a Rivoluzione civile e un calcione al Pd.

5) Si almanacca anche sul ruolo di Alessandro Profumo. Profumo il salvatore che va in coppia con Profumo il tagliatore. Clima di terrore e ghigliottina per salvare il salvabile, per espugnare fortini altrimenti inespugnabili. Le cifre sono quelle che sono: l’istituto ha in pancia titoli per 26 miliardi e di questi 11 sono derivati. Dunque, potenzialmente infetti e pronti a esplodere come bombe piazzate sotto Rocca Salimbeni. Profumo, per i soliti maestri della sfumatura, avrebbe spinto nel baratro l’amico Mussari per salvare se stesso e il banco.

6) √ą l’argomento che viene srotolato nelle conversazioni in Transatlantico. D’Alema il perfido avrebbe messo il cappello del Pd proprio sulla banca. E l’avrebbe appoggiato, chiss√†, per una raffinata vendetta dentro la nomenklatura rossa, con poche paroline: ¬ęMussari – vedi la Stampa del 24 gennaio – l’abbiamo cambiato noi del Pd ¬Ľ. Un disastro dal punto di vista dell’immagine e in piena bagarre elettorale.

7) D’Alema, i poteri forti e lui: Francesco Greco. Sembra quasi il titolo di un film, ma lui, il pm dei pm di tutte o quasi le inchieste finanziarie d’Italia, non poteva non esserci. E, soprattutto, non poteva non sapere. A infilarlo nell’affollatissimo parterre di questa storia provvede, solerte, il confindustriale Sole24ore che spiega come l’inchiesta senese sia nata da una costola dell’indagine milanese. Spinta insomma, come Mos√® sul Nilo, dai magistrati di rito ambrosiano su acque sicure per evitare una morte certa in culla, nella fragile Siena.

8 ) Il mandato ai vertici dell’Abi era stato rinnovato a suo tempo ma Giovanni Bazoli, grande vecchio del colosso IntesaSanPaolo, aveva gi√† espresso dubbi. Perch√©? Nella mitica stanza dei bottoni, nella situation room degli gnomi italiani, avevano gi√† avuto informazioni di un qualche peso?

9) Si sentiva, si fa per dire, la sua assenza. Ora mister X √® piombato in scena… O meglio, ha preso posto. Anche se il suo ruolo √®, eufemismo, poco chiaro. Mister X √® lavora gomito a gomito con Mussari, ne condivide perfino gli sforzi in palestra, come sostiene Libero, poi fa bye bye a Siena e passa a Intesa dove Bazoli lo reinventa mettendolo alla testa degli sportelli. Infine, nuova casella: a Merril Lynch, a occuparsi, nientemeno, di derivati.

10) Non poteva mancare la cassaforte ed eccola, con presunto giallo. Giallo a tempo: perch√© l’attenta coppia Profumo-Viola ha atteso mesi su mesi, circa sei, prima di aprirla. I due erano pienamente operativi dalla scorsa primavera, eppure hanno indugiato fino a ottobre prima di violarla. E di scoprire il contratto segreto con Nomura. Forse volevano giocare ai segreti di Fatima?


Il caso Mps, il Pd e la sinistra bancaria
di Arturo Diaconale
(da “L’Opione”, 26 gennaio 2013)

Emilio Giannelli, avvocato ed ex direttore della Fondazione del Monte dei Paschi di Siena è lo stesso Giannelli che disegna da anni vignette satiriche sulla prima pagina del Corriere della Sera. Quella dedicata alla vicenda Mps è significativa, oltre che esilarante: ritrae Pier Luigi Bersani che spiega come il Pd faccia il Pd e le banche fanno le banche suscitando, come reazione di chi lo ascolta, un Monte di risate.

La satira di Giannelli, che scherza per diretta e personale cognizione di causa, coglie nel segno. Pierluigi Bersani pu√≤ ripetere all’infinito il mantra giustificatorio della separazione netta tra il proprio partito ed il Monte dei Paschi di Siena. Ma il suo guaio √® che pi√Ļ lo ripete pi√Ļ si alza il coro di risate dell’opinione pubblica nazionale. Perch√© sar√† pure vero che formalmente il Pd fa il Pd e il Monte dei Paschi fa il Monte dei Paschi ma √® ancora pi√Ļ vero che dal secondo dopoguerra ad oggi a Siena il Pd √® il Monte ed il Monte √® il Pd. Il tutto non in maniera nascosta, riservata, ammantata da una separazione formale che celava un intreccio sostanziale. Niente affatto. Il tutto in maniera dichiarata, ostentata, esaltata. Ad esibizione perenne di un modello invidiabile di una grande e storica banca, la prima nata al mondo, gestita con le regole della democrazia di base espressione del territorio. Che questa democrazia di base esprimesse per decenni e decenni sempre e comunque un partito unico che controllava il comune, la fondazione ed i vertici dell’istituto bancario senese e che a loro volta i vertici bancari, la fondazione ed il comune fossero gli strumenti di formazione del consenso per il partito unico non veniva indicato come una anomalia. Al contrario, veniva esaltato come la dimostrazione pi√Ļ lampante della validit√† democratica del cosiddetto sistema di potere tosco-emiliano del partito erede della tradizione e della storia del Pci.

Bersani, naturalmente, fa il suo mestiere. E di fronte alla grandine che sta investendo il Pd per la vicenda del Monte dei Paschi non pu√≤ fare altro che aprire l’ombrello formato da una patetica bugia. Ma √® chiaro che un ombrello del genere, quello formato dalla tesi fasulla della separazione tra il Pd e la banca senese, fa acqua da tutte le parti e pone il segretario dei democrats in una posizione di estrema difficolt√† nell’ultimo e decisivo mese della campagna elettorale.

Beppe Grillo √® gi√† partito all’attacco della sinistra bancaria del Pd e del suo manutengolo Mario Monti, lanciando l’accusa che i soldi dell’Imu servono per ripianare il buco di Mps. Ad ingroia non pare vero cavalcare lo scandalo per tentare di strappare ancora voti a Bersani e Vendola in evidente e crescente difficolt√† sotto l’accusa di puntare ad una alleanza post-elettorale con Monti per conservare e perpetuare all’infinito il sistema di potere del Pd. Ed anche se il Cavaliere non affonda e non incalza a causa dei suoi storici rapporti personale con la banca senese √® fin troppo evidente che ha tutto da guadagnare dal divampare di una polemica che oltre ad investire la sinistra colpisce anche il governo dei tecnici che non solo non ha controllato ma che che ha addirittura cercato di nascondere e disinnescare lo scandalo.

Nessuno √® in grado di prevede se e quanto questa vicenda possa incidere sulla campagna elettorale del Pd che era stata presentata come la marcia trionfale di Bersani verso Palazzo Chigi. Ma √® facile prevedere che le polemiche accompagneranno il segretario del Pd per tutto il mese di febbraio e trasformeranno la preventivata marcia trionfale in un dolorante calvario. La vicenda Mps √® esplosa nel momento in cui, come ha detto Monti a Davos senza rendersi neppure conto delle proprie parole, la crisi finanziaria √® alla fine e quella sociale √® all’inizio. E se la crisi sociale divampa con chi se la pu√≤ prendere la maggioranza dei cittadini imbufalita per la recessione usata come mezzo di cura della crisi finanziaria se non con i politici da una parte e le banche dall’altra? E che c’√® di meglio per la rabbia popolare che scaricarsi contro quel partito che per decenni ha avuto una banca e solo per un caso non √® riuscito a conquistarne un’altra? E se queste elezioni segnassero non il trionfo ma la fine della sinistra bancaria?


Quel Profumo di sospetti che fa impazzire il Pd
di Nicola Porro
(da “il Giornale”, 26 gennaio 2013)

Sono furibondi. Furibondi. I vertici democratici stanno lentamente iniziando a capire cosa ci sia dietro al recente clamore dello scandalo Mps.
E a loro avviso c’√® un responsabile, un’anima nera: e si chiama Alessandro Profumo.

L’attuale presidente della banca nominato, in ultima analisi, proprio da loro. Ma andiamo con ordine e rimettiamo in fila, semplificando, le figurine della storia. Tutto il problema nasce da un peccato originale. Gli azionisti della banca, e cio√® i politici locali, non hanno mai voluto perdere la presa sull’istituto di credito. E, nel momento in cui si compravano allegramente sportelli bancari a botte di dieci milioni l’uno, hanno pensato bene di non lasciarsi sfuggire l’ultima possibilit√† che avevano per non essere considerati una banchetta locale:si comprarono l’Antonveneta. A caro, carissimo prezzo.

Dopo pochi mesi il mercato √® venuto gi√Ļ. E con esso le speranze di digerire il boccone con soddisfazione. Da quel momento hanno infilato un errore dietro l’altro. Non possiamo e non vogliamo dire che non siano stati commessi degli illeciti. Una procura starebbe indagando su commissioni sospette, poi fatte rientrare in Italia grazie allo scudo fiscale. Un secondo filone di indagine riguarda un’ipotesi di falso in bilancio e comunicazioni sociali non corrette. Illeciti a parte, che la situazione economica reddituale del Monte fosse delicata era chiaro a tutti, da anni.

Se l’acquisizione di Antonveneta fosse stata un gran successo, veramente qualcuno crede che il suo artefice (Mussari) avrebbe mollato la presa per andare a guidare l’associazione dei banchieri? Ma va l√†. E per di pi√Ļ proprio negli anni in cui, piano industriale alla mano, avrebbe dovuto portare benefici reddituali. Sarebbe stato l√† ben saldo a godersi il frutto della mossa azzeccata.

La tesi dei nostri confidenti democratici √® che Profumo, senza grandi ruoli operativi, sia stato nominato al Monte come padre nobile. S√¨, certo, non aveva lasciato, per usare un eufemismo, Unicredit in gran forma. Ma resta pur sempre la banca pi√Ļ internazionalizzata del Paese. E, comunque, √® un manager che, almeno nella costruzione originaria di Unicredit, ha dimostrato di andare avanti per la sua strada, senza grande considerazione dei salotti e delle Fondazioni. La componente dalemiana di Siena sponsorizza senza indugi l’arrivo di Profumo. Tutti sanno che la banca √® messa male, e che, soprattutto, ha necessit√† di un ripulita reputazionale. Profumo √® l’uomo adatto. E anche i democrat alla Bassanini, che oggi contano decisamente meno a Siena, consideravano l’opzione positiva. Era necessario un Mr Wolf per Rocca Salimbeni: che facesse pulizia, ma senza fare troppo clamore.

Ma c’√® un problema. Non fanno i conti con la regola d’oro dei manager: appena si entra in azienda si traccia una linea netta con il passato. I pi√Ļ spregiudicati un tempo facevano ci√≤ che in gergo si chiamano ¬ęwrite off ¬Ľ. Si prendono i bilanci ereditati e, nel primo anno di gestione, si portano a perdite tutte le poste possibili e immaginabili. L’effetto contabile √® tosto nel primo esercizio: ma da l√¨ in poi √® una passeggiata. Le percentuali di incremento sono a due cifre e il manico del nuovo arrivato si fa cos√¨, pubblicamente e mediaticamente, sentire. Sulle banche l’operazione √® pi√Ļ complicata. Non si scherza con il fuoco. Ci sono i depositi e i risparmiatori.

La tesi dei democratici √® che Profumo abbia gettato abilmente benzina sul fuoco. Con perizia abbia fatto cio√® il suo write off mediatico. ¬ęQuella roba non l’ho fatta io ¬Ľ. √ą il principio che doveva passare. Ed √® anche la verit√†. Il problema √® che la reputazione del manager confligge con quella di un sistema di potere che ha i suoi terminali pi√Ļ influenti nel Partito democratico. E il polverone, per di pi√Ļ, √® stato alzato in campagna elettorale. Ma se non ci fosse stata un’accesa competizione per le politiche, e tutta la polemica sugli impresentabili, l’affaire Mps sarebbe uscito con tanto clamore? E ancora. Il danno per i democratici non rappresenta forse una grande opportunit√† per i centristi di Monti, che sul futuro assetto dell’industria bancaria italiana avranno un peso rilevante?

Si tratta di una zuppa o, se preferite, in questo caso, di una ribollita. Ma quel che è certo è che in queste ore è meglio non nominare il nome di Profumo dalle parti della sinistra.


Monti e Bersani sbancati
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 26 gennaio 2013)

Ci sono impresentabili ladri di polli, altri perché truffatori da strada, altri ancora che fanno la cresta sulle note spese pubbliche.
Non ci stupiamo pi√Ļ, ne abbiamo viste e raccontate di ogni genere. Ma i peggiori, e pi√Ļ pericolosi, sono gli insospettabili che si muovono con autorevolezza tra salotti e palazzi e che godono di buona stampa.

Non elemosinano una vacanza o un’auto di lusso, stanno alla larga, almeno ufficialmente, da donnine e vizi italici. √ą che sono assetati di potere e, per arrivarci o mantenerlo, hanno bisogno di montagne di soldi, centinaia di milioni, a volte miliardi. Altro che P2, P3 o P4. Gli impresentabili veri e invisibili oggi si annidano in quella ragnatela di potere che √® la finanza rossa, un intreccio tra banche, colossi assicurativi, sistema di cooperative e giornali che fanno girare i soldi per alimentare e sostenere il Pd. Il quale ricambia, tramite la politica (governi, comuni, enti pubblici), procurando loro nuovi affari e commesse.

La Coop non sei tu, come dice lo slogan, sono loro, un cerchio magico di politici e affaristi che godono, a differenza di altri, di una sostanziale immunit√† giudiziaria. Per questo fa ridere che Bersani e soci cerchino di chiamarsi fuori dallo scandalo Monte dei Paschi. Hanno permesso che miliardi di euro, privati e pubblici, venissero usati dalla ¬ęloro ¬Ľ banca con una disinvoltura criminale. Hanno ottenuto coperture di livello, silenzi che valgono oro. Non si sono chiesti come mai il Monte abbia acquistato per 10 miliardi una banca, l’Antonveneta, che tre mesi prima ne valeva 6. E oggi non si chiedono se per caso la differenza sia finita in qualche tasca invece che a finanziare aziende e famiglie. Belsito e Bossi Trota, a confronto, sono galantuomini gettati in pasto all’opinione pubblica per saziare la rabbia popolare.

Ma soprattutto fa ridere che solo ieri Monti si sia accorto che il Montepaschi è una banca del Pd. Ma chi vuole prendere in giro, lui che è cresciuto a pane, banche e circoli esclusivi, quanto ben informati? Il premier in loden sente puzza di bruciato e si chiama fuori dopo che aveva fatto approvare con voto di fiducia un nuovo finanzia ­mento miliardario alla banca rossa. Monti e Bersani hanno paura e scappano, come dei Corona qualsiasi. E si scaricano a vicenda le colpe come fanno, appunto, gli impresentabili. Non sono Trote, ma pesci sì, in barile.


Posizioni di potere solo per i mediocri
di Piero Ostellino
(dal “Corriere della Sera”, 26 gennaio 2013)

E’ un brutto segno dei tempi che una bella intelligenza, come quella di Giuliano Ferrara, si riduca, ¬ęper difen ¬≠dere l’indifendibile ¬Ľ, a dire che Monti √® meglio dei nostalgici della spesa pubblica. Certo che √® meglio! Ma, caro Giuliano, se tutti i critici di Monti fossero affiliati alla vecchia classe politica che ha prodotto l’enorme de ¬≠bito pubblico non avrebbe avuto alcun senso tentare l’esperi ¬≠mento del governo tecnico. Siamo finiti sull’orlo del baratro fi ¬≠nanziario proprio perch√© eravamo reduci da politiche di dissen ¬≠nata spesa pubblica. Monti ha (forse) salvato il Paese dalla ban ¬≠carotta finanziaria, ma lo ha certamente portato alla bancarotta economica. La personale parsimonia einaudiana era un tratto della cultura liberale; l’¬ęausterit√† di Stato ¬Ľ √® il socialismo reale.

H presidente del Consiglio √® soddisfatto di s√©. Molti italiani si chiedono, per√≤, che economista sia chi assume le redini di un Paese gi√† in declino, ne confisca con le tasse le risorse e ne accresce le contraddizioni; invece di liberarlo dai lacci e laccioli che ne impediscono la crescita e, in prospettiva, di preoccupar ¬≠si di diminuire l’eccesso di statalismo e di ridurre la pressione fiscale. Nell’Emilia terremotata, c’√® una ¬ęlista bianca ¬Ľ alla quale tutte le aziende che operano sul territorio devono iscriversi. Formalmente, √® un filtro contro mafia e camorra. Di fatto, √® un artificio burocratico per discriminare l’imprenditoria libera a vantaggio di quella politicamen- te protetta…

Che piaccia o no, il professor Monti √Ę‚ÄĒ che √® un uomo pruden ¬≠te, legittimamente ambizioso, an ¬≠che se tanto arrogante da ¬ęguar ¬≠dare la gente dall’alto, invece che negli occhi ¬Ľ (Bersani) √Ę‚ÄĒ ha rag ¬≠giunto il massimo della propria incompetenza specifica (princi ¬≠pio di Peter) con la nomina a ca ¬≠po del governo. Annaspa econo ¬≠micamente e politicamente. Un giorno dice, e Napolitano, che lo ha promosso, tace, di voler eliminare il bipolarismo √Ę‚ÄĒ trasformando il Parlamento in una Camera delle corporazioni, ma non accorgendosi che l’alternan ¬≠za al governo di due forze antagoniste √® la democrazia√Ę‚ÄĒl’altro dice di voler federare i riformisti riproponendo il bipolarismo riformisti-antiriformisti che √®, poi, l’alternanza fra liberali e col ¬≠lettivisti nelle democrazie mature…

Dopo anni di scuola ideologica ¬ęgramsciazionista ¬Ľ e di anti ¬≠meritocrazia sociale, non c’√® incarico, pubblico e privato, che non sia ricoperto da un personaggio mediocre. D trionfo della ¬ędipendenza teologica ¬Ľ dall’autorit√† ecclesiastica della Contro- riforma, contro la Riforma, tradottasi, poi, in regressione cultu ¬≠rale e in sudditanza politica, √® la malattia di cui soffre l’Italia. La caduta della Destra storica, l’avvento del Trasformismo e dei ¬ęgoverni dei faccendieri ¬Ľ, nell’Ottocento; il corporativismo isti ¬≠tuzionale fascista e la democrazia consociativa, di cui Monti pa ¬≠re nostalgico, nel Novecento, hanno progressivamente accen ¬≠tuato il tasso di mediocrit√† manifesta, e richiesta, a chi accede a posizioni di potere.


Il nuovo motto della sinistra: avanti chi paga
di Maurizio Belpietro
(da “Libero”, 26 gennaio 2013)

Peggio dei banchieri che hanno creato un buco miliardario, minacciando con il loro operato di far chiudere una banca con cinque secoli di storia, ci sono solo i politici che li hanno nominati. I quali, a scandalo scoppiato, fanno a gara nel rin ¬≠negare i suddetti banchieri. Tuttavia, co ¬≠me abbiamo dimostrato ieri pubblicando le fotografie che ritraggono l’ex presiden ¬≠te del Monte dei Paschi di Siena Giusep ¬≠pe Mussari in compagnia della nomen ¬≠clatura del Pd, Bersani e i suoi compagni conosceva ¬≠no da vicino l’avvocato trasformato in fi ¬≠nanziere. Essendo un loro iscritto, anzi quasi un funzionario del partito, avevano con lui e con quelli sotto di lui una fre ¬≠quentazione abituale e una confidenza naturale. Diciamo che erano intimi, tanto intimi da pretendere che Mussari e i prin ¬≠cipali dirigenti dell’istituto senese versas ¬≠sero al partito una parte del loro stipendio, come usano fare deputati e senatori del Pd.

L’impegno a ripagare il partito per l’in ¬≠carico ricevuto, sia che si trattasse di ele ¬≠zione in Parlamento che di nomina poli ¬≠tica, risale ai tempi del Pei ed √® stato spes ¬≠so rivendicato dai compagni con assoluto orgoglio, quasi che si trattasse di un natu ¬≠rale sistema di finanziamento dell’orga ¬≠nizzazione stessa. Tanto naturale che il Pd di Siena l’aveva addirittura inserito nel proprio statuto, pretendendo che anche chi rivestisse incarichi ai vertici di una del ¬≠le principali banche nazionali non si sot ¬≠traesse all’elargizione. E come ha scoperto il nostro Franco Bechis, il contributo di Mussari e di Ernesto Rabizzi – presidente di Antonveneta, la banca comprata dal Monte dei Paschi di Siena al prezzo astro ¬≠nomico di 9 miliardi – arrivava regolar ¬≠mente tutti gli anni e regolarmente veniva iscritto a bilancio. La norma che collega i vertici della banca ai vertici del partito √® l’articolo 28 che fa riferimento ai doveri di chiunque ricopra ruoli retribuiti. ¬ęGli eletti e/o nominati presso enti pubblici e gli in ¬≠caricati e designati presso altri soggetti pubblici o privati, ai sensi dell’articolo 23 comma 2 dello statuto nazionale nonch√© articolo 36 comma 8 dello statuto regiona ¬≠le hanno il dovere di contribuire al finan ¬≠ziamento del partito, versando alla tesore ¬≠ria una quota dell’indennit√† e degli emo ¬≠lumenti derivanti dalla carica ricoperta con i criteri e nella misura di cui ai suc ¬≠cessivi articoli ¬Ľ.

Lo stringente regolamento del partito prevede che a chiunque non si assoggetti a questa regola vengano precluse candida ¬≠ture, designazioni o nomine. E chiunque, una volta ottenuto il posto, non si adegui alla norma di ripagare il partito, viene de ¬≠ferito agli organi di vigilanza interni e nel ¬ęprocesso ¬Ľ rischia l’espulsione e, peggio, nessun’altra candidatura. In base allo sta ¬≠tuto infatti non sono candidabili per nes ¬≠sun tipo di elezione, neanche interna al partito, gli iscritti che non sono in regola con il regolamento finanziario e tale nor ¬≠ma si applica anche per gli incarichi e de ¬≠signazioni presso altri soggetti pubblici o privati.

Avete capito? Al Pd non preme che le persone designate siano capaci o compe ¬≠tenti: basta che paghino. Non importa che siano professori o banchieri stimati, ci√≤ che conta √® che rispettino la regola di ac ¬≠cettare il posto in cambio di una rinuncia a parte del proprio emolumento. √ą da questo sottobosco clientelare che emerge lo scandalo del Monte dei Paschi di Siena, da questo mercimonio istituzionalizzato nello statuto del partito che nasce e si svi ¬≠luppa una delle peggiori malagestioni bancarie ai danni dei risparmiatori e degli azionisti. I vertici del terzo istituto di cre ¬≠dito non venivano nominati in risponden ¬≠za a criteri di competenza e di buona am ¬≠ministrazione, ma chi li indicava preten ¬≠deva da loro che si adeguassero al dovere di pagare il partito. Pi√Ļ guadagnavano, pi√Ļ guadagnava il Pd. E se, pur con mosse az ¬≠zardate, la banca si ingigantiva, stipendi e oboli la seguivano di pari passo.

Di fronte a ci√≤ che pubblichiamo oggi √® di tutta evidenza che in questa faccenda il Pd non pu√≤ chiamarsi fuori come ha fatto in questi giorni, a scandalo scoppiato. Il partito democratico c’entra, eccome se c’entra. E questa √® l’unica cosa giusta detta da Mario Monti sulla spinosa faccenda. Nel tentativo di guadagnare qualche voto, il presidente del Consiglio si √® infatti sca ¬≠gliato contro il partito di cui dopo le ele ¬≠zioni si candida a fare da stampella. Ma se √® vero che Bersani e i suoi compagni non possono fingere di non sapere nulla, √® al ¬≠trettanto certo che nemmeno il premier pu√≤ lavarsene le mani. Il crac non √® avve ¬≠nuto a sua insaputa. Come ha ammesso il ministro dell’Economia Vittorio Grilli, il governo sapeva, ma anzich√© muovere un dito ha aperto il portafogli, regalando alla banca 3,9 miliardi dei contribuenti. In un altro momento avremmo chiesto le im ¬≠mediate dimissioni dell’esecutivo e se non lo facciamo √® solo perch√© i tecnici si sono gi√† dimessi. L’unica nostra richiesta non √® rivolta a Monti e ai professori, ma agli ita ¬≠liani: il 24 febbraio avete un’occasione unica di liquidare per sempre i poteri forti e i ladroni veri. Non sprecatela.


Le telefonate di Napolitano-Mancino

Il prof. Franco Cordero √® un giurista insigne, schierato contro l’immunit√† presidenziale cos√¨ come √® stata decretata dalla consulta con la sentenza n. 1/2013. Ne consiglio la lettura, con la speranza che il gip che a questo punto avr√† gi√† letto i nastri promuova ricorso alla stessa consulta, cos√¨ come suggerito da Cordero. ¬†Non ho ancora trovato – e mi meraviglio molto – il commento del prof. Gustavo Zagrebelsky a riguardo della sentenza. (bdm)

Le sentenze suicide
di Franco Cordero
(da “la Repubblica”, 26 gennaio 2013)

Le chiamavano ¬ęsentenze suicide ¬Ľ. Ca ¬≠pitava nelle vecchie corti d’assise, do ¬≠ve le questioni in fatto erano risolte dalla giuria, e pu√≤ ancora avvenire che decisioni d’un collegio misto, imposte dai componenti senza toga, siano motivate in tal modo da nascere morte, solo che qualcuno le impugni. Rispetto alla Consulta manca un giu ¬≠dice ad quem ma N√≠¬≥mos √® Basil√®us: la legge va ¬≠le pi√Ļ del re, sebbene quest’ultimo disponga della forza e in dati contesti i sudditi siano ar ¬≠mento docile; finch√© esistano lettori pensanti, abbastanza indipendenti da manifestare i pensieri, la decisione contro le norme resta prodotto anomalo. Ne abbiamo una sotto gli occhi. Dialoghi del Presidente con un intercet ¬≠tato stanno sui nastri. Il Quirinale pretendeva che il pubblico ministero li incenerisse nel pi√Ļ ermetico segreto. Con una variante (l’atto riparatorio compete al giudice), la Corte gli ren ¬≠de ossequio, a prima vista. Nove fluenti para ¬≠grafi spiegano che figura singolare sia l’uomo al vertice: stimola, frena, orienta, coordina, equilibra, modera ¬ęi poteri dello Stato ¬Ľ, anche tra le quinte, in via informale; e quest’indefinito influsso implica scambi verbali riservati, l’ ¬ęassoluta protezione ¬Ľ dei quali va letta in fili ¬≠grana nella Carta, dove non se ne parla; Dio sa come, per√≤, il silenzio gli conferisce la qualit√† d’¬ęinviolabile ¬Ľ, quali erano i monarchi, anche se agisse fuori delle sue funzioni. Supponiamo che un pirata insediato sul Colle discuta d’affa ¬≠ri poco edificanti (narcomercato, prostituzio ¬≠ne et similia) : commette delitti giudicabili, fer ¬≠mo restando che i dialoghi siano tab√Ļ (l’attua ¬≠le capo dello Stato va oltre, postulando un’im ¬≠munit√† processuale durante l’ufficio); e il di ¬≠vieto vale rispetto alla persona, assolutamen ¬≠te, anche se l’ascolto fosse casuale, nel colloquio con l’intercettato.

Cos√¨, volando sull’inespresso, la Corte indi ¬≠vidua un divieto istruttorio: prove raccolte nel ¬≠lo spazio interdetto non sono acquisibili; e sic ¬≠come i nastri esistono, bisogna disfarsene. Il pubblico ministero li riteneva inutili, quindi avrebbe chiesto al giudice d’obliterarli; in qual modo, lo dicono regole codificate (artt. 268, 269, 271 c. p. p.), una delle quali, capitale, esige il contraddittorio: pu√≤ darsi che i reperti risul ¬≠tino importanti nel caso de quo o altrove; e gl’interessati devono potervi interloquire. Nossignori: tale conciliabolo svelerebbe quod infandum est, mandando in fumo la prerogati ¬≠va. Provveda il giudice, da solo. Se accogliamo premesse sospese nel vuoto, la conclusione appare coerente. L’insuperabile difficolt√† sta nell’ accordare una presunta norma (¬ęassoluta protezione ¬Ľ dell’augusta parola e relativi co ¬≠rollari) con tre testi molto visibili: ¬ęLa difesa √® diritto inviolabile ¬Ľ (art. 24 Cost.); l’art. 110 im ¬≠pone il contraddittorio; e definendo obbliga ¬≠toria l’azione penale, l’art. 112 esclude che sia ¬≠no virtuosamente liquidati reperti d’un delitto perseguibile.

La chiamavamo sentenza suicida. Dopo tanto impegno oratorio, la contraddizione so ¬≠pravviene nelle ultime quattro righe. Il giudice ascolti i nastri, indi deliberi, considerando ¬ęl’e ¬≠ventuale esigenza d’evitare il sacrificio d’inte ¬≠ressi riferibili a principi costituzionali supre ¬≠mi ¬Ľ; e ne indica tre: vita, libert√† personale, Res publica servanda; in tali ¬ęestreme ipotesi ¬Ľ adotti ¬ęle iniziative consentite dall’ordina ¬≠mento ¬Ľ. Formula evasiva ma quali siano, √® presto detto: l’empio materiale confluisce nel pro ¬≠cesso, in barba all’¬ęinviolabilit√† ¬Ľ; era fiato al vento l’arringa pro rege. Alla fine salta fuori N√≠¬≥mos Basil√®us, pi√Ļ forte dell’ossequio al rex, e qui la Corte incappa nella seconda contraddi ¬≠zione postulando un giudice imbevuto dello Spirito santo, i cui responsi nascano giusti. Supponiamo che ordini l’incenerimento dei nastri: deve motivarlo; e come, se non sappia ¬≠mo cosa contenessero? Che la distruzione non offenda interessi tutelabili, √® da stabilire nel vaglio dei dati, criticamente: la sua parola non basta; pu√≤ darsi che fosse disattento o abbia men ¬≠te corta o renda servizi al rex; l’unico meccani ¬≠smo che garantisca conclusioni relativamente sicure √® il contraddittorio, eretto a requisito in ¬≠defettibile dall’art. 111 Cost. Sono anticaglie le mistiche dell’organo onnisciente. Da Nicola Toppi, storico dei tribunali napoletani, sap ¬≠piamo come se ne parlasse anno Domini 1655: i sacerdoti operano su materie sante, e cos√¨ noi perch√© ¬ę leges sunt sacratissmae ¬Ľ; infatti, l’uo ¬≠mo in toga appare grave, severo, incorruttibi ¬≠le, ¬ęinadulabilis ¬Ľ, ¬ęterrificus ¬Ľ verso i malfatto ¬≠ri. Nel tredicesimo anno del ventunesimo se ¬≠colo non √® seriamente pensabile che la parola nuda tronchi questioni forse decisive, essendo negata ai contraddittori la cognizione dei fatti. Quando Ferdinando IV, Borbone napoletano, guidato dal vecchio ministro Bernardo Tanucci, impone sentenze rudimentalmente moti ¬≠vate (prammatica reale 27 settembre 1774), gl’interessati insorgono: la giurisdizione √® affa ¬≠re esoterico; un malaugurato pubblico rendi ¬≠conto la dissacra. Sua Maest√† ribatte e i rimo ¬≠stranti ammutoliscono ma negli anni novanta una monarchia reazionaria revoca l’editto (la regina e Maria Antonietta sono sorelle).

Documenti simili non diventano preceden ¬≠te autorevole. L’illustre consesso ha spiccato un salto indietro nei secoli: torniamo al mono ¬≠logo inquisitorio; e non lo rendono meno re ¬≠pellente i sentori d’una pesante Ragion di Sta ¬≠to. L’unica via d’uscita (interlocutoria) √® solle ¬≠vare la questione di legittimit√† costituzionale. Letto senza contorsioni, l’articolo 271 c. p. p. non ha niente d’eccepibile ma la Corte impo ¬≠ne d’applicarlo in versione arbitraria, violando tre norme d’alto rango; esca dall’equivoco sciogliendo le contraddizioni. Era prevedibile che quello sciagurato conflitto costasse caro. Non se sentiva il bisogno, tanto meno quando l’ex padrone del governo offre futuri voti al can ¬≠didabile quirinalesco, purch√© gli garantisca un salvacondotto penale.


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Bart