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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

29 Settembre 2012

[Franco Pecori  dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera.  È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Resident Evil: Retribution

Resident Evil: Retribution
Paul W. S. Anderson, 2012
Fotografia Glen MacPherson
Milla Jovovich, Michelle Rodriguez, Sienna Guillory, Kevin Durand, Oded Fehr, Li Bingbing, Shawn Roberts, Johann Urb, Boris Kodjoe, Colin Salmon, Megan Charpentier, Aryana Engineer, Parys Sylver.

Il videogioco di Alice nel mondo del contagio virale continua, nonostante la ripetitività appesantisca ormai un po’ troppo il prodotto. Ma la battaglia finale pare abbia inizio, c’è da ben sperare. Siamo al quinto film – Paul W. S. Anderson ha diretto il primo,  Resident Evil, nel 2002 e dopo i due non suoi (Apocalypse  2004,  Extinction  2007) e il suo  Afterlife  in 3D del 2010, riprende ancora il discorso forse inutilmente “infinito”. A dieci anni dalla fuga letale del T-virus da l’”Alverare” della Umbrella Corporation, i non-morti assetati di carne umana hanno tutt’altro che placato la loro fame e le difficoltà di Alice sembrano intatte. Il fallimento della sperimentazione biogenetica, tema non propriamente digestivo, pur compensato in parte dalle modificazioni del dna della protagonista, non ci rassicura ancora sul futuro del genere umano: alla lunga, il giocattolo che si fa film mostra la propria impotenza risarcitoria. Non ci resta che seguire il giro della giostra. Certo Alice non manca di energia e di mezzi per difendersi dagli ostacoli, da Tokyo a New York a Mosca, l’eroina si muove in uno spazio-tempo puramente convenzionale e gli amici più sicuri sono sempre i pistoloni infallibili che usa con sovrumana destrezza. Più forte Alice, più deboli gli umani invasi dagli zombie: che fare se non calcolare la forbice e rimediare per quanto possibile, sul filo di un’azione paradossale che vive della convivenza modaiola e ardua di due generi, fantascienza e horror? La fine del gioco è ciò che il gioco, di per sé, non sopporta. Questo è il punto. Ora Alice e i suoi amici si trovano a lottare per la loro stessa vita e il gioco sembra poter uscire da sé, divenendo, appunto in vista della fine, qualcosa di più serio. Ma sarebbe il momento di un salto di qualità che la regìa non prevede e non può fare, nata com’è e cresciuta nel recinto progettuale dove il Male risiede in quanto gioco. Entro tali limiti, va bene che la mostruosità dei non-umani si colorisca di ulteriori effetti e che gli ambienti in cui si muove Alice non conoscano geografie se non per il montaggio diversificato di sequenze spettacolari dislocate in Giappone, in Russia, in America. Le location rispondono a una finzione tecnologica il cui scopo è la vendita di armi biologiche definitive. Nella Umbrella sta il cervello. E ciò che accade è virtuale. Nello stretto di Kamchatka è la struttura che la Umbrella ha ampliato utilizzando come base i sottomarini atomici dell’ex Unione Sovietica. Da lì sono partiti i test per generare contrapposte “prove” di morte che con la loro verosimiglianza convincessero all’acquisto le diverse potenze mondiali. Uscire da Umbrella, questo è il problema. Che il gioco si svolga. Si può restarne affascinati e non c’è niente di male se il recinto rimane protetto, «quando avviene una proiezione olografica nessuno guarda il cielo ». Ma basterà che in un momento ci sovvenga una Milla non-Alice, diciamo qualche immagine di film precedenti che l’abbiano vista sul set,  Giovanna D’Arco  (Luc Besson 1999),  o fate voi. Diventerà possibile che anche il clone di una bimba riacquisti altro senso.

Reality

Reality
Matteo Garrone, 2012
Fotografia Marco Onorato
Aniello Arena, Loredana Simioli, Nando Paone, Graziella Marina, Nello Iorio, Nunzia Schiano, Rosaria D’Urso, Giuseppina Cervizi, Claudia Gerini, Raffaele Ferrante, Paola Minaccioni, Ciro Petrone, Salvatore Misticone, Vincenzo Riccio, Martina Graziuso, Alessandra Scognamillo.
Cannes 2012, concorso: Grand Prix.

Il “reality” come doppio del “reale” è un’ingannevole illusione che non funziona prima di tutto a livello teorico e può produrre equivoci sul giudizio dell’opera, artistica o meno che sia. Si può partire da Dziga Vertov (L’uomo con la macchina da presa  1929) e andare all’utopia del “pedinamento” totale – i mitici “novanta minuti consecutivi della vita di un uomo”  postulati da Cesare Zavattini nel 1950 (Il cinema e l’uomo moderno, Edizioni sociali), fino ai più attuali effetti elettronici della fantascienza tendenti ad azzerare le distanze spazio-temporali in un controllo assoluto dell’esistenza. Sul piano estetico tutto può andare bene, purché il valore dell’opera non si faccia dipendere da un realismo “obbiettivo” che la cinepresa costitutivamente non può sostenere (il problema è l’obbiettività dell’obbiettivo). Il merito di Matteo Garrone è di aver affrontato il tema del formato televisivo “Reality” bypassando l’ovvietà del possibile e consunto dibattito sull’influenza della Tv nel nostro quotidiano e puntando dritto alla poesia. Il fatto che la storia di Luciano, il protagonista magistralmente interpretato da Aniello Arena (attore di teatro, ergastolano nel carcere di Volterra, alla scuola di Armando Punzo), provenga da una vicenda realmente accaduta, sottolinea proprio con un elemento di paradosso la complessità della questione, dal cui intrigo si può uscire, come fa il regista, immaginando il piano semi-onirico e fantastico dei comportamenti e trasfigurandoli in una rappresentazione artistica dalle venature surreali. Il pianosequenza iniziale, con la ripresa aerea della carrozza a cavalli bianchi che porta una coppia di sposi nel grande hotel per festeggiare il matrimonio popolare in una finta e orrida cornice sfarzesca, richiama memorie felliniane di una realtà fittizia (la “Dolce Vita”) che a suo tempo fu interpretata nientemeno che come “affresco”. A distanza di mezzo secolo non possiamo certo commettere lo stesso errore, a costo di riflettere anche sul resto del cinema di Garrone, che daTerra di mezzo  (1997) a  Estate romana  (2000), a  L’imbalsamatore  (2002) e a  Gomorra(2008) riscatta in chiave poetica il pericolo (o il merito, come si voglia) di una fotografia “documentaria” della realtà. Dunque il pescivendolo napoletano Luciano “esce pazzo”, vittima dell’attrazione televisiva e specialmente del programma, il  Grande Fratello, in cui vede l’occasione di diventare “famoso”. Ma attenzione, la prima spinta verso quel tipo di fama gli viene non direttamente dalla Tv ma dagli effetti televisivi che già operano in quanti stanno attorno a Luciano e anzi vivono con lui in famiglia e anzi dalle stesse sue piccole creature, già conquistate dal potere fittizio. La normale vita quotidiana viene “interrotta” dall’idea del successo facilmente ottenibile – così sembra al personaggio – con la semplice esibizione della propria esperienza di vita. Luciano riesce a fare il provino per il programma grazie alla “raccomandazione” di un guitto animatore in elicottero, Enzo (Raffaele Ferrante), riconosciuto alla festa di matrimonio. Il pescivendolo scarica sulla commissione il proprio vissuto, convinto dell’assoluta efficacia di quel modello privato e “autentico”. Ma qui è la sconfitta delle sue aspirazioni “realistiche”. La realtà soggettiva di Luciano non è altro che l’ennesimo modello di “finzione” operante nel contesto in cui il protagonista vive, con la sua famiglia, la moglie Maria (Loredana Simioli), i parenti e gli amici di tutti i giorni: una vita non meno “finta” di quella ri-proposta dalla Tv sotto forma di casa-laboratorio. Garrone ha dichiarato che il suo Luciano è una specie di Pinocchio contemporaneo, il che, per l’ingenuità/furbizia delle sue scelte, è anche giusto, ma la differenza essenziale sta nel destino del personaggio: il Pinocchio di legno non fa che andare verso la sua fine di burattino, ansioso di diventare umano in carne e ossa, mentre Luciano è atteso da un’uscita di senno che lo imprigionerà nell’incubo finale di una risata non propriamente felice. Con uno zoom all’indietro, dall’interno degli studi televisivi del  Grande Fratellodov’è riuscito a infilarsi fino alla distanza aerea simile a quella della sequenza iniziale, lo lasceremo immerso nella sua soddisfazione isterica. E la misura realistica della storia resterà sospesa a mezz’aria, con i piatti della bilancia al medesimo livello delle due finzioni, le quali, messe insieme, non fanno una realtà. Ma un  Reality  poetico sì, lo fanno, ricco di “umanità”, “spontaneità” e “doloroso ingegno”, ricchezze di cui si nutre tutta la famiglia di bravi attori di teatro – e si nota la differenza con tanti altri attori che le tavole del palcoscenico non hanno mai conosciuto -, capaci di far vivere la poesia della finzione in un mondo-trappola che sembrerebbe senza via d’uscita. Nella successione delle scene, la coerenza narrativa interna (questo il possibile realismo) è data al film anche dalla perfetta sintonia tra esecuzione della sceneggiatura e occhio fotografico con cui viene fissata la visione del rappresentato. Quando si dice: film d’autore.

 


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Bart