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Se il fisco è più iniquo di prima + Caso Napolitano

13 Ottobre 2012

di Luca Ricolfi
(da “La Stampa”, 13 ottobre 2012)

Ci sono voluti un paio di giorni per raccapezzarsi, ma alla fine il quadro è diventato abbastanza chiaro.

I conti li abbiamo fatti e rifatti un po’ tutti: quotidiani, centri studi, esperti economici, sindacati, associazioni dei consumatori. E alla fine dei conti è difficile non essere arrabbiati, innanzitutto con noi stessi. Perché per un attimo ci eravamo illusi, per un attimo avevamo voluto credere che finalmente, con questa manovra (detta «Legge di stabilità »), l’insopportabile pressione fiscale che grava sul nostro sfortunato Paese potesse cominciare a diminuire, sia pure di pochissimo. O che, almeno, la distribuzione del carico fiscale sarebbe diventata più favorevole alla crescita, o anche solo un tantino più giusta. E invece no, niente di tutto questo.
Prima di commentare, però, ricapitoliamo i punti fermi. Primo: nonostante la sbandierata diminuzione dell’Irpef, la pressione fiscale complessiva sulle famiglie aumenta leggermente.

A regime, infatti la lieve diminuzione dell’aliquota Irpef è più che compensata dalla somma delle misure che aumentano il prelievo: scomparsa di alcune deduzioni e detrazioni, introduzione di franchigie e, soprattutto, ulteriore aumento dell’Iva.

Secondo: il grosso della manovra tocca famiglie (con le riduzioni Irpef) e consumatori (con l’aumento dell’Iva), ma lascia sostanzialmente invariata la pressione fiscale sui produttori, peraltro già vessati nelle manovre precedenti. Difficile pensare che una miscela di questo tipo possa stimolare la crescita.

Terzo punto: la distribuzione del carico fiscale è più iniqua di prima. Questo è un punto un po’ tecnico, ma ne voglio parlare lo stesso, perché a prima vista sembrerebbe vero il contrario. Il governo ha infatti presentato la sua manovra come una boccata d’ossigeno ai ceti bassi, in quanto le aliquote che sono state abbassate (di 1 punto) sono le prime, quella del 23% e quella del 27%. Quel che non si dice, tuttavia, è che le riduzioni del prelievo sui primi «scaglioni » di reddito riguardano tutti, anche chi guadagna 50 o 100 mila euro l’anno.

Facciamo un esempio concreto: un lavoratore che guadagna 18 mila euro avrà uno sconto di 180 euro l’anno (15 euro al mese), ma un lavoratore che guadagna il doppio, ossia 36 mila euro, avrà uno sconto di 280 euro (23 euro al mese), perché percepirà interamente gli sconti previsti sui primi due scaglioni (fino a 28 mila euro). Per il fisco, infatti, ogni reddito è la somma di tanti «pezzi » di reddito (gli scaglioni, appunto), ciascuno dei quali è tassato con una sua aliquota: quindi se un governo abbassa l’aliquota sullo scaglione più alto il beneficio va solo ai ricchi, ma se abbassa l’aliquota sugli scaglioni più bassi il beneficio non va solo ai poveri bensì a tutti, perché il reddito di un ricco è la somma di tanti «pezzi » di reddito, ciascuno tassato con la sua aliquota. In breve la manovra non concentra affatto i benefici sui ceti bassi, ma li spalma un po’ su tutti.

Ma davvero su tutti? Assolutamente no, perché dalla riduzione delle aliquote restano esclusi i poverissimi, ossia coloro che guadagnano così poco da essere completamente esentasse (i cosiddetti incapienti). Come sempre lo strumento fiscale è impotente verso chi sta fuori del circuito del fisco, ossia evasori e veri poveri.
Si potrebbe pensare che però almeno i ceti medio-bassi, ossia chi guadagna fra 8 e 28 mila euro (e dunque non è né incapiente né ceto medio), abbia comunque un beneficio. Ancora una volta, sembra ma non è: i soldi per abbassare le aliquote verranno trovati anche eliminando o attenuando vari sconti fiscali preesistenti, con il risultato di annullare o decurtare il già misero regalo di 10 o 15 euro al mese.

Se poi a tutto ciò aggiungiamo l’aumento di un punto dell’Iva, che scatterà nella seconda metà del 2013 (ossia dopo le elezioni, guarda caso), è facile dedurne che la pressione fiscale aumenterà su quasi tutti i contribuenti, e in misura massima sui poverissimi, che non solo non potranno usufruire di alcun beneficio fiscale (perché non versano tasse), ma pagheranno l’aumento dell’Iva nella veste di consumatori, e lo faranno in misura maggiore di qualsiasi altro gruppo sociale, visto che la propensione al consumo è ovviamente massima là dove non vi è alcuna possibilità di risparmiare.

Quarto punto: mentre tutti i benefici fiscali previsti sono futuri, la soppressione degli sconti in vigore (detrazioni e deduzioni) scatta già sui redditi del 2012, e dunque è retroattiva, essendo tali redditi in massima parte già maturati (siamo a ottobre, e la legge sarà approvata a fine anno).

Di tutta la manovra fiscale quel che più mi ha colpito è proprio la consapevole spudoratezza (o «arroganza fiscale », come l’ha definita Il Sole 24 Ore di ieri) con cui quest’ultimo schiaffo al cittadino viene annunciato: nell’articolo 12 della bozza di legge di stabilità si dice che le norme che sopprimono gli sconti fiscali sono introdotte «in deroga » allo Statuto dei diritti del contribuente (la legge del 2000 che tutela i cittadini dagli abusi dello Stato in materia fiscale). E’ veramente il colmo: un governo che bacchetta gli italiani per il loro scarso senso civico pare non sapere che è lo Stato stesso ad essere criminogeno, quando diventa arrogante e predatore.

E ora veniamo ai commenti. Ne avrei tanti, ma sarebbero troppo amari. Perciò mi limiterò a un’osservazione: con quest’ultima mossa, a mio parere, il governo Monti ha definitivamente mostrato il suo volto politico. L’espressione «governo tecnico » gli si addice sempre di meno, perché al di là dell’indubbia qualità professionale dei suoi membri, di gran lunga superiore a quella degli esecutivi del passato, la somiglianza con i governi politici che l’hanno preceduto è sempre più marcata ed evidente. Lo è nei contenuti, perché questa manovra assomiglia tantissimo ai giochi di prestigio cui i politici della Seconda Repubblica ci avevano abituato in occasione di ogni manovra: varare con una mano misure popolari e nascondere con l’altra le misure impopolari con cui le si finanzia. Ma lo è ormai anche nello stile: vedendoli onnipresenti in televisione, nei convegni, nei talk show, avendo registrato con imbarazzo la sceneggiata dell’altra notte a Ballarò (con annunci, smentite e autosmentite fra membri del governo), ormai mi pare chiaro che molti ministri e sottosegretari di questo governo sono già in campagna elettorale, e lo sono prima ancora dei politici di professione da cui, noi elettori, speravamo imparassero il meno possibile. Ma in fondo che male c’è? Evidentemente ai professori la politica piace, e quanto all’imparare, è ovvio, nessuno è più bravo di loro.


Oligarchi della politica contro il cambiamento
di Piero Ostellino
(dal “Corriere della Sera”, 13 ottobre 2012)

Parte della classe politica pensa di affidare (ancora) a Ma ­rio Monti il governo del Paese anche dopo le prossime elezioni. Con i «centristi » â— alla perenne ricerca di un ubi consistam identitario, elettorale e politico â— è stato anche uno stralunato Berlusconi a fare il passo verso tale soluzione; nell’illusione di ripetere, in ben altre circostanze e sotto altra veste, i fasti del ’94.

Così, l’oligarchia politica, quasi al completo, dice agli italiani: «Andate pure a votare; ma a governarvi non sarà chi vincerà le ele ­zioni, ma chi nomineremo noi. Dopo ». Forse, a questo punto, è leci ­to chiedersi perché gli italiani dovrebbero andare a votare. C’è trop ­pa gente che â— nel mondo della politica, sui media, nell’opinione pubblica influente â— sogna di sfilare di mano all’uomo qualunque la scheda elettorale e di cancellare quel po’ di democrazia che anco ­ra c’è. La nomina a senatore a vita e, subito dopo, a capo del gover ­no di Mario Monti non è stata una «sospensione della democrazia », come qualcuno aveva allora detto â— salvo, poi, benedire, ora, il «Preside, (che) eppur decide » — ma ne ha creato le premesse. Di certo contro le intenzioni, e ogni previsione, del presidente della Repubblica, che ne è stato l’artefice, e che, nel frattempo, è diventa ­to il capo di un governo presieduto da un uomo non propriamente incline alle decisioni riformatrici (Ferrara, Ferrara, che stai a dì).

L’indecenza, qui, è duplice: 1) l’oligarchia politica appoggia Monti,  dicendogli «vai avanti tu che a me  viene da ridere »; 2) le viene da ridere perché sa che un Monti bis sarà  la garanzia che nulla cambierà.
L’oligarchia politica e le migliaia di parassiti che essa protegge  continueranno a fare gli affari loro, a spese del contribuente, invece degli interessi degli italiani.

D’altra parte, l’operazione non sarebbe neppure ipotizzabile se Monti non ci stesse. Il Professore ha già escluso di voler essere coinvolto in una campagna elettorale. Non gli spiace stare a Pa ­lazzo Chigi; però, non vuole sporcasi (elettoralmente) le mani. Il ruolo di «salvatore della patria », malgrado «gli altri », gli sta be ­ne. Perciò, è a disposizione. Beninteso, se «gli altri » glielo chie ­dono. Posizione legittima, ma un tantino ambigua. Monti è pur sempre il cittadino di un Paese democratico, dove governa chi vince le elezioni. Darebbe prova di eleganza se dicesse: «Sono stato nominato dal capo dello Stato in una situazione di emer ­genza. L’emergenza è finita e io ho esaurito il mio mandato. Sa ­ranno le elezioni a eleggere il nuovo Parlamento dal quale nasce ­rà il nuovo governo. Non sono Salazar ». Dubito lo farà. La tecno ­crazia è il camuffamento della politica che â— nella forma incon ­trollabile e insindacabile delle decisioni «tecniche » (i nuovi ar ­cana imperii) â— rivela la propria vocazione totalitaria. Per Mon ­ti â— che rischia di essere «un re travicello » â— vale la sentenza di lord Acton: «Il potere corrompe; il potere assoluto corrompe assolutamente ». Anche quando non lo si ha affatto; ma, come nella fattispecie, c’è chi ti lascia credere di averlo.


Romanzo Quirinale, the end
di Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”, 13 ottobre 2012)

Finalmente, dopo tre mesi di sanguinose  accuse fondate sul nulla, anzi sul falso, la Procura di Palermo può difendersi alla Corte costituzionale dal conflitto di attribuzioni scatenato dal presidente Napolitano. La que ­stione, come i nostri lettori ben sanno, nasce dalle telefonate (quattro, si apprende ora) fra il capo dello Stato e Nicola Mancino, indi ­rettamente e casualmente intercettate sui te ­lefoni di quest’ultimo, coinvolto nelle inda ­gini sulla trattativa Stato-mafia. Secondo il Quirinale, incredibilmente spalleggiato dal ­l’Avvocatura dello Stato, la Procura avrebbe dovuto procedere all'”immediata distruzione delle intercettazioni casuali del Presidente” perché The Voice è inintercettabile e financo inascoltabile. La Procura non le ha fatte tra ­scrivere né utilizzate, giudicandole penal-menté irrilevanti, e si è riservata di chiederne la distruzione al gip secondo la legge: cioè in udienza alla presenza degli avvocati dei 12 imputati che possono ascoltarle ed eventual ­mente chiedere di usarle per esercitare i di ­ritti di difesa. La cosa ha fatto saltare la mosca al naso a Napolitano e ai suoi cattivi con ­siglieri, terrorizzati dal rischio che un avvo ­cato, dopo averle ascoltate, ne divulgasse il contenuto. Che, per motivi misteriosi (alme ­no per noi cittadini), deve restare un segreto di Stato. Di qui, il conflitto con cui Napolitano, tramite l’Avvocatura, chiede alla Con ­sulta di censurare i pm di Palermo per un delitto da colpo di Stato: “lesione” e “menomazione delle prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica” perpetrata sia con “la valutazione sulla rilevanza delle intercettazioni ai fini della loro eventuale uti ­lizzazione”, sia con “la permanenza delle in ­tercettazioni agli atti del procedimento”, sia con “l’intento di attivare una procedura ca ­merale” regolata dal contraddittorio tra le parti. A lume di Codice, ma soprattutto di logica e di buonsenso, abbiamo più volte scritto che la pretesa del Colle è insensata. Ora l’insensatezza è autorevolmente confer ­mata dalla memoria della Procura, firmata dall’ex presidente dell’Associazione dei co ­stituzionalisti italiani Alessandro Pace e dagli avvocati Serges e Serio. I quali, prim’ancora di avventurarsi nell’interpretazione delle pre ­sunte prerogative del Presidente, dimostrano come il Quirinale e l’Avvocatura abbiano sba ­gliato indirizzo: ammesso e non concesso che le telefonate andassero distrutte subito, non poteva farlo la Procura, visto che quel potere è affidato in esclusiva al giudice. Cioè: even ­tualmente il conflitto andava sollevato contro il gip. Non solo: se, come ammette la stessa Avvocatura per conto del Colle, le intercet ­tazioni furono “casuali” quindi involontarie, come si può sostenere che erano “vietate”? S’è mai vista una norma che vieta qualcosa di involontario e casuale? Per questi due motivi preliminari il conflitto è “inammissibile”, con buona pace della Consulta che s’è affrettata a dichiararlo ammissibile. Poi è anche infon ­dato, per diversi motivi di merito. Intanto i pm dovevano valutare quel che diceva Man ­cino, a meno di regalargli un’immunità con ­tagiosa” derivante dal fatto che parlava con Napolitano. E poi nessuna norma costituzio ­nale né procedurale ha mai stabilito la non intercettabilità indiretta (e nemmeno, in via assoluta, quella diretta) del capo dello Stato. Che non è un monarca assoluto, infatti è im ­mune solo nell’esercizio delle sue funzioni. Dunque la prerogativa invocata dal Colle non esiste. Ergo i pm non hanno leso alcunché. Anzi avrebbero violato il principio costitu ­zionale del contraddittorio e i diritti delle di ­fese se avessero obbedito al Colle. A questo siamo: a un presidente della Repubblica (e del Csm) che istiga la magistratura a violare la legge e la Costituzione. A sua insaputa, si capisce.


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Bart