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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

3 Novembre 2012

[Franco Pecori  dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera.  È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Silent Hill: Revelation 3D

Silent Hill: Revelation 3D
Michael J. Bassett, 2012
Fotografia Maxime Alexandre
Adelaide Clemens, Kit Harington, Sean Bean, Radha Mitchell, Deborah Kara Unger, Carrie-Anne Moss, Malcolm McDowell, Martin Donovan, Erin Pitt, Heather Marks.

Mettiamo che uno spettatore non abbia mai giocato con la serie di videogiochi che hanno ispirato l’inglese Michael J. Basset  per la regìa di questo e di altri film,  come  Solomon Kane  (2009) – prima del cinema, dicono le biografie, Basset è stato amante della campagna e della natura. Non gli verrà certo in mente, allo spettatore, di farsi una cultura sui mostri che popolano la città fantasma di Silent Hill. Testa a Piramide? Lo sanno tutti che quell’essere imponente è al servizio di un potere più alto? E le infermiere? Sarà così ovvia la ferocia con cui, mentre sembrano così sexy e vistose, attaccano chi passa dalle loro parti? E quella specie di ragno fatto di tanti manichini, a chi somiglia veramente? Per non parlare della Missionaria: le sue lame assassine devono avere un’origine misteriosa nella mente del suo creatore. Cercando nel subconscio, il suo prima di tutto, Basset avrà avuto delle visioni certamente, ma quando parla di Bosch, Goya e perfino di Dante – lo fa per aiutare noi a muoverci con disinvoltura per le vie di Silent Hill – viene il sospetto che non dica la verità. Comunque sia, non vogliamo porci il problema delle competenze specifiche di una fruizione che non è prescritta e non lo deve essere, quindi andiamo nel buio a scoprire la Rivelazione tridimensionale, disponibili a farci infilsare – come difatti avverrà – direttamente negli occhi da armi che non abbiamo voluto noi ma che a volte ci piacciono tanto. Manichini, cancelli, ferraglia dappertutto… un percorso, ci dev’essere un percorso privilegiato nonostante il mondo nemico. Una madre morì per salvare la figlia in un incidente… sarà vero? Il padre se la vede ritornare e invece “loro” vogliono riprendesela. Ma quale figlia? figlia chi? Non c’entrerà mica, proprio lei, con quell’Alessa tutta perfettamente maligna… Heather, Alessa… Adelaide Clemens – lei la riconosciamo, recitava in  Vampire(Shunji Iwai, 2011) e in  Mad Maz: Fury Road  (George Miller, 2012), ma ora è così cambiata. Dobbiamo superare lo spaesamento che provoca questa fissazione del regista di confrontare il gusto della paura davanti al videogioco con il nervoso che ti prende quando sei seduto nel cinema. Ma non è chiaro! Il progetto di Christophe Gans, il regista del primo film su Silent Hill (2006) era più facilmente aspirabile. Una cosa è sicura, sarà bene non uscire da quest’inferno, fuori c’è caso che siamo attesi da situazioni peggiori. Heather Mason deve quasi averlo intuito.

Un’estate da giganti

Les géants
Bouli Lanners, 2011
Fotografia Jean-Paul de Zaeytijd
Zacharie Chasseriaud, Martin Nissen, Paul Bartel, Karim Leklou, Didier Toupy, Gwen Berrou, Marthe Keller.
Cannes 2011, Quinzaine des réalizateurs.

I giganti sono loro, i ragazzini che diventano grandi. E lo fanno esagerando, vivono un’avventura trasgressiva in un’estate in campagna, senza genitori. Il belga Bouli Lanners, attore in  Un sapore di ruggine e ossa,  Asterix e Obelix al servizio di sua Maestà,Niente da dichiarare?,  Kill Me Please  e regista di  Eldorado Road  (premiato a Cennes e a Pesaro nel 2008), ci regala un “filmetto” che sembra girato all’impronta ed è pieno di spunti e implicazioni profonde, in tema di crescita, formazione, psicologia, sociologia e, più in generale, di filosofia dell’essere. Zach (Zacharie Chasseriaud) e Seth (Martin Nissen), fratelli adolescenti, vanno via d’intesa e di nascosto, non potrebbero guidare l’auto ma che importa? Già qui, dall’inizio, capiamo che sarà una birichinata esagerata, però liberatoria sul serio. Strada facendo incontrano Dany (Paul Bartel), ragazzo del posto, perché non c’è due senza tre. Senza un soldo e senz’altro se non la loro fantasia, proveranno a non avere problemi e ad abbandonarsi alle giornate così come viene. Il cottage di famiglia, ormai abbandonato a se stesso, servirà da base d’appoggio, ma neanche poi tanto: si starà veramente bene solo nel verde dei boschi e in mezzo al mare di granoturco. La società è lontana, almeno sembra, salvo che un “lupo” cattivo è in agguato nei dintorni e minaccia la libertà dei ragazzi e la tensione che provoca è solo in parte attenuata dall’incontro con una madre che vive, in una casa non lontana, con la sua dolcissima ragazza handicappata. Fatto sta che i tre adolescenti dovranno fare presto a crescere, se vogliono continuare a vivere. Lo faranno in maniera esagerata, dovranno farsi adulti, ma senza rinunciare al senso di libertà che quel vivere nella natura ha dato loro. Una barca sul fiume che scorre lento li porterà forse lontano. Per ora, la meta è indefinita. Lanners mostra un tocco magico, una delicatezza che va oltre la pedagogia, sceglie un contesto appartato ma non cancella la sensazione di un mondo da lasciare alle spalle, nella speranza che dietro la curva del fiume il panorama possa divenire accogliente. La regia non oltrepassa il limite della “fiaba”, lo sguardo però non resta “documentario”, il racconto ha la sua dimensione interiore.

Oltre le colline

Dupa Dealuri
Cristian Mungiu, 2012
Fotografia Oleg Mutu
Cosmina Stratan, Cristina Flutur, Valeriu Andriuta, Dana Tapalaga, Catalina Harabagiu, Gina Tandura, Vica Agache, Nora Covali, Dionisie Victu, Ionut Ghinea, Liliana Mocanu, Doru Ana,, Costache Babili, Luminita Gheorghiu, Alina, Berzunteanu, Teodor Corban, Calin Chirila, Cristina Cristian, Tania Popa, Petronela Grigorescu,  Liana Petrescu, Alwxandra Apetrei, Noemi Gunea, Katia Pascariu, Mara Carutasu, Cerasela Iosifescu, Ada Barleanu, Mariana Liurca.
Cannes 2012, Cristina Flutur e Cosmina Stratan atr.

Terzo film del rumeno Cristian Mungiu, dopo  Occident  (a Cannes nella Quinzaine des Réalisateurs del 2002 e Palma d’Oro  nel 2007 con  4 mesi, 3 settimane e 2 giorni, storia drammatica di un aborto proibito nella Bucarest del 1987). L’idea viene da un fatto del 2005 finito sulla stampa internazionale e su Internet: una giovane muore per un “esorcismo” in un monastero ortodosso della Moldavia, era stata a trovare un’amica. La pratica delle preghiere contro il Diavolo – dice Mungiu – continua tuttora, basta vedere i video pubblicati sulla Rete. Quindi una docufiction? No, Mungiu è autore cinematografico e il film, pur partendo da una referenza rintracciabile, vale per la sua dignità formale, artistica. E fa pensare, per analogia, a un altro bell’esempio di opera sui guasti procurati dal pregiudizio religioso, il film dello scozzese Peter Mullan sulle atrocità nei conventi cattolici  intitolati alla “peccatrice” Maria Maddalena (Magdalene – The Magdalene Sisters, Leone d’Oro a Venezia nel 2002).  Oltre le colline  è la rappresentazione cruda della tragica fine di Alina (Cristina Flutur), la ragazza che in orfanotrofio ha amato la sua amica Voichita (Cosmina Stratan) e ora la rintraccia in una piccola comunità religiosa sperduta fra le montagne. Voichita è molto cambiata e non può più corrispondere al sentimento di Alina, il suo “cuore” è occupato dall’amore per Dio, l’ha convinta il prete della chiesetta dove le suore vivono la loro vita rigidamente appartata: «Se non ti porti Dio nel cuore – predica il prete – sarai sempre sola ». In quel contesto, Alina è un corpo estraneo e viene percepita come un pericolo dalle altre suore. Tenta di restare con loro per rimanere con Voichita, ma presto si capisce che la sua “vocazione” non è autentica. Cresce in lei un nervosismo che turba la tranquillità delle “sorelle”, quindi la situazione precipita fino agli estremi e assurdi tentativi di “cura religiosa”. Mungiu ha il merito di mantenere una distanza dialettica con la materia, tale da non farci sentire direttamente “dalla parte giusta”. Il dramma cresce nella sua dimensione interna, non schematica, e si sviluppa in noi la compassione per le due ragazze, entrambe colpite da una “prigionia” non risolvibile se non rompendo la gabbia di codici e sottocodici in cui sono impigliate. E la rottura ha bisogno di quell’elemento catartico proprio di ogni realizzazione artistica, quel quid espressivo che risolve, appunto, la solitudine di cui parla il prete del film. In altre parole, l’arte del regista riscatta la materia in una visione che va oltre la violenza del convento, oltre tutte le colline dell’indifferenza inconsapevole (e dannosa) di quanti danno alla propria fede la forma rigida di una prescrizione.

Skyfall

Skyfall
Sam Mendes, 2012
Fotografia Roger Deakins
Daniel Craig, Javier Bardem, Judi Dench,  Helen McCrory, Ralph Fiennes, Ben Whishaw, Bérénice Marlohe, Naomie Harris, Albert Finney, Ola Rapace, Rory Kinnear, Elize du Toit, Beatrice Curnew, Michael G. Wilson, Tonia Sotiropoulou.

Addirittura il viaggio nel profondo delle origini, nei luoghi dell’infanzia dove i genitori lo resero orfano e dove sono tuttora sepolti, per un finale atroce e romantico, in cui l’azione e l’avventura prendono sostanza di sentimento forte e sapore di Destino: il ventitreesimo Bond finisce nell’imbuto scozzese dell’antica casa di famiglia, a Skyfall, dov’è rimasto il vecchio guardacaccia col suo fucile a due canne, nella casa ormai in disuso dopo che l’ultimo erede, il mitico James Bond, è stato dato per morto. E non è un appuntamento semplice questo finale sotto un cielo in caduta, è una chiusura che fa pensare a un modernissimo western, un Mezzogiorno di fuoco, anche se qui incombe la notte: la resa dei conti di un confronto tra due antagonisti simbolo di una scelta profonda, drammatica e ineludibile, al di là dei personaggi, nel quadro della società e del mondo attuale. Già, perché il tema sottostante emerge ora con una semplicità dichiarata che fa finire in sottordine le figure dell’azione, gli inseguimenti “mozzafiato”, le sparatorie e tutte le ovvietà del formato 007 che, condite con l’ironia britannica, hanno reso finora autosufficiente il giocattolo derivato da Ian Fleming. Bond/Craig si deve confrontare con Silva/Bardem nello svolgimento di un’alternativa che sa di riflessione storica. La difesa di Sua Maestà Britannica (e si sa che ciascun popolo, ciascuno di noi tende a vedere in sé l’immagine del mondo intero) è nelle mani dei servizi speciali e Bond li rappresenta con la sua efficienza di agente addestrato e con i mezzi tradizionali che gli sono messi a disposizione – oggi la mitica Aston Martin può sembrare un pezzo da museo perché comunque è un oggetto reale, tangibile, e così pure la pistola superdedicata alla mano di chi la impugna. Invece il “cattivo” Raoul Silva incarna una smorfia di disagio derivante da una perfetta contraddizione dei giorni nostri: la consapevolezza introspettiva di vivere i sintomi estremi di una psicologia disturbata dalla nevrosi sentimentale (l’incontro forse troppo “difficile” con la non-scalfibile M) e la capacità di controllare i nuovi mezzi elettronici che rendono virtuale e intangibile e antiquata la concretezza del vivere, anche nel dominio aggressivo. Insomma il disturbato evoluto fino al midollo e al limite della pazzia contro la macchina umana, fredda e muscolare, assistita da mezzi metodicamente sperimentati e depurati da coinvolgimenti non pertinenti. L’Avventura/Azione è chiamata a risolvere nella sua “pancia” una digestione non facile, che richiede qualche sacrificio. Non per niente, Bond ha ormai il volto scavato dalla fatica, è stanco e deve raschiare il barile delle proprie risorse. Attorno a lui il mondo esplode continuamente nello spettacolo di un’era che se ne va, un mito destinato a rigenerarsi se vorrà sopravvivere. Giustamente alla fine ci siamo dimenticati il problema iniziale, di una certa lista rubata di agenti Nato infiltrati. Problemi passati. Bond saluta M, dovrà essere altro.


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Bart