[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]
Alì ha gli occhi azzurri
Alì ha gli occhi azzurri
Claudio Giovannesi, 2012
Fotografia Daniele Ciprì
Nader Sarhan, Stefano Rabatti, Brigitte Apruzzesi, Marian Valenti Adrian, Cesare Hosny Sarhan, Fatima Mouhaseb, Yamina Kacemi, Dalah Ramadan, Marco Conidi, Alessandra Roca, Elisa Geroni, Roberto D’Avenia, Totò Onnis, Alfonso Prudente, Adrian Carana, Alexandru Gabriel Stan, Ionut Cotnareanu, Fabiano Mattei, Andrei Vladimirov Pogrevnoi, Monica Picca, Luana Rossi, Carmen Trincu.
Roma 2012, concorso.
Nader (Nader Sarhan) e Stefano (Stefano Rabatti), sono due sedicenni amici per la pelle in quel di Ostia, sul litorale romano. Nader, di famiglia egiziana, è nato a Roma e vuole potersi fidanzare con l’taliana Brigitte (Brigitte Apruzzesi), ma i propri genitori, musulmani osservanti, non vogliono. I due ragazzi conducono una vita sul filo del degrado. Il film si apre con il furto di un motorino alle 8 di mattina e, di seguito, la rapina in un negozio. Nader non se la sente e si fa avanti Stefano, pistola in mano chiede “tutto l’incasso” (non dev’essere molto a quell’ora), poi si infilano a scuola, in un’aula dove si gioca a carte e si sniffa nel frastuono più totale. Dai contrasti familiari nasceranno, soprattutto per Nader, guai destinati ad aggravarsi a causa della cruda disarmonia dei codici culturali e di comportamento nel contesto complesso e confuso, in assenza di mediazioni adeguate e di prospettive. Claudio Giovannesi, autore del documentario Fratelli d’Italia, presentato al Festival di Roma nel 2009, debutta nel lungometraggio conservando esplicitamente la radice documentaristica e lasciando trapelare intenti narrativi di genere. Da una parte sceglie la forma diaristica scandendo i giorni della settimana con la doppia scritta italiana e araba (ma i protagonisti parlano in romanesco) e dall’altra introduce elementi di intreccio similthriller casareccio e di amore contrastato con scene di espansività realistica quale può essere tra giovani adolescenti. Nel book di presentazione il regista cita Pier Paolo Pasolini, un brano poetico di Profezia (1962-64), parole profetiche sul massacro futuro delle antiche civiltà. Il riferimento è corretto, ma qui ciò che conta è il cinema e di film sul problema dell’integrazione tra religioni, usi e costumi nella società contemporanea se ne sono visti tanti da considerarli ormai appartenenti a un sottogenere definito. La novità non sarebbe quindi nel tema quanto piuttosto nella forma narrativa. Già i film del cosiddetto Neorealismo si sono prestati, dopo un periodo di dibattito ruvido sulla sostanza dei contenuti, a un recupero analitico più consono e aggiornato e si sono rintracciate perfino strutture fiabesche in opere apparentemente girate in “presa diretta” sulla realtà drammatica del dopoguerra. Ora, mentre Giovannesi giustamente parla di “seconda generazione” italiana, non si dovrà forse tralasciare il rischio di ripetere una qualità dell’approccio critico dimostratasi non produttiva proprio verso una giusta coscienza del linguaggio in opera. Il fatto che i personaggi del film siano agganciati a una referenzialità documentata – lo stesso Nader e i suoi genitori, la stessa ragazza che Nader ama davvero e anche tutto il contorno che anima i giorni della settimana nel panorama di un “mare d’inverno” periferico e provinciale – non implica di per sé scelte di estetica realistica. Può anzi lasciare spazio al racconto di genere, un genere non ancora rigidamente codificato ma comunque già abbastanza riconoscibile e proponibile in un’opera dal sapore di “storia vera”. Che la storia sia poi vera sul serio non aggiungerà, di per sé, nulla al valore estetico del film – estetica non è una parolaccia, non è qui usata nel senso di strumento per giudicare la “Bellezza dell’Arte”.
7 psicopatici
Seven Psychopaths
Martin McDonagh, 2012
Fotografia Ben Davis
Colin Farrell, Christopher Walken, Olga Kurylenko, Tom Waits, Abbie Cornish, Sam Rockwell, Woody Harrelson, Helena Mattsson.