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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

17 Novembre 2012

[Franco Pecori  dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera.  È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Alì ha gli occhi azzurri

Alì ha gli occhi azzurri
Claudio Giovannesi, 2012
Fotografia Daniele Ciprì
Nader Sarhan, Stefano Rabatti, Brigitte Apruzzesi, Marian Valenti Adrian, Cesare Hosny Sarhan, Fatima Mouhaseb, Yamina Kacemi, Dalah Ramadan, Marco Conidi, Alessandra Roca, Elisa Geroni, Roberto D’Avenia, Totò Onnis, Alfonso Prudente, Adrian Carana, Alexandru Gabriel Stan, Ionut Cotnareanu, Fabiano Mattei, Andrei Vladimirov Pogrevnoi, Monica Picca, Luana Rossi, Carmen Trincu.
Roma 2012, concorso.

Nader (Nader Sarhan) e Stefano (Stefano Rabatti), sono due sedicenni amici per la pelle in quel di Ostia, sul litorale romano. Nader, di famiglia egiziana, è nato a Roma e vuole potersi fidanzare con l’taliana Brigitte (Brigitte Apruzzesi), ma i propri genitori, musulmani osservanti, non vogliono. I due ragazzi conducono una vita sul filo del degrado. Il film si apre con il furto di un motorino alle 8 di mattina e, di seguito, la rapina in un negozio. Nader non se la sente e si fa avanti Stefano, pistola in mano chiede “tutto l’incasso” (non dev’essere molto a quell’ora), poi si infilano a scuola, in un’aula dove si gioca a carte e si sniffa nel frastuono più totale. Dai contrasti familiari nasceranno, soprattutto per Nader, guai destinati ad aggravarsi a causa della cruda disarmonia dei codici culturali e di comportamento nel contesto complesso e confuso, in assenza di mediazioni adeguate e di prospettive. Claudio Giovannesi, autore del documentario  Fratelli d’Italia, presentato al Festival di Roma nel 2009, debutta nel lungometraggio conservando esplicitamente la radice documentaristica e lasciando trapelare   intenti narrativi di genere. Da una parte sceglie la forma diaristica scandendo i giorni della settimana con la doppia scritta italiana e araba (ma i protagonisti parlano in romanesco) e dall’altra introduce elementi di intreccio similthriller casareccio e di amore contrastato con scene di espansività realistica quale può essere tra giovani adolescenti. Nel book di presentazione il regista cita Pier Paolo Pasolini, un brano poetico di  Profezia  (1962-64), parole profetiche sul massacro futuro delle antiche civiltà. Il riferimento è corretto, ma qui ciò che conta è il cinema e di film sul problema dell’integrazione tra religioni, usi e costumi nella società contemporanea se ne sono visti tanti da considerarli ormai appartenenti a un sottogenere definito. La novità non sarebbe quindi nel tema quanto piuttosto nella forma narrativa. Già i film del cosiddetto Neorealismo si sono prestati, dopo un periodo di dibattito ruvido sulla sostanza dei contenuti, a un recupero analitico più consono e aggiornato e si sono rintracciate perfino strutture fiabesche in opere apparentemente girate in “presa diretta” sulla realtà drammatica del dopoguerra. Ora, mentre Giovannesi giustamente parla di “seconda generazione” italiana, non si dovrà forse tralasciare il rischio di ripetere una qualità dell’approccio critico dimostratasi non produttiva proprio verso una giusta coscienza del linguaggio in opera. Il fatto che i personaggi del film siano agganciati a una referenzialità documentata – lo stesso Nader e i suoi genitori, la stessa ragazza che Nader ama davvero e anche tutto il contorno che anima i giorni della settimana nel panorama di un “mare d’inverno” periferico e provinciale – non implica di per sé scelte di estetica realistica. Può anzi lasciare spazio al racconto di genere, un genere non ancora rigidamente codificato ma comunque già abbastanza riconoscibile e proponibile in un’opera dal sapore di “storia vera”. Che la storia sia poi vera sul serio non aggiungerà, di per sé, nulla al valore estetico del film – estetica non è una parolaccia, non è qui usata nel senso di strumento per giudicare la “Bellezza dell’Arte”.

 7 psicopatici

Seven Psychopaths
Martin McDonagh, 2012
Fotografia Ben Davis
Colin Farrell, Christopher Walken, Olga Kurylenko, Tom Waits, Abbie Cornish, Sam Rockwell, Woody Harrelson, Helena Mattsson.

Se si parte dal primo film del regista,  In Bruges  â€“ sottotilo italiano  La coscienza dell’assassino  – (2007), si può capire meglio con quale ottica il londinese (1970) di origini irlandesi Martin McDonagh, già famoso drammaturgo a 27 anni, continui a volgere lo sguardo al cinema. La costruzione dei personaggi e della trama si mostra in trasparenza mentre il film si fa, sul set e alla moviola, lo spettatore è messo esplicitamente a parte dei segreti dell’opera, del suo montaggio, e invitato a partecipare alla tessitura del senso, secondo un equilibrio, difficile ma perseguito e mantenuto con esemplare costanza, tra ideazione e realizzazione, non solo del progetto ma delle scene e del loro assemblaggio. I personaggi vivono dei dubbi e delle scelte stesse del loro autore, provano sentimenti, hanno intuizioni, si immedesimano in modelli che sono gli stessi che anche lo spettatore  conosce o di cui comunque ha avuto esperienza più o meno mediata, soprattuto cinematografica ma riferibile anche  alla vita “reale”. Un richiamo a Brecht sarebbe sbagliato: qui è proprio l’immedesimazione a farsi decisiva nella partecipazione  al senso, un’immedesimazione che si contraddice da sé – questa è la sua legge interna – mentre richiede al fruitore consapevolezza e condivisione delle scelte. In sostanza, siamo sul versante del riconoscimento. È  così che può dare gusto il seguire il filo dei risvolti, dove trama e struttura narrativa mostrano senza ritegno la loro consustanzialità. Siamo nella cinefilia di nuova generazione, imprescindibile una coscienza del “pulp”. Il vecchio concetto di romanzo “polpettone”, dopo l’inventiva di Tarantino (1994), non basta più, altra è la consapevolezza con cui la manipolazione dei contenuti e delle forme espressive si realizza, il cannibalismo ha acquisito una sua “santità” i cui frutti, generosamente, mette a disposizione di “tutti” affinché la loro sostanza sia condivisa, possibilmente alla larga. E ogni filo ha la sua morale. Qui, per esempio, si potrebbe dire: «Mai rapire il cane di un assassino ». L’amore per i cani, si sa, è diffusissimo e “profondo”, specialmente in America (ora anche da noi, sempre di più), quindi il massimo della cattiveria può essere rapire cani con lo scopo di intascare laute ricompense dalla restituzione. E ancora maggiore sarà la cattiveria se strada facendo s’incontrasse l’anziano Hans (Christopher Walken)  la cui moglie malata è con un piede nella tomba. Il cane rapito appartiene a un gangster? Come minimo c’è da aspettarsi un colpo di pistolone alla testa. Orribile, ma non così semplice, aspettatevi una catena di risvolti e una crescita progressiva dell’orrore, utile non tanto al piacere di una fruizione sadica quanto al placarsi della sofferenza di un povero scrittore di sceneggiature in crisi di idee. Già, perché non stiamo parlando di un film “tratto da una storia vera”, ma di un vero film il cui svolgimento si rivela man mano seguendo la catena dei collegamenti e delle analogie, dietro al protagonista-buco-nero Marty (Colin Farrell), lo scrittore appunto in cerca di materiale per il suo film. La sceneggiatura tende a non crescere, con estrema attenzione e sofferenza per la stitichezza creativa Marty aggrotta le sopracciglia e guarda di traverso in cerca di ispirazione e dai suoi appunti cresce un elenco (parola strutturale, ne siamo coscienti) di psicopatici, il primo dei quali è perfino suo amico, è Billy (Sam Rockwell), rapitore di cani anch’egli, insieme a Hans. Senonché Billy commette l’errore di colpire la sensibilità del boss Charlie Costello (Woody Harrelson) – nome usuale degli ambienti di malavita -, al quale si spezza il cuore venendo a sapere che qualcuno gli ha portato via il suo graziosissimo Shitzu. E non siamo in un paese per scrittori. La storia non la possiamo raccontare, cadrebbe il discorso che abbiamo cercato di fare sul tipo di creatività di tale cinema. Insistiamo solo un po’ sulla chiave di lettura che ci sembra più corretta, dato che McDonagh non fa semplicemente del pulp, bensì ci chiama a stare con lui, a goderci la realizzazione dell’opera, un film che potrebbe anche essere pulp. E allora entriamo in una psicoterapia della cinepresa, a risolvere (tentare di) il connotato intellettuale per cui, mentre il pulp reclama “stupidità”, proprio il suo formato ne esibisce la struttura. C’è azione, violenza, sparatorie, sangue. E si può arrivare all’intensità. Zachariah, uno dei personaggi, con un coniglio bianco in braccio, promette spietate vendette e poi, a un punto culminante, si sente pronunciare l’associazione rivelatrice: «Stratificato, commovente ». Fateci attenzione, coglietela.

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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart