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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

1 Settembre 2012

[Franco Pecori  dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera.  È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

 

Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno

The Dark Knight Rises
Christopher Nolan, 2012
Fotografia Wally Pfister
Christian Bale, Gary Oldman, Tom Hardy, Joseph Gordon-Levitt, Anne Hathaway, Marion Corillard, Morgan Freeman, Michael Caine, Matthew Modine, Alon Aboutboul, Ben Mendelsohn, Burn Gorman, Daniel Sunjata, Nestor Cardonell.

Stratificazioni spettacolari e contorcimenti narrativi formano in questo terzo Batman noliano (Batman Begins  2005,  Il Cavaliere Oscuro  2008) un miscuglio attraente ma stilisticamente alquanto confuso. Una sorta di assuefazione e un conseguente torpore analitico colpiscono lo spettatore e lo inducono alla resa finale. Dopo oltre due ore di scene “a sorpresa” (realizzate con grandi mezzi produttivi e senza indulgere all’utilizzo del digitale), la serie progressiva e infinita di “spiegazioni”, riguardanti sia la storia individuale dei personaggi sia la situazione socio-politica di Gotham City, denuncia forse un problema di fondo, di chiarezza della prospettiva ideale (si potrebbe perfino dire ideologica). Il destino della città, del popolo ingannato, oppresso e da “liberare” s’intreccia con quello individuale degli eroi protagonisti, principalmente di Bruce Wayne/Batman (Bale), orfano miliardario piombato all’inferno e resuscitato in un riscatto sacrificale ultimativo (non riveliamo il come), senza che tuttavia le responsabilità del possibile disastro e comunque delle drammatiche sofferenze della collettività emergano più di tanto, né vadano sostanzialmente a incidere sull’esito di una vicenda che, in fondo, rimane astratta. Diversi riferimenti più o meno espliciti alla crisi mondiale dei nostri giorni (la criminalità organizzata, le banche, i consigli di amministrazione, il problema di “investire per salvare il mondo”) risultano più “nominali” che strutturali. Ben altro impatto “realistico” e prefigurativo (delimitato e circoscritto al problema specifico dell’”estrazione” dal subconscio di segreti e della loro utilizzazione) aveva ottenuto Nolan col precedente  Inception  (2010). Il fatto è che la figura di Batman non si presta molto a un’articolazione sul versante della verosimiglianza referenziale, se non sul piano di una moralità “ingenua”, anche facile da tradurre in rappresentazioni “feroci”. E al dunque, tra gli antagonisti Wayne e Bane arriva nientemeno che la classica “scazzottata” all’americana. Godiamoci lo spettacolo per quello che è e soprattutto la bravura degli attori, un cast di primissima qualità.

Babycall

Babycall
Pí¥l Sletaune, 2011
Fotografia John Andreas Andersen
Noomi Rapace, Kristoffer Joner, Vetle Qvenild Werring
Roma 2011, concorso

Tutto è incerto. Il regista ha deciso di non darci la chiave di lettura e non giustifica i passaggi e i tagli del montaggio. Per paradosso, la bravura di Noomi Rapace rende ancora più difficile, l’interpretazione delle sequenze. Nel  cinema, i disturbi psichici dei personaggi non possono essere letteralmente disturbi della macchina da presa, prima di tutto perché il cinema non può dire “bugie”. Lo spettatore, in questo senso, è in stato di inferiorità, è costretto a credere in ciò che vede. L’autore non deve approfittarne. La protagonista del film, Anna (Rapace, Uomini che odiano le donne, Beyond), sembra in fuga dal padre di suo figlio, Anders (Vetle Qvenild Werring), di 8 anni. La donna vive nell’incubo continuo che l’uomo (noi non lo conosciamo) si presenti da un momento all’altro per fare del male ad Anders. Il problema è che Anna “vede” e fa delle cose senza mai sapere se siano reali o immaginarie. E nemmeno a noi è dato saperlo. Vorremmo tanto poter parlare con gli assistenti sociali che seguono Anna da vicino. Esiste davvero quel padre cattivo? Fino a che punto l’istinto di protezione della madre per il figlio non è dovuto a un “destino” interiore che la perseguita come in un film horror? Si sa che horror e psicoanalisi sono terreni confinanti, ma un conto è la scienza e altro conto è la sua rappresentazione. Non pretendiamo mica che la parte immaginaria del film sia ogni volta introdotta tramite i procedimenti del cinema classico (per esempio, la dissolvenza incrociata), tuttavia non possiamo “inventarci” completamente una lettura nostra. A osservarlo bene, perfino Anders, con la sua aria imbambolata, non sembra un bambino vivo. Non parliamo poi di un altro bambino che a un certo punto appare come un fantasma suo amico. E il babycall, l’apparecchio che Anna compra per ascoltare da una stanza all’altra i suoni e i respiri del figlio, non sarà forse in collegamento diretto con la sua mente malata? Nel turbine di finzioni incontrollabili viene coinvolto un commesso del magazzino dove Anna trova il babycall. Si interessa alla donna e ai suoi turbamenti. Tra l’altro sta passando un bruttissimo momenti, deve decidere di interrompere la respirazione artificiale a sua madre, ricoverata in ospedale senza più speranze. Un problema serio, che ci piomba addosso senza preavviso. Del resto, anche il tema della violenza nelle famiglie del Nord Europa, da qualche tempo ricorrente nel cinema (Racconti da Stoccolma, 2009) non è tema meno grave. L’incertezza di questo Babycall rischia addirittura di contaminarne l’importanza. Il norvegese Sletaune vanta il premio al suo film d’esordio, Posta celere, ottenuto a Cannes nel 1997 (Settimana della Critica). L’anno successivo, la rivista Variety ha inserito il suo nome nella lista dei 10 registi più promettenti del mondo. Di Babycall l’autore ha detto che è “un viaggio mentale”. Dal film non risulta.

 


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Bart