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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

13 Ottobre 2012

[Franco Pecori  dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera.  È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Tutti i santi giorni

Tutti i santi giorni
Paolo Virzì, 2012
Fotografia Vladan Radovic
Luca Marinelli, Thony, Micol Azzurro, Claudio Pallitto, Stefania Felicioli, Franco Gargia, Giovanni Laparola, Mimma Pirrè, Benedetta Barzini, Fabio Gismondi, Katie McGovern, Robin Mugnaini, Frank Crudele.

Avere un figlio? Può essere un grosso problema per una coppia oggi. Guido e Antonia sono molto diversi l’uno dall’altra e il contesto non li aiuta a mantenere la serenità. A Roma la vita non è facile, apparentemente c’è posto per tutti, per i più svariati generi di persone e di diverso livello sociale e culturale, ma al dunque armonizzare le diversità può essere un bel problema. I due protagonisti, trentenni o poco più, si sono incontrati – lo vedremo alla fine – in una delle tante possibili situazioni “miste” offerte dalla metropoli. L’attrazione, istintiva e fatale, ha poi rivelato una complessità più ardua del previsto da risolvere. Il background anche familiare non li aiuta. Antonia (la cantautrice rock Thony debutta davanti alla macchina da presa con piglio già disinvolto) viene dal Sud, da una famiglia molto semplice; con la sua chitarra e le canzoni in testa, spontanea e “ribelle”, ha cercato uno spazio nei locali dove si può fare musica e passare la serata in confusione. La famiglia di Guido (La solitudine dei numeri primi  2010,  L’ultimo terrestre  2011) avrebbe potuto appoggiarlo in un destino brillante di studioso classico, magari in giro per il mondo, assecondando la sua passione per la cultura tardolatina e per le vite dei santi (a Roma il rock vive comunque all’ombra della cupola di S. Pietro), ma il ragazzone ha un carattere riservato e ha preferito coltivare le proprie preferenze nella tranquillità del lavoro di portiere di notte in un grande albergo.  Il suo linguaggio, corretto fino al limite del pedante, non gli deriva da un vezzo ma è la sua stessa forma mentis, rispecchia il modo di concepire la vita. Il contrasto con i vicini di casa e con gli “amici” di Antonia risulta evidente sin dalle prime frequenze, capita che i compagni di generazione si esprimano con eloquio romanesco e per dire un “bello, meraviglioso!” dicano: «Non ce posso crede, cioè stupendo! ». A Guido certe differenze sembrano non interessare granché, gli basta l’accordo che vive in casa con la sua compagna, alla quale tutte le mattine tornando dal turno porta il caffè a letto annunciando il santo del giorno – poi faranno l’amore e quindi lei raggiungerà di corsa e in ritardo il lavoro da impiegata in un autonoleggio. Qual’è allora il problema? Gli è che l’esigenza di avere un figlio emerge in Antonia sempre più prepotente, un po’ perché lei vede fiorire pancioni d’attorno e soprattutto per un’irrequietezza interna che si porta dentro da sempre e che l’instabilità del contesto (con Guido non sono nemmeno sposati), accettata con apparente convinzione, comincia man mano a farsi sentire. Ma il figlio non arriva e il film piega verso il tema della fecondazione assistita, caricando la commedia di una probabile valenza sociologica e rischiando di attenuare l’efficacia comica. Scenette gustose circa le indagini mediche preliminari e la preparazione dell’intervento non mancano, ma l’osservazione di Virzì sul mondo circostante si fa meno “naturale”, più mediata, finendo per proiettare anche sulla prima parte costruttiva del background una cifra intenzionale piuttosto banalotta, nutrita di quel mimetismo che più di una volta ha impedito alla commedia italiana dei Risi e degli Scola di salire l’ultimo gradino. La derivazione dal riferimento letterario (il romanzo  La generazione, di Simone Lenzi) non c’entra. Qui lo sguardo sulla “volgarità” di alcuni aspetti del contesto romano perde in “cattiveria” e si fa “divertente” di quel tanto in più che gli nega il giusto diritto alla critica, riducendo il racconto a una specie di “reality” consolatorio, sì “ben fatto” ma non convincente fino in fondo. La dice lunga la nota del regista sugli attori: «Un cast dal sapore veristico ».

Total Recall – Atto di forza

Total Recall
Len Wiseman, 2012
Fotografia Paul Cameron
Colin Farrell, Kate Beckinsale, Jessica Biel, Bryan Cranston, John Cho, Bill Nighy, Bokeem Woodbine, Will Yun Lee, Simon Sinn.

Ricordare e un po’ sognare, vivere un’altra vita, una vita che ci piace di più. Tecnologia ed effetti ultra attuali, azione fantascientifica, suspence stressante e tutto ciò che piace in un film mozzafiato (il fiato del pubblico giovane), ma sostanzialmente un sogno romanticheggiante, alla ricerca di qualità e poteri che ci restituiscano l’immaginazione, se non la fantasia, per sopravvivere in un mondo impoverito di prospettiva. Rispetto al precedente  Atto di forza  di Paul Verhoeven (1990, protagonista Arnold Schwarzenegger), il film di Paul Wiseman (Underworld  2003,  Die Hard – Vivere o morire  2007) tramanda una pallida idea dell’origine letteraria (il racconto “We Can Remember It For You Wholesale”, o “Memoria Totale”, di Philip K. Dick), fornendo una terrificante sequenza di “inseguimenti” e scontri senza fine, svuotati quasi totalmente del contenuto “filosofico” (il tema sarebbe quello di un “dialogo” interno memoria-sogno-realtà, un rapporto stretto sul filo dell’inconscio che permetterebbe di ripescare e tradurre in vissuto zone del cervello rimaste in naftalina). Sicché, poche tracce di prospettiva umana e quasi soltanto un paesaggio da incubo, con il tracciato a dimensione planetaria del viaggio pendolare quotidiano di lavoratori che vanno per la Discesa (impressionante la scenografia), dalla zona “Colonia” (più o meno in quel dell’Australia) alla zona dell’Unione Federale Britannica e viceversa. Toby Jaffe, uno dei produttori del film, parla di «grande fantasia di soddisfacimento dei desideri », ma le immagini di questo  Total Recall  sono immagini cupe, ci propongono un mondo cementato a mezz’aria, un’atmosfera pesante, un agglomerato di gente povera, residua e prevalentemente “cinese” (molti ombrellini sotto la pioggia diffusa e costante). Certo che l’operaio Quaid (Colin Farrell –  In linea con l’assassino  2002,  The New World – Il nuovo mondo  2006,  Chiedi alla polvere  2006,Triage  2009) vuole uscirne! Ma il come e il quando sembrano ostacoli insormontabili. Illuso dall’offerta del lunapark futuribile chiamato Rekall, la ditta che offre ai volontari di sedersi su una sedia “magica” per trasformare i sogni in ricordi reali, il protagonista si ritrova in un impiccio pericolosissimo e “insolubile”. Perde contatto con la propria identità e finisce per essere una superspia, in un gioco letale tra dominatori dell’Unione Federale (il Cancelliere Cohaagen/Bryan Cranston col suo esercito di automi sintetici è il controllore supremo)  e Resistenza segreta della Colonia. Nessuno, attorno a lui, sembra più essere riconoscibile con sicurezza, a cominciare dalla moglie Lori (Kate Beckinsale –  Stanno tutti bene  2009,  Contraband  2012). E perfino Melina (Jessica Biel –  Non aprite quella porta  2003,  Un matrimonio all’inglese  2008), la donna che gli garantisce la sua radice nella Resistenza, ci terrà fino all’ultimo col sospetto di un’improvvisa mutazione di ruolo. Banalmente, potremmo tradurre: operaio frustrato dalla catena di montaggio cade vittima dei propri vaneggiamenti. In effetti, Quaid non riesce a capire chi egli sia veramente, ma in ogni modo il film rischierebbe di essere una noiosa pedagogia sociale per gli operai veri! I quali, invece, preferiscono – secondo la legge del botteghino (ma qual’è qui il target?) – l’azione e l’avventura che buchi la gabbia alienante del lavoro quotidiano. E allora giù corse di auto magnetiche e salti nel vuoto, sparatorie a raffica e scazzottate senza un momento di sosta, pugni e calci anche ai robot, e molte riprese “dal vivo” in un dialogo continuo con gli effetti speciali. Una gran fatica ma anche un bel divertimento.

Killer Joe

Killer Joe
William Friedkin, 2011
Fotografia Caleb Deschanel
Matthew McConaughey, Emile Hirsch, Thomas Haden Church, Gina Gershon, Juno Temple, Marc Macaulay, Julia Adams, Sean O’Hara, Gregory C. Bachaud.
Venezia 2011, concorso.

Per la differenza, viene in mente il genio di Sidney Lumet, l’inarrivabile sapienza della crudeltà con cui il regista di  Onora il padre e la madre(2007) inquadra, senza sottolineature e con lucida spietatezza, la perversione dei sentimenti familiari. Anche qui siamo nella famiglia americana, texana per la precisione, anche qui c’è una madre da uccidere, ma l’intenzionalità del film è versata sull’effetto sbalorditivo dell’esemplarità eccentrica, sulla nonchalante esibizione dei gesti “freddi”, delle “ingenuità” derivate, dell’ineluttabilità della ferocia, assurda eppure rispondente a una logica interna agli eventi, al sistema chiuso di una società rigidamente codificata e riprodotta in un suo riflesso automatico, deterministico, immodificabile. Dal punto di vista espressivo, il risultato è un “sopra le righe” tendente al manierismo (Da Tarantino ai fratelli Coen), gestito con grande maestria dal regista de  Il braccio violento della legge  1971,  L’esorcista  1973,  Vivere e morire a Los Angeles  1985,The Hunted – La preda  2003. Nel cast, Matthew McConaughey e Juno Temple danno luogo a un cortocircuito sorprendente, dovuto non solo ai due ruoli ma al confronto/attrazione che li lega e li consuma come in un incendio doloso di cui è primo responsabile Tracy Letts, l’autore della pièce teatrale ispiratrice del film. L’attore (A casa con i suoi  2006,  Tutti pazzi per l’oro  2008,  La rivolta delle ex  2009,  Magic Mike  2012), chiamato alla responsabilità principale, dà il volto al personaggio di Joe Cooper, detective dalla doppia vita, pronto a uccidere su commissione. L’attrice (Espiazione  2006,  L’altra donna del Re  2008,  Lo stravagante mondo di Greenberg  2010) s’immedesima bene nella parte di Dottie, giovane apparentemente troppo “pura” e un po’ svampita, la quale porta con sé il ricordo di quando la madre tentò di uccidere la propria bambina. I due vengono a contatto per via dell’affare combinato, insieme al padre Ansel (Thomas Haden Church), dal fratello Chris proprio con Joe. La madre, radice dei mali, ha pensato bene di rubare al figlio un pacco di droga e così ora Chris deve rientrare del valore: l’unico modo è uccidere la donna e incassarne l’assicurazione sulla vita. Joe, incaricato, esegue. Ma poi è costretto a entrare nella famiglia perché in famiglia non ci sono i soldi per pagarlo e però c’è Dottie, ottima “caparra” possibile. In famiglia succede di tutto, scontri verbali e sangue con grande “divertimento” di Killer Joe, il quale si fa anche “regista teatrale”, imponendo a Sharla (Gina Gershon), la compagna di Ansel, una finzione di sesso orale con una coscia di pollo fritto. Non manca la dimensione thriller, certo, ma prevale un certo simbolismo scenico, prefigurato già nella prima sequenza (acqua, fuoco, gatto nero), che Friedkin non riesce a riscattare del tutto.


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Bart